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Lunigiana, terra d'emigrazione

 

Emigrazione dalla Lunigiana (Appennino tosco-emiliano)

Quando eravamo noi i migranti

 

Lunigiana, terra d'emigrazione

 

Luciano Luciani

 

Non più Toscana, ma non ancora Emilia e neppure Liguria, la Lunigiana è sempre stata crocevia e crogiuolo di popoli diversi: Liguri-Apuani, Celti, Romani, Etruschi si sono combattuti e mescolati tra quelle colline aspre che fanno presto a trasformarsi in montagne.

Oggetto del desiderio – neppure troppo oscuro – di manesche famiglie feudali e di intriganti autorità religiose, appetita da re e imperatori, genovesi e lucchesi, pisani e fiorentini, questa terra ha generato dei figli che agli occhi degli osservatori sono apparsi sempre tanto poveri quanto fieri e bellicosi. Area geografica di sussulti sismici e sociali, di fiammate di ribellione anarchica e di stati d’assedio, la Lunigiana non sempre è riuscita a offrire a tutti i suoi abitanti una vita dignitosa. Anzi, nelle pagine dei cronisti locali non è raro trovare che, ancora agli inizi del XIX secolo, tra queste colline e queste montagne si muore di fame.

E allora meglio partire, andare via, emigrare.

I primi ‘ambasciatori della miseria’ – in genere il capofamiglia, accompagnato spesso dal figlio maggiore – tendono a ripercorrere sentieri noti, già battuti dai pastori quando portano le bestie a svernare. Si spingono verso la Maremma pisana e volterrana, verso il senese, la Piana dell’Ombrone per essere impiegati stagionalmente nei lavori agricoli e poi rientrare con una piccola scorta alimentare appena sufficiente a superare l’inverno che si approssima.

Il Risorgimento, la rivoluzione agraria mancata, non riesce a dare soddisfazione alla fame di terra delle genti di Lunigiana. La rivoluzione politica rappresentata dall'unità d'Italia non riesce a trasformarsi in rivoluzione sociale e l’unità amministrativa non migliora granché le condizioni di vita delle classi subalterne di questo segmento d’Italia. Anzi, all’interno del progetto di dominio economico, politico e culturale della borghesia dei Sella e dei Depretis, queste, se possibile, peggiorano.

La Corsica e la Francia diventano le nuove mete dell’emigrazione lunigianese, mentre si riattivano i flussi, per altro mai interrotti, verso la pianura padana appena al di là del passo della Cisa: adesso partono anche le donne, si spostano interi nuclei familiari. Ma queste nuove direttrici dell’emigrazione sono solo la premessa, il duro apprendistato per prepararsi a un balzo ben più lungo, ben altrimenti decisivo per i destini di migliaia di uomini e donne di Mulazzo, Casola, Bagnone, Grondola, Pontremoli, Comano, Licciana Nardi, Zeri… Saranno le Americhe, quella del Nord e quella del Sud, a richiamare e ad assorbire con sempre maggiore voracità braccia, intelligenze, speranze, sogni, abilità, competenze delle genti di Lunigiana. Nel censimento del 1871 del Comune di Grondola “accanto al nome di un dichiarato assente, c’è l’annotazione: ‘È un anno che manca, si ritrova nello stato Mericano’” (C. Repetti). L’epoca dell’emigrazione italiana transoceanica – ancora tutta da scrivere, dalla raccolta ragionata dei dati alle formidabili trasformazioni sociali, culturali, di costume, indotte al di qua e al di là dell’oceano da questo esodo di proporzioni bibliche – è già cominciato.

Rari, rarissimi gli intellettuali, letterati e artisti, che si resero conto del dramma che attraversava la Penisola da nord a sud: Pietro Gori, Giovanni Pascoli Edmondo De Amicis... Soprattutto quest'ultimo scrisse di emigrazione in più di un'occasione: nel celeberrimo libro Cuore (1886); in Sull'Oceano (1889), testo molto apprezzato da Giacosa, Fogazzaro, Croce e perfino Turati; su giornali e riviste. Dal periodico socialista lunigianese “La Terra”, fondato nel 1889 da Alceste De Ambris e Luigi Campolonghi, sono tratti i versi deamicisiani che seguono:

 

Gli emigranti

   

   Con gli occhi spenti, con le guance cave

pallidi, in atto addolorato e grave

sorreggendo le donne affrante e smorte

ascendono la nave

come si ascende il palco della morte.

 

   E ognun sul petto trepido si serra

tutto quel che possiede sulla terra:

altri un misero involto, altri un patito

bimbo, che gli si afferra

al collo, delle immense acque atterrito.

 

   Salgono in lunga fila, umili e muti.

E sopra i volti appar, bruni e sparuti,

umidi ancor di desolato affanno

degli estremi saluti

dati ai monti che più non rivedranno...

 

   E li han nel cuore in quei solenni istanti

i bei clivi di allegre acque sonanti,

e le chiesette candide, e i pacati

laghi cinti di piante

e i villaggi tranquilli ove son nati!

 

   E ognun forse, sprigionando un grido,

se lo potesse tornerebbe al lido;

tornerebbe a morir sopra i nativi

monti, nel triste nido,

dove piangono i suoi vecchi malvivi.