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2021 - recensioni da aprile

Recensioni 2021 da aprile

 

 

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Stasera niente stelle  

Elisabetta Carta, Stasera niente stelle, Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2021, pp. 140, euro 12,00

 

Due ragazzine romane alle prese col mondo degli adulti

Bambine senza idillio

 

L’infanzia può essere raccontata in molti modi. Se alcuni tendono a privilegiare i colori rosati e stucchevoli di chi percepisce i bambini sempre e solo come fragili e innocenti, la forma più perfetta dell’essere umano, altri, al contrario, preferiscono evidenziare i tratti turbolenti ed egoisti di tanti rappresentanti dei cuccioli d’uomo, indocili, impazienti e privi di qualsivoglia dolcezza. Elisabetta Carta, attrice e scrittrice romana, con Stasera niente stelle alla sua terza, riuscita, prova sulla pagina, sembra, invece, optare per un personalissimo punto di vista: senza nulla trascurare della freschezza e dell’ingenuità infantili - perché, come si sa, fin dal tempo del terribile Giovenale maxima debetur puero reverentia – per raccontare di Alina e Beatrice, bambine amicissime tra loro, sì e no decenni, figlie della nostra contemporaneità, l’Autrice sceglie toni tutt’altro che morbidi, anzi aciduli, privi di indulgenze emotive e compiacimenti estetizzanti. Sul limite tra la fine dell’infanzia e l’inizio della prima adolescenza con tutto il suo carico di confusi turbamenti interiori, le due protagoniste, diverse per sensibilità, origine, storia familiare e condizione sociale, popolare la prima, borghese la seconda, adoperano al massimo grado tutte le loro categorie fanciullesche per decrittare il complicato mondo degli adulti, con le sue innumerevoli zone buie, le vanità, le pulsioni dei grandi spesso torbide e indicibili. E mentre le loro esistenze si dipanano secondo i canoni di un’ordinaria, apparente normalità, attorno alle due bambine si dispiegano gli orrori di un quotidiano esteriormente banale, ma tutto intriso di violenze, della ferocia del mostro della porta accanto o, chissà, ancora più vicino, e di mistero. Per esempio quello relativo alla repentina sparizione di una ragazza araba, Saira, bella e desiderabile, probabilmente fuggita sull’onda di un desiderio amoroso contrastato. O forse no, mentre su tutto e tutti incombe l’ombra oscura di un luogo magico ed enigmatico, quella piazza della Sedia del Diavolo realmente esistente da duemila anni a Roma, oggi nel cuore del cosiddetto Quartiere Africano. Rivissuta per linee interne con gli occhi ingenui, ma non troppo, di due piccole testimoni dei nostri giorni malmostosi, la storia si dipana fino al suo scioglimento finale in un crescendo di piccoli colpi di scena. Frammenti di verità che si addensano progressivamente ora grazie al caso, ora in virtù di un modo di conoscere la verità proprio dell’infanzia, più irrazionale e intuitivo che nutrito di un metodo d’indagine scientifico e razionale tipico della tradizione di tanti romanzi di mistero. Non c’è nessuna concessione all’idillio nelle pagine di Elisabetta Carta e neppure la nostalgia o la malinconia per un tempo forse felice, certo destinato a non tornare mai più. Invece il Lettore non potrà che apprezzare una scrittura personale che si muove per accenni, che dice e non dice, che evoca e allude quanto basta a far procedere una trama apparentemente semplice ma densa di complessità, a delineare un personaggio, a definire un carattere, a connotare una situazione.

 

Luciano Luciani

 

Elisabetta Carta, attrice di teatro e non solo, vive e lavora a Roma. Debutta con Luigi Squarzina, lavora con Gabriele Lavia, partecipa a numerosi sceneggiati e commedie televisive. Nel 2009 pubblica Cuore di scimmia, dedicato alla vita del pittore e poeta futurista Sebastiano Carta, suo padre, e successivamente dà alle stampe Un amore di troppo, un thriller a sfondo sentimentale ambientato nel cuore della vecchia Roma.


 

 

Alberto Magno

S. Perfetti, A. Cerrito Nature imperfette. Umano, subumano e animale nel pensiero di Alberto Magno di Stefano Perfetti, pp. 132, euro 13,00

 

Per Alberto la natura è il prodotto della Prima Causa che, in un flusso continuo, emana progressivamente i diversi livelli dell’essere, ordinati gerarchicamente dal meno perfetto al più perfetto.


Il teologo e filosofo medievale Alberto Magno (1200ca.-1280) ha scritto pagine ricchissime sulle strategie di cooperazione tra animali, sul rapporto tra comunicazione e vita sociale, sull’apprendimento nel bambino e negli animali, sul rapporto tra istinto naturale e abilità cognitive, sulla possibile esistenza di subumani, sulla capacità solo umana di lavorare su di sé perfezionando la propria natura. Questo libro offre, nella sezione centrale, una lucida traduzione in italiano corrente di passaggi sorprendenti di Alberto Magno. Introduce alla comprensione filosofica di questi brani e del contesto culturale entro cui sono nati il saggio di apertura di Stefano Perfetti; approfondisce le ragioni teoriche della biologia albertina il saggio di chiusura di Amalia Cerrito.

 

Stefano Perfetti insegna Storia della filosofia medievale all’Università di Pisa. Ha scritto molti contributi sulla filosofia della natura nel medioevo, sui commenti biblici in età scolastica, sulla tradizione aristotelica tardomedievale e rinascimentale, sulla filosofia della religione e sul pensiero ebraico contemporaneo. Ha in corso un progetto di ricerca sui commenti biblici di Alberto Magno, in particolare sul modo in cui in essi vengono reimpiegate nozioni di filosofia naturale e di etica. Con ETS ha pubblicato Animali pensati nella filosofia tra medioevo e prima età moderna (Pisa 2012). Ha inoltre pubblicato l’edizione critica di Pietro Pomponazzi, Expositio super primo et secundo De partibus animalium (Olschki, Firenze 2004) e la monografia Aristotle’s Zoology and its Renaissance Commentators (1521-1601) (Leuven University Press, Leuven 2000).


Amalia Cerrito PhD in Filosofia presso Università di Pisa e Università di Firenze, sta lavorando a un progetto di ricerca sull’interazione tra scienze naturali, antropologia filosofica e teologia in Alberto Magno. Ha pubblicato articoli sulla filosofia naturale di Alberto Magno, in particolare sulle implicazioni teoriche della sua botanica.

 


  

Orti Fogliato

Silvia Fogliato, Orti delle meraviglie. I giardini botanici e la diffusione planetaria delle piante, DeriveApprodi, Roma 2021.

 

Presentazione dell’Autrice

 

In un itinerario in sei tappe, questo libro racconta la nascita e l’evoluzione dei primi orti botanici, da «giardini dei semplici», dedicati essenzialmente alla coltivazione delle piante medicinali, a istituzioni complesse che giocarono un ruolo di primo piano sia nella nascita della botanica come scienza autonoma sia nell’introduzione e nella disseminazione globale delle piante esotiche.

Il viaggio non può che iniziare dall’Orto dei semplici di Padova, a lungo un modello per l’intera Europa. Nato nel 1545 per coltivare le piante officinali da «dimostrare» agli studenti di medicina, nelle sue aiuole ospita già diverse esotiche, venute soprattutto dal Levante, grazie ai commerci della Serenissima ma anche ai viaggi dei suoi primi avventurosi prefetti, Melchiorre Guilandino e Prospero Alpini. Tra i suoi primi visitatori, il medico Guillaume Rondelet, con il quale si trasferiamo a Montpellier; grande anatomista e grande didatta, insegna ai suoi allievi – molti dei quali sono tra i più bei nomi della botanica a cavallo tra Cinquecento e Seicento - a osservare la morfologia delle piante e valorizza la flora del territorio. Da questa esperienza qualche decennio dopo, per volontà del re Enrico IV, nasce il Jardin du Roi di Montpellier, il primo che riserva uno spazio alle piante locali e cerca di coltivarle rispettandone le loro esigenze ecologiche.

La terza tappa ci porta nella Germania della Riforma, una realtà molto vivace con esperienze che accompagnano o addirittura precedono quelle italiane: si tratta però di giardini privati, non pubblici come quelli di Padova e Montpellier. Il primo vero orto botanico nasce intorno al 1580 a Lipsia. È fedele al modello di Padova, come lo sono gli horti medici di cui si dotano diverse altre università, quasi tutti fondati e diretti da medici formati nell’ateneo veneto. Nelle loro aiuole, che ora si disegnano in eleganti volute barocche, c’è qualche ornamentale e qualche esotica, ma a dominare sono ancora le piante medicinali. La principale novità è piuttosto l’attenzione alla flora locale, con la produzione delle prime flore regionali.

La vera rivoluzione ci attende a Leida. Fondato nel 1590 e affidato all’abile direzione di Carolus Clusius (uno dei maggiori botanici del suo tempo e certo il massimo esperto di piante esotiche), l’Hortus botanicus (si chiama proprio così, alla latina) è nuovo nella struttura, rigorosa e funzionale, e negli scopi: nei lunghi rettangoli delle sue aiuole ci sono ancora specie medicinali, ma accanto a loro piante orticole e aromatiche, specie ornamentali e il maggior numero possibile di esotiche, a cominciare dalla favolosa collezione di tulipani di Clusius. Sta per iniziare il secolo d’oro, gli olandesi dominano il mare e strappano ai portoghesi il monopolio del commercio delle spezie. Dalle colonie olandesi ai quattro angoli del mondo un flusso di esotiche mai viste si riversa nei giardini dei magnati della Repubblica delle province unite e nell’Hortus di Leida, che si specializza nel loro studio e nella loro propagazione, anche grazie al perfezionamento delle tecniche orticole che è una specialità olandese.

