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Occhio alla penna

occhio alla penna Inizia un lungo viaggio nel mondo della scuola in Italia

 

L'occhio alla penna è quello di Giorgio Porrotto

 

Una vita lavorativa nella scuola secondaria come insegnante e come preside (al Liceo scientifico XXV Aprile di Pontedera e al Classico Parini di Milano), con una decennale esperienza di “Ufficio studi e formazione” in un’organizzazione di categoria. Dal 1989 al 2012 è componente dell’Osservatorio sulla scuola dell’autonomia (Centro Bachelet della Luiss). Ha insegnato “Politiche, legislazione e organizzazione scolastica” alla SSIS del Veneto dal 2000 al 2009, e “Educazione comparata” alla Università di Roma Tre dal 2005 a 2008, come docente a contratto. Da quarant’anni pubblica articoli e saggi, sempre di politica scolastica, in libri e riviste.

 


Le altre uscite

Scuola: destra divisa ω Meglio tardi che mai? ω In Memoria di Padre Reguzzoni ω Trapassato Remoto ω Politica e scuola ω Scuola e stampa ω En Attendant Godot  ω E il Sindacato? ω Scuola sul filo ω Gli altri e noi ω Si salverà la scuola? ω Buongiorno tristezza ω scuola e società? BUIO SOCIALE ω Antologia degli opposti ω è Scuola? ω Scuola a cinque stelle? ω Scuola tradita. Da chi? ω La Mastrocola e la storia ω  La corruzione e ... la scuola (?) ω Schiaffo al governo I presidi? equilibristi! ω Schiaffoni al Ministro Giannini ... per procura? ω Ma in Italia no, in Italia non si può ω Il sindacato dello sconforto ω Mal di stampa ω Italia sua ω La scuola sotto palanche ω Il preside della “buona scuola” ω Indietro tuttaaa!!! ω Un eccesso di eredità  

 




 

 

okkupazione

SCUOLA: DESTRA DIVISA

 

Giorgio Porrotto

 

iI Giornale (in prima pagina, prima colonna) “CONTESTATI DAGLI STUDENTI - IN PIAZZA IL FALÒ DELLA VANITÀ A CINQUE STELLE”, a firma del direttore Alessandro Sallusti: “Puntuale e inevitabile come la morte arriva l’autunno caldo degli studenti, rievocazione storica e folcloristica della rivoluzione sessantottina, anche se nessuno dei partecipanti sa esattamente il motivo per cui è chiamato a scendere in piazza a urlare, imbrattare, a volte menare o, come successo ieri in diverse città, incendiare i manichini raffiguranti il potere di turno. A questa gogna non sono sfuggiti neppure i presunti rivoluzionari del momento, Matteo Salvini e Luigi di Maio, che in punto di logica dovrebbero essere gli idoli dei giovani anti sistema. La morale è che quando ti ergi a rivoluzionario trovi sempre qualcuno più rivoluzionario di te che ti brucia in piazza. È una vecchia regola, il popolo sognatore non si oppone al sistema, qualsiasi esso sia, e scarica su di lui rabbia e frustrazione. Oggi il sistema è Di Maio. ”Cercavano la rivoluzione e trovarono l’agiatezza” diceva Leo Longanesi di tipi come lui, aggiornando la massima di Giolitti che recitava: ”Il migliore sedativo per le smanie rivoluzionarie è una poltrona ministeriale”.  

Libero (inizio in prima pagina): “SALVINI E GIGGINO BRUCIATI – ROGHI IN PIAZZA:

I NOSTRI STUDENTI COME GLI ISLAMICI”, a firma di Renato Farina: “In cinquanta città

hanno scioperato e fatto casino 70 mila studenti. Tanti? In Italia a frequentare le scuole

sono in 8,8 milioni: dunque ha marciato lo 0,79 per cento. Una miseria, un gruppuscolo.

Gli striscioni che precedevano i cortei dicevano “Razzismo, repressione, zero investimenti.           

Quale cambiamento?”. Peraltro, non è che gli studenti siano cambiati gran che: è la solita

parata di inizio d’anno, poi seguiranno le occupazioni, l’autogestione, e la promozione

sicura degli ignoranti … Il culmine dell’espressività è stato raggiunto a Torino. Qui, «contro

il governo dell’odio», le avanguardie dell’amore hanno incendiato i manichini di Luigi Di

Maio e Matteo Salvini. Se non altro sono informati: hanno capito che Giuseppe Conte non

esiste, e che bruciare nessuno è un’impresa impossibile. Ma non ci va di scherzare. Questi

fatti sono una roba seria. Guai a minimizzare …”    

IL TEMPO (inizio in prima pagina): “IL RITORNO DELLA PROTESTA STUDENTESCA –

SOMARI IN PIAZZA – SALVINI E DIMAIO APPESI E BRUCIATI”, a firma di De Leo: ”Cè una

ritualità stanca che piomba in Italia ogni autunno, ossia le manifestazioni studentesche

«contro i tagli della scuola pubblica». Ci si può mettere la firma. A prescindere dal

governo in carica, arrivano puntuali come le foglie cadenti. E mandano in scena cortei più

 o meno rumorosi, di volgarità trasudante da slogan gridati o scritti sugli striscioni, con

il contorno magari di qualche petardo. In pratica, si tratta di un giorno di vacanza in rincorsa

sul ponte di Ognissanti. Quest’anno, nella giornata di ieri sono scesi in piazza in una

cinquantina di città circa 50mila studenti, appartenenti alle sigle della sinistra come l’Uds e la    

rete degli studenti medi. Con una novità. Le proteste di ieri, infatti, hanno versato acqua

nel fiume di odio che da mesi scorre contro Matteo Salvini. Animato dalle varie realtà della

sinistre, politica e intellettuale. A Torino sono stati bruciati due manichini, uno del leader

della Lega, l’altro del suo omologo al governo, il capo politico del Movimento 5 Stelle Luigi

di Maio. A far da Corredo, una “performance” dove le foto dei due sono state appese ad un

lampione ed imbrattate di vernice rossa. Il ministro dell’Interno sul proprio account

Facebook ha postato una summa delle orride immagini di un venerdì surreale. Cartelli come

Come: “Lega Salvini e Lascialo legato”, oppure uno striscione “apriamo le scuole e le città

contro il governo del cambiamento”. Con un commento così: “Questi “democratici” studenti,

coccolati dai centri sociali e da qualche professore, avrebbero bisogno di molte ore di

educazione fisica, forse saprebbero che bruciare in piazza un manichino di Salvini, e di

chiunque altro, o appenderne ai lampioni le immagini è una cosa schifosa”. Luigi di Mio,

ha invitato gli studenti al confronto, in una posizione più conciliante. Talmente conciliante

che alla notizia dell’identificazione di due ragazze per la trovata dei manichini in fiamme

lancia una specie di appello: “Spero che la denuncia per vilipendio, un reato di epoca

medioevale, venga archiviata in prima possibile e che inizi un percorso sereno di confronto

con gli studenti. La repressione non porta mai nulla di buono”.

 

… di contro …

 

IL FOGLIOI (in chiusura della prima pagina): “Viva gli studenti, eddai!”, a cura di

Maurizio Crippa: “Forse ha ragione il mio amico Giuliano: a salvarci dall’onda

indigesta, passabilmente idiota epperò minacciosa sarà un (presunto) stupratore. Ma se

l’ipotesi è azzeccata e il metodo funziona, possiamo avanzarne un’altra: a salvarci dal

disastro del governo socio-populista e destituito dei congiuntivi saranno gli studenti, con le

loro belle orecchie d’asino. I quali studenti delle superiori, da decenni, una pantera dopo

l’altra, non ne hanno azzeccata una di proteste e il più delle volte si sono tirati le

okkupazioni sui piedi, sostenendo gli interessi dei sindacati parrucconi e contestando le

riforme utili. Però stavolta, hai visto mai? Ieri più di 70 mila studenti, in oltre trenta città,

hanno manifestato contro la manovra del governo, sollecitando interventi per il diritto

allo studio. Nel nostro piccolo glielo avevamo suggerito, e vanno presi un tantino sul serio.

Per la prima volta gli stanno davvero rubando il futuro, per la prima volta gli stanno

davvero rubando le pensioni e pure l’alternanza scuola lavoro, e stanno mettendo su un

disastro anche tra i banchi. A Torino alcuni creativi del movimento hanno bruciato manichini

raffiguranti i due vicepremier, Matteo Salvini e Luigi di Maio. Cose che non si vedevano più

dai tempi della Falcucci o della Gelmini. Il truce dell’Interno ha subito eccepito: ”E’ una cosa

schifosa”. Non sbaglia: quando bruciano il tuo faccione il segnale è che il vento di piazza,

prima o poi, potrebbe cambiare. Due pupazzi bruciati non fanno rivoluzione, ma danno

soddisfazione.

  

 


 

 

 

MEGLIO TARDI CHE MAI?

    

Testo (parziale) dell’articolo di GALLI DELLA LOGGIA pubblicato in apertura di

prima pagina del Corriere della Sera e datato Domenica 9 Settembre 2018.

 

non è mai troppo tardi

 

È bene che ce lo diciamo per primi noi stessi: l’Italia sta diventando un Paese invivibile. Un paese incolto nel quale ogni regola è approssimativa, il suo rispetto incerto, mentre i tratti d’inciviltà non si contano. Basta guardarsi intorno: sono sempre più diffuse e sempre meno sanzionate dalla condanna pubblica l’ignoranza, la superficialità, la maleducazione, la piccola corruzione, l’aggressività gratuita. Una discussione informata è ormai quasi impossibile: in generale e specie in pubblico l’italiano medio sopporta sempre meno di essere contraddetto e diffida di chi prova a farlo ragionare, mostrandosi invece disposto a credere volentieri alle notizie e alle idee più strampalate. Non è un ritratto esagerato: è l’immagine che sempre più dà di sé il nostro Paese. La verità è che nel costume degli Italiani è intervenuta una frattura che ha inevitabilmente modificato anche la cultura civica della Penisola e quindi di tutta la nostra vita collettiva a cominciare dalla vita Politica. Nel dopoguerra per milioni di italiani avviati ad uscire da un mondo rurale spesso primitivo, la parrocchia, l’oratorio, furono una palestra di acculturazione civile, di una certa appropriatezza di modi, di rispetto delle competenze e dei ruoli, di avviamento alle regole di una non belluina convivenza. Opera in parte analoga svolge la scuola. Ancora sicura di sé, della sua funzione e del suo buon diritto ad esercitarla, la scuola istruì, valse a sottolineare senza remore l’indiscutibile centralità della cultura e dello studio, educò alle forme basilari della modernità e delle istituzioni dello Stato così come alla disciplina e al rispetto dell’autonomia. A un dipresso le medesime cose fece l’esercito di leva, in più addestrando in molti casi al valore della compresenza, alla coesione in vista di un traguardo collettivo, alla solidarietà di gruppo, al carattere inevitabile di una gerarchia. Infine vi fu la televisione pubblica. Padrona monopolistica dell’immaginario del paese, essa si propose di esserne la grande pedagoga. E lo fu … Come invece sono poi andate le cose si sa. L’Italia … a partire dagli anni 80-90 … scomparve. Scomparve, intendo, nelle forme che esse avevano un tempo per essere … sostituite dalle forme nuove richieste dai  «gusti del pubblico», dagli «indici di ascolto”, dai sindacati, dai «movimenti”, dalle «attese delle famiglie”, dalle «comunità di base” … dal desiderio dei vertici di non dispiacere a nessuno. 

 

Testo (parziale) dell’articolo di GIOVANNI PACCHIANO pubblicato in apertura

di prima pagina de IL FATTO QUOTIDIANO e datato Sabato 22 Settembre 2018

 

Sono trascorsi 25 anni da quando, nel 1993, pubblicai un libro sui mali della scuola italiana. Rovesciavo addosso alla vecchia istituzione una serie di critiche, a partire da un ordinamento che risaliva alla riforma Gentile del 1923 e ai programmi della stessa, tali e quali nel tempo. Ma l’elenco dei problemi continuava: edifici in pessime condizioni e non a norma; anacronismo dell’esame di maturità; insegnanti mal pagati e troppo spesso poco preparati; scarso inserimento delle lingue straniere … e comunque nessuna attenzione al mondo che stava cambiando … Troppo pochi, infine, i concorsi ordinari per accedere ai ruoli di insegnante o di preside. Una scuola che stentava a programmare in maniera costruttiva il futuro. Bene, a distanza di 29 anni devo fare autodafé: se ripenso a quei tempi e li confronto con la “Buona scuola”, la vecchia istituzione mi sembra un paradiso. Non si tratta di patetiche nostalgie. Basta tenere gli occhi aperti. E, con la ripresa delle lezioni, viene naturale una serie di riflessioni polemiche sul presente. In poche righe: la scuola come azienda (una follia); il preside diventato dirigente-manager, altra faccia della didattica; il profluvio di leggi e leggine, e di anglicismi e di sigle ridicole che devastano leggi e ordinanze; la scomparsa della centralità del ruolo del docente, ridotto a facilitatore, accompagnatore, e, quando resta tempo, insegnante, ma non ex cathedra, per carità! E ANCORA: l’azzeramento del senso della storia in nome dell’eterno presente, sorretto dal cattivo uso di Internet e dal pessimo esempio della società. Il permanente cattivo stato dell’edilizia scolastica. Dulcis in fundo, l’invenzione dell’alternanza scuola-lavoro, con un numero sproporzionato di ore dedicato a quest’ultimo, a tutto detrimento della sete di conoscenza che è stato e deve essere il valoroso perno dell’istruzione. Concentriamoci sul problema dei dirigenti manager. Oggi circa il 50% delle scuole non ha un suo titolare e occorre fare riferimento a un altro reggente … senza nessuna cura delle competenze …

 

COMMENTO

 

C’è da meravigliarsi? Assolutamente sì, e non di poco, se si tiene conto delle conseguenze culturali e, di riflesso, di quelle in ambito civile ed economico, sulle quali insiste Galli delle Loggia. Assolutamente no, se invece si tiene conto degli scadimenti a catena denunciati da Giovanni Pacchiano. Ma forse riusciamo a capire anche altro se ripartiamo dall’inizio della storia. Che è quella di un ministro: importante più di ogni altro nella storia della scuola italiana, almeno per quanto vale il potere sostanziale, ma certamente molto meno ricordato rispetto ad alcuni dei suoi successori, indubbiamente più ricchi di fama agli occhi del popolo comune, ancorché assolutamente a lui inferiori nelle competenze e nei poteri ... Stiamo parlando di Gabrio Casati, in primis ministro dell’Istruzione del Regno di Sardegna dal 1859. È a lui che occorre risalire per comprendere “la struttura istituzionale, ordinamentale, culturale del sistema educativo italiano tuttora vigente”. Atto Regio del 17 marzo 1861: è la Fondazione del Regno d’Italia, e tra le nomine individuali è da tener d’occhio quella di Gabrio Casati, già Ministro dell’Istruzione del Regno di Sardegna dal 1859 al 1860, e ora Ministro dell’Istruzione del Regno d’Italia. Le norme di governo della scuola pubblica saranno rigorosamente applicate nella scuola italiana, sistematicamente e senza vincolanti modifiche, a partire dal 1861 e fino – nientemeno! – agli anni del 2010 (con buona pace di Giovanni Gentile e Giuseppe Bottai, più noti al pubblico, ma niente più). Come spiegarci in altri termini, e cioè più esplicitamente, un successo di così lunga durata e senza precedenti o altre situazioni consimili? Gli storici – ai quali sempre meno gli italiani di oggi fanno riferimento, con tutte le conseguenze di seria disinformazione e di scarsa riflessione che inevitabilmente ne conseguono – propendono per questa interpretazione: trattasi del rapporto mentale del Casati con la trascorsa Chiesa dei Gesuiti, e più precisamente con la logica culturale clamorosamente da essi affermata e diffusa a partire dal 1599 a Roma (il tutto ad esclusivo vantaggio delle aree avanzate e signorili del mondo di allora). Ed è in questa logica che il primo dei ministri dell’istruzione del Regno d’Italia può promuovere, organizzare ed impone la struttura di un regime scolastico fondata sulla logica gesuitica del primato della fede e, in pratica, della educazione riservata alle famiglie di avanzato livello. Il tutto in funzione della maggior difesa e del maggior successo della Chiesa e della Patria. Ne sono testimonianza clamorosa i ritardi nella diffusione dei servizi di istruzione promossa dallo Stato, e finalizzati per vantare un adeguamento pressoché formale alle già notevoli scelte europee: nella seconda metà dell’ottocento enormi ritardi dei servizi di minima istruzione nei centri cittadini del nord e disinteresse pressoché formale nelle campagne, e di contro, al centro del paese e soprattutto al sud, soltanto istruzione privilegiata per le famiglie di rispetto. Nella prima metà del novecento passi in avanti nella bassa istruzione e soprattutto nella massima, esaltata dal regime fascista. La scuola aperta a tutti i ranghi dell’istruzione arriverà soltanto dopo ben quindici anni di regime democratico, e accolta con enorme entusiasmo dall’intera popolazione italiana. Ma, attenzione, non tanto per il libero accesso ai vari livelli di studio, e finanche alla mitica università, ma per una coincidenza parallela: l’entrata nelle famiglie della televisione! E tutti i cittadini italiani dell’epoca pensano, anche a livello universitario, che la conquista popolare della libera scelta dello studio sia merito più della televisione che della scuola. Sia come sia, c’è qualcos’altro da aggiungere in materia. In primis che la chiusura dell’istituto militare italiano per analfabeti (generalmente del sud) ha chiuso i battenti soltanto nel corso del 1980. A seguire: è un dato pressoché costante, e classificabile ben sopra il trenta per cento, il numero degli italiani e delle italiane che ritornano più o meno velocemente alla mancanza di capacità di scrittura. Si aggiunga che in Europa soltanto due paesi, Italia e Grecia, hanno proseguito nelle proprie scuole lo studio del latino e del greco, materie risolutamente abbandonate dagli altri paesi Europei entro i primi anni sessanta; e, altrettanto significativamente, alla maggioranza si è associata nel suo ambito perfino la Chiesa Cattolica. Riflessione conclusiva. La Germania ha raggiunto la totale capacità di lettura e scrittura della propria popolazione entro il 1700; a seguire, e in diverse modalità e circostanze, hanno raggiunto lo stesso risultato Francia e Inghilterra nel 1800. L’Italia, per ottenere lo stesso risultato, ha dovuto attendere il tramonto – per altro non del tutto concluso – di un tenacissimo Ministro dell’Istruzione, e di tanti, troppi suoi seguaci.

 

 

 

 

 

 


 


 

 

Padre Mario Reguzzoni

In memoria di Padre Reguzzoni

 

Giorgio Porrotto

 

       La prima parte di questo intervento è in totale attinenza con il saluto dedicato alla figura dello scomparso (21 giugno 2018) da parte di Piero Cattaneo, Presidente pro-tempore dell’OPPI di Milano. Riassumendolo in sintesi: Siamo in molti, amici, collaboratori e soci, persone che a vario titolo hanno avuto modo di apprezzare quel suo sentimento di accoglienza di chi cercava un confronto di pensiero – idee, progetti, proposte – collegabile con situazioni educative e di formazione reali. Un luogo dove la diversità di idee non costituissero un ostacolo ma “risorse” riferibili sempre e comunque a situazioni educative e di formazione. Le Sue parole, seguite sempre da idee e progetti, proposte e azioni, sono “risuonate” a livello nazionale e internazionale: negli incontri a Villa Falconieri a Frascati (anni ’70) in occasione della riforma della scuola secondaria di 2° grado in Italia; nella formazione dei docenti “comandati” presso i Provveditorati agli studi per l’Educazione alla salute e la prevenzione delle tossicodipendenze (anni 80 e 90); nel pensare all’OPPI come esempio nel nostro Paese già a partire dalla fondazione degli anni 1965. I termini della cit­tadinanza attiva, dell’accoglienza e delle diversità nella scuola, della formazione dei docenti e dei dirigenti scolastici, delle innovazioni e dei cambiamenti migliorativi delle istituzioni culturali, sono stati sempre presenti nelle azioni di collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, degli IRRSAE, dei Provvedimenti agli Studi e anche delle Regioni e degli Enti locali.

