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Lo scolmatore dell’Arno

Una gita sorprendente

Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior!

di Marta Ballerini, Vincenzo Terreni - maggio 2009

 

Le parole di De André risuonano incessanti nella testa al ritorno da questa gita improvvisata sullo scolmatore del fiume Arno.

Il letame, nel nostro caso, è solo una metafora che impreziosisce la nostra avventura: non abbiamo trovato del letame né residui visibili di deiezioni, ma in più di una occasione il confronto con ciò che odoravamo e vedevamo ce li ha fatti rimpiangere.

Si deve quindi rallegrare il lettore che l’arretratezza della tecnologia non consente di trasmettere sapori e odori perché non c’è dubbio che avrebbe lasciato subito perdere. Purtroppo non ci sono neppure molte foto e video (le immagini più curiose, belle e significative sono rimaste impresse nei nostri ricordi): la canoa è un mezzo eccezionale per muoversi in un corso d’acqua, ma le pagaie richiedono un movimento che non va molto d’accordo con una fotocamera appesa al collo, inoltre pensare che il continuo sgocciolio di acqua, non proprio sorgiva, vada a cadere sul prezioso strumento deconcentra molto. La soluzione trovata di mettere la fotocamera al collo inserita in una busta di plastica che avrebbe consentito di preservare la macchina, ha costretto a pericolosi contorsionismi e alla perdita dei momenti più emozionanti. Peccato, cercheremo di completare le immagini con le parole, non è proprio la stessa cosa, ma vi dovrete accontentare.

 

La nascita dello Scolmatore a Pontedera Un percorso non proprio tortuoso
La nascita dello Scolmatore a Pontedera
Un percorso non proprio tortuoso

 

Lo scolmatore dellArno

È un canale artificiale che dovrebbe “scolmare” l’Arno; parte da Pontedera e sbocca in mare vicino a Calambrone, tra i comuni di Livorno e di Pisa. Ha una lunghezza di circa 30 km: Vicarello si trova a metà strada. Il progetto risale all’inondazione del 1949, cinque anni dopo fu decisa la costruzione dello scolmatore dell’Arno per un costo di oltre 10 miliardi di lire del tempo. Nel 1966 l’opera, lontano dall’esser completata, non alleviò gli effetti della disastrosa alluvione del 1966 che, oltre a Firenze, provocò danni enormi a Pontedera e Pisa. Venne poi completato senza troppa fretta.

La portata prevista di 1.400 metri cubi al secondo non è mai stata raggiunta non per l’interramento (che viene eliminato con grandi macchine e rumorose proteste degli abituali ospiti), quanto per la mancanza di convinzione politica per il suo utilizzo come canale commercialmente utilizzabile.

 

Lo scolmatore, subito dopo la chiusa sull’Arno, accoglie le acque del depuratore civile e industriale (Piaggio & C.) di Pontedera, confluiscono poi alcuni corsi d’acqua: il torrente Tora (proveniente dalle Colline pisane inferiori, 29 chilometri,  portata molto bassa) nelle vicinanze di Mortaiolo e il Fosso Reale (canale artificiale voluto dai granduchi lorenesi per deviare le acque dello Zannone, torrente che nasce nei pressi di Lari).

 

Attualmente si studia come rendere navigabile il canale per il solo trasporto merci.

La navigabilità sarà sviluppata solo nella seconda metà per il collegamento commerciale tra la Darsena Toscana del porto di Livorno, l’Interporto “A. Vespucci” (Guasticce) e l’Autoparco “Il Faldo” (nei pressi di Vicarello): in tutto un percorso di circa 13 chilometri. Dovrà essere creato un accesso idoneo dal porto di Livorno, con contemporaneo miglioramento del collegamento fluviale anche con il canale dei Navicelli.

Si dovrà procedere all’adeguamento dell’alveo dello Scolmatore per garantire il traffico fluvio-marittimo: una larghezza intorno ai 40 metri e un fondale almeno di 3,5 metri, così da consentire il passaggio di imbarcazioni e chiatte di dimensioni maggiori alle attuali.

Ovviamente dovranno essere adeguate anche le infrastrutture stradali.

