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1° - Scuola estiva Calci 2014

 

La Scuola va al Museo
Incontro al Museo di Calci, 10 settembre 2014
Considerazioni conclusive dell'incontro con numerosi docenti che hanno utilizzato il Museo come risorsa didattica negli anni, di Silvia Caravita e Paolo Guidoni

 

 

  Calci scuola estiva 2014      

Museo di Storia Naturale via Roma, 79  56011 Calci (PI)

10 settembre 2014

 

9.00

Registrazione  dei partecipanti.

 

9.15  10.30

Saluti del direttore del Museo Roberto Barbuti

Introduzione  Angela Dini

Presentazione  dell'offerta educativa 2014 - 2015 del Museo  Simone Farina, Patrizia Scaglia, Silvia Sorbi.

 

Pausa caffè

 

11.00  12.30

Presentazione di esperienze didattiche collegate alle proposte del Museo a cura dei docenti Arianna Aringhieri, Marzia Bogi, Romana Maria Capuzzo, Luciana Chiti, Fabiola Conti, Francesca Gallucci, Edvidge Galluzzi, Monica Manetti, Patrizia Morini, Margherita Mortellitti, Luana Sardi,

Clara Schilirò, Lucia Stelli, Oriana Tosoni, Irene Volponi.

 

12.30  13.00

Visita agli spazi didattici e al nuovo Centro di Educazione Ambientale.

 

Pausa pranzo

 

14.00  15.00

Intervento di Silvia Caravita e di Paolo Guidoni

 

15.00  16.00

Presentazione  di attività integrative e attività sul territorio

Iscrizione obbligatoria

 

Per informazioni:  050 2212973

entro il 5 settembre 2014 scrivendo a: didattica@msn.unipi.it

 

Questionario di gradimento alla fine dei lavori. (pdf)

 

Cosa può offrire di speciale un museo nell’interazione con la scuola?

 

Silvia Caravita

 

Sono felice di essere tornata qui al museo di Calci: è veramente un posto bellissimo, di grande fascino. Questo è un museo particolare, anche proprio per la sua collocazione, quindi vi ringrazio moltissimo.

 

Dico solo due parole per presentarmi. Sono una biologa, o meglio, adesso sono una pensionata. Ho lavorato come ricercatrice al CNR, nel campo della neuro-embriologia, per un certo numero di anni. Poi ho cominciato a interessarmi di educazione scientifica e mi sono trasferita in quello che allora si chiamava l’Istituto di Psicologia, ora Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione, e ho collaborato con un gruppo che svolgeva ricerche sui processi di insegnamento-apprendimento, soprattutto nell’arco della scuola dell’obbligo. Nel corso degli anni, mi sono ritagliata un mio specifico ambito di studio: mi sono concentrata sulla costruzione, l’organizzazione di concetti scientifici e sui fattori che le influenzano, su come la progettazione di situazioni didattiche può creare condizioni favorevoli a questi processi. Ho collaborato più volte con il museo di Zoologia di Roma, con la dottoressa Falchetti che coordinava la sezione didattica: quindi ho raccolto e documentato osservazioni non solo sui percorsi d’apprendimento a lungo termine che hanno luogo a in classe, ma anche su quel che succede in risposta ad attività di educazione scientifica proposte fuori dalla classe.

 

Per questo incontro di oggi, ho pensato di organizzare solo parzialmente il mio intervento. Ho messo a fuoco alcuni punti che mi sembrava opportuno riprendere in considerazione insieme a voi, ma ho preferito lasciare anche uno spazio per esprimere le osservazioni che mi sarebbero state suggerite dall’ascolto delle vostre presentazioni, in modo da attirare l’attenzione più che altro su argomenti di discussione. Infatti, mi piacerebbe (e ho sentito che questo desiderio è condiviso) avere la possibilità, il tempo per continuare a confrontarci, magari in gruppi più piccoli, invece di fermarci al racconto di esperienze e all’enunciazione di commenti e di problemi.

 

Cos’è per me un Museo scientifico

 

Comincio dicendo quello che è per me un museo scientifico, che cosa incarnano luoghi come questo. Io penso che un museo metta in evidenza un desiderio di conoscenza, il desiderio umano di conoscere la realtà che ci circonda; ed è questo che deve trasparire, questa intenzionalità di conoscenza, che si dà anche dei metodi e degli strumenti, che re-inventa le realtà su cui si interroga. È proprio un conoscere per conoscere quello che è messo in mostra nel museo. Un museo di storia naturale sembra esaltare il desiderio umano di rendersi conto di “insieme a quali altri esseri stiamo in  questo  mondo”.  Qui  lo  scopo  che  appare  evidente  non  è  l’esposizione  di  scoperte  o  di applicazioni del pensiero scientifico, ma piuttosto la creazione di quell’incanto che si prova quando si scoprono altre forme di vita e viene voglia di entrare in contatto con loro, per capirle negli aspetti meno evidenti, per fare confronti con i nostri modi di essere al mondo .