Vorrei riassumere, in questo momento, il mio ricordo personale del rapporto di amicizia e di riconoscenza con Padre Reguzzoni, che parte dal 1972 e che ho condiviso con soci e collaboratori dell’OPPI (Organizzazione per la Preparazione Professionale degli Insegnanti e dei Dirigenti Scolastici) attraverso quattro richiami:

ANTICIPAZIONE: il suo sguardo sul futuro dei contesti scolastici e formativi, incrociati con contesti socio-economici culturali, nazionali e internazionali, hanno sempre avuto una valenza quasi profetica;

INNOVAZIONE: il cambiamento intenzionale, il “non star fermo” davanti ai problemi, il camminare anche contro corrente per migliorare il mondo, sono stati forti per tutti noi dell’OPPI;

COLLABORAZIONE: all’OPPI non si ha tessera, si è cooptati in base a “competenze” accertate e messe a disposizione per il lavoro comune;

RISPETTO: per le ide di tutti, e far convergere verso idee condivise progetti qualificati”

        I quattro richiami di Piero Cattaneo sono una centratissima difesa di sopravvivenza della rivista “OPPI DOCUMENTI”, in quanto risorsa culturale inimitata nel novero delle scuole italiane, ma similare a quelle dell’Europa centrosettentrionale, notoriamente rilevanti, e ufficialmente riconosciuta nello stato Stato Italiano da oltre un solido cinquantennio. In particolare: è caratterizzata dalla proposta di processi di apprendimento compatibili con le normative scolastico-culturali nazionali, ma riletti alla luce delle teorie più innovative. Il tutto impone una domanda tanto semplice quanto problematica: come affrontare la perdita di Padre Reguzzoni (al cui prestigio culturale nazionale e internazionale vanno aggiunti gli anni della sua direzione della prestigiosa rivista cattolica Aggiornamenti Sociali). I “quattro richiami” di cui sopra sono da considerare una eccezionale valorizzazione dell’OPPI, ma la perdita di garanzie culturali assicurate così a lungo da Padre Reguzzoni richiederà all’Oppi ulteriori impegni. Torna forse utile, per l’intanto, un rapido accenno di importanti rievocazioni dell’attività di studi, ricerche e confronti di Padre Reguzzoni: negli anni venti e trenta, in Francia – paese incaricato per decreto mondiale di progettare e promuovere la capacità di leggere e scrivere in tutte le popolazioni del mondo – si espresse nei dibattiti più avanzati negli schieramenti cattolici; dagli anni 1965, in Italia, progressivamente edificò e diresse, fino alla fine dei suoi giorni, il preziosissimo OPPI.

È possibile un confronto di Padre Reguzzoni con altri personaggi Italiani? Il più significativo è certamente quello con Alessandro Casati, il primo dei Ministri dell’Istruzione del Regno d’Italia (1861): i due sono entrambi lombardi, entrambi cattolici, entrambi dedicati alla gestione degli orientamenti scolastici, entrambi operanti nell’alto politico, ma con un vistosissima differenza: Casati, apertamente vincolato agli orientamenti culturali della Ratio Studiorum  (documento che stabilisce le regole della formazione dei Gesuiti nel 1599), ha strutturato in relazione ad essi principi e vincoli che sono stati successivamente applicati dalla scuola italiana per poco meno di un secolo e mezzo, e cioè fino alla fine del millenovecento; di contro, Padre Reguzzoni, aperto sostenitore della modernità della scuola, ci lascia dopo aver dovuto assistere anche ai fallimenti scolastici di Berlusconi, Renzi et similia.

 

La testimonianza di un docente

“La recente scomparsa del Gesuita Padre Mario Reguzzoni, fondatore dell’OPPI (Organizzazione per la Preparazione Professionale degli Insegnanti, con sede a Milano e in diversi Centri federati in Italia), mi obbliga a richiamare quanto l’Associazione, nelle sue molteplici sedi nazionali, sia stata determinante nella mia formazione professionale di docente. Già nei primi anni di insegnamento, con una cattedra di matematica e fisica nel triennio di un Liceo Scientifico, ho avvertito l’insufficienza del possesso dei contenuti assicurato dal titolo di laurea, giacché la complessità del rapporto di insegnamento - apprendimento richiedeva ben altro. “Che cosa insegnare, e perché” era la domanda ricorrente ogni volta che dovevo fare scelte all’interno dei pur dettagliati programmi ministeriali. Nessun’altra associazione di carattere disciplinare forniva risposte che non fossero di aggiornamento puramente contenutistico. Attraverso i “Seminari OPPI” e le numerose attività di studio e formazione ad essi collegate, invece, ho potuto acquisire progressivamente strategie, tecniche e strumenti didattici sperimentati e motivati all’interno di modelli teorici legati all’avanzare della ricerca sulle dinamiche dell’apprendimento. Contemporaneamente l’OPPI stava affrontando in modo del tutto innovativo il problema delle Discipline racchiuse all’interno delle Materie scolastiche: esse si presentavano come processi attraverso i quali le intelligenze si attivano, si sviluppano, si potenziano e contribuiscono in modo fondamentale alla formazione delle identità individuali. Per questo il ruolo dell’insegnante si andava sempre più configurando come quello di un “mediatore culturale”, nella misura in cui è capace di illustrare – attraverso l’uso sapiente delle discipline-, problemi, concetti, metodi, strumenti, teorie e ottiche necessarie per interpretare la realtà ed intervenire su di essa: è quello che si intende come uso formativo delle discipline. Negli anni fecondi della mia esperienza in OPPI ho incrociato molte tematiche: dalla relazione educativa alla comunicazione; dalla didattica laboratoriale all’apprendimento socio-costruttivista; dalla riflessione sugli stili cognitivi alla metacognizione; dalla programmazione alla progettazione disciplinare… Ecco perché, se penso al mio profilo professionale seguendo la mia storia, ritrovo al centro del mio sapere la figura umanissima e profondamente lucida di Padre Reguzzoni, un Prete che ha fatto della sua vita, spesa per la Scuola, un modello di guida per aiutare gli altri a diventare se stessi. E questo mi sembra, ora più che mai, una bellissima definizione del ruolo dell’Insegnante.  Mimma Liber

 

Un particolare ricordo

 

 In chiusura, un indimenticabile episodio. Roma, Anno 1991: enorme salone della celeberrima chiesa di Santa Maria degli Angeli, foltissima presenza di genitori cattolici. Un Deputato D.C. reclama il diritto dei genitori alla partecipazione dei Consigli di Classe; favorevoli gli osservatori esterni (solo osservatore il sottoscritto). In un momento di improvvisa quiete si erge la mano di un uomo di pochissime parole: “E se i genitori sono mafiosi?”. Seguono ad un lungo silenzio confuse parole. L’interlocutore contro-corrente, Padre Mario Reguzzoni, ripeterà poi quel monito per quasi trent’anni, inutilmente. Attualmente si è esposta in proposito e con durezza la stampa, ma il bubbone dei vertici scolastici impreparati alla modernità – e condizionati, al contrario del Centro-Europa, da genitori autoreferenziali – esclude al momento ogni prospettiva di rinascita. Personalmente continuerò ad attenderla da ateo, ma con l’insistenza di Padre Reguzzoni. 

 

 

 


 

 

 

autorevolezza in cattedra

TRAPASSATO

 

REMOTO

 

Giorgio Porrotto

 

          A firma di Ernesto Galli della Loggia, Martedì 5 Giugno 2018 Corriere della Sera: Reintroduzione in ogni aula scolastica della predella, in modo che la cattedra dove siede l’insegnante sia di poche decine di centimetri sopra il livello al quale siedono gli alunni. Ciò avrebbe il significato di indicare con la limpida chiarezza del sim­bolo che il rapporto pedagogico … non può essere costruito che su una differenza struttu­rale e non può implicare alcuna forma di eguaglianza tra docente e allievo. La sede propria della democrazia non sono le aule scolastiche.” /// A firma di Carlo Rovelli, Corriere della Sera Mercoledì 6 Giugno 2018. “L’articolo di fondo del Corriere di ieri offre alcune proposte per migliorare la scuola italiana. Le più emblemati­che sono alzare la cattedra con un predellino di qualche decimetro, per dare autorità agli insegnanti, e ridurre i soldi che lo stato assegna agli insegnanti per comperare libri. A mio modesto parere, ciò di cui la scuola ha bisogno è il contrario. Ci sono insegnanti bravissimi nella scuola italiana e sono tanti. Sono quelli che scendono dalla cattedra e sanno parlare da vicino ai loro studenti, sanno conquistarli con la loro passione, con il fascino del sapere, con il rapporto vivo e vibrante che si stabilisce nella trasmissione della conoscenza.”

        Le tesi qui sopra raccolte (soltanto in parte) dei due sopracitati e notissimi esponenti della cultura italiana – Giornalista e Storico il primo, Fisico Teorico il secondo – testimoniano la assoluta necessità di un rapporto organico, e progressivamente incrementabile, tra alunno e insegnante a fronte di ogni materia di studio. L’iniziativa l’ha avanzata Galli della Loggia, con le sue “dieci misure” predisposte in termini di suggerimenti da segnalare al Ministro della Pubblica Istruzione al momento della sua entrata in carica. Ma il progetto ha ottenuto a sorpresa, e addirittura il giorno dopo, un duro e secco commento polemico da parte di Carlo Rovelli (date in prima pagina), al quale è impossibile non dare ragione su non pochi passaggi. C’è però da accennare, prima delle annunciate critiche, una particolarità tutt’altro che banale: tra le accennate “dieci misure” di Galli della Loggia una, la quarta, propone coerenza ed efficacia a livello educativo attraverso l’autonomia scolastica. Ne consegue una condizione che gli insegnanti italiani hanno perduto dal 2001. Questi i termini dirimenti: “Cancellazione di ogni misura legislativa o regolamentare che preveda un qualunque ruolo delle famiglie o di loro rappresentanti nella istruzione scolastica”. Si ricordi che detta condizione è stata assicurata alla Scuola Italiana sin dalla fondazione (1861), e perennemente rispettata fino al 2000, quindi a dispetto delle due guerre immani del primo novecento e dei successivi rovesciamenti di regimi e di statuti. Non c’è attualmente bisogno di richiamare l’attenzione di molti – a partire da insegnanti, genitori civili, alunni ed ex-alunni bene-accorti – per sapere quanto di pretese e di prepotenze riescono ad imporre, da almeno una ventina d’anni e in crescente insistenza, la maggioranza dei genitori nei consigli di istituto, sia che si tratti di laureati (numerosissimi), o di semianalfabeti. La cittadinanza, scolastica e non, è da tempo al corrente, ma prevalgono i rassegnati. Tranne, appunto, e finalmente a suo merito in queste pagine, Galli della loggia.

      Le tesi di maggiore consistenza sostenute da Rovelli sono anche le più condivisibili? Eccone alcune: “Ci sono insegnanti bravi nella scuola italiana e sono tanti/ Ma l’intero corpo…invece di essere motivato e valorizzato per il ruolo fondamentale che ha per il futuro dei nostri giovani, è stato umiliato … / Rispetto al reddito nazionale, il red­dito degli insegnanti non ha fatto che diminuire/ Si educano i giovani nutrendo la loro intelligenza, la loro creatività, la loro curiosità, la loro libertà?”. Ma se Galli della Loggia, in 9 delle sue 10 tesi di cui sopra, ci invita a riconsiderare positivamente la tradizione scolastica italiana pre-sessantottina – invocando di fatto un ritorno alla scuola del Regno d’Italia fondata da Gabrio Casati nel 1861 e consolidata da Giovanni Gentile e Giuseppe Bottai durante il fascismo, e poi gestita sempre più dal sindacato per oltre trent’anni e sempre meno dal governo fino alla soglia del Duemila – ebbene, anche Rovelli è finito a elogiare il suo passato, che fu il Settantotto. Da qui alcune ondate contradittorie: ”Non si aiuta la scuola diminuendo … libri, che sono il cibo dell’intelligenza (condivisibile)/ Non mi trovo d’accordo … con altre proposte … come rendere obbligatorio alzarsi in piedi quando entra l’insegnante (condivisibile), eliminare il ruolo della famiglia nella scuola (non condivisibile, come già dimostrato) … vietare radicalmente i periodi di autogestione (non condivisibile)/ Non si educano i nostri giovani con sceneggiate di autoritarismo ottocentesche (condivisibile)”.

       Se si tiene conto del fatto, riconosciuto  dagli storici, che la sempiterna scuola istituita da Casati nel 1861 altro non era che la traduzione italiana di quella celeberrima fondata a Roma dai Gesuiti nel 1599, e subito ed a lungo adottata dalle famiglie potenti del mondo di allora; e se infine, tramite i tragici disastri della stagione berlusconiana, si arriva all’auto-dichiarato fallimento della assurda “Buona Scuola” di Renzi, a cui stanno seguendo anni di tombale silenzio, non resta da constatare che il nostro più o meno amato paese è assolutamente allergico, almeno per quanto concerne i processi educativi (ma forse anche di altri), alla modernità. Che, peraltro, risulta sempre più incalzante. A dispetto del fatto che, oltre i nostri confini a ovest, a nord e perfino all’altissimo est, si aggiornano senza posa le scuole ai cambiamenti della scienza e della società.

Amen.

 

 

 

 

 


 

 

 

politica e scuola

POLITICA

SCUOLA

 

Giorgio Porrotto

 

        “UN PAESE CHE VA RIFONDATO” è il titolo del recente articolo (Venerdì 18 maggio Corriere della Sera) di Ernesto Galli della Loggia dedicato ai più tormentati e tormentosi problemi della politica Italiana (con l’immancabile, e altrove insolito, riferimento alla Scuola). Raccogliamo alcuni degli argomenti del testo iniziale, con in partenza l’assassinio di Aldo Moro. “La corrosione dello Stato, la prigionia della cultura e della politica, non nascono da quel delitto. La democrazia italiana non è stata messa in ginocchio dalle Brigate Rosse. È stata consumata da un’entità ben più forte e indomabile: dalla sua stessa storia, non riconosciuta e ancor meno compresa ma invece mistificata ed edulcorata quanto possibile … abbiamo dimenticato la nascita infelice della nostra democrazia da una guerra rovinosamente perduta accompagnata da una guerra civile”. E più avanti nel testo, in prossimità della conclusione dell’articolo: “Ci servono nuove culture politiche, nuovi partiti, capaci anzitutto di muoversi in una simile direzione. La democrazia italiana ha bisogno di un forte richiamo a un impegno nazionale comune perché è stata proprio la latitanza di esso che nell’ultimo cinquantennio ha prodotto , dopo i primi anni del dopoguerra in cui era ancora operante l’eredità del secolo precedente, lo sgretolamento di quei tre pilastri – una classe dirigente, un sistema d’istruzione, una cultura dello Stato e dell’Amministrazione – necessari a impedire che alla fine, com’è invece avvenuto, prendesse il sopravvento su tutto la misera e vuota politica di partito … Con il risultato dell’Italia di oggi: un Paese che sembra non sapere più che cosa è né cosa vuole essere; senza idee, senza strategie, senz’anima, sempre più terra di diseguaglianze e di povertà”.

 

        Da aggiungere, sempre a conferma delle tesi di Galli della Loggia, come sia possibile constatare in ambito scolastico l’introduzione di iniziative discutibili e non coerenti con gli obiettivi di una buona pratica formativa. Un esempio per tutti è da annoverare nelle sopracitate pagine del Corriere della Sera (“SCUOLA: UN BUON TITOLO NON SI PAGA, a firma di Paolo di Stefano”: “Grazie ai contributi di alcune aziende locali, l’Istituto di Istruzione Superiore Buonarroti Fossombroni di Arezzo il 19 maggio consegnerà degli assegni tra i 100 e i 150 euro agli allievi che nel primo quadrimestre hanno ottenuto una media superiore al 7,5 (non al 7,4!) e almeno un 9 in condotta. … “Poche idee ma confuse”, direbbe Ennio Flaiano …).

                                        

         Tutto chiaro e condivisibile. È anche possibile aggiungere ulteriori elementi di adeguata importanza. Giova particolarmente ricordare, per esempio, la storia, da troppo tempo dimenticata, del regime scolastico, considerato in relazione non solo ai propri esiti, ma anche al confronto con le diverse scelte educative di altri paesi, e dei rispettivi risultati. Operazione che ovviamente consente valutazioni di massima, e che può essere indirizzata verso Paesi di maggiore o minore dimensione anche in campi non europei. Un’iniziava tra le più interessanti, e dedicata alla peculiarità della scuola italiana, potrebbe essere garantita dagli specialisti della storia della scuola Italiana, purtroppo sempre più rari e sempre meno consultati. Gioverebbe chiedere loro, o cercare nei testi delle loro ricerche, notizie e informazioni su caratteristiche e risultati – culturali e dirigenziali –  manifestate dai Ministri della Pubblica Istruzione nella storia nazionale. Direbbero subito di Gabrio Casati, già Presidente della Scuola Sabauda dal 1859, che “fissò, con la legge che portava il suo nome, le direttive della politica scolastica italiana per mezzo secolo”, (TRECCANI). E anche di più secondo altri storici, poco teneri con Gentile e Bottai, considerati poco più che tonitruanti. Possiamo aggiungere alla lunghissima influenza di Casati sulla Scuola i trent’anni di potere sindacale, che ha fortemente indebolito e disorientato il personale scolastico. Per quanto riguarda il ritorno dell’influenza dei sindacati sulla politica scolastica dal duemila ad oggi, c’è soltanto da chiedersi: ma potevano fare di peggio?   

 

 



 

 

 

lancio della sedia a scuola

SCUOLA e STAMPA

 

 

Giorgio Porrotto

 

Hanno eco attualmente articoli della stampa, italiana e non, dedicati a inquietanti vicende ricorrenti nelle nostre scuole. Vi si registrano, infatti, episodi di frequente e inaccettabile violenza assecondati, in misura crescente, da adulti – famigliari e occasionali – propensi alla rissosità. Torna utile, pertanto, dare spazio ad alcune delle affermazioni più significative tra quelle pubblicate in proposito dai quotidiani.

1) “Lucca, dove uno studente pretende con la violenza il sei politico dal suo docente, e un altro lo prende perfino a testate con un casco … perché il professore non esercita la sua autorità? … Ma noi abbiamo lasciato che i sacerdoti di questa cultura della liberà che è l’educazione venissero un po’ alla volta spogliati di ogni rispetto. Lo abbiamo fatto noi famiglie, che scambiamo il pezzo di carta con l’istruzione trasformandoci in sindacalisti dei nostri figli, pronti a rincorrere perfino al Tar contro la valutazione degli insegnanti. Lo ha fatto lo Stato che ha consentito di trasformare i docenti nella categoria di laureati peggio pagata. Lo ha fatto un’austerità di bilancio che ha salvato molte spese inutili ma ha lasciato invecchiare e deperire il nostro corpo docente (in Germania a fine carriera un professore della scuola secondaria guadagna 74.538 euro, in Italia 39.304)”. “Etica ed educazione – LA SCUOLA, COLPEVOLI DISTRAZIONI” – di Antonio Polito, vicedirettore del Corriere della Sera (20.4. 2018)

2)“Il governo del presidente Emanuel Macron ha scelto di sdoppiare (a soli dodici allievi) le classi di prima elementare nelle aree che sono “socialmente a rischio”. E così, nelle zone dove il livello sociale è più basso e gli immigranti più numerosi, le classi devono essere più piccole (la metà della norma) per riuscire in questo modo a seguire meglio i bambini. Combattere i fenomeni di bullismo significa mettere gli insegnanti nella condizione migliore per riuscire a lavorare: non si possono affidare gli stessi numeri di docenti a una scuola del centro di Milano come a un istituto della periferia di Roma, di Napoli o di Palermo” – di Alex Corlazzoli, su IL FATTO QUOTIDIANO (19.4. 2018)

3) “Il capo dei bulli (quello con la felpa che dice al prof di “inginocchiarsi” e lo offende gravemente …) sarà probabilmente bocciato; idem per i suoi quattro degni compagni che lo hanno spalleggiato … Intanto il preside dell’ITC Carrara, Cesare Lazzari, intervistato dal quotidiano Il Tirreno, non getta la spugna: “Sono ragazzi privi del senso della realtà, ragazzi da recuperare senza dare loro inutili penalizzazioni. Da punire, certo, ma dobbiamo andare oltre. Sono ragazzi che non comprendono il valore dello studio e allora dobbiamo cercare in quale tipo di lavoro coinvolgerli, con la collaborazione delle famiglie. Non sono dei delinquenti. Anche se si comportano come tali?”. – di Nino Materi, su IL GIORNALE (21.4.2018)

4) “…un professore è bullizzato dagli studenti, e uno. Viene ribullizzato dalla diffusione del video, e due. La storia diventa…alla portata dell’artiglio globale, e tre. Ognuno…si sente in…dovere di giudicare, e quattro. Sebbene del professore non si sappia niente, chi è, dove vive…problemi…Nessuno sa niente, ma tutti sanno tutto, scandagliano l’anima, indicano la retta via, sollecitano soluzioni le più impietose. I cannibali cacasenno della pausa caffè. E alla fine di questo festival del ribrezzo, chi fa meno ribrezzo sono gli studenti, e ci vuole tutta”. – di Mattia Feltri, su LA STAMPA (20.4.2018)

5) L’emorragia di giovani dall’Italia sta assumendo proporzioni drammatiche. ...Perché se ne vanno?...perché…il sistema Italia…elogia l’ozio intellettuale…non impedisce ai disonesti…di continuare a frodare, diffida chi vuole innovare…Il sistema Italiano non riconosce il merito…Così alleva giovani votati all’insuccesso…e alla ricerca di appoggi e scorciatoie, molli e privi di combattività…Così emigrano i cervelli più fini, i talentuosi, gli entusiasti, i motivati…disposti ad abbandonare le proprie radici pur di affermarsi…Purtroppo l’Italia ha, in Europa, il minor tasso di laureati, davanti solo alla Romania. E, tra le lauree, troppo basso è il numero di quelle scientifiche. La ricerca ha un valore immenso nella costruzione di un Paese solido. Ma il nostro sembra disprezzarla: investe poco più dell’1% del Pil, contro il 2% europeo, il 3% della Germania, l’8% del Giappone. Ma…quello nella ricerca è uno dei migliori investimenti…finanziari. Non solo…più dell’analfabetismo e della criminalità organizzata è l’analfabetismo scientifico a inibire il progresso di un Paese, perché alimenta favoritismi, deresponsabilizzazione, frena l’innovazione e sottrae posti di lavoro qualificato. C’è un modo per correre ai ripari: incoraggiare i giovani ad amare la scienza e abbracciare la strada della ricerca. – di Giorgio Macellari, su la LIBERTÀ (23.4.2018)

6) Da tempo soffia un vento ostile sulla dimensione pubblica dell’istruzione. I bulli devono pagare ma anche noi sbagliamo. Il bullo di Lucca che minaccia il suo professore, intimandogli di mettergli un sei sul registro, è colpevole. Ma i suoi compagni non lo sono meno. E non si tratta dei compagni di classe; i complici peggiori non erano in aula con lui, ma fuori: fra noi adulti, bulli più o meno consapevoli … Il clima, o meglio il micro clima di una classe è quasi sempre, tutto sommato, gestibile. È il clima fuori, il vero problema. Il vento di ostilità, di diffidenza, di sfiducia, se non perfino di sprezzo, che soffia sulla scuola da tempo. Decenni in cui, a poco a poco, abbiamo lasciato erodere credito e autorevolezza di un’istituzione decisiva, forse la sola indispensabile in una comunità umana”. – di Paolo di Paolo, su la REPUBBLICA (20.4.2018).