 

La “gita”
Per quale motivo due persone, apparentemente sane di mente, consapevoli dei rischi e normalmente sensibili agli odori e alle bellezze naturali rischiano di trovarsi in una situazione sgradevole calando in acqua (il termine è piuttosto approssimativo) la pesantissima canoa in vetroresina anni ’80 dopo averla trascinata giù per le rive di cemento dello scolmatore nei pressi di Pontedera?
Fondamentalmente è la ricerca della conferma della presenza di una affollata e ricca di numerose specie popolazione di uccelli intorno alla discarica di Pontedera che allieta le rive di livellato cemento dello scolmatore. Dall’alto dei ponti che scavalcano il canale non si sentono gli odori, si vedono soltanto molti uccelli che sembrano perfettamente a proprio agio. E allora si decide, in modo molto avventuristico, di provare a percorrere lo scolmatore da Pontedera fino al mare. Si tratta di 30 km, non sono pochi, è vero che si va in discesa, ma il dislivello di 14 metri non ci potrà aiutare molto. Viene fissato un punto intermedio a metà del percorso per organizzare il recupero della canoa e dei suoi, facile prevederlo, stremati occupanti. Alle ore 8:30 di sabato 16 maggio, in una giornata molto calda, siamo in acqua. Il canale si snoda tra canne palustri che occupano tutta la parte coperta di sedimenti lasciando all’acqua una piccola striscia serpeggiante larga non più di qualche metro.

 

Anche lacqua nera riflette bene!
Uno dei tanti ponti che scavalcano
lo scolmatore
La nostra canoa alla prima sosta
sotto il ponte della superstrada

 

Del primo tratto, neppure un chilometro, mancano immagini: eravamo troppo impegnati a tentare di procedere: l’acqua bassissima faceva toccare il fondo della canoa e procedere come in una palude con la tecnica del bastone infilato provocava ondeggiamenti e una instabilità che non prometteva niente di buono. L’una cosa era scendere e trascinare. Sembra facile, ma non viene proprio istintivo infilare i piedi nel fondo melmoso di colore nero scuro che sprigionava un odore all’essenza di H2S. Il primo tratto è stato di pura volontà di proseguire.

Quando gli ostacoli sembravano scomparsi si profilava, con crudele periodicità, ogni tre-quattrocento metri uno sbarramento di cemento armato coperto da un tappeto di alghe a bassa aderenza che creava un fondo di pochi centimetri e un piccolo dislivello di qualche decina di centimetri. Questi costringevano a scendere perché la canoa si fermava, a depositarla dopo lo sbarramento e a risalire facendo attenzione a non imbarcare acqua. Probabilmente gli sbarramenti oltre a rallegrarci l’esistenza, servivano anche a far ossigenare l’acqua.

 

Il ponte della ferrovia.
Gli aerogeneratori
Un paesaggio idilliaco’

Lo stomaco si chiude per gli odori penetranti e la fiducia degli esploratori sulle promesse di meraviglie comincia a vacillare,  ma proprio davanti a noi una nidiata di piccoli germani trotterella sulla rive e si getta nell’acqua protetta dalla traiettoria a zig zag della mamma che fa un gran baccano. Rimaniamo stupiti perché sembrava ferita e trascinava un’ala sull’acqua.

Sembrava che non potesse volare, arrivata vicino alla riva cambiava direzione per volgersi alla riva opposta; dopo un paio di passaggi, con i pulcini ormai al sicuro, guariva improvvisamente dall’infortunio per involarsi facilmente, probabilmente molto soddisfatta per averci ingannato. Abbiamo avuto la fortuna di assistere a questo spettacolo non meno di cinque volte durante il percorso. Esaminando le foto abbiamo fatto una scoperta interessante.

 

La nidiata è impaurita.
Solo guardando la foto con più attenzione
e ingrandendo...
... scopriamo il profilo inconfondibile
 di un rapace.
La femmina di germano nuota
rumorosamente.
Poi cambia direzione...
... e continua la commedia...

 

Poco dopo facciamo alzare in volo due aironi cinerini che commentano indispettiti il nostro passaggio, girano alti sopra la nostra testa per tornare ai loro impegni. Tra le canne una rarità: una rana che si lascia osservare fino a un nanosecondo prima dello scatto. Non molto meno veloci e scattanti le numerosissime tartarughe che prendono il sole, talvolta una sopra l’altra. Le garzette non si contano neppure.
In prossimità di uno scarico quasi verticale di cemento coperto di alghe scivolose una nidiata di germani hanno tentato di trovare un nascondiglio tentando di risalire la corrente scivolando continuamente e ruzzolando l’uno sull’altro.
Frequenti le folaghe che portavano a spasso i pulcini che nuotavano velocissimi pigolando spaventati allungando il collo con quasi tutto il corpo fuori dall’acqua.