Tuttavia, nel museo di storia naturale si può anche riconoscere come i modi e gli strumenti e del conoscere scientifico siano cambiati nel tempo, perché li vediamo in qualche modo documentati dai criteri espositivi, dalle modalità di esposizione. Banalmente, un antropologo mi faceva notare come, fino al secolo scorso, gli animali, specialmente gli animali esotici e i grossi vertebrati, venissero impagliati in atteggiamenti feroci e aggressivi, e come questo sia cambiato nel tempo e si dia ora molta più importanza alla ricostruzione di scene di vita ambientate in contesti reali. Una riflessione analoga è suggerita dalle “camere delle meraviglie”, che troviamo anche nel museo di Calci: cioè queste raccolte di stranezze, che venivano collezionate per questo, non di rado identificate in maniera errata.

 

Il legame esistente tra l’evoluzione dei modi di conoscere e l’evoluzione del modo di presentare la conoscenza scientifica è un aspetto importante e interessante su cui un museo può, forse deve, far riflettere il pubblico, anche quello dei ragazzi. Ad esempio, nella nostra cultura la conoscenza del mondo naturale ha proceduto anzitutto assegnando nomi, formando categorie, classificando, è stata tendenzialmente per secoli una conoscenza “congelante”. Forse questo è un aspetto generale dei modi di conoscere umani: il pensiero quando si applica a conoscere qualcosa lo cattura, lo ferma, lo cristallizza, lo mette nei cassetti; in qualche modo mostra l’esigenza di fermare il flusso di realtà in mezzo a cui si trova e da cui è frastornato. L’evoluzione degli allestimenti riconoscibile nei musei moderni documenta però, anche in questo, cambiamenti di atteggiamento culturale: lo vediamo dal fatto che non ci sono più solo teche con serie di animali per gruppi zoologici, ma anche diorami, video, animali vivi, esposizioni organizzate attorno a problemi. Questo testimonia un diverso approccio, un cercare sempre più di avvicinarsi a questo flusso di realtà piuttosto che metterla in mostra cristallizzata. Questo è il risultato del diverso sguardo sul mondo naturale che il pensiero darwiniano ha introdotto nella conoscenza biologica obbligando a interpretare il divenire degli organismi più che l’essere.

 

Un'altra caratteristica del museo che mi sembra importante sottolineare riguarda la differenza tra la visita al museo e l’esperienza di vita quotidiana: il museo ti mette davanti a un pezzetto di realtà, cioè il museo ti fa accorgere di una realtà della quale non è detto che si abbia normalmente modo di accorgersi. Nel museo è come se per un momento il tempo della tua vita e del tuo quotidiano si fermasse, e questo andrebbe veramente tesaurizzato. Tu ti fermi e guardi la realtà da fuori: assumi un atteggiamento diverso. Siccome ti sei dato un tempo tranquillo, disteso, in cui nessuno ti obbliga a fare niente e nessuno ti chiede niente, sei costretto, anzi libero di porti delle domande che forse in un’altra situazione non ti faresti. Questo tempo è una ricchezza di cui ognuno può godere quando va al museo e non dovrebbe essere sprecata.

 

Il museo nell’interazione con la scuola

 

Se ci interroghiamo su quale dovrebbe essere il rapporto tra il museo e la formazione scolastica, la mia risposta è questa: il museo deve rimanere se stesso, il museo non deve far finta di essere la scuola, non deve sforzarsi di imitare la scuola. Un museo deve comportarsi da museo, e la scuola deve comportarsi da scuola. Con questo voglio dire che, proprio per le caratteristiche di cui dicevo prima, il museo non deve preoccuparsi (o almeno non troppo) di comunicare tanta informazione attraverso attività guidate; così come non deve preoccuparsi troppo del metodo scientifico, ovvero di proporre nelle attività il famoso modello “congelato” di metodo scientifico: interrogarsi, fare delle ipotesi, fare l’esperimento, ecc…   Penso che questo sia una preoccupazione che semmai