 

Morale: CHI RICORDA LE VIRTUOSE PROMESSE DELLA BUONA SCUOLA “RENZIANA” ALZI LA MANO

 

 

Foto da: https://www.youtube.com/watch?v=KxnbaXAImNk - YOUTUBE "lancio della sedia a scuola" 1.710 risultati 




 

 

 

aspettando  

En Attendant  Godot

 

Giorgio Porrotto

 

    In questi giorni di attesa della tornata elettorale del 4 marzo 2018 diamo un’occhiata – la più veloce possibile, ovviamente – al quadro estremamente problema­tico e complesso della scuola italiana. È tale al punto che della sua sorte prossima ventura nessuno ha il coraggio di parlare (con un’eccezione, il Corriere della sera). La motivazione è ovvia, ancorché emarginata o addirittura ignorata, dati i tempi di scadente e confuso smarrimento politico, oltre che di devianti Smartphone. Le circostanze consigliano di non evitare nemmeno gli inizi della nostra storia scolastica. Partiamo dunque dal Regio Decreto del 13 novembre 1859, emesso dal Regno di Sardegna e noto come “Legge Casati”, dal nome del ministro che l’aveva predisposta; per poi arrivare, con il Regio Decreto del 27 settembre 1961, all’estensione ufficiale della predetta “legge Casati” a tutti i territori del regno d’Italia appena ufficialmente assunto.  

   I risultatati? Il doppio incarico risultò ampiamente efficace, al punto che la rilevanza culturale delle disposizioni di legge di detto ministro – da considerare come norma compatta e comprensiva della crescita culturale degli alunni – non solo è stata imposta in tutti i licei italiani come vangelo unico e intoccabile oltre la sua morte e il suo secolo, ma ha dominato la crescita e la formazione etica e sociale degli studi più complessi e rilevanti dei laureati di questo paese fino alla soglia del Duemila. Di questo fenomeno – eccezionale ma decisamente non imitato in paesi avanzati – sono ancora sostenitori irriducibili non pochi intellettuali italiani. Cui va addebitata una buona parte di responsabilità relativamente allo spaventoso ritardo della scuola italiana, e quindi dell’intera società nostrana, di fronte alla crescita, sempre più diffusa, di cui si avvalgono i paesi della modernità. Da aggiungere che all’ostinata affezione all’apprendimento scolastico del latino hanno rinunciato, da oltre sessant’anni e più, tutti gli altri paesi europei che ne furono cultori quanto il nostro; e con essi, incredibile a dirsi ma non certo a caso, nientemeno che la Chiesa Cattolica.         Ultimo, ma tutt’altro che banale appunto in proposito – anzi, da aggiungere in coda proprio perché degno di stupore e di non facile digeribilità – questo richiamo: tolto il liquame dell’autoesaltazione mussoliniana – eliminato puntualmente dai comandi anglo-americani negli anni della loro sanguinosa avanzata liberatoria nella penisola italiana, e cioè fino al 25 Aprile 1945 – la scuola italiana, tornata alla gestione nazionale, ha puntualmente recuperato nella penisola programmi, orientamenti culturali e disciplinari previsti e stipulati a suo tempo dalla legge Casati, e successivamente ampliati e consolidati senza dirompenti modifiche dai due più importanti cultori del regime scolastico fascista, Giovanni Gentile (periodo iniziale del regime) e Giuseppe Bottai (periodo finale). Ai predetti successi della legge Casati possiamo aggiungere anche questi: una nota che ne motiva sia il rilievo sia il successo politico: i progetti scolastici del ministro altro non erano che una derivazione, studiatamente inserita, degli esempi educativi della Ratio atque Institutio studiorum Societatis Iesus (creata a Roma tra il 1581 e il 1599, anno della pubblicazione e dell’attivazione).

   Restano da segnalare gli effetti dei tentativi di introduzione dell’autonomia scolastica. Ben poco da dire sul primo intervento: studiato per un ventennio, è stato respinto alla vigilia del cambio di secolo, ancorché debitamente predisposto. I successivi tentativi sono falliti perfino negli ambiti in cui una parte politica ha avuto tempi e modi per ripeterne l’applicazione. Estremamente significativo, in quanto tacitamente eloquente, l’atteggiamento del leader PD ad un paio d’anni dalla scomparsa della “Buona Scuola”, da lui inventata. Il silenzio di altri toglie ogni parola. La causa di tanti e ripetuti fallimenti? Da sempre, e a causa di come è nata e mai rivisitata e modificata, la scuola italiana si distingue per non essere oggetto di studio, di ricerca, di elaborazione di esperienze, di modernità … Il possibile rimedio? Si cominci a studiare e a battersi per una scuola europea.

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   Quale può essere il rapporto tra il titolo iniziale, non percettibile nell’immediato, e il triste declino della scuola italiana di cui si parla nel testo? 

Cominciamo con un breve riassunto del libro: “Vladimiro ed Estragone, due barboni, aspettano su una strada di campagna il ‘Signor Godot’. Nulla si sa di lui, e ogni giorno un ragazzo viene a dire “verrà domani”. I due patiscono freddo e fame, litigano, parlano di separarsi o di suicidarsi, ma restano lì. Dai loro discorsi banali e sconnessi, e da quelli con altri personaggi, trapela il nonsenso della vita” (Wikipedia). Non si tratta dello scherzo di un comico o di un vignettista, ma del capolavoro di un autore che lo ha scritto debitamente in francese, ma è nato e cresciuto in famiglia irlandese ed ha ricevuto, nella circostanza, il Premio Nobel. Il senso dell’opera: “Nella cultura popolare Aspettando Godot è divenuto sinonimo di una situazione (spesso esistenziale), in cui si aspetta un avvenimento che dà l’apparenza di essere imminente, ma che nella realtà non accade mai e in cui di solito chi l’attende non fa nulla affinché si realizzi (come i due barboni che si limitano ad aspettare sulla panchina invece di avviarsi incontro a Godot)”.

       Così stando le cose, e pur non rinunciando neppure per un minuto ad un recupero europeo della scuola italiana, ho paura che da un giorno all’altro si possa sentir dire per strada, da un giovane cinese – occhi duri e neri, senza ombra di sorriso, voce bassa ma sicura – qualcosa del tipo: “Mio figlio alla scuola italiana? Assolutamente no, dovrei prenderlo a schiaffi per impedirgli di aspettare GODOT!”.            

 

 


 

 

150 ore per il diritto allo studio

 

E IL SINDACATO? 

 

Giorgio Porrotto

 

Parliamone in riferimento alla sua capacità di raccogliere e coagulare, e in quanto risorsa con cui valutare le prospettive economiche e civili che vengono imposte dai rivolgimenti della produttività a livello ormai prevalentemente mondiale. Una produttività che a sua volta si presenta sempre più imprevedibile, e quindi sempre meno acquisibile per la maggioranza delle concorrenti, a tutto e incontrastabile vantaggio di una sola parte: quella inarrestabile perché sempre più auto-selezionata dall’allora potere finanziario. Al punto che sempre più incerte e logoranti si ritrovano le economie non solo popolari, ma anche di rango medio-borghese. E parliamone pure anche con un occhio al passato, se non altro per individuare gli elementi di con­ronto col presente. O meglio, perché è proprio nel passato quasi remoto delle conqui­ste sindacali italiane che si ritrova un incredibile successo in campo scolastico: la storia, breve e dimenticata dai più, ma straordinariamente rivelatrice, delle “150 ore per il diritto allo studio”. Eccone alcuni passaggi recuperati in un documento CISL-Emilia Romagna gentilmente trasmessoci su richiesta.

Una delle battaglie sindacali, negli anni Settanta, fu la conquista delle così dette 15O ore per il diritto allo studio. Il risultato fu la possibilità per tutti i lavoratori di usufruire di un monte ore triennale retribuito per seguire corsi di formazione professionale o anche non strettamente connessi con l’attività lavorativa, al fine di ottenere un titolo di studio. L’idea era quella di potersi affrancare dal padrone, mettendosi al suo stesso livello grazie all’istruzione. Le 150 ore erano una forma di … “investimento contrattuale”. Era un diritto non esigibile automaticamente e, all’inizio, la maggioranza dei lavoratori ne era consapevole molto blandamente. Un ruolo centrale lo ebbe chi portò avanti e fece conoscere quella rivendicazione: e allora operai e metalmeccanici iniziarono a utilizzare il tempo del lavoro anche per riprendere gli studi interrotti. Furono anni di cineforum, di corsi di Inglese, Italiano, storia, messi in piedi grazie all’aiuto degli intellettuali del tempo, organizzati tramite il sindacato nelle scuole per le 150 ore. L’esperienza ebbe però vita breve perché negli anni Ottanta tutto cadde sulle spalle di pochi sindacalisti a tempo pieno e a livello confederale. … Oggi le I50 ore sono solo un ricordo – anche se la legge prevede tuttora permessi retribuiti per motivi di studio – nonostante la questione della formazione continua sia tutt’altro che marginale. Non sono pochi coloro che si rendono conto del peso negativo che la deficitaria condi­zione degli adulti italiani ha su tutta la nostra vita sociale, produttiva, economica. Come a dire che il nostro è un paese in declino forse anche a causa «del mondo oscuro della bassa scolarità intrecciata a una minacciosa e ancora più grave dealfabetizzazione in età adulta … L’avventura delle 150 ore potrebbe essere, dunque, una proposta per il futuro, uno spunto da cui ricominciare…e, soprattutto, un rinnovato, coordinato impegno per ottenere in Italia un sistema nazionale di promozione degli apprendimenti in età adulta».   

All’improvviso, sin dai primi anni ’70 del 1900, l’iniziativa delle 150 ore venne tacitamente liquidata; una volta per tutte e a meno di un decennio di esiti altamente positivi. Come a dire, l’esatto opposto delle scelte adottate in precedenza e così traducibili: un no a chi chiedeva di poter imparare di più, un sì a chi chiedeva di poterne studiare di meno.

La causa? Si andava imponendo, dopo oltre un secolo dall’unità d’Italia, una nuova forma di rapporti tra scuola e potere: stava infatti avanzando, con una rapidità priva di precedenti, un’imprevista ondata di laureati numericamente inimmaginabile rispetto ai tempi sia della monarchia che, a seguire, del fascismo (destinati poi, entrambi e non a caso, ad incrociarsi per oltre un infernale e liquidatorio ventennio). E dato che al numero straripante di laureati in continua crescita non corrispondevano altrettante offerte di lavoro, le forme di protesta stavano traducendosi in rivolte. La causa del tutto? Evidente e tragica: l’iniziale sviluppo industriale post bellico aveva aperto l’università – già prerogativa esclusivamente bor­ghese – anche ad una parte dei ceti popolari, stimolati sia dalle nuove prospettive socio-economiche sia dalle suggestioni televisive. Ciò che del resto aveva anticipato la televisione europea. Nella circostanza il governo, democristiano, si trovò di fronte ad una dura contrapposizione di esigenze sociali e industriali: da un lato una massa di laureati in logorante attesa di lavoro, e dall’altro un capitalismo vincolato ai soli investimenti famigliari (a tutt’oggi). La scelta risolutiva – favorita dalle opposizioni – fu una sorpresa enorme perché senza precedenti e in contrasto con l’Europa: assunzione nella scuola di un numero di laureati il più alto possibile. All’accoglienza degli interessati (laureati e Confindustria) si unì, tacitamente, il resto del paese. Due le vittime sacrificali della scelta: scomparvero i semi-partiti semi-rivoluzionari di cui sopra; la scuola fu affidata, pressoché in esclusiva, alla gestione dei vincitori di tutta la vicenda: CGL, CISL e mini-sindacati vari.  

Ovviamente alle spalle della vicenda appena riassunta, e così vicina ai drammatici problemi della scuola italiana di oggi, possiamo fare ricorso a pagine concernenti quel passato da cui, in buona misura, possiamo ricavare le origini più lontane dei problemi odierni. “È al modello sardo-piemontese, definito nella Legge denominata da Gabrio Casati, ministro dell’Istruzione del Regno di Sardegna dal 1859 al 1860, che occorre risalire per comprendere la struttura istituzionale, ordinamentale, culturale del sistema educativo italiano tuttora vigente. Passando per le modifiche di Giovanni Gentile e Giuseppe Bottai, è rimasto per l’essenziale lo stesso fino ad oggi: una scuola pensata per pochi, a totale centralismo statale”. Firmato Giovanni Cominelli, GUERINI E ASSOCIATI, 2009. Ecco come e perché la scuola italiana, fondata da Casati e per oltre un secolo e mezzo guidata e orientata sulla stessa scia fino al fascismo di Gentile e Bottai, e poi affidata ai ministri del regime democratico, è infine servita, senza sostanziali modifiche dei suoi iniziali contenuti, ad applicare ancora una volta per 20 anni e per il tramite dei sindacati, le raccomandazioni culturali risalenti al 1860. Da aggiungere che, quando si parla del pensiero culturale che Gabrio Casati ha introdotto nella storia scolastica del paese, riuscendo a farne un perno del pensiero culturale scolastico fino alla soglia del 2000, stiamo parlando di religione cattolica. E non generica, ma quella, risalente al 1590, della Compagnia di Gesù. 

Dagli inizi di questo secolo la scuola italiana è tornata dalla gestione sindacale a quella politica, ma di una politica del tutto estranea alla storia, e soprattutto all’evoluzione e agli sviluppi della modernità dei più avanzati paesi europei, e non solo. Ne è prova la catastrofe della così-detta “Buona Scuola”, bocciata dagli autori e però annualmente ancora in funzione, e senza alternative programmatiche, nem­meno in campagna elettorale. Unica consolazione, l’Apartheid dei sindacati. 

 


 

 

Scuola sul filo

SCUOLA SUL FILO

 

 

Giorgio Porrotto

 

Dal Corriere della sera, Milano, pagine nazionali – Raccolta titoli di stampa dal 18.11. 2017 al 2.12.2017:

“Bombe carta e video hard: caos al "Virgilio" Alta tensione nello storico liceo della capitale” - “Sono della Roma bene: comandano in pochi, intimidiscono gli altri e i genitori li difendono. La Preside” - “Caos al liceo Virgilio, solidarietà alla preside e molte famiglie trasferiscono i loro figli” - Intervista 1 “Parlare degli studenti come fossero criminali è una diffamazione” Intervista 2 “Un gruppo violento tiene in ostaggio tutti C’è un clima di paura” - “Fedeli: "Al Virgilio fatti preoccupanti, serve fermezza" - "Musica <trap> e droghe a scuola Viaggio tra i bulli del collettivo" - Lo studente del Collettivo: "La preside è assente, non sa" - "Scatta la caccia agli occupanti In via Giulia i cani antidroga" -  "Liceo Virgilio, hashish nello zainetto Studente scoperto dai cani antidroga" - “Virgilio, prove di coesione col girotondo Il prof: non è certo un covo di delinquenti” - “Genitori, studenti e professori: la catena umana in difesa del Virgilio” - “L’ora del dialogo dopo la bufera Al Virgilio la 'tessitrice' Fedeli” - “Dirigente: Per Carla Alfano l’istituto è diventato un porto franco" - Studenti e prof dalla ministra Fedeli, chiuse le audizioni sul caso Virgilio” - “Nessun commento dopo gli incontri”.  

Da La Repubblica, Roma, Pagine nazionali e locali – Raccolta titoli di stampa dal 18.11. 2017 al 2.12.2017 :

“Video hot al Virgilio, indaga la procura E la preside accusa “Fatti gravissimi” - “Virgilio nella bufera – prof e genitori divisi su video e proteste” - “Rivolta anti-preside: Gli studenti non sono mafiosi” “Dieci alunni già andati via Scambio con l’estero a rischio” - “Caos Virgilio, i prof contro la preside” “Qui non c’è mafia ma tanti problemi” - “Cani antidroga in via Giulia Il gip: Consumo collettivo ma non esistono bande” - “Cani anti droga al Virgilio Genitori e Prof “Ora si esagera” - “Noi, il Virgilio e i giornali che sogniamo” - “Occupare la scuola, un rito di passaggio” - “Roma, catena umana per abbracciare il Virgilio”.

Da Il Messaggero, Roma, pagine regionali e locali – Raccolta titoli di stampa dal 18.11. 2017 al 2.12.2017 :

“Virgilio porto franco, studenti spaccati” “Dopo l’esplosione di due bombe e lo spaccio … gli alunni iniziano a dissociarsi” “La preside:<<Nell’istituto vige un clima omertoso preoccupante” - “Scuole, i presidi di Roma: mandateci i cani antidroga” - “Virgilio, si teme il crollo di iscrizioni”- “Virgilio, affondo del ministero: i genitori ostacolano la scuola” - “Presìdi militari al Virgilio – arrivano i cani anti-droga” - “Licei, il piano dei presidi - ronde anti occupazioni” - “L’intervista Luigi Berlinguer: Il Virgilio è ostaggio di una minoranza, sono giovani estremisti aizzati dai genitori” - “Virgilio, beffati i cani antidroga – c’è la <moratoria> sullo spaccio” - “Licei, il dialogo che non c’è "Genitori ostili e distaccati”.

Da Il TEMPO, Roma, pagine regionali e locali – Raccolta titoli di stampa dal 18.11. 2017 al 2.12.2017:

“Su Facebook gli sfoghi degli studenti contro i media E dal Virgilio sbottano: "Su di noi solo veleno" - “Genitori contrariati: Non è vero quello che raccontano dell’istituto" "Cani antidroga e poliziotti controllano il Virgilio”

Da il Fatto Quotidiano, Roma, Pagine nazionali – Raccolta del titolo di stampa del 22.11.2017:

La campagna sulla droga, violenze e video hard”

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Giuseppe Caldarola (sul Corriere della Sera), ex direttore dell’Unità ed ex parlamentare del pd, padre di un alunno del “Virgilio”, “Di sicuro al Virgilio c’è qualcosa che non va, ma parlare di mafia…La droga esiste in tutte le scuole d’Italia, ormai si spaccia anche alle medie…invece di ingaggiare un braccio di ferro con i genitori della Roma bene, la preside avrebbe dovuto chiamarci tutti. … Per la dirigente…quanto è accaduto…ha del "delinquenziale". Non credo…ma il bullismo sì…Il genitore deve fare il genitore, senza rimpianti per le sue battaglie… Servono comprensione, serenità e autorevolezza, la responsabilità del plauso e del rimprovero.

Francesco Rutelli (sul Messaggero), ex sindaco di Roma “Mia figlia cambiò liceo, c’era l’aula delle canne”.

Paolo Crepet (sul Messaggero), psichiatra “Studenti convinti che tutto gli sia concesso. Saranno una classe dirigente incompetente” “I nostri giovani saranno surclassati dagli asiatici. Fedeli invita al dialogo? Assurdo un negoziato professori-genitori”.

Luigi Berlinguer (sul Messaggero), ex ministro della pubblica istruzione) “Il Virgilio è ostaggio di una minoranza, sono giovani estremisti aizzati dai genitori.