 

... la rana ha fatto un tuffo:
rimangono le canneggiole di palude
Una delle tante tartarughe californiane
Una delle poche garzette che si è lasciata
fotografare

 

Proprio nel mezzo alla zona che a “naso” giudicavamo meno ospitale si levavano in volo continuamente aironi cinerini, in gran quantità, ma anche aironi rossi (complessivamente almeno una decina), corvi e cornacchie. Pochissimi i gabbiani probabilmente attratti dalla (troppo) vicina discarica.
Presi da questo spettacolo non ci siamo più accorti di dove eravamo e non prestavamo più attenzione agli odori sgradevoli o alla trasparenza dell’acqua che non superava mai i pochi mm. Difficile che si procedesse per più di dieci metri senza vedere il balzo di un grosso pesce: inutile tentare di fotografare. Ma una carpa, di una quarantina di centimetri, ci ha anche schizzato quando ci è saltata vicina.
Il vantaggio delle canoa è che non fa troppo rumore. Con la coda dell’occhio passando vicino ad uno slargo protetto dal canneto, vediamo una gran quantità di pinne che si agitavano mollemente sotto l’ombra di un piccolo salice. Molto cautamente facciamo retromarcia per infilarci nell’insenatura. Improvvisamente questa si trasforma in una tonnara: i pesci argentei spaventati hanno cominciato saltare da tutte le parti, infilandosi nel canneto si traevano d’impaccio nuotando tra le canne fino a riguadagnare l’acqua. La maggior parte saltava poderosamente e proprio mentre ci dicevamo concitati: “Ora ci riempiono la canoa!” uno ha sbattuto sulla spalla di Marta per ricaderle pesantemente su una gamba e senza che lei facesse in tempo a spaventarsi, con una spinta poderosa era già in acqua (il pesce, per fortuna).

Uno spettacolo che ha lasciato senza fiato per lo stupore e la contentezza di aver visto direttamente un fenomeno degno di migliori cronisti.
Proseguiamo osservando le rive, ormai abbiamo visto animali in abbondanza, anche un roditore nella sua tana, poco distante gusci di enormi conchiglie erano stati trasportati dalla corrente per rimanere intrappolati pieni di fango: è l’unica cosa che portiamo con noi.

La vegetazione è uniforme: solo arbusti, gli alberi d’alto fusto sono stati tagliati al momento della “ripulitura” dell’alveo di alcuni anni fa.
Il canale diviene inspiegabilmente più ampio e profondo, si procede senza intoppi facendo molta attenzione al passaggio sotto i ponti quasi tutti popolati da resti di veicoli, ciclomotori, ruote ed altre piacevolezze che ci rammentavano che esiste sempre una sporcizia peggiore.

Ormai non ci sono state più sorprese ed emozioni forti e si decide di concludere l’avventura a metà del percorso.

 

È rimasto solo un piccolo di nutria a
guardarci, prima erano in due.
Conchiglie (Anodonta cignea) di
grandi dimensioni.
Lunico mezzo di trasporto adatto
al fiume che abbiamo trovato.
Amorpha fruticosa, leguminosa
alloctona inselvatichita.
Linfiorescenza viola domina le rive.
DellIris pseudo-acorus si sono
visti pochi esemplari.

 

Il ponte della 206 in prossimità di Vicarello diviene l’obiettivo finale. Il canale è ormai largo, quasi pulito e un po’ noioso. Pagaiamo con calma fino allo scarico, di un cemento riccamente decorato da concrezioni calcaree, di acqua apparentemente pulita e priva di odori.

Tiriamo in secca la canoa e approfittiamo di questa insperato regalo per togliere lo strato di melma seccatosi sulla nostra pelle. Verrebbe quasi voglia di fare il bagno in una fossa apparentemente profonda, ma il pericolo di trovare tondini di ferro dimenticati ci ha fatto rapidamente abbandonare l’idea.

 

Lo sbocco del Fosso reale nello
Scolmatore.
Lo sbocco del Fosso reale

 

Poco distante era possibile trasportare la canoa fin sulla strada e quindi ci siamo preparati per la conclusione del viaggio.

Abbiamo mangiato con appetito, alle 13 circa, dopo una dozzina di km al margine di una strada sterrata chiusa al traffico su un tappeto di pappi e di fiori d’acacia, immersi in un profumo morbido che ci ha fatto dimenticare le asprezze del viaggio.

 

VIRGO domina la piana di
Cascina
Pappi di pioppo e fiori dacacia
imbiancano il sentiero.

 

Un paio di settimane dopo, nella cronaca locale di Pontedera, il giornale “Il Tirreno” riporta crudamente alle asprezze quotidiane.

 

Scarico abusivo nello Scolmatore

 

Un ringraziamento per la paziente assistenza a Luciana Bussotti