È ora però di andare a Parigi, la prima capitale europea a dotarsi di un orto botanico (1635). Nato dalla congiunzione tra la caparbia ostinazione di un medico dalle idee innovative, Guy de La Brosse, e la volontà del re e del suo ministro Richelieu di sottrarre il controllo della salute pubblica all’Università, il Jardin royal des plantes médicinales fin dall’inizio è già molto di più: è un centro di ricerca interdisciplinare dove le piante si studiano dall’esterno (oggi la chiameremmo botanica descrittiva) e dell’interno (oggi si parlerebbe di chimica vegetale); per i suoi studenti, Joseph Pitton de Tournefort scrive Elemens de botanique, un caposaldo della botanica prelinneana. Per volontà del superministro Colbert, il Jardin royal diventa anche un giardino di acclimatazione, dove sperimentare la coltivazione di piante da introdurre nelle colonie, soprattutto nelle Antille. È dunque attivamente impegnato nelle spedizioni di ricerca sponsorizzate dal Re Sole, a caccia di piante utili per la salute e l’economia.

Il nostro viaggio sta per toccare la meta finale: l’Hortus botanicus di Amsterdam, fondato nel 1638 dalle autorità cittadine e dalla corporazione dei farmacisti. All’inizio è un piccolo giardino dei semplici, destinato alla formazione di questi ultimi, ma a partire dal 1686, quando viene trasferito nella nuova più vasta sede che occupa ancora oggi e posto sotto la direzione del mercante e botanico Jan Commelin e del magnate Joan Huydecoper van Maarsseveen, si lega strettamente alla VOC, la potente Compagnia olandese delle Indie orientali, e sostituisce il troppo angusto orto botanico di Leida come centro di acclimatazione delle esotiche. Le piante che affluiscono dalla Colonia del capo (dove la VOC crea il primo orto botanico coloniale), dal Malabar, da Giava, dalle Molucche vengono coltivate nelle sue serre, moltiplicate e, se dimostrano un buon potenziale economico, disseminate nelle colonie olandesi in altre parti del globo. Gli esempi più noti sono quelli del caffè e della palma da olio, andati alla conquista del mondo passando attraverso l’Hortus botanicus di Amsterdam.

 

 


 

 

Viaggio nell'Italia dell'Antropocene

Telmo Pievani e Mauro Varotto Viaggio nell’Italia dell’Antropocene Aboca (2021) pp. 192, euro 22,00

 

Viaggio nell’Italia dell’Antropocene

La geografia visionaria del nostro futuro

 

Recensione di Adriana Giannini

 

Ci sono vari modi per richiamare l’attenzione sul cambiamento climatico già drammaticamente in atto: uno è alla Greta Thunberg, la coraggiosa attivista da poco maggiorenne che non esita a proclamare la propria rabbia nei confronti dei decisori politici che non si decidono a prendere tempestivi provvedimenti, l’altro è quello più moderato, ma non meno efficace, scelto da chi utilizza tutte le conoscenze scientifiche disponibili per sottolineare la necessità e l’urgenza di intervenire prima che sia troppo tardi.

Al secondo schieramento appartengono Telmo Pievani, docente di filosofia delle scienze biologiche all’Università di Padova, ma anche convincente divulgatore delle discipline connesse con l’evoluzione della vita e Mauro Varotto, docente di geografia presso la stessa Università. Il libro nato dalla loro collaborazione prende spunto dalla constatazione che l’elegante stivale che rende immediatamente riconoscibile su una mappa il nostro paese non è sempre stato così. Si è ristretto e allargato nel corso di milioni di anni ma, come e più di altre regioni terrestri, ha subito un brusco cambiamento con l’Antropocene, ossia con l’era in cui l’uomo, circa 10.000 anni fa, diede il via a un’economia basata sull’agricoltura e l’allevamento e poi su un sempre più intensivo sfruttamento delle risorse terrestri che gli consentì di far aumentare esponenzialmente la popolazione umana facendolo però diventare il principale fattore di perturbazione nei confronti dell’ambiente.

Già nel 2019 Pievani aveva pubblicato il libro La Terra dopo di noi accompagnato dalle belle fotografie di Frans Lanting per trasmettere l’importante messaggio di quanto sia a rischio il futuro dell’umanità se non cambieremo il nostro modello di sviluppo basato prevalentemente sulla crescita economica.

Quest’anno si è scelto il 22 aprile, giornata mondiale della Terra, per far uscire questo nuovo libro che, oltre ai documentatissimi contributi scientifici di Mauro Varotto, si avvale ancora una volta di immagini particolarmente eloquenti. In questo caso si tratta di mappe geografiche accuratamente disegnate da Francesco Ferrarese per illustrare l’aspetto che potrebbe assumere l’Italia tra qualche centinaio di anni. Un futuro angoscioso prospettato attraverso un espediente letterario che, pur facendo riflettere, rende simpatica e agevole la lettura. Pievani immagina che nel 2786, mille anni dopo il Grand Tour compiuto dal giovane Goethe, un colto e benestante giovane nordeuropeo scherzosamente chiamato Milordo, ripercorra lo stesso viaggio in un’Italia che l’Antropocene ha drasticamente trasformato. Per viaggiare usa mezzi supertecnologici non inquinanti, ma l’incuria dei secoli precedenti e il cambiamento climatico a essa correlata hanno ormai prodotto un innalzamento dei mari che ha eroso il 20 per cento del territorio italiano più produttivo e popolato. La maggior parte delle città costiere è sommersa o sorge su palafitte, di Venezia emerge solo la punta del campanile di San Marco, Milano è circondata da paludi, la pianura padana è diventata un ampio golfo che ha trasformato Pavia in un porto di mare, e lo stesso è successo per i bacini dell’Arno e del Tevere. Roma si è salvata sui colli, ma è una città dal clima insopportabile dove si vive prevalentemente sottoterra e i monumenti sono coperti di resina conservante. Napoli si è trasferita altrove e la sua campagna è occupata da palme da olio; il Salento è un’isola tropicale meta turistica dei ricchi abitanti dei paesi nordici. La Sicilia è oramai un deserto devastato dagli incendi e quasi invivibile, mentre le coste della Sardegna sono diventate simili ai Caraibi.

Che differenza con i paesaggi attraversati da Goethe! Come è potuto succedere tutto questo? Ce lo spiegano tappa per tappa gli approfondimenti scientifici di Mauro Varotto che riescono tuttavia a trasmettere un messaggio moderatamente positivo. Non è detto che debba proprio finire così: le soluzioni ci sono e sono puntualmente specificate, basterebbe applicarle, ma bisogna iniziare a farlo con la massima urgenza.

A questo proposito va segnalato che questo libro, particolarmente adatto a essere letto e commentato nelle scuole, ha un altro merito. I diritti d’autore andranno interamente al Museo di geografia dell’Università di Padova, l’unico esistente in Italia, che, da poco rinnovato, ha un denso programma di laboratori e iniziative per sensibilizzare al cambiamento climatico e alle sue conseguenze sociali ed economiche le giovani generazioni.

 

 


 

  

Atlante dell'Antropocene  

 

F. Gemenne, A.Ronkovic, Atelier de Cartographie de Sciences Po, Atlante dell’Antropocene, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2021, pp. 160, € 20

 

L’Atlante, che cerca di rappresentare appunto gli aspetti cruciali dell’Antropocene, rappresenta – come scrive Alessio Malcevschi nella Prefazione all’edizione italiana – “uno sforza titanico degno di (un) Atlante perché significa non solo raccogliere e sistematizzare una enorme quantità di dati geografici, ambientali, economici, sociali tramite grafici, didascalie e immagini, ma anche integrarli in una visione sistemica”. In effetti questo Atlante ha il pregio di intrecciare problemi che sono trattati molto spesso come distinti mentre sono profondamente collegati. L’Antropocene viene così osservato e rappresentato attraverso l’insieme delle scienze naturali e delle scienze sociali, discipline che non solo vengono insegnate distintamente a livello scolastico e universitario, ma che a volte sui temi qui trattati confliggono apertamente o quanto meno divergono nell’indicare le priorità degli interventi necessari ad affrontare le criticità, dal momento che il compromesso tra sviluppo economico e salvaguardia dell’ambiente è davvero difficile. Qui vediamo finalmente una ragionevole convergenza.

Una prima parte dell’Atlante è dedicata al concetto stesso di Antropocene: la nascita del termine, le diverse accezioni in cui viene usato, i dibattiti che solleva, le critiche che ha ricevuto. Seguono le sezioni dedicate a ozono (considerato “la prima allerta mondiale” e anche il primo caso in cui si è giunti a un trattato mondiale), clima, biodiversità, inquinamento e demografia. Ogni sezione è composta da brevi capitoli, affidati soprattutto alle immagini e alle elaborazioni grafiche e corredati da testi brevi ma molto chiari. L’ultima sezione, dedicata alle politiche dell’Antropocene, è particolarmente interessante – in particolare la ricostruzione di “mezzo secolo di diplomazia al capezzale del pianeta” e l’analisi delle vere e proprie “campagne di disinformazione” finalizzate ad alimentare lo scetticismo ecologico – e militante.
L’Atlante si chiude con una postfazione di Bruno Latour, il quale ricorda che Atlante rappresenta nella mitologia il gigante capace di sorreggere la Terra senza esserne schiacciato, ma che da quando nel XVI secolo Mercatore pubblica con il titolo di Atlante un insieme di tavole stampate, qualcosa che si sfoglia e si tiene in mano, il rapporto si inverte: “non si tratta più della Terra che abbiamo sulla schiena e che ci schiaccia, ma della Terra che dominiamo, che possediamo e controlliamo completamente. Quasi cinque secoli dopo, ecco che la situazione si ribalta di nuovo: compare un Atlante che permette ai lettori di capire perché è assolutamente inutile pretendere di dominare, di controllare, di possedere la Terra e che il solo risultato che deriverebbe da questa idea folle è il fatto di ritrovarsi schiacciati da ciò che nessuno è in grado di reggere sulle proprie spalle”.

Maria Turchetto

 

 


  

Calcolatrice Elettronica Pisana

I ragazzi che scalarono il futuro di Maurizio Gazzarri, pp. 248, euro 20,00.