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Le vicende fuori norma prodotte di recente dagli studenti del Liceo “Virgilio” sono tutt’altro che una novità. Anzi, possiamo tranquillamente definirle una tradizione tutta italiana, e risalente addirittura agli anni settanta del secolo scorso, allorché il Governo concesse – con qualche successiva modifica, ma senza reali soppressioni – una gestione culturale della scuola affidata agli studenti per una volta all’anno, e a durata settimanale (talvolta oltre). Il tutto con l’intesa tacita, ma incontrovertibile, dei partiti del centro-sinistra. Ma quella novità era soltanto l’appendice di un’operazione di ben più vasta e rilevante portata, e cioè il sostanziale – anche se non del tutto formale – cedimento della gestione della scuola al colosso Sindacale. Da allora, e senza remissioni parziali o formali proteste, la scuola italiana è uscita dall’Europa. Che proprio negli stessi primi anni Settanta aveva dichiarato, e realizzato, soprattutto nell’Europa del Centro Nord, il RAPPORTO FAURE, che ha costituito nel tempo il punto principale di riferimento del Centro Nord europeo, dalla Francia alla Norvegia e alla Danimarca, e con il contributo di lunga durata degli orientamenti proposti da Jacques Delors. Nel frattempo in Italia sta sfaldandosi, assieme a tutte le sue orgogliose tradizioni, il fortilizio del classicismo liceale, ora troppo debole a fronte della imponente diffusione delle lingue europee, e non solo (da ricordare, per capire il nostro passato ancora presente, che il perno irremovibile della scuola italiana dal 1860 al 1922, e dal 1923 a questo secolo, fu sufficiente la fermezza di due soli ministri: Casati e Gentile). Altro dato di modernità dissolvente: agli esami di Maturità la promozione è ormai un diritto di tutti i candidati, nessuno escluso. Prospettive: ad un anno del dichiarato fallimento governativo della così detta “Buona Scuola”, la stessa parola “scuola”, pur intesa senza pretesa alcuna, è esclusa in sede sia di Governo che di Parlamento, e ovviamente nei comizi. Per fortuna rimangono i giornali.

 


 

 

Entre les murse

Gli altri e noi

 

Giorgio Porrotto

 

 

Nell’estate dell’anno in corso è stata realizzata da RAI5 una iniziativa che, almeno nelle intenzioni, non può essere stata motivata da altro se non dal proposito di stimolare attenzione –anche occasionale purché condivisibile- sull’impervio declassamento della scuola italiana. Che però è ormai segregata dalla pubblica indifferenza, come sta dimostrando il lungo e impeccabile silenzio in materia; e non soltanto da parte del Governo e dei suoi sostenitori, ma anche da tutti gli altri schieramenti, giacché nessuno sta avanzando proposte in alternativa alla falsa “Buona Scuola”, ripugnata dallo stesso presidente del Consiglio che l’aveva imposta (la vera Buona Scuola è ormai reperibile soltanto in alcune librerie).

Nei fatti l’iniziativa di RAI5 altro non è stata che la trasmissione, in data 22 agosto 2017, di una replica del film francese intitolato “Entre les murese” (in italiano “La classe”), prodotto nel 2008 e diffuso immediatamente, per l’enorme sucesso, in tutte le parti del mondo (i premi: PALMA D’ORO del Festival di Cannes 2008 e l’OSCAR 2009 come “miglior film straniero”). Un brevissimo accenno ai contenuti del film per ricordarne i significati agli adulti che all’epoca lo videro e per favorirne l’approccio di giovani e non giovani che non ne hanno mai sentito parlare: “La periferia difficile di Parigi vede come protagonisti gli insegnanti e gli alunni di una scuola media, che durante un anno di scuola dovranno confrontarsi e talvolta anche scontrarsi in un percorso educativo problematico, ma anche pieno di stimoli ed umanità”. E’ anche utile richiamare alcuni dei giudizi espressi da autorevoli esperti all’uscita del film. Sean Benne, presidente della giuria del 61° Festival di Cannes: “Le interpretazioni, la scuola, le provocazioni, la generosità: magia pura. Il fatto che, in un mondo sempre più confuso, qualcuno ci mostrasse dove va la scuola ci ha toccato profondamente. Abbiamo amato un film che non vuole dare risposte, ma che pone molte domande”. Paolo Mereghetti, del Corriere della Sera: “Nessuno è riuscito a resistere ai 25 ragazzi di Cantet (autore e regista del film), imprevedibili e beffardi, che mettono in croce il loro insegnante, ponendo però anche domande universali sulla gestione della democrazia e della convivenza civile”. Natalia Aspesi, de la Repubblica: “Un grande semplice film”. Fabio Ferzetti, Il Messaggero: “Un film formidabile – Uno straordinario ritratto di gruppo, realistico, incalzante, traboccante di energia”. C’è altro da aggiungere in fatto di elogi espressi da parte italiana nei confronti di un film francese di una decina anni fa? Sì, lo richiedono due casi particolari e tra loro confliggenti, e riconducibili chiaramente alla attuale e difficilissima situazione politica italiana. Primo caso: nel 2008 la stampa italiana si qualificò compatta e senza remore tra i più risoluti ed entusiasti apprezzatori del film francese. Secondo caso: nel 2017, cioè oggi come oggi, la stampa nazionale italiana ha solennemente ignorato sia la suddetta iniziativa di RAI5, sia altre occasioni di interesse per il film francese, che aveva ampiamente esaltato dieci anni prima (con l’unica eccezione di qualche quotidiano provinciale). E non è certo il caso di contestare questa seconda scelta, se appena si tiene conto del disastro in cui sopravvive la scuola in Italia.

Al centro della questione possiamo collocare la notevole differenza che emerge nel film tra l’orientamento professionale del docente francese e quello, sempre più preoccupante, delle scuole italiane, che stanno adagiandosi su una forma di lassismo praticata con abile silenzio, tanto abile da esentare denunce formalmente dichiarate. Questa deviazione professionale si afferma in più fasi e si impone con la convergenza di più persone: in primis la studiata approssimazione culturale dello studente; a seguire la tolleranza se non addirittura l’incoraggiamento dei genitori; ne segue quasi sempre il cedimento degli insegnanti non capaci di contrastare le polemiche e le umiliazioni di cui son maestri i clan familiari; l’ultimo atto? La facile connivenza dei Capi di istituto interessati più all’elevato numero di promozioni finali che agli obiettivi culturali.

 

Quel che invece colpisce di più nei comportamenti professionali del docente proposto dal film francese è l’intento, irriducibile più ancora che appassionato, con cui cerca di attrarre l’interesse dei singoli allievi, ma soprattutto di quelli non incoraggiati e non assistiti dall’ambito familiare; e che in prevalenza son di pelle scura, tipica delle ex colonie francesi. Ne accetta, o addirittura ne provoca le interruzioni, gli sgarbi o le ostentate forme di indifferenza, e non si dà pace fino al suono della campanella che sancisce la fine della lezioni. L’insegnante di Entre les mures invita a capire, a ragionare, a non mollare, ad assistere ed aiutare in tanti modi, fino a stupire. Da notare poi, nel film, la frequenza con cui gli insegnanti si riuniscono per discutere sui problemi della classi, dei singoli alunni, e poi con il dirigente scolastico dell’istituto, responsabile del funzionamento organizzativo dell’istituto, ma del tutto estraneo alla attività di insegnamento (che è assistita e se del caso controllata, da esperti delle singole materie, a loro volta orientati dal Provveditore regionale agli studi, per legge docente universitario). 

 

 


 

 

Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti

Si salverà la scuola?

 

 

Giorgio Porrotto

 

Fino a quando accetterà di essere sempre più declassata ed emarginata la gente di scuola? Se vogliamo pensare a qualche non banale prospettiva di riscatto – sia del ruolo perduto, sia della modernità non raggiunta ma da tempo praticata dai docenti di paesi a noi consimili – possiamo riflettere su tre recenti articoli del Corriere della Sera. Pubblicati in meno di due settimane, suggeriscono al lettore una consistente scelta interpretativa del disastro scolastico nazionale: evocano elementi documentari probanti, a partire dai quali è possibile cercare, dedurre e valutare altri aspetti dell’immane disastro. Può avere una qualche importanza chiedersi come nasca questa offerta, da parte del solo quotidiano principale italiano, di elementi informativi tutti centrati sul dramma scolastico italiano, e non anche da parte dei suoi concorrenti? La domanda ha forti motivazioni e pari risposte: Anni 1970-2000, scuola squalificata dalla gestione sindacale, il Corriere segnala soltanto le bravate studentesche – Anni 2001-2015, scuola allo sbando, il Corriere notifica sommariamente effetti di mancata gestione, e per il resto ordinario disinteresse – Attualmente: il disastro della scuola non può non essere avvertito come disastro del Paese. Nell’attesa di saperne e vederne di più, dedichiamoci al Corriere pro-scuola e ai suoi autori. Eccoli: Panebianco (4.8.2017) osservatore polemista di prima pagina, e difficilmente tranquillo di fronte alle strategie dei vertici politici italiani; Pier Luigi Battista (14.8.2017), acuto interprete e stimolante critico della società italiana, che valuta in base ai livelli di responsabilità civile; Nuccio Ordine (3. 8.2017) professore ordinario di Letteratura Italiana presso l’Università della Calabria, noto in ambiti internazionali per i suoi studi sulla filosofia italiana e Giordano Bruno, per i suoi libri tradotti in cinese, giapponese e russo, e per le sue pubblicazioni in Italia e in Francia.

 

Il caso che Pier Luigi Battista si è trovato di fronte è di quelli che paiono inventati per nessun altro fine se non quello di far saltare le sedie, come talvolta accade nelle assemblee condominiali. Si tratta di un recente progetto che la ministra della P.I. Valeria Fedeli definisce indispensabile e urgentissimo. Comporta un aumento degli istituti che da alcuni anni sperimentano, sulla scia di esperienze di una parte del nord Europa, la riduzione delle Scuole Superiori dai 5 anni attuali di durata ai 4 del prossimo futuro. I limiti forti del progetto sono almeno due. Il primo: i programmi di studio delle Superiori italiane si caratterizzano fortemente per arretratezza rispetto a quelli delle corrispondenti scuole europee. In secondo luogo il progetto nostrano prevede termini di identicità delle materie, a differenza della libertà di scelta delle scuole europee. Di più: il progetto di incremento della sperimentazione sale, dalle attuali 12 scuole che da qualche anno la svolgono, addirittura al numero di 100, e a partire dall’anno scolastico immediatamente successivo all’attuale. Il tutto a imitazione delle svolte evolutive praticate in Europa, ma senza i più studiati accorgimenti dei ministeri e delle scuole d’oltralpe, e pertanto con forti rischi di impoverimento culturale delle nostre Superiori. Questa prospettiva ha aizzato l’ira funesta dell’espertissimo commentatore Pier Luigi Battista: “E ora gli studenti fanno le cavie per il liceo breve – Diamo i numeri!”. E’ impossibile non interpretarne l’escamotage finale come una vis polemica risolutamente liquidatoria (e sul Corriere!), e perfino irriverente in quanto rivolta ad un Ministro donna. Ma c’è di più: all’accusa il pubblicista aggiunge piena solidarietà agli insegnanti, e in questi termini: “La scuola non viene mai lasciata in pace, vittima della improvvisazione continua e insaziabile e di una cieca smania di cambiamento specie senza senso”. Ma la mattina del giorno successivo – e a dispetto della festività di un assolatissimo 15 agosto – spunta sul Corriere la risposta, pacata ma perentoria, della lettera con cui la Ministra della P.I. Valeria Fedeli conferma l’imminente realizzazione dei suoi progetti: tra il 2018 e il 2019 scelta di 100 scuole per la sperimentazione del Liceo breve, e, a seguire, la generale invocata applicazione. E poi? Sostanzialmente nulla di nulla. Anche se il monumentino della ministra sarà ricordato un po’ più di altri. Comunque, un grazie a Pier Luigi Battista.

 

Il già citato articolo di Panebianco in verità ne comprende due, giacché in precedenza lo stesso autore ne aveva costruito uno consimile nelle pagine del “VENERDÌ”, settimanale aggiuntivo del Corriere, e aveva dovuto inserirlo in quel testo di marginale impegno perché, c’è da supporre, non era ancora predisposta l’atmosfera necessaria per esporlo nelle  pagine di politica nazionale di un grande giornale (v. in Naturalmente Scienza del 23/08/2016, “Scuola tradita. da chi?”, due articoli a seguire: “I guai della scuola? Colpa della Dc” e “Confermo, i guai della scuola vengono dalla Dc). Quanto sopra per sottolineare i grami stenti che la scuola deve affrontare per tornare a essere scuola. Panebianco insiste nel ricordare come, quando e perché la società italiana abbia potuto rinunciare al ruolo autentico della scuola, e, di conseguenza, insiste nel denunciare come follia senza precedenti l’apertura indiscriminata ai laureati nei processi di assunzione in scuole pubbliche nei primi anni 70 del secolo scorso. Due i motivi non dichiarati ma facilmente deducibili di tale scempio. In primis la paura dell’enorme massa di laureati in inutile attesa di un lavoro e sempre più impegnati in manifestazioni di protesta. E ancora peggiore si manifestava la crescente formazione di sedicenti e comunque aggressivi rivoluzionari, predisposti nelle piazze a minacciare rivoluzioni. A fronte di questo quadro, un solo partito al governo: la Democrazia Cristiana, che cedette ignominiosamente alla folla vociante. A seguire, un silenzio sulla vicenda durato cinquant’anni. Il grande merito di Panebianco sta nel non aver mai smesso di denunciare l’immane scempio manipolato dalla D.C. mentre, e sempre da cinquant’anni, nessuno più ne parla. E però è forse anche il momento di denunciare incompetenze, sotterfugi e scempi che, accumulati nel tempo, hanno sciaguratamente moltiplicato e ulteriormente inquinato la pavida scelta democristiana. Rinviamo il resto della storia ad una delle prossime puntate. Anticipando però una delle tante impietose domande a cui dovremo fare riferimento: cosa proponeva, tra una chiassata e l’altra dei sedicenti rivoluzionari, l’ancora potentissimo e imponente (ancora per poco) Partito Comunista Italiano?

     

Per aver contezza degli orientamenti di Nuccio Ordine sullo stato e su un incertissimo futuro della scuola italiana, sono sufficienti alcuni appunti tratti dal suo sopracitato articolo pubblicato dal Corriere.

Dai professori bisognerebbe partire. Che fare? Come formarli? Come selezionarli? La nostra scuola non ha bisogno dell’alternanza scuola – lavoro così come viene applicata (le ore non sarebbe meglio investirle in conoscenze di base?). Non ha bisogno di commissioni per gli smartphone in classe (perché non aiutare gli studenti a vincere la <<dipendenza>>?) o che propongono la riduzione di un anno della scuola secondaria (la fretta non aiuta a formare alunni migliori). La peggiore delle riforme con buoni professori darà buoni risultati, ma la migliore con pessimi professori darà soltanto pessimi risultati. C’è bisogno di un reclutamento chiaro e sicuro: ogni anno un concorso nazionale (come si fa in molti paesi). E non concorsoni decennali e improvvisati che hanno prodotto infinite tipologie di precari: una ma­tassa ingarbugliata che nessun miracolo arriverà a sbrogliare. De­cine e decine di migliaia di precari (età media preoccupante) potranno insegnare con passione? Selezionare i buoni professori (eliminando il precariato) e ridare dignità al lavoro di insegnante (gli stipendi italiani sono molto bassi rispetto alla media europea) è ormai una necessità. Solo così potremo portare la scuola alla sua vera essenza, alla centralità del rapporto docente–allievo. 

Nella parte iniziale del suo articolo, Nuccio Ordine ha inserito il testo della lettera inviata da Albert Camus, che aveva appena ricevuto la vittoria del Nobel (19 novembre 1957), al suo maestro della scuola elementare. Un brano: “Senza di lei, senza quella mano affettuosa che lei tese a quel bambino povero che ero, senza il suo insegnamento e il suo esempio, non ci sarebbe stato nulla di tutto questo”. Attualmente in Italia possiamo però esser ben certi che nessun Dirigente Scolastico – Capo Supremo della funzione docente in virtù del totale declassamento della categoria degli insegnanti, e della così detta Buona Scuola inventata ed imposta da un recente governo – riceverà mai una lettera del genere. 

 


 

Buongiorno, tristezza!  “Il tabù della bocciatura”

Buon giorno, tristezza!

 

 

Il tabù della bocciatura

 

Giorgio Porrotto

 

 

 

 

 

 

“Da anni il sistema di istruzione italiano si regge sulle promozioni d’ufficio. Così la scuola rinuncia a selezionare gli studenti in base al merito” di Ernesto Galli della Loggia.

 

 Sabato 29 aprile 2017 Corriere della Sera – (Testo parziale)

<<Se tutti gli studenti avessero i voti che meritano non verrebbe promosso più del 20 per cento>>. Spetta a un professore … pugliese il merito di aver ancora una volta portato alla ri­balta … la grande menzogna … Proprio perché … non stava al gioco… il dirigente della scuola lo ha … sospeso dal servizio: sanzione disciplinare che, dopo ben cinque anni, il giudice del la­voro di Lecce ha però annullato dandogli ragione … nelle scuole italiane la bocciatura è di fatto bandita, così come è bandito ogni … reale accertamento del merito. Gli abbandoni scolastici beninteso ci sono … ma hanno una spiegazione di altro genere, perlopiù legata alla condizione socioculturale dell’ambiente familiare. … gli esami di diploma finale fanno regolarmente se­gnare percentuali di promossi che da anni sfiorano il cento per cento … Le cause sono molte … la principale è l’ideologia fondata sulla categoria di <<inclusione>> che da decenni domina la nostra istituzione scolastica. Cioè l’idea che compito della scuola anche dopo il percorso dell’obbligo, non sia quello di impartire conoscenze … bensì … <<non lasciare nessuno indie­tro>> … in parole povere … promozione generalizzata e indiscriminata. Da decenni, poi, è ve­nuta crescendo nella scuola una tendenza … all’<<universalismo>> (… altra faccia della cosid­detta <<autonomia>>), in base alla quale la scuola … è stata sollecitata a proiettarsi … fuori dall’ambito suo proprio, verso una miriade di attività, di iniziative, di interessi … che … fini­scono per condizionare il giudizio anche sul profitto vero … Agli occhi … del Ministero … il “successo” di un istituto scolastico … dipende dall’adeguamento ai due orientamenti ideologici di fondo detti sopra. I quali hanno alla fine un riscontro ineludibile … nel numero dei promossi … apprezzato dalle famiglie” ... la promozione del maggior numero possibile di alunni ha finito per avere un valore assolutamente strategico. … Nel nostro sistema scolastico infatti … non è il singolo docente ad assegnare i voti di fine anno … I professori hanno … diritto di proposta, ma chi decide è il consiglio di classe a maggioranza … presieduto ovviamente dal dirigente scola­stico il quale … ha tutto l’interesse … alla massima benevolenza… Ma a che cosa serve un si­stema d’istruzione simile? ... a sollevare da ogni responsabilità i partiti … a liberarli dai pro­blemi, dalle proteste e dalle accuse … … essi riescono a dare a credere, specie alla parte meno avvertita dell’opinione pubblica, che ormai esiste finalmente una scuola davvero democratica. … Peccato che … ciò non sia più vero da tempo … perché … una scuola che non seleziona, che non accerta il merito, è una scuola che … rifiuta di fornire alla società, al mondo del lavoro… la volontà di impegnarsi … utile solo come parcheggio e per consentire ai politici di dormire sonni tranquilli, illudendo le classi povere che c’è un’istruzione al loro servizio. Che …. c’è per i loro figli quell’avvenire migliore che viceversa assai difficilmente ci sarà. Quanto alle classi abbienti … sono corse ai ripari. O… sollecitando … la formazione di classi di serie A dove concentrare i loro rampolli, o … mandandoli … direttamente all’estero>>.

 

Ipotesi di reazioni all’articolo di Galli della Loggia

 

Ambito ministeriale: “Finché è uno solo che denuncia e protesta … possiamo lasciarlo dire e lasciarlo perdere”. Ambito sindacale maggioritario: “Proprio ora che per gli altri settori stiamo ottenendo qualcosa dal governo, e forse, poi, andando avanti, potrà esserci il caso di ottenere perfino anche molto di più. Poiché siamo ben certi che la scuola non ce la ruba nessuno … al momento possiamo anche evitare il fastidio di inutili proteste”.

Ambito sindacale minoritario e in opposizione: Il responsabile dell’ufficio è temporanea­mente assente”.

Sala insegnanti, quattro i presenti:  

 1) “Certo, presentato com’è oggi, il quadro della scuola – già da troppo tempo è in balia di pericolosi cedimenti – sembra rasentare il peggio. Ma si è poi proprio certi di poter prevedere che certe deviazioni inconsulte – come queste che ci arrivano, al massimo della serietà, dal Corrierone e da uno dei suoi massimi osservatori – stiano per diventare, o già lo siamo da più parti, definitivamente dominanti? C’è davvero il pericolo che questa sorta di leggerezza, o addirittura di corruzione, sia in grado di liquidare davvero una tradizione culturale che sì, ha emarginato e continua ad emarginare alcuni strati della popolazione nazionale, ma è pur sem­pre il portato culturale di secoli? Abbiamo anche il sentore di situazioni ben diverse, in più città e anche in diverse regioni, con esiti scolastici di tutto rispetto, e con vistosi lasciapassare per altri successi all’estero. L’allarme del giornalista è preziosissimo, ma occorre registrarne le reali dimensioni.