 

60 anni fa a Pisa, l’avventura dei pionieri dell’informatica

 

Il romanzo di Gazzarri sulla nascita della Calcolatrice Elettronica Pisana è stato opzionato dalla "11 marzo film"


La casa di produzione “11 Marzo Film” ha opzionato i diritti di riduzione, trasformazione, adattamento in sede cinematografica, televisiva e audiovisiva del romanzo scritto da Maurizio Gazzarri e pubblicato nel 2018. Al centro del racconto, le vicende che portarono nella seconda metà degli anni ’50 alla realizzazione della Calcolatrice Elettronica Pisana e della Olivetti ELEA 9003. Il racconto di Gazzarri è un vero e proprio romanzo storico nel quale le vicende concretamente accadute e i personaggi reali si intrecciano con personaggi, dialoghi e fatti frutto della fantasia dell’autore. Dal 1954 al 1961 la città di Pisa fu teatro di una delle più avvincenti sfide tecnologiche del nostro paese: la progettazione e la realizzazione dei primi computer italiani, o, come si diceva all’epoca, delle prime calcolatrici elettroniche. L’Università di Pisa e la società Olivetti collaborarono con grande coesione, fino al raggiungimento degli obiettivi. Presso l’Istituto di Fisica di Piazza Torricelli venne costruita la CEP, mentre in una villa di Barbaricina, l’ingegnere Mario Tchou e un gruppo di giovani ingegneri e fisici portarono a compimento la realizzazione della ELEA.

 

Il contratto è stato firmato nei giorni scorsi dalla presidente delle edizioni ETS Mirella Mannucci e da Matteo Levi della “11 Marzo Film”. La “11 Marzo Film” opera nel mercato delle produzioni cinematografiche dal 2003 e in prevalenza si dedica a programmi di fiction particolarmente impegnativi e destinati alla prima serata di RAI e MEDIASET. Alcuni tra i titoli più recenti sono “Qualunque cosa succeda – Giorgio Ambrosoli, una storia vera” per la regia di Alberto Negrin con Pierfrancesco Favino, “La classe degli asini” regia di Andrea Porporati con Flavio Insinna, “Felicia Impastato” di Gianfranco Albano con Lunetta Savino, “Come una madre” di Andrea Porporati con Vanessa Incontrada, “I nostri figli” regia di Andrea Porporati. Nel 2018 ha realizzato una co-produzione internazionale tratta dal romanzo di Umberto Eco “Il Nome della rosa”, serie tv venduta in più di 130 paesi al mondo. La “11 Marzo Film” produce anche lungometraggi destinati alle sale cinematografiche, come i recenti “Nessuno mi pettina bene come il vento” di Peter Del Monte, “Questi giorni” di Giuseppe Piccioni.

 

In questo 2021, saranno celebrati i sessant’anni dalla inaugurazione della Calcolatrice Elettronica Pisana e Pisa potrebbe ritrovarsi come set naturale della trasposizione cinematografica di quella storia di coraggio e di eccellenza. “I ragazzi che scalarono il futuro”, però, non è solo la storia di una rivoluzione tecnologica, ma anche il racconto delle trasformazioni culturali, di costume, politiche e sociali di quegli anni. I protagonisti sono Adriano Olivetti, Enrico Avanzi, Mario Tchou, Giovan Battista Gerace e i tanti che realmente lavorarono a quei progetti, ma anche personaggi di fantasia, come i giovani Giorgio e Angela, i quali vivono le proprie vicende personali, i propri sogni e le tante difficoltà, nel contesto storico del secondo dopoguerra.

 

 


 

 AMBIENTE E SALUTE NEI SITI CONTAMINATI

 Dalla ricerca scientifica alle decisioni

 A cura di: Mario Sprovieri, Liliana Cori Fabrizio Bianchi, Fabio Cibella, Andrea De Gaetano

 Fuori collana, pg: 508, Formato: cm.16,5 x 22,5, 2021, ISBN: 9788846751171


 Questo libro raccoglie i frutti di un’appassionata ricerca scientifica multidisciplinare dedicata agli effetti sull’ecosistema e sulle popolazioni dei fenomeni di degrado ambientale prodotti dalle attività   umane.
 L’attenzione è centrata sui Siti di bonifica di Interesse Nazionale, dove l’inquinamento passato e attuale ha segnato la storia di ampi territori e delle comunità, che chiedono di conoscere e sempre più   spesso sono disponibili a intervenire per contribuire a risolvere i problemi esistenti e a partecipare alle decisioni sul futuro.
 Il lettore troverà approfondimenti sugli studi che identificano le associazioni tra la presenza di contaminanti in aria, suolo, acque, alimenti e la salute delle popolazioni residenti. Si tratta di studi di   geochimica, ecotossicologia, epidemiologia ambientale sulle popolazioni e sulle coppie madre-bambino, e molto altro. Vengono anche illustrate tecniche di campionamento e studi sperimentali   promettenti, modelli statistici e matematici per l’interpretazione di dati complessi.
 Gli sforzi compiuti dalle discipline scientifiche ambientali, epidemiologiche e matematiche sono trattati in capitoli specifici e vengono collegati per spiegare come possono contribuire alle decisioni che   riguardano le operazioni di bonifica, di protezione della salute e dell’ecosistema. Infatti, mentre la ricerca prosegue e si approfondisce, vanno identificate soluzioni per il risanamento dei territori e il   costante monitoraggio della situazione e dei miglioramenti ottenuti. La comunicazione e la partecipazione dei cittadini vengono presentate come insieme di metodi e strumenti consolidati, che rendono   possibile la condivisione delle decisioni sul destino sociale ed economico dei territori inquinati.
Lo studio della relazione tra l’ambiente e la salute degli ecosistemi e delle comunità rappresenta il filo rosso di un’ampia ricerca in corso da cinque anni, cui hanno partecipato più di 150 ricercatori di numerosi Istituti del Consiglio Nazionale delle Ricerche, di Università, Agenzie ambientali e Istituzioni sanitarie, che proseguirà in sintonia con le richieste e le necessità di un periodo storico che chiede sempre maggiore attenzione alla cura, alla protezione, alla conservazione del patrimonio di natura, cultura e persone che compongono la nostra società.

 

Si veda anche: Nuove ricerche per fermare l'ecocidio Libro: Ambiente e salute nei siti contaminati di Luca Carra su Scienza in rete Pubblicato il 11/04/2021

  


  

Chi vince il tiro alla fune?

 

Perché un elastico si allunga?

 

Consideriamo per un momento questa breve domanda. E poniamocene subito anche un’altra: a che livello scolastico è giusto cercare una risposta? Nella scuola dell’infanzia, nella scuola primaria, nella scuola secondaria, nella scuola superiore o nell’università? Proviamo a scorrere tutte queste possibilità.

 

Nella scuola dell’infanzia

Tutti gli specialisti parlano di “età dei mille perché” (fra i tre e i sei anni) e danno consigli su come reagire quando si è bombardati da domande del tipo: papà, perché sogniamo? Oppure: maestra, perché la carta bagnata diventa morbida e si rompe subito?...

Possiamo addirittura considerare questo livello di età come il periodo in cui il bambino ha un rapporto con il mondo reale più stretto e coinvolgente, dal punto di vista cognitivo, nel senso che sono gli anni in cui vengono messi in forma i modelli base della sua conoscenza del mondo. L’età dei perché rappresenta probabilmente la facciata esterna di un periodo critico per la mente del bambino, nel quale si stabiliscono fondamentali categorie di pensiero che costituiranno il supporto delle sue conoscenze future. Le proposte di guardare insieme, di fare insieme, di dare parole alle proprie opinioni rappresentano tentativi di capire “a misura” di chi pone le domande, spesso ben lontani dalle spiegazioni saccenti e strutturate che forse qualche adulto sarebbe interessato a dare. D’altronde si tratta pur sempre della scuola dei piccoli, che non scrivono e non leggono, e hanno da poco imparato a parlare (attenzione però, che significa “imparare a parlare”?); ma è bene ricordare che spesso le domande dei bambini nascondono malamente il loro desiderio di dare, per primi, una risposta che li interessa.

 

Nella scuola primaria

La preparazione degli insegnanti è ormai affidata alle università, eppure spesso si pensa che sia troppo dispersivo passare il tempo a occuparsi di domande così rozze e puerili. Ci si sente già in una scuola “preparatoria”, dove bisogna dare !9 quei “rudimenti” che permettono al bambino di accostarsi alle discipline scientifiche in modo serio e rigoroso. Ma quali sono questi rudimenti? Le parti del fiore, il ciclo dell’acqua, il problema dell’inquinamento, gli apparati del corpo umano, la classificazione degli animali ecc. Certo, con lo studio di questi argomenti i bambini imparano una quantità di parole della scienza che danno loro l’impressione, e forse più che a loro ai loro genitori e ai loro insegnanti, di fare scienza a scuola. Ma il bambino continua a chiedersi: perché un elastico si allunga? E comincia a farsi l’idea che la scuola non sia fatta per aiutare a trovare questo tipo di risposte. Per una persona che sia interessata a problemi di cultura e che abbia una preparazione universitaria in qualche disciplina scientifica, le scienze che si fanno nella scuola primaria appaiono, in qualche modo, “false”. Se infatti si considerano le scienze come una importante struttura culturale che, in vario modo e a vari livelli, dà risposte alle più svariate domande di conoscenza dell’uomo, non si riesce a capire a che tipo di domande rispondono le varie litanie di parole e nomenclature che riempiono le pagine dei diversi sussidiari. È paradossale ma non è affatto raro che un genitore geologo si incanti a sentire sua figlia ripetere l’ordine delle ere geologiche: archeozoico, paleozoico, mesozoico, cenozoico e quaternario, chiedendosi cosa mai ci sarà dietro a quelle parole nella testa di una bambina di 10 anni. Contemporaneamente i grandi problemi di base delle scienze non sembrano essere affatto pertinenti all’istruzione scolastica elementare; e si arriva così a pensare che parlare veramente di scienze potrebbe confondere il bambino che sta diligentemente imparando “tante cose che gli saranno utili quando andrà alle scuole superiori”.

 

Nella scuola secondaria di 1° grado

Qui le prime grosse contraddizioni cominciano ad emergere. A questo livello di scuola ci sono insegnanti che hanno una preparazione culturale specifica nelle scienze sperimentali. Alcuni di loro sono quei padri e quelle madri di cui si parlava poco fa. E allora, che fare? Studiare scienze sui libri è de- !10 primente, si ha proprio la sensazione di bluffare coi bambini, facendo loro imparare cose che appaiono sempre o troppo schematiche, o troppo astratte, quando non sembrano scorrette o del tutto superate. E poi resta il problema: l’elastico, perché si allunga? Qualche insegnante tenta di dare alle sue lezioni un’impostazione sperimentale, osservando in classe cose che succedono realmente. Ma non si può certo parlare di elastici, perché o sembra troppo “semplice”, o sembra troppo “difficile”. Inoltre i ragazzi ormai sono grandi e fin troppo scolarizzati e le due ore settimanali a disposizione sono troppo poche.

 

Nella scuola secondaria di 2° grado

Dal momento che la scuola superiore non è obbligatoria, alcuni ragazzi non affronteranno mai questi problemi a scuola. Per gli altri, la fisica che studieranno non avrà nulla a che vedere con gli elastici. Così come non avrà nulla a che vedere con milioni di altri “fatti normali” sui quali ogni giorno ci si potrebbe interrogare. Troveranno sui libri una materia completamente formalizzata, divisa secondo i capitoli classici della fisica, organizzata secondo leggi, principi, teoremi e formule, corredata da vari esercizietti a fine capitolo. Anche nei diversi tipi di scuole superiori l’insegnamento dovrebbe avere alla base l’osservazione di una realtà complessa di cui la fisica presenta un’interpretazione “formalizzata e generalizzata” costruita nel tempo dagli uomini. La relazione tra fatti e interpretazioni dovrebbe essere padroneggiata dai giovani che cercano di capire come è fatto il mondo e come il mondo è stato capito da coloro che hanno costruito la società e la cultura in cui dovranno vivere.

 

Arriviamo all’università

Le centinaia di matricole che iniziano il corso di laurea in Scienza della formazione dovrebbero avere l’opportunità di costruirsi una cultura scientifica veramente padroneggiata per poterla insegnare in tutti i suoi aspetti. Ma le ore a disposizione di una didattica delle scienze sono veramente pochissime, quelle per le attività di laboratorio sono ancora di meno. Ecco allora che neppure all’università il ragazzo saprà trovare una risposta alla domanda: perché un elastico s’allunga? Se pensiamo poi che qualsiasi domanda inerente al campo delle scienze sperimentali potrebbe portare alle stesse considerazioni fatte a proposito degli elastici, c’è da interrogarsi sul senso dell’insegnamento delle scienze a qualsiasi livello di scuola preuniversitaria; mentre, per quanto riguarda l’università, c’è da chiedersi come sia possibile che i ragazzi si accostino ad un corso di laurea, che ha come obiettivo il saper insegnare, avendo alle spalle soltanto quattro formulette mal digerite, di cui si ignora il contesto nel quale hanno senso, e che non riescono a dire nulla di significativo su come è fatto il mondo. Questo non risponde certo a delle sensate esigenze di formazione. Probabilmente vi è qualcosa di sbagliato nella impostazione generale dei curricoli scolastici. Non si può accettare l’idea che i bambini piccoli, e i ragazzi che hanno le loro domande di conoscenza, restino totalmente frustrati e insoddisfatti e che, contemporaneamente, si proponga loro di imparare delle cose “perché poi sono importanti per andare avanti nella scuola”. Perché se servono solo per andare avanti nella scuola ma restano totalmente sconnesse dai problemi di interpretazione del reale, vanno con coraggio riviste e, se è il caso, semplificate, pensando che ogni corretta terminologia può essere acquisita solo quando siano stati sviluppati i problemi concettuali che ci sono sotto. Dovremmo in qualche modo cercare vere risposte a vere domande, a cominciare dalla scuola dell’infanzia. Se non vogliamo parlare di elastici, parliamo di patate, di muffa, di rane, delle gocce della pioggia, o di quello che si vuole. Cerchiamo però di costruire conoscenze sapendo a cosa si riferiscono e cosa vorrebbero spiegare, in modo che un bambino di qualsiasi età possa dire fra sé e sé, vedendo un elastico di quelli che si usano per assicurare le valigie sul portabagagli della macchina: «Io su questo so un sacco di cose perché ci abbiamo lavorato in classe».

 


  

 

Laura Conti 

Valeria Fieramonte, La via di Laura Conti. Ecologia, politica e cultura al servizio della democrazia di Edizioni Enciclopedia delle Donne, Milano 2021, 336 pagine, euro 18.

 

di Adriana Giannini

 

L’uscita di questo libro a cento anni dalla nascita di Laura Conti potrebbe far pensare a una doverosa e puntuale commemorazione di una grande donna del Novecento. Nulla di meno vero: il libro ha avuto una lunghissima gestazione ed è stato nella mente e nel cuore della sua autrice per decenni. Come racconta nella premessa Valeria Fieramonte, fin dalla primo incontro, quando era sedicenne, è stata colpita dalla luminosa intelligenza e dalla comunicativa di Laura Conti, un mito nella sinistra milanese per essere stata partigiana e per essersi impegnata a partire dagli anni sessanta nella medicina sociale e come consigliera provinciale del PCI, attività alla quale affiancava la scrittura di articoli e libri di denuncia e di divulgazione. Da allora l’autrice ha continuato a seguire la Conti nelle sue battaglie politiche e ambientali apprezzandone sempre più l’impegno e la fedeltà ai propri ideali. Ha letto tutti i suoi libri ed articoli, consultato tutti gli archivi esistenti, parlato con chi la conobbe accumulando un’enorme documentazione che ora trova il giusto spazio in questo suo libro che è molto di più di una semplice biografia. Le informazioni biografiche si alternano infatti alle prese di posizione sociali e politiche e all’intensa attività di scrittrice di Laura Conti il cui percorso di vita, terminato bruscamente nel 1993, è punteggiato da pubblicazioni di cui Valeria Fieramonte riporta i brani più significativi.

Grazie a questa scelta narrativa poco alla volta veniamo a conoscere tutti gli aspetti della variegata personalità della Conti: lo sfortunato amore per Armando Sacchetta nel Lager di Bolzano, dove entrambi erano internati come antifascisti, l’impegno politico nel Partito Comunista, la consapevolezza dell’importanza del ruolo sociale della medicina, la svolta ambientalista del 1976 dopo l’incidente dell’Icmesa a Seveso, l’importanza che attribuiva all’educazione sessuale, l’allarme nei confronti delle droghe e la convinzione che di problemi importanti come l’aborto, la condizione femminile, i danni che l’industria reca alla salute e all’ambiente si può e si deve parlare non solo attraverso articoli e saggi, ma anche con coinvolgenti romanzi in grado di raggiungere un pubblico più vasto.

L’affinità che lega l’autrice a Laura Conti affiora in ogni capitolo e spesso si traduce nel far sue le tesi da lei enunciate e arricchirle di ulteriori informazioni. Se la Conti già dagli anni settanta aveva evidenziato il deterioramento del rapporto uomo-ambiente e i problemi dell’inquinamento dell’aria, dell’acqua e del terreno a causa dell’incontrollata attività industriale, la Fieramonte attualizza e aggiorna il discorso con nuovi dati. Se la prima sentiva il bisogno di occuparsi di aree protette e dei problemi dell’agricoltura e degli allevamenti intensivi fondando la Lega per l’Ambiente, la seconda va oltre riportando i più recenti rapporti delle Agenzie internazionali su questi temi. Sappiamo che, in disaccordo con la linea del PCI, la Conti era contraria all’uso del nucleare per la produzione di energia e aveva lanciato l’allarme sui rischi della radioattività, ma non ebbe l’opportunità di pubblicare alcunché sullo spaventoso incidente di Chernobyl. Valeria Fieramonte lo fa al suo posto parlandone in maniera approfondita e raccontandone tutte le tragiche conseguenze.

Un approccio non convenzionale che spiega molto bene la scelta del titolo del libro: Laura Conti ha indicato la via da seguire, una via che, per chi abbia la capacità e la volontà di farlo, si dimostra di eccezionali attualità ed efficacia.


 

 

COPERTINA

Adriana Giannini Lynn Margulis - La scoperta dell’evoluzione come cooperazione. L’Asino d’oro, Rom , 2021  

L’intensa vita di ‘nostra signora dei batteri

 

Di Valeria Fieramonte

 

Lynn Margulis è stata, probabilmente, la più grande biologa del ’900.

Ricordo che quando la conobbi, a Pavia, nel 2006, al Festival dei saperi, mi colpì in primo luogo la sua vitalità, un insieme di intelligenza, fantasia, energia e autentica gioia nel raccontare le sue scoperte, che la rendevano una sorta di ‘magnete’ intellettuale.

Avevo letto La danza misteriosa (Mondadori, 1992), dove tra l’altro scriveva che nel 1584 delle donne condannate per stregoneria furono mandate al rogo con l’accusa di avere sognato di commettere adulterio con gli spiriti.

Scherzosamente, per attaccare bottone, le dissi: “Se una specie come la nostra, capace di inventare perversità tali da impedire alle donne persino la fisiologia del sonno (gli stanzini di prigionia del carcere di Salem, in Massachusset, per esempio, erano così angusti da non permettere neppure di stare sdraiate), se una specie come la nostra, dicevo, è riuscita lo stesso a prolificare così tanto, senza dubbio l’universo deve brulicare delle forme di vita più svariate…”

Non la prese tanto bene e mi rispose: “Non mi interessa parlare degli esseri umani, dopotutto sono una varietà di mammifero così prevedibile...”

Perchè Lynn aveva come amanti principali i batteri ( attenzione, non i virus, che non le interessavano affatto), che riteneva esseri quasi immortali, radice di ogni forma di vita sulla terra e gli unici esseri in grado di abitare davvero l’intero universo.

Lynn ammirava Darwin, ma il suo L’origine delle specie era stato scritto nel 1859, oltre centocinquanta anni fa, e da allora le ricerche biologiche erano molto progredite, e avevano permesso di studiare anche gli organismi molto piccoli, che all’epoca di Darwin venivano del tutto ignorati.