 2) Noi insegnanti saremmo generalmente propensi a difendere la nostra funzione educativa in base alla convinzione – un mantra, in passato – secondo la quale “Il corretto funzionamento della società comincia sui banchi di scuola”. La nostra attività, invece, è attualmente indirizzata verso altri traguardi, praticati in funzione di promozioni elargite.  E quindi tende sì a rappresentare la perfetta realizzazione di un progetto, ma in direzione opposta agli obiettivi di una volta. Gli insegnanti risultano sempre più declassati professionalmente e socialmente, vengono apertamente pressati dallo strapotere delle famiglie “che possono”, e che impongono promozioni facili. Di recente, per giunta, sono scoraggiati dai nuovi inconsulti poteri dei pre­sidi. E dunque si stanno convincendo, coscientemente e senza disporre di strumenti di autodi­fesa, di essere destinati a rischi sempre più umilianti. Insomma, sono sottoposti al rischio della perdita del loro ruolo, rispetto non solo alla scuola e alla società, ma anche a se stessi.

 3) Il problema vero della scuola italiana, da sempre, è il deficit culturale e politico dei go­verni. Si parta dalla Ratio studiorum del 1599, il celeberrimo dettato della Compagnia di Gesù destinato a catturare i licei scic di tutto il mondo, e se ne consideri il calo irreversibile, già dall’ottocento, per l’irruzione di discipline modernissime e incompatibili con il latino, quali le scienze e le strutture sociali, e destinate ad estinguere, dai primi del 1900, la nobile lingua della Romanità. Con un’eccezione: i programmi di studio instaurati dal ministro Gabrio Casati nel regno del Piemonte – e da quello al Regno d’Italia, al momento dell’Unità Nazionale del 1860 – altro non erano che una versione contenuta della predetta Ratio studiorum. Che nel “regime fascista” fu esalta dal ministro Gentile per fare del latino una gloria nazionale. Quali furono gli obiettivi di politica scolastica dagli anni sessanta\settanta e a seguire? Assumere docenti, anche non proprio preparati per evitarne le proteste e insediare i sindacati nel go­verno della scuola a fianco dei vertici nazionali e provinciali dell’amministrazione, general­mente laureati in legge. Fu questa la strada giusta per portarci all’odierna Buona Scuola. Si ri­cordi anche, però, che nel 1972 alcuni paesi, delegati dall’ONU, completarono la ricerca su nuovi modelli scolastici, riassunti nel noto RAPPORTO FAURE, da allora adottato nei paesi dell’Europa centro-settentrionale con risultati sempre aggiornati e debitamente riconosciuti.

 4) Certamente si può essere d’accordo su tutto quel che state dicendo, anche se le afferma­zioni di qualcuno di voi escludono, almeno in parte, quelle di un altro. Nel senso che certamente quel che i vari governi ci hanno tolto o negato, quello che i sindacati non hanno ca­pito o pensato, quello che genitori e studenti ingiustamente ci infliggono, sono tutte ingiustizie da paese sottosviluppato. E però è da molto tempo che mi chiedo: ma noi insegnanti cosa stiamo facendo in difesa dei nostri diritti? Non siamo l’unica categoria dormiente?

 

Una convergenza molto significativa … una

 

Il professore Franco Garelli, docente di Sociologia dei processi culturali e di Sociologia delle religioni all’università di Torino, ha appena pubblicato un libro (EDUCAZIONE, febbraio 2017, Editrice IL MULINO) in cui dedica una pagina ad un articolo non recente di E. Galli della Loggia (Che errore ignorare la scuola. Così si rovina l’identità del Paese, in <<Corriere della Sera>>, 6 novembre 2015). A pagina 93 il professore dice: “Di recente Galli della Loggia si è chiesto perché da noi <<il disciplinamento sociale si mostri così debole>>, perché anche a livello scolastico si sia affermata quella cultura permissiva che nega la necessità di regole di convi­venza, violando le quali si va incontro a sanzioni. Ciò appare ancor più preoccupante se si consi­dera che la scuola sembra essere rimasta <<l’agenzia primaria se non unica del disciplinamento sociale degli italiani>>, vista la famiglia <<conciliante>> che ci ritroviamo, l’indebolirsi dell’influenza religiosa, la scomparsa del servizio di leva obbligatorio. La scuola svolge la fun­zione di regolazione sociale in due modi: anzitutto <<inserendo i giovani in un ordine dato e non contrattabile, fatto di orari, ruoli, obblighi di comportamento ed esigendone il rispetto>>; in se­condo luogo trasmettendo un patrimonio di conoscenze che costituisce <<un’identità culturale messa a disposizione dello studente>>, incrementando dunque il legame sociale. Perché, si chiede ancora lo studioso, pochi sono interessati al fatto che la scuola svolga questo ruolo sociale fon­damentale?”.

Molto importante, quel che dice il professore in sintonia con E. Galli della Loggia. Ma una o due voci non bastano perché si cambino idee e comportamenti, ne occorrono molte di più.

 

È tornato il medioevo? che sollievo, che sollievo!

 

“la Repubblica domenica 30 aprile 2017 Le idee dei tre sfidanti –

Matteo Renzi, Michele Emiliano, Andrea Orlando

 

“Scuola –Renzi ha fatto autocritica sulla scuola: ‘Errori ne sono stati fatti’. Però riven­dica i 3,5 miliardi di risorse stabili e maggiori fondi per l’edilizia scolastica. Propone un sistema di premi per i docenti e per il personale amministrativo di alcuni tipi di scuola, in attesa di introdurre una vera e propria carriera per i docenti”.

   

Tutto chiaro? Per completare il quadro in cui si collocano gli eventi e i progetti definiti nella nota del quotidiano romano, si può precisare che: la scuola italiana, nei 155 anni di attività governata in successione da poteri politici differenziati (monarchia, fascismo, repubblica), ri­mase nel contempo ben ferma nel rispettare il primato culturale della gesuitica Ratio studio­rum (1599), al contrario degli altri paesi europei – Grecia esclusa ma Chiesa cattolica compresa – che se ne erano svincolati attorno al 1960; per 55 anni, cioè fino a poco tempo fa, la burocrazia ministeriale e la burocrazia sindacale, entrambe estranee alle competenze specifiche dell’attività scolastica, sono state delegate, costantemente e da svariati governi all’organizzazione e al con­trollo del quadro scolastico italiano; dopo i tre anni di applicazione della cosiddetta BUONA SCUOLA, recentemente  riconosciuta fallimentare dal suo creatore (vedi sopra l’articolo di stampa); dopo che, come garantisce qui sopra “la Repubblica”, saranno arrivati miliardi, fondi, premi, carriere ... e poi silenzio tombale sulla scuola, sul suo funzionamento, sui programmi, sugli obiettivi, sugli alunni, sugli insegnanti … si incappa in un silenzio che dice moltissimo perché senza fine.

Altro da aggiungere? Due constatazioni da mettere bene chiaro nel conto. La prima. Da non dimenticare che nei paesi avanzati, europei e non solo, i fallimenti dei servizi scolastici sono in prima fila tra quelli che comportano l’esclusione dall’attività politica di coloro che li hanno provocati. La qualcosa è da considerare non solo in rapporto ai destini della scuola, ma anche, e prima ancora, al rispetto dei diritti e della democrazia. In altri termini: perché il fallimento della BUONA SCUOLA non ha comportato le doverose reazioni degli ambiti più autorevoli, come dimostra la nota de la Repubblica qui sopra riprodotta?  

La seconda constatazione. Riguarda la reazione del mondo dell’informazione, della cultura e della comunità sociale: vi si registra soltanto il tragico silenzio di una società disaccorta a tutto ciò che riguarda la scuola, anche quando è visibilmente vittima di un tragico sbando, e quindi al declassamento per assenza di prospettive di salvaguardia. Un libro informato e coraggioso in materia? Eccolo: “La scuola è finita … forse”, di Giovanni Cominelli, Ed. Angelo Guerini e Associati, Miano, 2009 … 2013). Anche chi non ne condivide l’afflato religioso e le speranze che ne conseguono (quorum ego), ne può apprezzare il coraggio, l’acume e la lungimiranza nella rappresentazione dei dati di fatto.

 

 Sintesi

Eurostat: solo 58% dei laureati italiani trova lavoro entro 3 anni, penultimi Ue

Il Sole 24 Ore 3 maggio 2017

Eurostat: il 58 per cento dei laureati trova lavoro entro tre anni, penultimi in Unione Europea

La Stampa 3 maggio 2017

Eurostat: amici e parenti, il canale preferito dagli italiani per trovare lavoro

La Repubblica 3 maggio 2017

 

 

 


 

 

scuola e società? Buio sociale

scuola e cittadini? 

BUIO SOCIALE

Giorgio Porrotto

13/03/2017

 

Lettera di ASCANIO DE SANCTIS (Independent Writing and Editing Professional) a Il Sole 24 Ore di Domenica 19 marzo 2012 

  

“Il Pil pro capite dell’Italia è inferiore a quello dell’Eurozona ma nonostante ciò la qualità della vita potrebbe essere migliore di quella di Paesi a più elevato reddito se ci fossero servizi pubblici e privati più efficaci per affrontare il disastro sociale, quale quello dei malati allettati in casa, maggiore efficacia del sistema scolastico nei confronti degli studenti che necessitano di maggior sostegno, se la burocrazia fosse di maggiore aiuto o almeno minore intralcio nella vita dei cittadini e delle imprese, se venissero progressivamente ridotte le disuguaglianze tra Nord e Sud del paese, se il sistema Italia fosse in grado, tramite una incisiva riduzione della evasione fiscale e della corruzione, di finanziare investimenti pubblici produttivi che riducano la disoccupazione oltre che contribuire alla riduzione del debito pubblico nel medio-lungo termine attraverso l’alta redditività di investimenti bene scelti e realizzati”.

 

Commento Mi si consenta, a fronte di questa raffica di temi e di problemi, di privilegiarne uno: la richiesta di maggiore efficacia del sistema scolastico nei confronti degli studenti che necessitano di maggior sostegno”. Le ragioni sono tre. La prima: una scelta analoga a quella del primo dei quattro autori presi in considerazione per questo numero, è quella del quarto autore, Enrico Letta, e siccome l’argomento privilegiato dei due ragguardevoli personaggi appena citati è da tempo sistematicamente emarginato, ritengo sia utile cogliere l’occasione per riportarlo in scena almeno in questa rivista. La seconda: l’esigenza sollevata da Ascanio De Sanctis e da Enrico Letta richiama alla memoria (almeno) degli ex- liceali viventi un grande, grandissimo personaggio della cultura e della politica d’una Italietta appena sorta, ma del tutto sorda rispetto ai suoi sacrosanti ammonimenti: Francesco Saverio De Sanctis (1817-1883) (a prescindere da ogni eventualità di omonimia). Che fu Garibaldino, scrittore, critico letterario, politico, Ministro della Pubblica Istruzione e filosofo del primo ventennio del Regno d’Italia, e il cui interesse per l’educazione popolare lo portò ad affermare: “Io desidero venga il giorno che il contadino, il quale oggi crede di nobilitarsi facendo prete il suo figlio, si senta orgoglioso invece di poter dire: Mio figlio sarà maestro”. La terza: come Ascanio De Sanctis ed Enrico Letta, la penso, umilmente, anch’io.

I principali argomenti di sostegno e di esemplificazione per quanto concerne la necessità, sopra accennata, di garantire “un costante e specifico sistema scolastico agli studenti che necessitano di maggiore sostegno”, vengono dal centro-nord dell’Europa, Francia e Finlandia, agli opposti margini ma entrambe esemplari. Val la pena di ricordare, in estrema sintesi, lo storico processo di studi e ricerca iniziato nel 1970, concluso nel 1972 e reso noto per il grande successo di attenzione internazionale col il titolo RAPPORTO FAURE (derivato dal nome del presidente francese della commissione, il notissimo Edgar Faure). Gli stati di provenienza degli altri commissari: Cile, Siria, Congo, URSS, IRAN, USA. Aggiungiamo un brevissimo accenno ad alcune delle novità introdotte dal RAPPORTO. L’obiettivo fondamentale della commissione fu individuato nella ricerca di un elemento di base su cui indirizzare le finalità essenziali dell’attività scolastica, così da proporne il primato su tutta le altre istanze. L’esito si fece aspettare molto al di là delle previsioni, fino a generare forti preoccupazioni. Ma poi ottenne di botto un urrà generale: si trattava dell’alunno! Da qui l’introduzione di tutta una serie di novità quanto agli obiettivi e alle modalità del pensare e dell’agire scolastico. A cominciare dal rapporto tra alunni e docenti, fortemente intensificato e modificato rispetto alle tradizioni di sempre, e quindi calibrato in rapporto sia alla opportunità della valorizzazione o dello stimolo, sia alle procedure aggiuntive e personalizzate per chi incontra serie difficoltà. Da tempo si riconoscono alla Finlandia notevoli successi in materia: se ne ebbe notizia per qualche tempo anche in Italia, ma senza reale interesse, come è dimostrato anche attualmente dal silenzio in proposito, anche se ne parlano con il dovuto tono di allarme l’esperto Ascanio De Sanctis e l’ex presidente del Consiglio dei Ministri Enrico Letta. Da aggiungere, circa gli esiti del Rapporto Faure, almeno due elementi: l’attribuzione al corpo docente di un autentico ruolo professionale debitamente rimunerato, e la sistematica disponibilità di incontri e aggiornamenti professionali con il sostegno di esperti professionali dotati di specifica competenza nelle simgole discipline. Si aggiunga che a livello Europeo, a partire dalla fine del 1900, altre commissioni guidate da Jacques Delors, hanno adeguato gli esiti del RAPPORT FAURE alle nuove caratteristiche del mondo produttivo, con alcuni inevitabili effetti sulle scelte educative.

Un confronto con il quadro del sistema scolastico italiano? Occorre rievocare la differenza, certa ma non poi troppo, tra il lungo periodo dalla nascita dell’Unità d’Italia (1861) e la svolta, che possiamo definire “renziana” (dal cognome del Presidente del Consiglio che l’ha ideata e promossa), sostanzialmente avviata dal 2015 e attualmente in assoluto vigore. La prima fase attraversò ben tre regimi (monarchico, monarchico-fascista, repubblicano) e si caratterizzò per una totale differenziazione rispetto alle scelte scolastiche europee: istituita ad immagine e somiglianza della prestigiosa scuola gesuitica, tale è poi rimasta fino alla sua abolizione, caratterizzandosi per il totale distacco dalle numerose e progressive svolte dei maggiori paesi europei. Attualmente la scuola italiana si caratterizza per un’ulteriore e del tutto imprevedibile differenziazione rispetto alle scelte dei più avanzati paesi europei: affida ai capi di istituto, formati come in altri paesi per l’esclusiva gestione organizzativa dell’istituto, il totale controllo dell’attività di insegnamento, a prescindere dalla loro estraneità culturale in tutte le discipline tranne quella della loro laurea. Da aggiungere, per completare il quadro della distanza dagli istituti scolastici europei, la disponibilità, per gli stessi capi di istituto, di procedere in proprio all’assunzione degli insegnanti e di elargire ad una parte degli assunti, a sua discrezione, paghette aggiuntive. Domanda inevitabile: e i sindacati? Impossibile capire quel che pensano della loro incredibile incompetenza rivelata nella circostanza. O siamo, dopo quello dei parlamentari tutti, al secondo tradimento della scuola?

 

 

Risposta di SALVATORRE CARRUBBA de Il Sole 24 Ore di Domenica

19 marzo 2012 a ASCANIO DE SANCTIS

 

“Detto così, chi non sarebbe d’accordo? Se però esaminassimo a fondo gli obiettivi indicati dal lettore, scopriremmo facilmente che contro di essi congiurano masse potenti di interessi organizzati alle quali va benissimo che le cose non cambino: e, quindi, avanti con la burocrazia intrusiva, le scuole paralizzate, il fisco vorace, la spesa pubblica intangibile. … Ma non è detto che la corrente non possa essere arginata … Perciò riprenderei la raccomandazione (del 1951) di Mario Ferrara di dare un “matto” ai liberali … “uno di quei bei matti che non sono mai stati al manicomio e non ci andranno, che sono simpatici a tutti, non fanno ridere né piangere, ma cominciano con il farsi ridere dietro … e, alla fine, si tirano dietro il grande esercito dei savii e ben pensanti … Tutti costoro hanno bisogno di un matto: lo aspettano e, magari senza saperlo, lo invocano da un pezzo”. … Oggi, avremmo bisogno tutti, non solo i liberali, di matti capaci di restituire dignità alla politica”.

A fronte dell’impietosa analisi del quadro politico-sociale tracciato da Ascanio De Sanctis, l’iniziale reazione del sopracitato cronista de Il Sole 24 Ore, e in quanto tale incaricato di rispondere alla posta dei lettori, deve aver dovuto ricorrere a tutte, proprio tutte, le sue ben note risorse di esperto osservatore e di documentato e cortese interlocutore. Per giunta sotto gli occhi di Confindustria, significativamente presente ai convegni promossi da TreeLLLe, la tetragona promotrice della “Buona Scuola (v. l’articolo precedente di questa rivista, parte iniziale). La storia del “matto” può aver sollevato le ciglia a più di un lettore, ma è servita al cronista per non tradire un bel po’ di verità, e quindi i lettori.

 

 

Articolo di ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA sul Corriere della Sera del 25 marzo 2017

 

Ma il loro modo di rispondere (e in generale di esprimersi) non mi sembra per nulla casuale. È il frutto di un elemento che ascoltandoli risulta subito evidente: e cioè della loro scarsa dimestichezza, in genere, con la dimensione del “discorso”. Voglio dire con la capacità di esporre spiegazioni verosimili, di articolare nessi plausibili, di modellare argomentazioni almeno in parte fondate, di usare una retorica che non sia quella elementarissima del “bianco e nero”. Una scarsa dimestichezza che evidentemente rimanda per un verso alla diffusa inesperienza politico-sociale della maggior parte degli esponenti dei 5 Stelle. Ben pochi dei quali hanno mai militato in un partito, sono stati iscritti a un sindacato o a una organizzazione qualunque, e dunque non hanno mai avuto a che fare con dibattiti e discussioni, con la necessità di replicare, mediare, giustificar propria di questo tipo di circostanze. Per l’appunto i parlamentari grillini sono i nuovi e inespertissimi arrivati nella sfera pubblica italiana. Per un verso. Ma c’è poi un’altra spiegazione, credo, per la loro scarsa dimestichezza con la dimensione del “discorso”. Con la giovane età che per lo più li contraddistingue essi appaiono, infatti, anche il frutto compiuto dello sfasciato sistema d’istruzione del loro (e ahimè nostro) Paese. Nel loro modo di parlare e di ragionare, nel loro lessico, è facile indovinare curriculum scolastici rabberciati, insegnanti troppo indulgenti, lauree triennali in scienze della comunicazione, studi svogliati, poche letture, promozioni strappate con i denti. S’indovina cioè un vuoto. Il multiforme vuoto italiano di questi anni, in cui tutto sembra sgretolarsi e finire.

 

Come i nostri lettori sanno, questa rivista propone loro con una certa frequenza le parti più scottanti degli acuti e risoluti giudizi che il noto polemista riserva – ovviamente nelle pagine a lui destinate dal Corriere della Sera – agli esponenti del potere, di qualunque provenienza si tratti. Questa volta l’incursione è riservata al Movimento Cinque Stelle, in considerazione della sua crescente vicinanza alla soglia del potere.

 

 

Da FEDERICO FUBINI, Corriere della Sera del 23 marzo 20 17: Intervista a LETTA (Enrico, ndr): CAPISCO PIER LUIGI (Bersani, (ndrparte conclusiva dell’articolo).

 

“Oggi bisogna uscire molto di più dal seminato”.

Può fare qualche esempio concreto?

“Certo: oggi lavoro in un’università all’estero e quando si pensa a questo, immediatamente viene in mente la bandiera dell’Erasmus. Da sempre è l’immagine positiva dell’Europa”.

Non lo è, a suo avviso?

“Vado controcorrente. Stiamo attenti: Erasmus è sicuramente un’esperienza felice, ma è anche il simbolo dell’elitismo dell’Europa. Questo è un concetto centrale nel dibattito europeo di oggi, perché l’Unione viene vista da larghe fasce di popolazione come un’istituzione fredda, che parla solo ai vincenti, ai cosmopoliti, a coloro che sono contenti della globalizzazione perché hanno studiato, viaggiano, conoscono altre lingue. Quelli che fanno l’Erasmus”.

Come propone di ridurre questa frattura

“Così Erasmus spetta a una piccola quota della popolazione, una parte di quelli che vanno all’università. Perché invece non portare progetti del genere nella scuola superiore, per raggiungere l’intera popolazione?”. 

 

Ottima, splendida proposta, fino ad oggi mai ascoltata, almeno a livello di stampa, per quel che so. Richiede inevitabilmente un notevole processo di elaborazione a livello internazionale, ma certamente l’ex presidente del consiglio, anche in virtù delle sue elevate competenze negli ambiti dei più svariati rapporti europei e non solo, è in grado di favorire lo sviluppo delle iniziative necessarie. Si tratterebbe di un primo grande passo di emancipazione per le nuove generazioni. Posso aggiungere? Si attende notizia.

 

 

 


 

 

 

analfabetismo funzionale

Antologia degli opposti...

Giorgio Porrotto  

12/02/2017

 

Dall’inizio del recente periodo natalizio e fino a tutto il mese di gennaio, è capitato di poter registrare sulla stampa a diffusione nazionale, e per iniziativa di voci diverse, un sorprendente accumulo di indignate manifestazioni di protesta contro il governo e i suoi sostenitori, in quanto ritenuti responsabili della demolizione della scuola di stato. Le firme: in netta prevalenza di esponenti molto noti del più svariato mondo culturale italiano. Obiettivo centrale della protesta: l’umiliante e cre­scente screditamento a cui viene assoggettata la scuola pubblica italiana, in quanto declassata dalle scelte del governo sin dall’inizio del suo ingresso in carica. Governo a sua volta incalzato da una animosa corrente di genitori (non certo i meno sprovveduti culturalmente) e, in termini sommessi ma non molto, dagli ambienti assai più autorevoli del mondo industriale. (Rinviamo ad altra occa­sione il tema delle responsabilità parallele accumulate in materia dai sindacati, tutte non inferiori a quelle dei partiti, di tutti i partiti, e dei governi, in oltre quarant’anni di sistematico e assoluto disimpegno).

Quella che abbiamo definito “indignata manifestazione” non ha ottenuto molta eco, ovviamente, ma merita attenzione. Soprattutto se si tiene conto del fatto che per l’intero periodo di applicazione della “Buona Scuola” (cioè un anno e mezzo), non si è avuta traccia di significative contestazioni, o anche soltanto di argomentati motivi di dissenso, relativamente alla perdita di dignità professionale inflitta alla funzione docente. Vale dunque la pena di dare spazio e ulteriore attenzione a chi, dal di fuori della scuola ma a salvaguardia di essa, manifesta sdegno in nome e a favore di una società avanzata. Tanto più che i firmatari delle proteste raccolte dai giornali non sono proprio quelli che più ti aspetti, cioè correlabili al mondo specifico dell’istruzione. Si tratta invece di personaggi qualificati dei più diversi orientamenti culturali, e largamente noti in quanto portatori di vicende, storie e segnali di varia e significativa umanità. La loro attenzione per il dramma scolastico non presenta quindi specifiche e articolate proposte di progetti contrari a quelli governativi, ma è chiara­mente indirizzata a sollecitazioni indirizzate in tal senso.

Da qui il proposito di raccogliere, nelle pagine di questa edizione della rivista, i passaggi più significa­tivi delle “indignate manifestazioni” di protesta in questione, per proporli all’attenzione di chi non li ha letti o è abituato a leggerne, come vuole l’abitudine di gran lunga più diffusa, soltanto uno ogni giorno. In aggiunta, il lettore troverà anche i dovuti richiami alle tesi opposte, e cioè quelle degli esponenti del governo o dei suoi sostenitori. A suggerire l’iniziativa ha contribuito l’eventualità, attualmente all’ordine del giorno di stampa e telegiornali, di una anticipazione delle elezioni governative: eventualità che, stando alle italiche tradizioni, anche le più remote, non è destinata a concentrare la pubblica attenzione, anche minimamente, sulla scuola (la quale, in altri paesi euro­pei, come ad esempio Inghilterra e Francia, ha più volte guadagnato il centro di imponenti campagne elettorali). Buona lettura.

 

Susanna Tamaro, celeberrima Scrittrice (Corriere della sera 9.1.2017) * Attilio Oliva, Presidente dell’associazione TreeLLLe, consulente di Confindustria (Correre della sera 21.1.2017)  

Tamaro: “le statistiche internazionali…ci hanno visto precipitare nella graduatoria OCSE di due punti in un solo anno, relegandoci al 34° posto su 70 Paesi … i dati nazionali ci confermano che il numero di persone capaci di leggere un testo e di capirne il significato sia calato di anno in anno in maniera esponenziale. … Introdurre i tablet, le mitiche lavagne interattive…è un po’ come mettere

del cerone su un volto devastato dalle rughe … Questa scuola … che da troppo tempo ha smesso di pretendere dai suoi studenti … è una scuola sempre più classista. Chi può, infatti, già da tempo manda i figli negli istituti privati, se non all’estero. … Fin da subito dunque migliori risorse economiche andrebbero destinate proprio alla classe docente, cominciando a restituire agli insegnanti, oltre alla dignità, l’autorità necessaria per educare veramente le giovani generazioni. Solo così la scuola tornerà ad essere una possibilità di crescita offerta a tutti, e non solo ai pochi privilegiati che si possono permettere la fuga dal demagogico lassismo dello Stato”.

Oliva: Per Treellle è invece prioritario che l’autorità si debba principalmente restituire alla «istituzione scuola» perché solo il prestigio restituito ad una istituzione protegge e rafforza coloro che la rappresentano. Ma soprattutto è un errore pensare di farlo, come suggerisce la Tamaro, «aumentando le miserevoli retribuzioni di tutti» gli oltre 800.000 insegnanti. L’autorità e la dignità dell’istituzione si rafforzano quando è evidente che essa per prima è in grado di distinguere fra chi fa bene e chi fa meno bene, cioè di valutare i suoi addetti. … La recente legge 107 ha opportunamente destinato una cifra di 200 milioni per riconoscere un bonus ai meritevoli, che può diventare economicamente sostanziale solo se circoscritto in ogni scuola ad una percentuale di non più del 20 % del corpo insegnante … Ma la ragione di sistema è ancora un’altra … Individuare il 20% degli insegnanti migliori e scegliere presidi di verificate attitudini sono condizioni essenziali per ridare prestigio e autonomia alla scuola”.

 

Giovanni Vinciguerra, Direttore Responsabile della rivista TUTTOSCUOLA (Edizione dell’Anno XLII, N. 567, Dicembre 2016) * Valeria Fedeli, Ministro al dicastero dell’Istruzione attualmente in carica * Mario Adinolfi, ex deputato PD, leader degli ultrà cattolici, fondatore del giornale “La Croce” (Corriere della sera 14.12.2016)

Vinciguerra: “Il Governo Renzi che cade, l’incarico a Gentiloni, la scelta del nuovo ministro dell’Istruzione, i nomi che si rincorrono, l’arrivo di Valeria Fedeli e la sorpresa finale: l’ex vicepresidente del senato non sarebbe in possesso del titolo di laurea dichiarato nel suo curriculum e forse non avrebbe conseguito neppure un diploma di maturità. … Non li avessimo vissuti in prima persona, tutti questi avvenimenti, nel giro nemmeno di una settimana … avremmo pensato – lasciatecelo dire – a un cinepanettone natalizio, di quelli tutte gag e battute per strappare un sorriso durante le feste. Qui siamo invece nel mondo reale e da sorridere non ci viene proprio. Anzi.”

Fedeli: “Ho lavorato una vita nel sindacato e posso fare la ministra anche senza laurea” (dal testo di Vinciguerra).

Adinolfi: “Una che spaccia per laurea in Scienze sociali un semplice diploma per assistenti sociali. La spacciatrice di menzogne sul gender è abituata a dire bugie. Il problema non è che non è laureata, ma che mente spudoratamente. Per un atto del genere in qualsiasi Paese del mondo dovrebbe dimettersi seduta stante o essere costretta a farlo”.

 

Curzio Maltese, noto Giornalista (La Repubblica, Il Venerdì, 20.1.2017) * Claudia Voltattorni (Corriere della sera 20.1.2017) * Angelo Panebianco, noto Editorialista (Corriere della sera, SETTE, 3.2.2017)

Maltese: “Non penso che la scuola italiana sia la peggiore d’Europa. Sono sicuro piuttosto che i governi italiani di questi due decenni abbiano distrutto la scuola pubblica e quindi il futuro dei nostri figli come non è accaduto in nessun altro Paese d’Europa. E questa non è un’opinione, ma un fatto documentato da decine di ricerche. Secondo i rapporti dell’Ocse l’Italia è ultima in Europa per istruzione terziaria dei giovani, solo il 25 per cento contro una media del 42. Siamo diventati il primo paese per numero di giovani che non studiano e non lavorano (NEET) con un tasso del 27,4 per cento, contro la media europea del 14. Abbiamo pochi laureati anche rispetto ai paesi più poveri del sud o dell’Est Europa, eppure i pochi non trovano lavoro (38 per cento di disoccupati) o sono sotto occupati. Nel decennio l’Italia è la nazione dell’Ocse che ha più disinvestito in istruzione e ricerca. Si dirà, c’è la crisi, mancano i soldi. Balle. Negli stati seri l’istruzione è il primo investimento anticongiunturale. E infatti dal 2008 le nazioni dell’Ocse hanno aumentato la spesa pubblica nell’università in media del 22 per cento, mentre nel nostro è scesa del 10. Si è tagliato nella scuola pubblica sette o otto volte più che nella sanità o nella burocrazia. La spesa media per studente è scesa a 10 mila euro, meno della metà che in USA o Gran Bretagna. Devo continuare? Tutto questo in un Paese…che soffre di uno dei più alti tassi di analfabetismo funzionale del mondo. La metà degli italiani non è in grado di comprendere un articolo semplice di quaranta righe“

Voltattorni: “Il decreto dedicato alla promozione della cultura umanistica e al sostegno della creatività è uno degli otto decreti attivati della riforma della Buona Scuola (legge 107 del 2015) appena approvati dal governo e ora portati al vaglio delle commissioni di Camera e Senato … Sorride Luigi Berlinguer: «Il made in Italy è solo una parte, questa delega invece intende far rientrare l’arte e la musica nell’apprendimento scolastico: non ci sono solo il vero e il logos». Ci tiene molto l’ex ministro dell’Istruzione che ha partecipato alla stesura del testo e al Miur presiede il Comitato nazionale per l’apprendimento pratico della musica a scuola: «Musica e arte significano emozione e creatività che sono un altro modo per apprendere». Mentre finora, spiega, dalle classi d’Italia, «sono state bandite perché considerate entertainment, solo intrattenimento». Già dal prossimo settembre invece, in molte scuole d’Italia arriveranno fin a 2.400 docenti di musica che non si limiteranno a «spiegare chi sono Beethoven e Chopin, insegneranno a suonarli»”.

Panebianco: “Una quindicina di giorni fa Mimmo Càndito su La Stampa ha dato conto di una ricerca che avrebbe dovuto lasciare allibita la classe dirigente (ammesso che qualcosa del genere esista ancora). Da quella ricerca risulta che quasi l’ottanta per cento degli italiani è composto da ‘analfabeti funzionali’ ossia, come scrive Càndito, persone che «si trovano in un’area che sta al di sotto del livello minimo di comprensione nella lettura o nell’ascolto di un testo di media difficoltà. Hanno perduto la funzione del comprendere, e spesso – quasi sempre – non se ne rendono nemmeno conto». … La maggioranza degli italiani – compresi molti laureati e diplomati – versa in quella condizione. … Ma siccome in questo Paese ci si annoia a parlare di processi educativi, pare che l ’argomento non meriti neppure qualche cenno distratto. Neppure i ministri competenti hanno mai ritenuto di dovere dedicarvi attenzione. Peggio: se se ne occupano lo fanno solo per aggravarlo. È di pochi giorni fa la decisione di rendere meno rigorosi i criteri di ammissione all’esame di maturità: basterà la media del sei, anche con insufficienze in qualche materia. Si tratta evidentemente di una decisione che, nel giro di pochi anni, non potrà che ampliare l’area già vastissima degli analfabeti funzionali. … La democrazia funziona così: col tempo le distanze sociali e culturali fra gli elettori e le classi politiche e amministrative tendono a ridursi. Tenuto conto dell’assordante silenzio sul disastro prodotto dal nostro sistema di istruzione, tenuto anche conto dell’improvvida decisione sulla maturità, il sospetto c’è: forse qualche analfabeta funzionale si è installato anche nei palazzi politici e amministrativi. Gente che magari ha cercato di leggere l’articolo di Càndito. Senza capirlo.

 

 … e dei similari

 

Sabino Cassese, già giudice della Corte Costituzionale (Il Foglio Quotidiano 17.1.2017) * ro.ci. (il manifesto 15.1.2017)

Cassese: “Assisto con stupore alla formazione di un nuovo diritto, quello di lavorare sotto casa. La riduzione dei supplenti con il loro assorbimento mediante concorsi…ha messo in luce lo squilibrio insegnanti-studenti: i primi provengono per quasi l’80 per cento dal sud, i secondi sono solo per quasi il 40 per cento al sud. Di qui nascerebbe l’esigenza di trasferirsi al nord per molti insegnanti. I quali, in molti, invece, trovano ogni scusa, buona o cattiva, per non pendere servizio. Conseguenza paradossale: per risolvere il problema dell’eccesso di supplenti, si deve ricorrere a ulteriori supplenti per coprire i posti lasciati da chi non vuole allontanarsi da casa” … “stiamo assistendo ad un rovesciamento dell’ordine normale delle cose. Le scuole sono lì per gli studenti, non per gli insegnanti … Qui…si vuole la scuola sotto casa perché fa comodo a chi insegna”. Ma trasferirsi costa. … La storia della scuola italiana è piena di trasferimenti di insegnanti, che accettavano di andare ad abitare lontano dal luogo di nascita. … Aggiungo che il trattamento economico degli insegnanti di oggi non è molto diverso da quello del passato: gli insegnanti sono sempre stato trattati male dal patrio governo”. … Ma lei ha parlato anche di un altro motivo di stupore. “Si, mi stupisce anche la velocità con la quale si sono voltate le spalle ai programmi e alle leggi del Governo Renzi, la fretta con la quale si sono rottamate le politiche del rottamatore. La ‘Buona scuola’ prevedeva altri metodi, come alcuni dirigenti scolastici hanno fatto rilevare in questi giorni. Si sono rapidamente abbandonati”. ro.ci.: (Il testo contiene una raccolta delle dichiarazioni governative sulla approvazione di 8 deleghe su 9, e le dichiarazioni riprodotte per intero qui di seguito). «È un colpo di mano – sostiene Francesca Picci, dell’unione degli studenti – Procede a tappe forzate il processo di smantellamento del sistema di istruzione pubblica italiano previsto dalla Buona Scuola senza la consultazione degli studenti». Per Giammarco Manfreda (Rete studenti medi) è «intollerabile veder portare avanti un percorso senza il parere di chi vive la scuola». Le associazioni e i gruppi in lotta contro la riforma Renzi-Giannini sono insoddisfatte e pensano di mobilitarsi. Per i «Partigiani della scuola pubblica», che parlano di una «mobilitazione», «il suo perfezionamento va nella direzione opposta rispetto ai bisogni reali dei cittadini e dei lavoratori della scuola».  

 


 

 

scuola - azienda

è SCUOLA?

 

Giorgio Porrotto

 12/02/2017 

 

SEGNALAZIONE n. 1 – Da l’Editoriale di TUTTOSCUOLA

NOVEMBRE 2016 – NUMERO 566 – ANNO XLII (Pagine 1-13)

«Diciamolo francamente: non è stato un bell’inizio di anno scolastico. Tutt’altro… Certo un inizio da brivido. Come l’oscuro presagio di un anno scolastico da prendere con le molle. E forse è pro­prio così. Nel momento in cui la scuola aveva più bisogno di impegno, di risultati positivi, di progetti da mandare rapidamente in porto, è come se fosse mancato qualcosa, come se la rispo­sta – istituzionale e personale – fosse venuta a mancare. Che strana la scuola italiana. Capace di sacrifici, capace di grande dedizione, capace di resistere a qualunque burrasca, e poi finita invi­schiata nel mare magnum di un modello organizzativo e burocratico ancora quasi ottocen­te­sco. Peccato. Poteva essere il primo segnale di una inversione di tendenza, l’avvio di una sta­gione veramente di cambiamento, di quello vero, di quello che fa fare un salto di qualità a tutta la scuola, tra scuola digitale, alternanza scuola-lavoro per tutti e rilancio della forma­zione per il per­sonale. Invece nella pratica quotidiana ancora non decolla, è rimasto molto sulla carta, si ar­ranca senza vedere ancora la meta … per stare al mondo con dignità – bisogna avere una iden­tità precisa. Chi non ce l’ha, preferisce trincerarsi dentro un guscio, costruire muri, alimen­tare paure e tensioni. La scuola che preferiamo noi è invece quella aperta, capace di confron­tarsi a testa alta con la società, forte della propria storia e della propria sapienza. La scuola che sa deci­dere, sa insegnare, valutare il merito e premiarlo…».

Questa la presa d’atto, in prima pagina, del Direttore Responsabile Giovanni Vinciguerra. Risulta perentoria fino all’emozione quando rievoca la sorpresa del default (“Certo un inizio da brivido”), ma diventa generica e vagolante nel definire i dati di realtà: ignora il rischio di una estrema vicinanza ad un DE PROFUNDIS della scuola italiana. In aggiunta, se si tiene d’occhio la vicinanza della data della rivista (NOVEMBRE 2016) a quella del REFERENDUM DEL 4 DICEM­BRE 2016, si nota che, a ridosso del citato editoriale sull’infelice apertura dell’anno scolastico, piovono paginoni di articoli dedicati alla battaglia elettorale. E non solo: frammentati ad essi risaltano, per ampiezza di spazi e a partire dall’intera prima pagina, quattro sfolgoranti fotografie del Presidente del Consiglio, destinato però dai voti ad auto-deporsi nell’immediato. Domanda: Ma il problema dei problemi non era il mancato avvio di una stagione …?

(vedi sopra).

 

SEGNALAZIONE n. 2 – Da l’Editoriale di TUTTOSCUOLA

NOVEMBRE 2016 – NUMERO 566 – ANNO XLII (Pagina 19)

IL PARERE di Andrea Gavosto Direttore della Fondazione Giovanni Agnelli

«Migliaia di cattedre ancora scoperte in tutta Italia … Migliaia di supplenti a cui fare nuovamente ricorso, come in passato … Docenti che arrivano in una scuola e pochi giorni dopo se ne ripartono … per una assegnazione provvisoria, che … eviti … una sede … lontano da casa … Ma anche la delusione … di coloro ... che – avendo passato le prove – non sono andati in cattedra … perché i risultati sono arrivati a tempo scaduto. È stata una vera e propria “tempesta perfetta” quella che si è scatenata a settembre … sulle nostre scuole, di ogni ordine e grado, a causa di … turbolenze … tutte intense e dannose. Le prime avvisaglie … l’anno scorso … l’assunzione di circa 90 mila milia precari storici … non era stato possibile assegnare migliaia di cattedre, soprattutto nelle regioni del nord e in alcune materie: su tutte … matematica e scienze alle medie … per profilo professionale e per residenza … Come Fondazione Agnelli avevamo segnalato il pericolo all’inizio del 2015, sei mesi prima dell’approvazione della legge … Non ci si può stupire che il bando per altri 63mila posti in ruolo … in molte classi di concorso non sia giunto a conclusione in tempo utile …  La sorpresa è semmai nell’elevato numero di bocciati, più della metà dei candidati, con la conseguenza che alla fine del triennio … mancherà probabilmente un terzo dei vincitori …» Il governo…potrebbe forse ricavare qualche lezione dagli errori commessi negli ultimi trent’anni in questo campo. La Buona Scuola, che per ora non si è vista, trova lì una sua premessa fondamentale. Un solenne esempio di supporto critico al governo in materia di politica scolastica. Si deve alla Fondazione Agnelli anche la ricerca, unica e scientificamente qualificata, sulla non attendibilità delle competenze attribuite ai capi di istituto dalla legge 13 luglio 2015, n. 107.

(Nella rubrica “Occhio alla Penna” è reperibile l’articolo dedicato da questa rivista al volume edito dalla Fondazione nella circostanza qui sopra segnalata).

  

 

SEGNALAZIONE n. 3 – Dalla conferenza Cerini al SEMINARIO OPPI

DI MILANO – SETTEMBRE 2016

Giancarlo Cerini, Dirigente - Ufficio Scolastico Regionale dell’Emilia Romagna.

Ha evidenziato i punti nevralgici della “Buona Scuola”, e ne raccogliamo in sintesi i passaggi di massimo interesse. «“Non si vede un modello organizzativo con funzioni sufficientemente chiare. E che, in primis, prima ancora che nell’applicazione della realtà scolastica, renda compatibile la preannunciata apertura alla logica dell’Autonomia, con il rafforzamento delle prerogative del Dirigente Scolastico. Di più: affiorano alcune funzioni, ma non se ne profilano chiari profili, o risultano superate, o deboli rispetto alle nuove esigenze. E ancora di più: occorre una coopera­zione autoregolata per costruire una comunità professionale autonoma, occorre una identità condivisa e non pratiche professionali in solitudine; e invece, la 107 prevede solo formalità, non vi si propone una responsabilità ad un tempo personale e di gruppo, l’arte dell’ascolto e della comunicazione. Integrale: La valorizzazione della professionalità non si può affidare al bo­nus a discrezione del Dirigente Scolastico !!!»”.