Di qui la sua convinzione che “la nostra intera vita dal ventre alla tomba è di fatto solo uno stadio intermedio nel ciclo vitale di minuscole cellule fuse”.

Sono stati i batteri, infatti, a determinare la vita sulla terra, a introdurre il DNA ricombinante, la fotosintesi, la simbiosi e la simbiogenesi, e non gli animali e neppure le piante, comparse sul pianeta molto tempo dopo, non più di circa 500 milioni di anni fa.

Nel corso delle sue affascinanti descrizioni sul ruolo di questi minuscoli esserini (circa un milionesimo di metro, tanto per dire), Lynn rovescia l’impostazione darwiniana e mette in discussione il concetto di sopravvivenza del più adatto.

“Il 99,99% delle specie viventi sulla terra – scrive- si è già estinto e dunque con questo criterio l’intera vita comparsa sul pianeta finora sarebbe più o meno un fallimento totale”.

Secondo lei la selezione naturale sarebbe di fatto anch’essa artificiale e il concetto di ‘lotta per l’esistenza’ è troppo umano per essere applicabile a dei batteri. Questi ultimi non si sono evoluti per competizione, ma piuttosto per cooperazione, affiliazione, anzi addirittura per reciproca totale assimilazione.

Ora Adriana Giannini ha approfondto gli studi su questa eminente scienziata, e scritto il libro Lynn Margulis, la scoperta dell’evoluzione come cooperazione, che ci permette di conoscere qualcosa di più sul pensiero e la invero bellissima vita di Lynn.

“A parte l’Antartide, tutti i continenti l’hanno avuta come ospite - scrive Giannini, “prima come assistente volontaria e poi, con l’avanzare della carriera, come conferenziera e destinataria di lauree honoris causa” (ne ha prese più di 20, e Clinton le conferì, nel 1999, la National Medal of Science).

Lynn parlava fluentemente spagnolo, portoghese, francese e italiano, cosa non frequente tra i cittadini di lingua anglosassone. Questo le ha aperto le porte di proficue collaborazioni e non solo, specie con la Spagna, il Messico e i paesi di lingua latina. In Italia è invece si può dire ancora una conoscenza di nicchia.

Tuttavia Luciano Secchi (Università di Pavia) e Claudio Bandi (Università degli studi di Milano), hanno approfondito con lei il ruolo degli endosimbionti microbici e i loro studi sono ora considerati una pietra miliare di ciò che oggi viene definito con termine di microbiota, (cioè l’insieme della popolazione microbica presente in un dato organismo).

Adriana Giannini è laureata in scienze naturali, è stata per anni caporedattore alle Scienze, è giornalista scientifica, e questo le ha permesso di raccontare alcune delle scoperte di Lynn e dei suoi collaboratori mettendone in rilievo l’importanza anche per noi irrilevanti mammiferi.

Nei laboratori di Claudio Bandi e Luciano Sacchi è stato descritto e studiato il primo batterio intra mitocondriale (Midichlorian mitocondri), un ulteriore frammento del grande puzzle della teoria simbiogenica sostenuta da Lynn.

Nel 2010, inoltre, la collaborazione tra Lynn e Luciano Sacchi ha fornito le attese prove circa l’origine batterica e successiva evoluzione delle cilia nei microrganismi simbionti delle termiti. La conoscenza di questo ennesimo importante tassello della biologia evolutiva è stata resa possibile anche dall’avvento della microscopia elettronica ad altissima risoluzione.

 

A differenza che per i mitocondri e i cloroplasti non era stato possibile trovare tracce di DNA nei flagelli (ma Lynn preferiva il più preciso termine di undulipodi, sono quelle codine che sporgono dai batteri rendendoli un po’ simili a spermatozoi, nda) e dunque mancava la prova decisiva della loro origine.

A proposito dei risultati del lab di Pavia, grande fu l’entusiasmo di Lynn, che commentò: “In una sola cellula sono riassunti eventi che si sono svolti in due miliardi di anni”.

È sempre Luciano Sacchi intervistato da Adriana a ricordare che in realtà la teoria della simbiogenesi era stata formulata per la prima volta dal russo Kozo-Polyansky nel 1924. Lynn lo venne a sapere solo in occasione dell’International Botanic Congress tenutosi a S. Pietroburgo nel 1975, dove era stata invitata per parlare delle sue scoperte.

Da allora si era attivata per entrare in possesso di uno dei pochi lavori di Kozo-Polyansky ancora reperibili (si sa che in Russia le vicende della biologia sono state tragiche per tutto il periodo staliniano), e anni dopo ne curò a sue spese la traduzione in inglese.

Era tipico del suo carattere: non aveva avuto alcuna esitazione a rinunciare alla paternità della teoria della simbiogenesi, una prova della sua profonda onestà inellettuale.

Il libro di Adriana racconta anche molti aspetti della vita privata e di relazione della scienziata,

che permettono di rendere più fruibili anche le parti più rigidamente scientifiche del testo. (ma per dirla al di fuori di esigenze strettamente scientifiche, quello che ho pensato io leggendola è che ha una visione della vita dei batteri carica d’amore, dove tutti flirtano con tutti, le spirochete con i protozoi, le termiti con i protisti, i briozoi col legno delle querce, le amebe con altre amebe, talora brutalmente divorandosi ma senza mai eliminarsi, anzi assimilandosi in cooperazione).

Lynn era nata nel 1938 a Chicago ed è morta nel 2011 ad Amherst, nella sua bellissima casa bianca vicino al laghetto Puffer’s Pond, che tanta parte ha avuto nella sua ricerca sui minuscoli microrganismi che amava. La casa era proprio di fianco a quella della sua poetessa preferita, Emily Dickinson, e aveva anche un bellissimo orto e giardino che devono essere stati incredibilmente interessanti. È stata in seguito venduta dai quattro figli, tutti residenti in altri luoghi. Peccato.

Lynn aveva un bel rapporto coi figli e Dorion, il figlio maggiore, che di cognome fa Sagan, (Carl Sagan è stato il primo marito di Lynn), è stato il suo miglior collaboratore in campo editoriale e l’ha aiutata a farsi conoscere presso il grande pubblico.

 

Lynn era un’atea convinta e pensava che quello che i teologi chiamano disegno intelligente non è altro che il risultato dei legami terrestri della materia pensante, per lei la vita era soprattutto materia che sceglie e il fuoco verde degli esseri che operano la fotosintesi. (What is life? University of California Press, non tradotto in italiano.)

Pensava anche che non c’è alcuna prova che supporti la prevalente spiegazione neodarwinista che la selezione naturale agisca tramite l’accumulo di mutazioni casuali, ed è singolare che il miglior commento su di lei sia stato lasciato dal suo rivale di sempre, Richard Dawkins ( il padre del gene egoista, libro che lo rese una celebrità): “La teoria che la cellula eucariota (cioè dotata di nucleo) sia l’unione simbiotica di cellule procariote primitive (cioè ancora prive di nucleo ma solo dotate di un po’ di DNA disorganizzato), è uno dei più grandi risultati della biologia evolutiva del XX° secolo, e io l’ammiro grandemente per questo”.

Nel 1994 Lynn era stata male, aveva avuto una emoraggia interna, e in quell’occasione aveva chiesto alla figlia Jennifer di rinunciare a qualsiasi accanimento terapeutico qualora si fosse trovata nella situazione di un catastrofico e irreversibile danno cerebrale. La figlia racconta sul suo sito gli ultimi drammatici giorni della madre, di cui ha seguito rigorosamente la volontà, nel 2011 quando morì.

Jennifer racconta che le sue ceneri, raccolte in un’urna di sale rosa dell’Himalaya, sono state gettate, come aveva chiesto, nel Puffer’s Pond, il laghetto in cui lei amava nuotare e approfondire gli studi sui suoi amati batteri.

 


  

Chi siamo e come siamo arrivati fin qui. Il DNA antico e la nuova scienza del passato dell’umanità

David Reich, Chi siamo e come siamo arrivati fin qui. Il DNA antico e la nuova scienza del passato dell’umanità, Milano: Raffaele Cortina Editore.

ISBN 978-88-3285-107-6; Collana: Scienza e idee - 307; Edizione 2019; F.to 14.00 x 22.30 cm; Pagine 405; Immagini b/n; Prezzo 29 €

 Tomaso Di Fraia,  Ricercatore indipendente. Via Francesco Redi, 11 - 56124 Pisa;

  

“La rivoluzione del DNA antico sta sconvolgendo i nostri presupposti sul passato. Eppure non esiste in questo momento un libro scritto da un genetista ancora in attività che illustri l’impatto della nuova scienza”. Questa è la motivazione dichiarata da David Reich nell’introduzione al suo libro, pubblicato negli USA nel 2018 col titolo Who We Are and How We Got Here. Ma poiché negli ultimi dieci anni l’attività scientifica e le pubblicazioni specialistiche del genetista statunitense e dei suoi collaboratori sono state spesso al centro di accese discussioni e aspre polemiche, con la stesura del libro l’autore verosimilmente ha voluto anche rispondere a una serie di critiche mosse da vari studiosi, come del resto si evince dalla lettura del testo.

Per la sua elevata densità concettuale e i complessi intrecci tematici, presenterò il contenuto del libro in modo non esaustivo, evidenziando alcuni temi a mio giudizio più importanti o cruciali, mentre nella seconda parte svolgerò una serie di osservazioni critiche.

Già dal sottotitolo (Il DNA antico e la nuova scienza del passato dell’umanità) appare chiaro che l’autore rivendica per l’archeogenetica un ruolo guida, assolutamente nuovo e decisivo per la ricostruzione del passato. Il libro cerca di raggiungere tale obiettivo articolando il discorso in tre parti, precedute da un’introduzione in cui l’autore, dopo un riconoscimento dell’importanza innovativa del lavoro del suo maestro Luca Cavalli-Sforza, ne rileva, in modo piuttosto brusco, l’erroneità delle conclusioni e l’incapacità di “dimostrare alcunché di realmente inedito”. Per contrasto descrive  sinteticamente i successi delle analisi dell’intero genoma umano a partire dal 2010 (5 campioni) e con le straordinarie accelerazioni intorno al 2015 (per arrivare a 711 campioni nel 2017, oltre a 3748 campioni non ancora pubblicati solo dal suo laboratorio).

Nella Parte Prima, La storia profonda della nostra specie, Reich spiega come il genoma intero rechi migliaia di informazioni, a differenza dei cromosomi Y e del DNA mitocondriale. Tra queste informazioni non  è stata trovata alcuna conferma che l’uomo moderno abbia avuto origine da un unico cambiamento genetico cruciale, perciò sembra preferibile studiare la frequenza e la combinazione di più mutazioni (p. 54).

La descrizione dei progressi nell’analisi del DNA antico (aDNA) prende le mosse dallo studio condotto a Lipsia da Svaante Paabo e dalla sua squadra, nella quale nel 2007 fu accolto anche Reich, per il sequenziamento completo del genoma di un neandertaliano. In quell’occasione fu elaborato un metodo matematico, denominato “test delle quattro popolazioni”, che permise di stabilire che il genoma neandertaliano condivideva molte più mutazioni con gli attuali europei, est-asiatici e abitanti della Nuova Guinea che con gli africani attuali. Usando poi la tecnica della ricombinazione, cioè il processo attraverso cui con lo scambio di segmenti del DNA tra due genitori si producono cromosomi inediti che vengono passati ai figli, si cercò di calcolare il numero di generazioni trascorse dal momento in cui il DNA neandertaliano è entrato negli antenati dell’uomo moderno. Risultò che almeno una parte di tale materiale genetico è entrato nei non-africani in un periodo compreso fra 86.000 e 37.000 anni fa. Attraverso il DNA di un individuo vissuto in Siberia circa 45.000 anni si ottenne poi una datazione più accurata (54.000-39.000 anni fa). Un ulteriore studio su di un neandertal siberiano più vecchio di 50.000 anni permise di stabilire che aveva segmenti condivisi con non africani negli ultimi 170.000 anni, confutando l’ipotesi di una possibile parentela degli uomini attuali con forme arcaiche preneandertaliane.

Ho riportato questi aspetti tecnici per sottolineare due punti fondamentali nei progressi della ricerca. Anzitutto la necessità di integrare i dati ricavati dal genoma degli uomini attuali con quelli dell’aDNA, come conferme “in tempo reale”. Parimenti necessaria è stata l’elaborazione di modelli matematici, sempre più raffinati e complessi, specialmente per calcolare i vari gradi di admixture (mescolanza) tra diverse ascendenze. Tali modelli utilizzano metodi e formule di difficile lettura e comprensione per i non addetti ai lavori. E comunque, come dirà più avanti lo stesso autore, è difficile, anche utilizzando tali modelli, ricostruire eventi demografici del passato sulla base del solo DNA di popolazioni attuali (p. 271).

Nei capitoli 2 e 3, intrecciando l’esposizione di nuclei tematici (ibridazione neandertaliani-umani moderni, percentuale dell’ascendenza neandertaliana, eventuali altre ibridazioni) con la descrizione degli sviluppi metodologici e tecnici della ricerca, Reich evidenzia, tra l’altro: 1) il fatto che la parentela esistente tra neandertaliani e denisoviani sia maggiore di quella fra questi due lignaggi e il nostro; 2) la maggiore somiglianza tra denisoviani e abitanti attuali della Nuova Guinea rispetto a tutti gli euroasiatici; 3) l’esistenza di una “popolazione fantasma”, di cui cioè non abbiamo resti, ma che occorre postulare in quanto si sarebbe incrociata con i denisoviani e si sarebbe staccata dalla linea verso gli umani moderni tra 1,4 e 0, 9 milioni di anni fa; 4) l’ipotesi di una migrazione di “ritorno in Africa” che avrebbe fornito “i primi fondatori della popolazione in seguito evolutasi negli umani moderni” (p. 104).

La Parte Seconda si apre, nel capitolo 4, con l’affermazione secondo cui l’immagine tradizionale dell’albero “è una discreta analogia per descrivere i rapporti tra le specie”, ma è profondamente sbagliata “allorché si tratta di riassumere il rapporto tra le popolazioni umane moderne”. Infatti “La rivoluzione del genoma ci ha insegnato che le grandi mescolanze di popolazioni molto divergenti sono avvenute più e più volte. L’immagine migliore potrebbe essere non quella di un albero bensì quella di un pergolato, che si dirama e si reintreccia fin nel lontano passato” (p. 118).

Il quadro globale delle popolazioni umane si complica ulteriormente grazie anche alla creazione di un nuovo test statistico, il “test delle tre popolazioni”. Viene così postulata una nuova popolazione fantasma, “gli antichi euroasiatici del nord” e nel 2013 lo studio del “ragazzo di Mal’ta” (in Siberia) permette di stabilire che i nativi americani hanno un DNA derivante per 1/3 dagli euroasiatici del nord e per 2/3 dagli asiatici dell’est. Inoltre il lignaggio di Mal’ta e quello dei cacciatori-raccoglitori europei deriverebbero da una popolazione ancestrale (“eurasiatica basale”) dopo la separazione dagli est-asiatici e dagli africani (p. 120). Dopo questo carosello di ipotesi ricostruttive, Reich, grazie in particolare agli studi del suo collaboratore Qiaomei Fu, cerca di sintetizzare le principali tappe della diffusione degli umani moderni nell’Eurasia occidentale a partire da 45.000 - 40.000 anni fa, periodo nel quale vissero “popolazioni pioniere di umani moderni… ma i cui discendenti sono pressoché scomparsi”. Situazioni analoghe probabilmente non furono rare, come sembra dimostrare l’eruzione vulcanica che circa 39.000 anni fa si produsse presso Napoli, e che diffuse in buona parte d’Europa un’enorme quantità di ceneri. “Sopra questo strato di ceneri non troviamo praticamente alcun resto o utensile degli uomini di Neandertal”, né di altri “umani moderni che hanno lasciato tracce sotto lo strato di ceneri”(p. 128). La seconda tappa, attestata in particolare da un individuo di 37.000 anni trovato nella Russia europea e da uno di 35.000 proveniente dal Belgio, è la diffusione, dopo l’eruzione di 39.000 anni,  di una popolazione priva di lignaggi non europei. In un primo momento si diffuse un lignaggio, somigliante a quello dell’individuo del Belgio, in possesso  dell’industria litica aurignaziana.  Con la terza tappa, fra 33.000 e 22.000 anni si affermò un popolo che produceva strumenti denominati gravettiani e che apparteneva allo stesso lignaggio genetico dell’individuo russo di 37.000 anni fa, come è confermato da esemplari di Belgio, Francia, Italia, Germania e Repubblica Ceca. “Il quarto evento fu annunciato da uno scheletro proveniente dall’attuale Spagna e risalente a circa 19.000 anni fa, uno dei primi individui noti associabile alla cultura magdaleniana”, con un’ascendenza genetica collegata al lignaggio del belga di 35.000 anni fa, con tutte le complicazioni del caso. Infine, con la quinta tappa, “circa 14.000 anni fa i cacciatori-raccoglitori dell’Europa occidentale iniziarono a diventare molto più apparentati con gli attuali medio-orientali” e ciò, secondo Reich, dimostrerebbe che “all’incirca in quel periodo avvenne una nuova migrazione tra Medio Oriente e Europa” (p. 130).

Mi sono soffermato su queste poche (pp. 125-130) ma densissime pagine per mostrare da una parte come Reich si ponga l’obiettivo ambiziosissimo di riscrivere la parte più recente della preistoria, dall’altra come prove, indizi e argomenti portati a sostegno delle sue tesi abbiano gradi di consistenza e di affidabilità molto differenziati.

Nel capitolo 5 la ricostruzione della storia demografica dell’Europa prosegue con la migrazione degli agricoltori neolitici (a partire da 9.000 anni fa), che tuttavia secondo l’autore si sarebbero mescolati geneticamente con i locali cacciatori-raccoglitori europei soltanto tardivamente, tra 6.000 e 4.500 anni fa. Infine il profilo genetico prevalente degli attuali europei sarebbe stato completato nel terzo millennio a. C. con l’arrivo in Europa delle popolazioni steppiche yamnaya, portatrici tra l’altro di lingue indoeuropee.

I capitoli 6, 7, 8 e 9 sono dedicati alla storia del popolamento dell’India, all’origine dei nativi americani e a quelle degli est-asiatici e infine alla ricostruzione delle migrazioni e delle mescolanze interne all’Africa, ma i limiti di una recensione non consentono di sintetizzare il quadro ricostruttivo, che risulta estremamente complesso e non sempre perspicuo nei suoi vari aspetti.

Nella Parte Terza, Il genoma rivoluzionario, i capitoli 10 e 11 affrontano temi le cui possibili ricadute sociali e politiche sono veramente pesanti.  

Il primo tema affrontato è quello del “sex bias”, che secondo Reich sarebbe stato “centrale nella storia della nostra specie”, in quanto “un singolo uomo è in grado di avere più bambini di quanti ne abbia una singola donna” (p. 287). A questo proposito egli riporta il contributo genetico dei maschi di origine europea alla popolazione afroamericana (il quadruplo di quello delle donne europee) e gli sviluppi demografici dei mongoli. Per la pre-protostoria cita tra l’altro il caso degli yamnaya, i cui cromosomi Y erano di pochi tipi, come esito di un forte successo riproduttivo di un numero limitato di maschi. In particolare fra i 4.500 e i 4.000 anni fa nella penisola iberica il DNA yamnaya avrebbe sostituito per il 30% quello preesistente, ma la sostituzione dei cromosomi Y sarebbe stata addirittura del 90%, a dimostrazione che i maschi yamnaya ebbero molto più successo dei locali nella competizione per accoppiarsi con le donne del posto.

Nel capitolo 11 Reich esamina una patologia, la cui incidenza è in buona parte riconducibile al genoma. Da un suo studio risultò che1597 maschi afroamericani con il cancro alla prostata avevano “circa il 2,8% in  più di ascendenza africana in una regione del genoma contenente almeno sette fattori di rischio indipendenti” (p. 302) per tale malattia, mentre gli afroamericani che casualmente avevano un’ascendenza interamente europea in questa regione avevano le stesse probabilità di rischio degli americani di origine europea.