Riproduzione integrale della parte finale dell’intervento di Cerini a Milano: «A proposito delle RETI DI SCUOLE la normativa assegna i fondi a disposizione per l’innovazione nella misura di circa 3000 per ogni scuola, ma essi non arrivano alle singole scuole ma alle RETI, che hanno come interlocutori gli enti di territorio, Comuni, Associazioni, Fondazioni bancarie … PROBLEMA: Le reti fanno politica di formazione sul territorio, ma chi è il capofila della rete?». La risposta, implicita, è di massimo risalto: riguarda soprattutto le aspirazioni di genitori appartenenti a determinate categorie sociali (e interessati alla scelta dei programmi e degli insegnanti), in convergenza con gli orientamenti della “Buona Scuola” governativa e con i progetti scolastici del M.5.S.

(nella rubrica “Occhio alla Penna” è reperibile l’articolo SCUOLA a CINQUE STELLE?). 

 

SEGNALAZIONE n. 4 – Da LA BUONA SCUOLA di Italo Fiorin Editrice la scuola, Brescia - Ristampe: 2 3 4 5 6 2013.2012.2011. 2010.2009 – Pagine: 183 – 191

FUNZIONARI DELLO STATO O LEADER EDUCATIVI? – Quali sono i tratti caratterizzanti il diri­gente scolastico nella scuola dell’autonomia? Il rischio che più si avverte è quello di una sua definizione in termini di professionalità elevata, ma connotata in termini prevalentemente manageriali ed efficientistici, di derivazione aziendale. La tentazione di considerare la scuola in modo analogo all’azienda o all’impresa è molto forte…il dirigente scolastico più che manager ci sembra debba caratterizzarsi per l’autorevolezza della sua leadership…La funzione di leader comprende quella di manager…; mentre il manager enfatizza la funzione di verifica e di controllo, il leader enfatizza le funzioni di motivazione, di valorizzazione delle risorse umane. Oggi il rischio di un distacco è molto forte a tal punto da far diventare il dirigente scolastico più una controparte di insegnanti e genitori che una risorsa. La leadership del dirigente scolastico si manifesta nello svolgimento di una triplice funzione. La prima è una funzione pedagogica … Il ruolo della scuola si è fatto molto meno esecutivo e molto più progettuale. La seconda è una funzione didattica. Il dirigente scolastico deve assumere nei confronti della didattica una responsabilità di secondo livello, non centrata sull’insegnamento diretto ma sul sostegno alla qualità dell’insegnamento, promuovendo tutte le condizioni che consentano di raggiungere questo importante scopo. La terza è la funzione partecipativa. Oggi si assiste a una forte pressione di tipo tecnocratico che punta ad affidare la gestione della scuola alla sola componente professionale (dirigente e docenti). L’idea guida è quella della scuola azienda, che tanto più sarà funzionale alla domanda dell’utenza quanto più questa se ne starà lontana…

Tutte le tre funzioni sopra richiamate sono a rischio. La funzione pedagogica è minacciata dall’affermarsi di una cultura molto diffidente nei confronti del compito educativo. Il lessico sem­pre più utilizzato in campo pedagogico fornisce l’eloquente spia di una mutazione in corso d’opera, che vede la progressiva attenuazione dell’identità pedagogica dell’organizzazione scola­stica e l’affermazione di una nuova identità, di tipo aziendalistico. L’espressione più eloquente che la divulgazione giornalistica ha coniato riguarda proprio il dirigente scolastico, definito “preside manager”. Quanto più la scuola viene interpretata come “impresa”, tanto più si allontana dalle sue radici comunitarie per trasformarsi in ambiente specializzato di produzione, dove il prodotto è costituito dalle competenze, o performances, che sono qualificabili, misurabili, sottoponibili a processi di standardizzazione. La riproposizione del “sette in condotta” viene salutata come la giusta medicina per combattere i danni del permissivismo pedagogico si sentono richieste volte ad assicurare percorsi “di eccellenza” (scuole con bollini qualità) e garantire gli alunni “più dotati” va affievolendosi la cultura dell’accoglienza verso gli alunni con bisogni educativi speciali. Il culto dell’efficienza e dell’efficacia chiede alla scuola un salto di qualità. Il dirigente scolastico verrà giudicato in base a questo, più che per il buon clima relazionale che si respira nelle aule, per le strategie dell’integrazione, per i programmi innovativi.

La prospettiva di una dirigenza educativa orientata a far crescere la qualità della didattica attra­verso lo sviluppo di solide competenze generali nel campo della didattica e di valide strategie di empowerment oggi non sembra la più incoraggiata dal Ministero, che preferisce investire su manager intermedi, efficienti quanto esecutivi, e che per introdurre innovazioni prende a modello la cultura dell’impresa, piuttosto che sviluppare le potenzialità interne alla cultura della pe­dagogia. Tale strada porta a trascurare l’ambito della didattica e più in generale, delle scienze dell’educazione, trasformando la scuola da comunità ad azienda.

 

SEGNALAZIONE n. 5 – Dall’annuale RILEVAZIONE OCSE – PISA

CONVERGENZE E DIVERGENZE NELLE CONCLUSSIONI DELLA STAMPA 

Ampio, da riassumere, il rapporto del Corriere della Sera (Gianna Fregonara e Orsola Riva, 7 dicembre 2016). Non fanno sorridere i quindicenni italiani, vittime, a lor dire, di 50 ore tra com­piti e lezioni, visto che sono il fanalino d’Europa in lettura e scienze, e appena più su in matema­tica (in un mondo i cui i coetanei di Singapore risultano quasi pronti alla maturità). Nessun primato ai nostri eroi? Uno: nel marinare la scuola. Ed è micidiale, dati alla mano: alti i tassi di bocciati (1 su 10) e di abbandoni (15 per cento). Breve, riproducibile, il testo di Repubblica (Piergiorgio Oddifreddi, 11 dicembre). «…gli studenti italiani stanno nell’aurea mediocrità per quanto riguarda la matematica, ma risultano asini sia nelle lettere che nelle scienze, a conferma dello stato anacronistico della nostra scuola. Ma anche di una tutta italiana scarsa voglia di studiare …»”.

E poi i consigli. Corriere (in chiusura): «…secondo l’OCSE c’è una sola cosa da fare: puntare sugli insegnanti, come hanno fatto Singapore e la Finlandia. Da un lato esigendo una formazione di altissima qualità, dall’altro restituendo loro il necessario prestigio sociale”. La Repubblica (nel titolo): RAGAZZI DOVETE STUDIARE MOLTO DI PIÙ». Emergono così due indicazioni profondamente diverse, contrastanti come non mai in passato. Per definire la distanza e la portata dei due suggerimenti possiamo ricorrere alle distinzioni definite da Italo Fiorin nella parte finale del testo a lui riservato.

Il consiglio raccolto dal Corriere della Sera è in linea con “La prospettiva di una dirigenza educativa orientata a far crescere la qualità della didattica attraverso lo sviluppo di solide competenze generali nel campo della didattica e di valide strategie di empowerment … ma non sembra la più incoraggiata dal Ministero.

Il consiglio espresso da La Repubblica può invece corrispondere all’obiettivo ministeriale, che consiste nell’investire su manager intermedi, efficienti quanto esecutivi … e nell’ introdurre innovazioni prendendo a modello la cultura dell’impresa, piuttosto che sviluppare le potenzialità interne alla cultura della pedagogia. Tale strada porta a trascurare l’ambito della didattica e più in generale, delle scienze dell’educazione, trasformando la scuola da comunità ad azienda.

La differenza tra le due sollecitazioni riassume il senso di tutto l’articolo. 

 

 


 

 

servono gli insegnanti per i 5 stelle?

SCUOLA a CINQUE STELLE?

 Giorgio Porrotto

15/09/2016

 

Qual è l’attuale rapporto tra i partiti di opposizione e la scuola? Limitiamoci al Movimento Cinque Stelle (in seguito M.C.S.), il più quotato elettoralmente fra di loro e per giunta il più aggressivo. Ma anche quello di cui – a proposito dei pro­blemi educativi sempre più gravi, perché sempre irrimediabilmente ignorati – poco o nulla è stato possibile sapere in materia fino alla primavera scorsa. Al momento si è in grado di segnalare, per quanto riguarda il suo atteggiamento nei confronti dei problemi della cultura e dell’istruzione, due temi: diamo la prece­denza al più recente, che è stato introdotto all’inizio di questo mese d’ottobre dalla stampa, e la cui comparsa è pertanto di brevissima durata, e quindi da co­gliere necessariamente nell’immediato. Più ponderoso e sicuramente non accantonabile, in quanto autorevolmente ancorato in un DISEGNO DI LEGGE, l’altro tema in causa, che richiederà spazi più ampli e molto complessi.  

Eccoci ai passaggi essenziali del primo, che è recentissimo: si colloca nel cor­rente mese di ottobre del 2016, e consiste nella severa e irridente polemica che la stampa italiana a diffusione nazionale riserva ai parlamentari Pentastellati. Mo­tivo, la sciatteria con cui si esprimono anche nelle loro dichiarazioni ufficiali. Pochi esempi ... Il CORRIERE DELLA SERA (con riferimento a Chiara Appendino, sindaca di Torino): “Una così quanto può durare con la politica del “vaffa”, con il movimentismo del non statuto, con l’occhiuta vigilanza della Casaleggio Asso­ciati?, Aldo Grasso. “Dal blog anche una forte replica a Fabrizio Rondolino. Il giornalista aveva twittato : Lo si sospettava da tempo, ma dopo la pubblicazione del video postumo è una certezza: Casaleggio era un cretino”, Emanuele Buzzi. IL FOGLIO QUOTIDIANO: “… il movimento 5 stelle ha festeggiato i sette anni dalla sua nascita e … dopo aver esordito sul palcoscenico della politica con un messaggio profondo e carico di raffinate sfumature (andate tutti a fanculo)…”, Claudio Cerasa (Direttore). Il settimanale SETTE: “… prima che Matteo Renzi  prendesse per i fondelli il Movimento Cinque Stelle sull’uso dei verbi (“I grillini dovevano cambiare l’Italia e invece a forza di sbagliare i congiuntivi stanno cambiando l’italiano”) Come sta, il congiuntivo? A leggere i resoconti sui recenti scivoloni di qualche parlamentare, non troppo bene … Gli strafalcioni grillini però, bisogna ammetterlo, vanno un po’ oltre. In testa quello di Luigi Di Maio: “Come se io pre­sentassi venti esposti contro Renzi, lo iscrivessero al registro degli indagati, poi verrei in questa piazza e urlerei ‘Renzi è indagato’ ”. Gian Antonio Stella.  

C’è da chiedersi, in merito ai denunciati strafalcioni, se davvero si tratti di una sfortunata e magari non facilmente ripetibile vicenda. Oppure se sia in crescita, malauguratamente, una forma di deliberata indifferenza nei confronti della lin­gua italiana, sempre più minoritaria oltre che troppo spesso emarginata. Ipotesi di cui qualcuno parla: via libera all’inglese, arrembante lingua internazionale, e declassamento dell’Italiano a lingua popolare (sostitutiva dei dialetti, ormai semi-defunti). Domanda: esiste qualsivoglia rapporto di vicinanza tra queste prospettive e gli strafalcioni linguistici di coloro che, in quanto parlamentari, hanno l’obbligo del massimo rispetto nei confronti della lingua italiana? La quale, non dimentichiamolo, è il nostro contenitore di salvaguardia, il punto quotidiano di riferimento della nostra cultura, e il principale strumento per lo sviluppo e l’arricchimento culturale e civile delle nuove generazioni. Certo, l’evoluzione incalza, ma per arricchire il linguaggio, non per il gusto di mortifi­carlo. C’è poi anche un’altra ipotesi sulla questione, più modesta della prece­dente e riconducibile a una semplicissima constatazione: gran parte del molto consistente elettorato del M.C.S. necessita di interlocuzioni non soltanto molto semplici ma anche, e soprattutto, brevissime, assertive, preferibilmente liquidatorie, e ad immediato effetto. Trattasi di una tipologia di dialogo fino a ieri imprevedibile, ma oggi felicemente consentita da un fascinoso matrimonio: quello tra la domanda corta e il perentorio, unificante, onniveggente e onnipre­sente Signor Web. Da qui l’ipotesi che senza la semplificazione verbale del pen­siero politico, e senza la divinizzazione esclusiva delle proposte web, il M.C.S. non avrebbe certamente conquistato nemmeno la metà del suo attuale schiera­mento parlamentare.

Ed eccoci al secondo e più complesso dei due casi di “irrinunciabile riflessione” che ci vengono offerti dal Movimento Cinque Stelle.  In data 5 maggio 2016 è stata depositata alla CAMERA DEI DEPUTATI la “Proposta di Legge” n. 3820, così finalizzata: “Istituzione dei nuclei per la didattica avanzata e introduzione di progetti di scuola aperta e di scuola diffusa negli istituti scolastici di ogni ordine e grado”. Firmatari del testo, nell’ordine: Luigi Gallo, Marzana Maria, Vacca Gianluca, Brescia Giuseppe, Simone Valente, D’Uva Francesco, Chiara Di Benedetto, Silvia Chimienti (tutti insegnanti con esperienza di servizio).

La “Proposta” comprende due testi, come di rito: quello iniziale offre una visione sintetica del disegno di legge, sottolineandone finalità e prospettive di realizza­zione; quello ufficiale, vincolato alle formule del linguaggio giuridico, dettaglia le proposte esecutive. Nel citare le quali faremo capo al primo dei due testi, più agile nell’orientare. Il documento prevede in avvio “progetti di scuola aperta e di scuola diffusa”, assegnando al primo la facoltà di aprire, a lezione finita, spazi scolastici per la “aggregazione sociale” di allievi, famiglie e gruppi  locali, e garantendo al secondo forme di apprendimento realizzabili in città e dintorni (educazione alla cittadinanza). Utile novità? Utile sì, novità no: semmai recupero di pratiche già attivate in Europa nel secondo Novecento. Ricordo di allora: alunni della Media francese che chiedevano ai passanti giudizi sul rispetto della cosa pubblica, gli eventi del giorno, l’accoglienza dei visitatori stranieri ecc. … Oggi come oggi, con l’evoluzione dei comportamenti e la crisi scolastica no­strana, il progetto di cui sopra è ancora utile, nei termini prescritti, ma se cali­brato con la modernità di oggi e non di ieri.

Tutto quel che segue è sorprendente, e non certo per quel balzo verso la moder­nità che l’Italia continua a negare alla sua scuola, ormai unica – con la parziale vicinanza della Grecia – a garantire il primato della cultura classica su quel che resta della sua capacità di presa in un mondo incalzato da ben altre prospettive. Così viene introdotto il nuovo tipo di applicazione dell’autonomia: “Proprio allo scopo di sostenere l’autonomia delle istituzioni scolastiche e i processi di innovazione didattica e di ricerca educativa … l’articolo 2 della presente proposta di legge istituisce … una rete educativa nazionale … presso ogni regione, articolazioni territoriali denominate nuclei per la didattica avanzata (DNA)”. … “I nuclei hanno lo scopo di esercitare autonomia di ricerca, sperimentazione e svi­luppo tenendo conto delle esigenze del contesto culturale, sociale ed economico delle realtà locali”. A questo punto il lettore è portato a chiedersi perché mai, per consentire alle scolaresche pratiche di scuola aperta o diffusa dovrebbero essere istituiti regione per regione costosi Nuclei per la Didattica Avanzata? Normativa imperniata sull’autonomia? Autonomia di chi? delle scuole o dei DNA, che scuole non sono? Perché le scuole, nel predisporre i progetti di “scuola aperta” e di “scuola diffusa”, dovrebbero aver bisogno dell’avallo dei DNA pur avendo ottenuto in Costituzione pieno regime di autonomia? Se detta autonomia non è sufficiente per aprire le porte della scuola a genitori e cittadini, o per visite degli studenti alla loro città, oltretutto in tempi debitamente limitati, perché la si ri­tiene degna del titolo attribuitole? E soprattutto: da dove discende l’obbligo di formare i DNA? E in base a quali competenze? Ma eccoci alla domanda delle do­mande, la più logica e la più adeguata per scoperchiare sottintesi e buie implica­zioni: perché il progetto esclude gli insegnanti?

Recentemente ho letto di una constatazione molto amara e così riproducibile: “in passato i genitori strapazzavano i figli vagabondi e/o maleducati in presenza dell’insegnante, oggi strapazzano gli insegnanti davanti ai figli più che mai vaga­bondi e maleducati”. Forse c’è attinenza tra quella constatazione e questa parte del precitato testo del M.C.S.: “In particolare, la scuola aperta, di cui all’articolo 4 della proposta di legge, ha il fine di aprire l’enorme mole di spazi scolastici agli studenti e alle loro famiglie così da consentire loro di frequentarli oltre i tempi canonici della didattica … “E a seguire: “apre al tessuto cittadino … diventando uno snodo cruciale di aggregazione sociale … ridona centralità  alla figura dei genitori, che possono unirsi e confrontarsi in network aperti, e delle associazioni … che sperimentano nuove forme di relazione improntate … allo sviluppo di nuovi strumenti educativi …”. L’idea di una progressiva sostituzione del ruolo dei do­centi con quello dei genitori nel quadro dell’attività scolastica è arrivata final­mente allo scoperto. Ma il progetto genitoriale va ancora più avanti: il ruolo educativo e didattico dei genitori implica ben più consistenti e articolati coinvolgimenti dei medesimi: “Le attività integrative extrascolastiche, proposte da un minimo di 10  studenti e di 1O genitori, sono sottoposte a consultazione di­retta e votate, a scrutinio segreto, dalle assemblee dei genitori e degli studenti, riunite in seduta comune, entro il 30 giugno di ciascun anno scolastico”. Posso an­che sbagliarmi, ma è la prima volta – e sì che di anni ne ho parecchi, e tutti pas­sati nella scuola – che sento parlare di segretezza del voto in ambito nelle aule scolastiche.

Ed eccoci al culmine del peggio: “Per favorire una partecipazione capillare ai progetti scolastici, sia curricolari che extra-curricolari, nelle aree geografiche dove il tasso di disagio è più alto, è necessario un adeguamento del quadro normativo attuale che riporti progettualità e programmazione destinate ai giovani nelle mani delle famiglie e della varietà dei soggetti presenti in ciascun territorio”. Ma scuola e sanità, le più grandi conquiste civili del ’9OO, sono universalmente ser­vizi alla persona, e non alla famiglia!. In chiusura: “Lo Stato, e per quanto di pro­pria competenza, le Regioni e gli enti locali, in base al decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112, devono tenere conto delle esigenze specifiche di ciascun territorio procedendo a un riassetto della distribuzione delle risorse finanziarie destinate all’iniziativa autonoma degli istituti scolastici in modo da non dipendere esclusivamente dall’eterogeneità delle liberalità delle famiglie dei propri allievi”. E per l’italica coerenza famigliare-familistica, tutto finisce in soldoni ...

 

A fronte di queste plurisecolari certezze, contrappongo una vicenda dei primi anni novanta, svoltasi in una sterminata assemblea di cattolici e indetta da un deputato familista. Il quale, dimostrata l’esigenza di una genitorialità assoluta, tale da emarginare dichiaratamente anche il Papa, ottenne un applauso fuor di misura. Ma al primo attimo di silenzio si levò una mano dal centro della sala e poi una voce, molto chiara per tutti … “E se il padre è un mafioso?” Seguì un lungo sconforto, perché a denunciare il pericolo era il Padre Gesuita Mario Reguzzoni, già Direttore di Aggiornamenti Sociali, la rivista dell’Ordine, e anche noto esperto internazionale dei sistemi scolastici e fondatore dell’O.P.P.I., l’Organizzazione per la Preparazione Professionale dei Docenti, unica nel genere in Italia, con sede a Milano e tutt’ora vigile e rilevante). Ma oggi, pur in situazione analoga, la notizia non angoscerebbe nessuno. Nel frattempo, infatti, l’Italia è salita al secondo posto nella graduatoria della corruzione dei paesi europei (a precederla è la Bulgaria), e il numero di processi di mafia è in costante aumento, al punto che la Ndrangheta ha rappresentanze in tutta Italia con preferenza a Milano. L’autorevole osservatore del Corriere della sera Ernesto Galli della Loggia denuncia (con un angosciato “non nascondiamocelo”) la fonte principale della corruzione nelle famiglie del ceto medio, con le immaginabili conseguenze nelle scuole.

 

(v. in OCCHIO alla PENNA l’articolo “La corruzione e ... la scuola (?) ).

 

 


 

 

SCUOLA TRADITA. DA CHI?

SCUOLA TRADITA. DA CHI?

 

di Giorgio Porrotto

23/08/2016

 

In un paio di articoli pressoché a ruota (23.7 e 5.8 c.a.), Angelo Panebianco, l’editorialista di lunghis­simo corso del “Corriere della sera”, è tornato a occuparsi di scuola con due interventi, entrambi su “Sette” (la ricca rivista di varia umanità che accompagna in edicola il quotidiano milanese ogni ve­nerdì). Due interventi sullo stesso tema ed entrambi ad alto tasso di vis polemica, a partire dai titoli: il primo, “I guai della scuola? Colpa della Dc”; il secondo (in risposta ad un lettore perplesso sul titolo precedente), “Confermo, i mali della scuola vengono dalla Dc”.