Più avanti l’autore precisa che  “ascendenza” (ancestry)  non è un eufemismo né un sinonimo di “razza”, termine il cui uso alimenta, a suo avviso, “una polemica fra due posizioni ambedue indifendibili. Da una parte c’è la convinzione che le differenze esistano, un’idea radicata nell’intolleranza che non ha alcuna base reale. Dall’altra c’è l’idea che qualsiasi differenza biologica tra le popolazioni sia così modesta che possiamo ignorarla e insabbiarla come argomento di discussione.” Semplicemente, secondo Reich, si tratta di riconoscere “che esistano differenze genetiche non trascurabili in più caratteri tra le varie popolazioni” (p. 308). Tuttavia poco più avanti si avventura su un terreno scivoloso, come quello della presunta correlazione, suggerita da uno studio non suo, tra alcune variazioni genetiche e la frequenza e il successo scolastici. Per negare un possibile condizionamento genetico diretto sulle facoltà intellettive, Reich propone una soluzione alternativa, e cioè “… che le variazioni agiscano indirettamente, sollecitando le persone a ritardare l’arrivo dei figli, una scelta che rende più facile completare la propria istruzione” (p. 312).

L’ultimo capitolo, Il futuro del DNA antico, cerca di tracciare “le magnifiche sorti e progressive” dello studio del genoma umano: dal progetto di un atlante mondiale del DNA antico, all’affinamento dei metodi di analisi e di elaborazioni statistico-matematiche (per discernere ad es. migrazioni e mescolanze di popolazioni molto simili fra loro), alla possibilità “di stimare le dimensioni demografiche umane in diversi momenti del passato” (p. 339), a una miglior comprensione dei cambiamenti biologici nel corso dell’evoluzione e alle loro cause.

Il libro è corredato da un gran numero di illustrazioni: cartine geografiche, schemi, grafici, diagrammi, che costituiscono un valido sussidio per il lettore, anche se le loro dimensioni risultano talora un po’ troppo ridotte, specialmente per i caratteri tipografici. Qualche figura è problematica e di difficile interpretazione. Nella Fig. 9.1 uno schema ad albero capovolto, comprendente cinque lignaggi e due date, è impostato in modo tale che non si capisce se e in quale direzione venga seguita una scala temporale, mentre la didascalia aggiunge altri elementi di dubbio. In un caso (Fig. 4.1) una scelta lessicale infelice (il “fantasma” anziché “la popolazione fantasma”) e una probabile traduzione inadeguata (“Trovare”, anziché “Come trovare” o “La ricerca di”) ha dato origine a una didascalia che in italiano suona strana e ambigua.

Uno strumento molto utile è l’indice analitico, che permette di trovare agevolmente molti punti di interesse.

 

Il libro non è propriamente un testo divulgativo, ma piuttosto una sorta di saggio sui progressi della genomica umana, quasi un prolungamento dei papers di Reich e dei suoi collaboratori e del suo modo di concepire e realizzare i dibattiti e le polemiche; e in questo mostra gravi limiti. Infatti l’autore non riporta tutte le principali obiezioni rivolte alle sue interpretazioni, giacché si limita discuterne soltanto alcune, peraltro meno incisive. Ritengo pertanto utile fornire al lettore almeno qualche indicazione integrativa in tal senso.

Alcuni suoi critici sono totalmente ignorati (in particolare Heggarty 2015), mentre di altri l’autore cita solo alcune osservazioni, ma ne omette altre più importanti. Così cita Heyd 2017 a proposito dei possibili riferimenti alle tesi di Kossinna, ma non parla della sia pur piccola percentuale di tratti genetici yamnaya presenti nell’uomo del Similaun. Infatti, poiché Reich e colleghi ipotizzano che la penetrazione in Europa di popoli delle steppe sia avvenuta dopo il 3000 a. C., risulta arduo spiegare la presenza di tratti genetici yamnaya almeno due o tre secoli prima in un’area ben distante da quelle delle presunte prime migrazioni.

Per quanto concerne l’asserita massiccia migrazione dalle steppe verso l’Europa nel terzo millennio a. C. Reich ignora le pesanti obiezioni sul numero esiguo dei campioni e sulla limitatissima copertura geografica, sulle modalità dell’espansione yamnaya e sull’interpretazione del DNA delle popolazioni odierne, nonché sulle questioni linguistiche (Di Fraia 2020; Furholt 2021).  

Più in generale, il rapporto di Reich con l’archeologia e con gli archeologi sembra altamente problematico. Da una parte, nelle considerazioni finali riconosce che “nel migliore dei casi abbiamo una conoscenza solo superficiale del retroterra storico e archeologico e linguistico di ogni caso su cui lavoriamo” (p. 342), dall’altra il suo linguaggio è talora irridente, come quando afferma che “lo studio del genoma ha fatto mangiare la polvere al tradizionale armamentario dell’archeologia”, indicata semplicisticamente come “lo studio degli oggetti lasciati dalle società del passato”. A p. 28 ammette che la rivoluzione del genoma si è dimostrata “uno strumento utile per indagare le popolazioni del passato almeno quanto gli strumenti tradizionali dell’archeologia e della linguistica storica.”, ma immediatamente dopo si smentisce: “Oggi il DNA antico e la rivoluzione del genoma possono rispondere a una domanda rimasta finora irrisolta sul passato profondo: la domanda “che cosa è successo?” quali erano le relazioni reciproche dei popoli nell’antichità…” mentre “.. gli archeologi, armati di queste risposte, potrebbero continuare a indagare un argomento al quale sono stati sempre altrettanto interessati, ossia perché è avvenuto il cambiamento” (ibidem). Insomma, l’autore da una parte ridicolizza i risultati della ricerca archeologica, cui graziosamente concede lo studio delle cause del “cambiamento” (non meglio specificato), dall’altra millanta per la genetica capacità che essa non ha e che costituiscono invece il campo dell’archeologia. Bisogna infine sottolineare che, contrariamente a quanto auspicato nelle considerazioni finali circa la collaborazione tra genetisti e archeologi, finora Reich ha trascurato o minimizzato il problema della precisa provenienza e rappresentatività dei campioni umani in alcuni contesti che per la loro complessità avrebbero dovuto essere attentamente analizzati e discussi preventivamente dagli archeologi.

Per quanto concerne l’origine e la diffusione delle lingue indoeuropee, l’autore liquida tutta la questione in sole cinque pagine, ritenendo in conclusione “più probabile che almeno alcune lingue indoeuropee nel continente [europeo], forse tutte, siano state introdotte dagli yamnaya” (p. 160).  In realtà, non solo Reich ignora le obiezioni mosse contro questa ipotesi, e in particolare contro la presunta datazione della terminologia indoeuropea relativa al cavallo e al carro, ma va perfino al di là di quello che lui e i suoi collaboratori hanno sostenuto nello studio fondamentale del 2015 (Haack et alii 2015), nel quale si parla soltanto di “almeno alcune delle lingue indoeuropee”.  

I capitoli 9 e 10, come era lecito aspettarsi, hanno suscitato forti critiche e prese di posizioni pubbliche, perché al problema generale della validità scientifica essi aggiungono una serie di possibili conseguenze sociali e politiche. Così un gruppo di studiosi di varie discipline ha scritto una lettera aperta a Reich, in cui tra l’altro, a proposito della correlazione fra caratteristiche genetiche e cancro della prostata, ha voluto sottolineare che non solo un particolare gruppo di afroamericani, “Ma anche molte persone che non provengono dall'Africa occidentale hanno lo stesso gene... In breve, c'è una differenza tra la ricerca di differenze genetiche tra individui e il costruire differenze genetiche tra gruppi facendo scelte consapevoli su quali tipi di gruppi contano per i tuoi scopi. Questo tipo di gruppi non esiste "in natura".” (AA.VV. 2018a).

Come accennato sopra, un caso ancora più delicato investe le presunte capacità intellettuali di un gruppo sociale. “Grazie alle informazioni sul numero di anni passati sui banchi di scuola riguardanti oltre 400.000 persone di origini europee…, Daniel Benjamin e colleghi hanno identificato 74 variazioni genetiche, ciascuna delle quali … è più comune nelle persone con maggiore istruzione…” (p. 312). In realtà il riferimento al numero di anni trascorsi sui banchi di scuola è talmente aleatorio, dipendendo in buona parte dalle condizioni socio-economiche di ciascun individuo, che nemmeno Reich arriva a sostenere un potere predittivo del genoma in questo campo. Perciò, per negare un possibile condizionamento genetico diretto sulle facoltà intellettive, egli elabora una scappatoia: “È possibile che le variazioni agiscano indirettamente, sollecitando le persone a ritardare l’arrivo dei figli, una scelta che rende più facile completare la propria istruzione” (p. 312). Ma anche questo presunto condizionamento, già di per sé discutibilissimo, resta puramente speculativo, perché privo di qualunque supporto scientifico; anzi il riferimento a una vaga e presunta possibilità virtuale in questo caso è proprio la negazione del metodo scientifico.   

Infine risulta sconcertante il modo in cui Reich presenta le disuguaglianze e poi propone di affrontarle, in particolare quando afferma che “La dimostrazione dell’antichità della disuguaglianza dovrebbe indurci a gestirla oggi in maniera più sofisticata, e a comportarci un po’ meglio nel presente.” (p. 300). Anzitutto non si comprende la connessione tra “la dimostrazione dell’antichità della disuguaglianza” e il fine di “gestirla oggi in maniera più sofisticata ”. Infatti, se si tratta di una disuguaglianza, antica o meno, e non di una differenza biologica, il modo corretto di affrontarla è semplicemente quello di eliminarla, se crediamo nei diritti della persona umana, non certo il banale consiglio di “comportarci un po’ meglio”.

Reich, di origine ebraica, respinge con forza le accuse di favorire posizioni razziste, ribadendo che “le scoperte del DNA antico hanno reso indifendibili le narrazioni di razzisti e colonialisti, dimostrando che nessuna popolazione umana è “pura”...”. Ma affermare che nessuna popolazione è “pura” non significa escludere che, tra diverse popolazioni o gruppi, esistano differenze biologiche significative, anche a livello di genoma, e purtroppo proprio su queste differenze, o, meglio, su alcune di esse, egli spesso insiste senza le necessarie avvertenze critiche.