Trattasi – per entrambi gli articoli, anche se condivisibili da alcuni soltanto in parte, quorum ego – di una totale contrapposizione all’esistente scolastico: un duro “no” sia al gaudio governativo per la cosiddetta “Buona Scuola” imposta da oltre un anno, sia a quel sordido e avvilente silenzio-assenso calato su di essa come per mistica ordinanza. La risoluta offensiva di Panebianco vale, per tutti, un invito a valutare in profondità ciò che per decenni è stato ignobilmente evitato: analizzare a fondo, e a dispetto di qualsivoglia renitenza, le origini e le responsabilità del progressivo e ormai sistema­tico dissesto della scuola italiana, da troppo tempo inconfrontabile con quelle dei paesi culturalmente e socialmente avanzati.

Un tratto del primo articolo:“… l’ultima infornata di precari decisa dal governo Renzi è stata attuata nel rispetto della tradizione, quella secondo cui il “merito”, la preparazione, sono l’ultimo dei pro­blemi che possono interessare ai reclutatori di personale docenteAll’origine di questa (triste) vi­cenda c’è la Dc … prese una istituzione dignitosa, la scuola pubblica … ne fece oggetto di una politica dissennata, la trasformò in una macchina per la produzione di posti ove collocare giovani diplomati e laureati a prescidere da qualsiasi verifica… Con la Dc, la scuola pubblica cambiò … la sua ‘missione’: non più un servizio votato all’utenza (scolari e studenti) ma un servizio orientato alla occupazione di insegnanti … Ne nacque un’alleanza di ferro fra democristiani e sindacati … È vero: nella scuola ci sono stati e ci sono anche molti insegnanti bravi ma … a dispetto … delle politiche governative. Tramontata l’era … Dc, non è mai cambiato l’orientamento … non solo per colpa dei ‘politici’: per colpa … del disinteresse del paese per i problemi della scuola. Non si è mai visto alcun … movimento di genitori che reclamasse una scuola di qualità … i pochi che se ne occupano sono … i figli e i nipoti della tradizione sindacal-democristiana … servono per neutralizzare la stravagante idea di reclutare gli insegnanti in base al merito”. Dal secondo articolo: “… è … doveroso ricordare … il contesto. Ad esempio, quanto abbia sempre pesato sulla evoluzione … pubblica e sulle politiche connesse, lo stato dell’Italia meridionale. O quanto … a partire dagli anni Settanta, il sistema educativo sia stato influenzato dalle trasformazioni culturali e sociali seguite al 1968” (in parte guidate da terrorismo e brigate rosse, e dal clima di guerre mondiali a partire da quelle innestate nel Vietnam). Fece (la Dc) la scelta peggiore: la pura e semplice liberalizzazione degli accessi, una misura che … forse contribuì a stemperare tensioni ma di sicuro non favorì l’efficienza dell’istituzione universitaria. … Per quanto riguarda la scuola primaria e secondaria … le scelte scolastiche vennero appaltate a un club consociativo, a una specie di “triangolo della morte” i cui lati erano composti dalla sinistra democri­stiana, dal PCI e dai sindacati, ciascuno interessato a prendersi la sua fetta di consensi mediante la creazione di posti di lavoro”. Attenzione: ho evidenziato in grassetto l’ultimo periodo per segnalare come Panebianco, nell’elencare i colpevoli della distruzione della scuola italiana, abbia di fatto smentito i suoi due titoli di apertura sprizzanti ferocia con la sola Dc (concedendo sollievo al difensore di quest’ultima).  

 

E che dire degli altri due componenti del mortale triangolo? Se la Dc aveva di che dannarsi, pur avendo alle spalle Washington e il Vaticano, il Pci poteva temere anche di più. A fronte delle rivolte giovanili (laureati in continuo aumento e offerte di lavoro frenate), e (da lì a poco) del terrorismo delle Brigate Rosse, il partito si scopriva scavalcato da un’ondata di domande di progresso sociale che non aveva mai promosso (statuto dei lavoratori, crescita culturale, più linguaggio e più comunicazione, divorzio, rapporto genitori-figli, aborto, istanze interclassiste e internazionaliste ecc.). Un ritardo incompatibile con le reclamate prospettive di una nuova società. Il tutto in un mondo in fermento: il Vietnam bloccava gli U.S.A. Perché rievocare questo quadro? Perché mentre ondate di giovani fomentavano le piazze, era evidente o anche soltanto intuibile che il P.C. non si era mai dato un progetto di scuola (come poi rileveranno V. Telmon, G. Balduzzi, E. Galli della Loggia). Nel frattempo il P.S.I. iniziava a perdere il suo tradizionale impegno per lo sviluppo scolastico, essendo in prossimità della perdita di se stesso.

E la chiamata in causa dei sindacati? Potevano essere utili a fronte dei problemi amministrativi come nei limiti specifici di altri settori, ma in Italia alligna, sin dai tempi di Casati, un tragico vuoto di sintonia concettuale tra politica e istruzione, e dunque poterono ottenere nella scuola un potere esclusivo e, ovviamente, di livello culturale infinitamente basso. Peraltro proprio nel periodo in cui, in tutto il mondo avanzato, era in atto una radicale modernizzazione dei processi educativi.

Discorso chiuso? Per Panebianco sì, almeno nella circostanza, ma per altri no. E cioè: è impensabile che almeno una parte dei lettori, una volta letto o riletto lo sdegno dell’editorialista, non si sia chie­sta perché la Dc, all’epoca, abbia garantito «la pura e semplice liberalizzazione degli accessi» alla cattedra scolastica. E non è certo sufficiente a chiarire il tutto quell’accenno “una misura che … forse contribuì a stemperare tensioni». Quali tensioni? E soprattutto: che cosa o chi poteva essere in grado di imporre alla Dc uno sconfinamento giuridico ed economico di tale portata? In effetti all’epoca non ci furono voci, politiche o d’altra natura, che rivelassero la vera origine di quel tacito ma devastante turbinio; il che conferma l’assunzione formale della responsabilità assunta dalla Dc per conto di tutti.

C’è stato poi tutto il tempo perché gli interessati potessero capire con certezza che si trattava (e tuttora, invariabilmente, si tratta) non di sventata scelta politica ma della ostinata riottosità della piccola industria a fronte della necessità di assumere laureati. Motivo? Perché “piccolo è bello” è la risposta autodifensiva d’ordinanza. In realtà si tratta del rifiuto di un investimento che superi quello necessario per i diplomati. E le piccole e medie imprese non si fondono per diventare grandi? Do­manda ingenua: è tradizione religiosamente storica, e quindi impositiva in assoluto, che in Italia, e solo in Italia, si evitino in ogni caso le fusioni tra imprese non vincolate in ambito famigliare. C’è chi parla, in proposito, di paura, di inadeguatezza culturale, ma, tant’è, nulla cambia. È pur vero che, con il passaggio di millennio, si è passati, a proposito di questa pesantissima impasse, dal silenzio totale di tutta la stampa al lamento sussurrato di buona parte di essa, perfino di quella cultural­mente e politicamente più vincolata alle imprese industriali (di recente perfino il direttore del “Sole-24 Ore” ha esortato gentilmente gli imprenditori veneti a vantaggiose fusioni). Ma nella realtà dell’economia nazionale prevale indiscusso l’assioma del “piccolo è bello”.

Nel frattempo la Dc è finita nel cestone della storia lasciando però viva, nella memoria dei posteri ac­corti, una colpa non sua ma da lei silenziosamente accettata. Nulla è cambiato a distanza di quasi mezzo secolo? 0ggi, molto più di allora, il governo difende con tutte le sue forze – oltre che nella legislazione scolastica, come s’è visto in apertura – anche le pericolosissime ritrosie di una industria italiana ormai ridotta, a differenza di quella dell’epoca democristiana, alla piccola o medio-piccola dimensione.

Significativo in proposito il durissimo rimprovero evidenziato da tutta la stampa, e rivolto dal Ministro del Lavoro Poletti ai laureati con lode ma con un breve periodo di fuoricorso: in fabbrica si entra solo con una laurea ottenuta in tempo previsto, ancorché con voto bassissimo. Aggiungasi, in chiusura, il giudizio sulla piccola-media impresa italiana espresso da un esperto di economia, Marco Ponti, in un articolo dedicato alla valutazione positiva del Governo Renzi e pubblicato su “Il fatto quotidiano” in data 14 agosto 2016: “Favorisce (soggetto Renzi, n.d.r) vistosamente l’industria privata, che infatti è tutta contenta, anche se per tradizione investe e rischia pochissimo, con le conseguenze che vediamo. Anche perché, si sa, la nostra industria è medio-piccola, con modeste capacità di ricerca ed innovazione. Ma siamo in regime capitalistico, bambole, se questi si spaventano scappano, e investono ancora di meno …”.

Conclusione: entrambi i consigli puntano al basso, quanto la “Buona Scuola”.

 

 


 

GRECO&LATINO

LA MASTROCOLA E LA STORIA

di Giorgio Porrotto

09/07/2016

 

Ecco alcune delle note con cui Paola Mastrocola ha proposto, di recente, il rilancio del latino e del greco nelle scuole italiane (“Domenica, Il Sole 24 ore”, 29.5.2016).

 

Si parla molto di latino e greco, oggi … le iscrizioni al liceo classico sono in calo … si sta pensando di cambiare la seconda prova di maturità, la traduzione. … toni accesi. … La proposta innovativa è di ridurre il testo da tradurre, e non chiedere più solo una mera traduzione, ma fare anche domande sul contesto, la storia, la letteratura, l’autore, la sua opera, le sue idee. … sarebbe … uno snaturamento del liceo classico. … non sapremo più leggere Orazio … La traduzione dal latino e greco è una delle ultime cose difficili che sono rimaste nella scuola italiana, insieme alla matematica. … Non potremmo fare esattamente il contrario, e cioè …rendere tutti capaci di tradurre? Potremmo rendere latino e greco obbligatori fin dalla prima media. Riproporre la traduzione dall’italiano. … Rendere liceo classico tutta la scuola, cioè la scuola di massa. … Quel che vedo io è che chi viene dal liceo, se ha fatto un buon liceo!, sa affrontare meglio gli esami più difficili nelle Facoltà più difficili. … Da quarant’anni, e soprattutto negli ultimi quindici … il latino ai licei è già più facile e leggero … talmente annacquato che è ormai impossibile insegnarlo davvero. Questa è la verità, gravissima, che non si dice: il latino è una finzione che si tira avanti nella più completa ipocrisia. … Ma si continua a fare: è peggio che se fosse stato abolito: è finito”.

 

È utile prendere le mosse, in proposito, da uno dei maggiori effetti dell’apparizione della stampa: la Compagnia di Gesù, fondata nel 1540 e armata del più aggressivo spirito religioso, oltre che di imprevedibile audacia politica.  Centrale, in questa sede, è da considerare la straordinaria novità che la compagnia assunse per la creazione di una scuola influente più di ogni altra, sia per capacità di espansione (nell’intero mondo!) sia per efficacia di risultati (raggiungimento del potere personale). Ovvia la scelta degli strumenti: la padronanza assoluta del latino e del greco, i linguaggi più esclusivi del potere. Nacque così la Ratio Studiorum (abbreviazione di Ratio atque institutio studiorum Societatis Jesu), ufficializzata in Roma nel 1599, a conclusione di quasi cinquant’anni di esperimenti al di là di ogni precedente. Fine ultimo: tener testa agli eretici – in primis ai protestanti e agli scienziati razionalisti – vincolando la futura classe dirigente ad un’anima cattolica aggressiva e vincente (parola d’ordine della Compagnia: «Ad maiorem Dei gloriam»). La riprova di quanto ho appena asserito? Sta tutta nei dieci anni di studio raccolti in un volume, “LA SCUOLA È FINITA … FORSE – per insegnanti sulle tracce di sé”, dal cattolico Giovanni Cominelli (Edizioni Angelo Guerini e Associati SpA, 2009). Qualche spunto: «Nel corso dei due secoli di vita della Ratio, le varie scuole dei Gesuiti – da quelle per i ragazzi a quelle per le università – crescono rapidamente. La sola Germania nel 1616 conta su ben 372 sedi con 13.112 studenti. I Collegi verranno via via disposti strategicamente in tutta Europa e nell’America coloniale; … forniscono al mondo occidentale una nuova élite culturale, che va a ricoprire i più importanti incarichi nel mondo intellettuale, scientifico e delle corti europee. … Le lezioni erano strutturate sulla lettura di classici della materia: Tommaso d’Aquino, Aristotele, Marco Tullio Cicerone ecc. … Periodicamente si ricorreva alla ‘disputatio’ d’origine medievale, nella quale, sotto la guida degli insegnanti, due o più studenti fra i migliori si affrontavano nell’esame e nella soluzione di problemi filosofici e teologici. … erano guidati di anno in anno ad avere una sempre maggior competenza con la lingua latina e con la retorica, analizzando le opere di Cicerone o la poetica di Aristotele».

Ma se ancor oggi risalta la sorprendente capacità di attrazione con cui la Ratio Studiorum riuscì ad imporsi per quasi due secoli, va ricordato che essa risultava una delle strategie impositive della Compagnia di Gesù per non cedere – e ci riuscì per ben due secoli! – all’avanzata inarrestabile della scienza e della modernità. La portata di queste risultava però troppo ampia (separazione della chiesa protestante dalla cattolica, affermazione dell’illuminismo e forti prospettive di sviluppo dei rapporti  sociali, grandi e diffusi successi della matematica e della fisica, nascita di nuove discipline, clamorosa visibilità della rivoluzione industriale … , e sullo sfondo il ricordo orroroso della Guerra dei 30anni!), perché non venisse affondata d’un colpo la Compagnia di Gesù e la sua Ratio: alla immediata soppressione di esse provvide, col breve Dominus ad Redemptor del 21 luglio 1773, papa Clemente XIV, pressato dagli stati europei. Passati alcuni decenni l’Ordine dei Gesuiti risorse (1814), e la Ratio fu aggiornata e riattivata (1832), ma senza mai uscire dai ristretti ambiti ecclesiastici. 

La cacciata dei Gesuiti dalla vita pubblica favorì o comportò, gradualmente ma non troppo, l’istituzione generalizzata delle scuole di stato: una necessità imposta dal sorgere di nuove forme di attività e di grandi fabbriche, e quindi di nuovo tipo di mano d’opera e di rapporti sociali. Si poteva notare – soprattutto nei maggiori paesi europei, Francia, Inghilterra, Germania – la consistenza e la convivenza di tendenze culturali diverse: da un lato l’insegnamento risoluto e uniforme del latino e del greco (resisterà per un secolo e mezzo, grazie al fascino culturale e al ricordo del prestigio sociale della Ratio Studiorum); dall’altro l’attrazione dello studio scientifico e tecnico recente, stimolato dell’industria. Poi la diversità di orientamento dei tre paesi citati. In Francia la Rivoluzione approvò nel 1792 il diritto universale all’istruzione, anche se non subito applicato. In regime napoleonico aumentarono le università e nacquero le scuole secondarie e superiori (le primarie restarono alla chiesa). Scarsi gli interventi della Restaurazione. Decisivi, nella III Repubblica, i principi della grande politica scolastica introdotti da Jules Ferry (1881-1889): obbligo dello Stato di edificare scuole e delle famiglie di garantirne la frequenza; scuola dell’obbligo in ogni comune; gratuità, laicità, neutralità dell’istruzione. L’Inghilterra si distinse per una storia civile, commerciale, industriale che la portò alla Magna Carta (1215); per il riflusso del potere monarchico (1650), il primo esempio di rivoluzione industriale (1700) e il massimo storico della colonizzazione; e, soprattutto, per l’epica resistenza al Nazismo. Ma anche per i ritardi dell’istruzione riservata alle classi popolari: «il povero non aveva bisogno di nessun tipo di educazione», diceva Samuel Johnson, curatore del lessico inglese moderno. Tardi anche i rimedi, dopo che Dickens denunciò la costrizione dei bambini al lavoro nero. La Germania fu l’unico paese che poté superare le due più grandi sfide sociali dell’ottocento senza i traumi patiti dagli altri paesi. La prima era l’immane processo di alfabetizzazione richiesto da fabbriche e officine, e dal servizio militare, sempre più tecnico: per fedeltà alla dottrina luterana, avevano già provveduto principi e borgomastri. La seconda era la durissima lotta operaia contro i bassi salari: provvide addirittura Bismark. Così: “Avere contenta la classe più povera è una cosa che non si paga mai cara abbastanza. È un buon impiego del denaro anche per noi: a quel modo evitiamo una rivoluzione che potrebbe inghiottire ben altre somme”. Suggeritore Lassalle, socialista moderato.

Attorno al I960 i tre paesi di cui sopra, e altri d’Europa (tranne Italia e Grecia), abolirono i corsi obbligatori di latino e greco, e aggiunsero altro spazio ai temi d’ordine scientifico, in costante espansione. La Chiesa Cattolica esentò i credenti dal latino, per facilitare la preghiera.

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E l’Italia? Unica, si limitò ad abolire l’obbligo di latino e greco nella media. Ma è necessario rievocarne i precedenti. Quando, il 17 Marzo 1861 Vittorio Emanuele II di Savoia divenne Re d’Italia, la scuola sabauda era già stata predisposta alla funzione di ente nazionale da Gabrio Casati, sicché ancora oggi la prima legge scolastica italiana, sostituita soltanto nel 1922, porta il suo nome. Era stata approvata in istato di guerra (contro l’Austria), quindi a parlamento chiuso e con legge speciale. Esprimeva concezioni elitarie: ampio spazio all'istruzione liceale e universitaria, formazione classica di stampo umanistico e collegabile alle classi dirigenti, e, di contro, scarso risalto alla scuola primaria e alla tecnica, riservate entrambe alla classe operaia. Risolutamente negativa, ma inascoltata, la severa valutazione della riforma espressa da due delle grandi teste italiane dell’epoca, Cavour e Carlo Cattaneo. Anche in seguito, nessun miglioramento, per paura di rivolgimenti. Nel 1923 fu imposta – ancora a Parlamento chiuso, e ancora con legge speciale – la riforma di Giovanni Gentile. Un testo eccezionalmente strutturato, pressante ed ambizioso non di poco rispetto al precedente, in quanto fanaticamente elitario e classicistico. Mussolini sentenziò: “La più fascista delle riforme”; ma più tardi ordinò a Giuseppe Bottai una scuola più aperta (ma la guerra la sventò). E nondimeno la legge Gentile è stata da subito assunta come una bibbia da non pochi che l’hanno sperimentata nei licei, soprattutto classici. Da più di trent’anni continua ad afflosciarsi nelle aule, ma non nelle famiglie della piccola e media borghesia, per le quali la logica intrinseca della Ratio Studiorum – più studio, più eloquio, più potere – è ancora l’unica vera garanzia scolastica.

C’è insomma un dramma scolastico tutto italiano. E va spiegato ricordandoci che si deve ai PRINCÌPI DELLA DICHIARAZIONE DEI DIRITTI DELL’UOMO (1948), che affermano i diritti universali all’istruzione, e all’evoluzione dei successivi orientamenti educativi (Rapporto Faure, Rapporto Delors, Brune…), l’incremento mondiale dell’educazione e dello studio, ma soltanto se centrati saldamente, e a più riprese, sul ruolo culturale e sociale degli insegnanti, e quindi sullo sviluppo della professionalità docente. In Italia invece, a partire dagli anni settanta, Governo e Opposizione, sempre in contrasto ma non troppo, si impegnarono in un tacito ma audace approccio per l’assunzione di insegnanti – anche in proporzione preventiva, e quindi elevata – al fine di scongiurare i temutissimi pericoli di rivolte Sessantottine. Il tutto in esclusivo affidamento, improprio ma utilmente tacito, alla Amministrazione del M.P.I. e ai Sindacati, l’una e gli altri interessati a tempi non brevi. Da qui l’impedimento insormontabile, e del resto mai seriamente denunciato e combattuto, di qualsivoglia tentativo di garantire anche agli insegnanti italiani tempi e mezzi per fruire dell’aggiornamento sistematico di studi, competenze e qualificazione relativi al loro esercizio professionale. A fronte dei docenti europei, e di altrove, che fruiscono dell’approfondimento delle competenze e dell’autonomia professionale, a noi non resta che assistere alle inutili chiassate tra governo e sindacati. Questi ultimi hanno certamente una colpevole e spesso irresponsabile tendenza invasiva, ma derivante dai ritardi, dalle assenze, dalla refrattarietà congenita dei governi e dei parlamenti (e forse, prima ancora, dei parlamentari, della cui indifferenza nei confronti della scuola possiamo essere certi, data la loro assenza in tutte le circostanze che la riguardano).  

E la Mastrocola? Si rileggano le sue righe sopra riportate. Quando supplica «Potremmo rendere latino e greco obbligatori fin dalla prima media», semplicemente invoca la ripetizione della follia che già stiamo vivendo.