Per un bilancio complessivo del libro, direi che nessuno studioso o persona interessata all’argomento può permettersi di ignorarlo, soprattutto perché è l’unico testo in cui sono raccolti i principali risultati ottenuti dallo studio del DNA antico e moderno fino al 2018; e tali acquisizioni hanno già fatto crollare una serie di presunte certezze, soprattutto per quanto concerne l’evoluzione del genere Homo. Ma al tempo stesso nessun lettore dovrebbe limitarsi a questo testo, se intende orientarsi sulle nuove prospettive aperte dallo studio del genoma umano per la ricostruzione del passato. Infatti è altrettanto indispensabile conoscere i limiti e gli aspetti discutibili del libro (e più in generale delle tesi sostenute da Reich e dai suoi collaboratori in diversi lavori), aspetti che tuttavia solo in parte sono ricavabili dalla sua lettura, sia pure attenta e critica. Perciò da una parte è auspicabile che altri genetisti e archeologi producano opere di sintesi e saggi aggiornati, dall’altra, per chi si avvicina per la prima volta a queste problematiche, si impone comunque la necessità di conoscere almeno le principali opinioni critiche finora pubblicate. A questo proposito, particolarmente ricco di spunti di riflessione è il dibattito in AA. VV. 2018b.

 

Riferimenti bibliografici
AA. VV. (2018a) - How Not To Talk About Race And Genetics, BuzzFeed News, 30.3.2018. https://www.buzzfeednews.com/article/bfopinion/race-genetics-david-reich
AA. VV. (2018b) - Book Review Forum: Who We Are and How We Got Here: Ancient DNA and the New Science of the Human Past. By David Reich, Current Anthropology 59: 655-62.

Di Fraia T. (2020) - “Mettere le brache alla storia”: una tentazione pericolosa. Il difficile rapporto fra genetica e archeologia, in A.M. Tosatti, S. Casini (a cura di), La lezione della cultura e del rigore. Studi di preistoria e protostoria dedicati a Renata Grifoni Cremonesi, Notizie Archeologiche Bergomensi 28: 169-186.

Fedele F. G., Giaccio B., Hajdas I. (2008) - Timescales and cultural process at 40,000 BP in the light of the Campanian Ignimbrite eruption, Western Eurasia, Journal of Human Evolution 55: 834-857.

Mobility and Social Change: Understanding the European Neolithic Period after the Archaeogenetic Revolution, Journal of Archaeological Research, https://doi.org/10.1007/s10814-020-09153-x

Haak W., …, Brown D. (2015) - Massive migration from the steppe was a source for Indo-European languages in Europe, Nature 322: 207-220. doi:10.1038/nature14317

Heggarty P. (2015) - Ancient DNA and the Indo-European Question, Blog post (comment on two genetic papers in Nature,11th June 2015) at https://dlc.hypotheses.org/807.

https://www.academia.edu/12960808/Blog_post_Ancient_DNA_and_the_Indo-European_Question_comment_on_two_genetics_papers_in_Nature_11th_June_2015_

Heggarty P. (2018) - Indo-European and the Ancient DNA Revolution, in Kroonen G., Mallory J. P., Comrie B., eds. - Talking Neolithic, Proceedings of the workshop on Indo-European origins held at the Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology, Leipzig, December 2-3, 2013, Institute for the Study of Man, Journal of Indo-European Studies Monograph Series, 65: 120-173.

Heyd V. (2017) - “Kossinna’s smile”, Antiquity 91, 356: 348-359.

Kristiansen K., …, Willerslev E. (2017) - Re-theorising mobility and the formation of culture and language among the Corded Ware Culture in Europe, Antiquity 91, 356: 334-347. doi:10.15184/aqy.2017.17

Lazaridis I., …, Krause J. (2014) - Ancient human genomes suggest three ancestral populations for present-day Europeans, Nature 513: 409-413. doi:10.1038/nature13673

Okbay A., …, Benjamin D. (2016) - Genome-wide association study identifies 74 loci associated with educational attainment, Nature 533: 539-542. doi:10.1038/nature17671

Sikora M., …, Bustamante C. D. (2014) - Population Genomic Analysis of Ancient and Modern Genomes Yields New Insights into the Genetic Ancestry of the Tyrolean Iceman and the Genetic Structure of Europe, PLOS Genetics 10 (5): 1-12. https://journals.plos.org/plosgenetics/article?id=10.1371/journal.pgen.1004353

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

Silvia Fogliato, Orti delle meraviglie. I giardini botanici e la diffusione planetaria delle piante, DeriveApprodi, Roma 2021.

Presentazione dell’Autrice

In un itinerario in sei tappe, questo libro racconta la nascita e l’evoluzione dei primi orti botanici, da «giardini dei semplici», dedicati essenzialmente alla coltivazione delle piante medicinali, a istituzioni complesse che giocarono un ruolo di primo piano sia nella nascita della botanica come scienza autonoma sia nell’introduzione e nella disseminazione globale delle piante esotiche.

Il viaggio non può che iniziare dall’Orto dei semplici di Padova, a lungo un modello per l’intera Europa. Nato nel 1545 per coltivare le piante officinali da «dimostrare» agli studenti di medicina, nelle sue aiuole ospita già diverse esotiche, venute soprattutto dal Levante, grazie ai commerci della Serenissima ma anche ai viaggi dei suoi primi avventurosi prefetti, Melchiorre Guilandino e Prospero Alpini. Tra i suoi primi visitatori, il medico Guillaume Rondelet, con il quale si trasferiamo a Montpellier; grande anatomista e grande didatta, insegna ai suoi allievi – molti dei quali sono tra i più bei nomi della botanica a cavallo tra Cinquecento e Seicento - a osservare la morfologia delle piante e valorizza la flora del territorio. Da questa esperienza qualche decennio dopo, per volontà del re Enrico IV, nasce il Jardin du Roi di Montpellier, il primo che riserva uno spazio alle piante locali e cerca di coltivarle rispettandone le loro esigenze ecologiche.

La terza tappa ci porta nella Germania della Riforma, una realtà molto vivace con esperienze che accompagnano o addirittura precedono quelle italiane: si tratta però di giardini privati, non pubblici come quelli di Padova e Montpellier. Il primo vero orto botanico nasce intorno al 1580 a Lipsia. È fedele al modello di Padova, come lo sono gli horti medici di cui si dotano diverse altre università, quasi tutti fondati e diretti da medici formati nell’ateneo veneto. Nelle loro aiuole, che ora si disegnano in eleganti volute barocche, c’è qualche ornamentale e qualche esotica, ma a dominare sono ancora le piante medicinali. La principale novità è piuttosto l’attenzione alla flora locale, con la produzione delle prime flore regionali.

La vera rivoluzione ci attende a Leida. Fondato nel 1590 e affidato all’abile direzione di Carolus Clusius (uno dei maggiori botanici del suo tempo e certo il massimo esperto di piante esotiche), l’Hortus botanicus (si chiama proprio così, alla latina) è nuovo nella struttura, rigorosa e funzionale, e negli scopi: nei lunghi rettangoli delle sue aiuole ci sono ancora specie medicinali, ma accanto a loro piante orticole e aromatiche, specie ornamentali e il maggior numero possibile di esotiche, a cominciare dalla favolosa collezione di tulipani di Clusius. Sta per iniziare il secolo d’oro, gli olandesi dominano il mare e strappano ai portoghesi il monopolio del commercio delle spezie. Dalle colonie olandesi ai quattro angoli del mondo un flusso di esotiche mai viste si riversa nei giardini dei magnati della Repubblica delle province unite e nell’Hortus di Leida, che si specializza nel loro studio e nella loro propagazione, anche grazie al perfezionamento delle tecniche orticole che è una specialità olandese.

È ora però di andare a Parigi, la prima capitale europea a dotarsi di un orto botanico (1635). Nato dalla congiunzione tra la caparbia ostinazione di un medico dalle idee innovative, Guy de La Brosse, e la volontà del re e del suo ministro Richelieu di sottrarre il controllo della salute pubblica all’Università, il Jardin royal des plantes médicinales fin dall’inizio è già molto di più: è un centro di ricerca interdisciplinare dove le piante si studiano dall’esterno (oggi la chiameremmo botanica descrittiva) e dell’interno (oggi si parlerebbe di chimica vegetale); per i suoi studenti, Joseph Pitton de Tournefort scrive Elemens de botanique, un caposaldo della botanica prelinneana. Per volontà del superministro Colbert, il Jardin royal diventa anche un giardino di acclimatazione, dove sperimentare la coltivazione di piante da introdurre nelle colonie, soprattutto nelle Antille. È dunque attivamente impegnato nelle spedizioni di ricerca sponsorizzate dal Re Sole, a caccia di piante utili per la salute e l’economia.

Il nostro viaggio sta per toccare la meta finale: l’Hortus botanicus di Amsterdam, fondato nel 1638 dalle autorità cittadine e dalla corporazione dei farmacisti. All’inizio è un piccolo giardino dei semplici, destinato alla formazione di questi ultimi, ma a partire dal 1686, quando viene trasferito nella nuova più vasta sede che occupa ancora oggi e posto sotto la direzione del mercante e botanico Jan Commelin e del magnate Joan Huydecoper van Maarsseveen, si lega strettamente alla VOC, la potente Compagnia olandese delle Indie orientali, e sostituisce il troppo angusto orto botanico di Leida come centro di acclimatazione delle esotiche. Le piante che affluiscono dalla Colonia del capo (dove la VOC crea il primo orto botanico coloniale), dal Malabar, da Giava, dalle Molucche vengono coltivate nelle sue serre, moltiplicate e, se dimostrano un buon potenziale economico, disseminate nelle colonie olandesi in altre parti del globo. Gli esempi più noti sono quelli del caffè e della palma da olio, andati alla conquista del mondo passando attraverso l’Hortus botanicus di Amsterdam.