appartiene alle strategie di insegnamento che possono avere luogo in classe, ma non credo che debba appartenere a chi propone le attività per i ragazzi nel museo. Questo è il luogo e il tempo per incuriosirsi, per allargare la gamma delle immagini mentali sulla realtà, per cogliere di questa dettagli altrove inaccessibili. Quello che l’intervento educativo può fare è sottolineare l’intenzionalità del conoscere: cioè mettere in evidenza come chi si pone delle domande, chi è incuriosito da un pezzo di realtà è anche spinto a chiedersi come fare per saperne di più; cerca con intelligenza un modo di fare e di pensare che gli permetta di rispondere alle domande che si è posto e può arrivare a darsi delle risposte. Questo mi sembra debba appartenere ai metodi educativi di un museo.

 

L’altro aspetto che un museo dovrebbe preoccuparsi di “mettere in mostra” riguarda il senso che hanno e che possono avere nella cultura le conoscenze che nelle sue esposizioni, nelle sue mostre, nei suoi oggetti, sono rese visibili. E tanto più lo può fare un museo come questo, che ha dei legami molto forti con il territorio. Ad esempio, ricordo che la prima volta che ho visitato il museo, mi colpì vedere, nella sezione di paleontologia, immagini di questo stesso territorio ricostruito in epoche geologiche diverse attraverso diorami. Mi potevo quindi rappresentare mentalmente non i cambiamenti enormi che hanno avuto luogo in generiche aree geografiche, lontane come una foresta amazzonica, ma quelli che avevano riguardato proprio quello stesso posto, dove mi trovavo io in quel momento, a milioni di anni di distanza! Penso che questo colpisca anche i ragazzi: divenire consapevoli di trasformazioni che sono avvenute nei luoghi dove loro abitano nel corso di tanti millenni, per poi riflettere anche sul fatto che stanno continuando ad avvenire. Penso infatti, che sia importante che il museo si occupi non soltanto del passato, ma del presente e anche del futuro, prendendo in considerazione qualche particolare aspetto di questa specifica realtà. I messaggi sulla importanza della biodiversità, sull’evoluzione di specie e di ecosistemi, acquistano senso se possono essere collegati anche a come vivere il rapporto con un territorio, a come prendersene cura. Non credo che lo scopo di questo tipo di intervento educativo debba essere quello di comunicare comportamenti corretti, quanto quello di mostrare, attraverso casi concreti in cui l’ecosistema mostra di andare incontro a processi irreversibili, che ci si preoccupa di studiare questo territorio, si esamina  quali   fattori   entrano  in   gioco,   quali   interventi  sembrano  avere   successo,  quali manifestazioni possono denunciare gli insuccessi, quanti sono gli attori coinvolti, chi oltre ai ricercatori può mettere in gioco conoscenze del territorio, delle specie, delle popolazioni, … Mi sembra importante far riconoscere che, nei problemi che riguardano la gestione dell’ambiente in cui viviamo, è una società che ha la responsabilità di decidere se e come vuole conservare qualcosa, e non bastano gli “scienziati” e le loro conoscenze. Questa molteplicità, questa complessità, diciamo (anche se è una parola abusata) del problema, può trasparire meglio e può essere meglio oggetto di educazione (a qualunque età) se è legata a dei casi concreti, specifici, che sono vicini alla realtà di cui i ragazzi sentono parlare anche al di fuori dalla scuola; immagino che in particolare questo museo, collegato all’Università, possa essere di molto aiuto su questo aspetto.

 

Per quanto riguarda il rapporto del museo con gli insegnanti, io non so se un museo può fare attività di  formazione agli  insegnanti. Certo,  può  contribuire ad  accrescere la  loro  cultura personale. Sarebbe bello pensare di offrire agli insegnanti la possibilità di passare periodi del loro servizio presso il museo, a fianco degli educatori, per fare un’esperienza come co-progettatori di situazioni educative e formative e come osservatori delle risposte a queste dei ragazzi, delle interazioni che avvengono tra loro e con gli educatori. Mi sembra tuttavia una eventualità remota. Ma un museo


può contribuire alla formazione degli insegnanti anche in un altro modo: se si stringe una specie di patto ogni volta che scuola e museo entrano in contatto, in merito soprattutto a due cose. Innanzi tutto, scuola e museo devono essere alleati nella convinzione che, al di là dei singoli contenuti di conoscenza, ci sono cose importanti, trasversali a tutti i contenuti, che sono obiettivo dello sviluppo di  conoscenza  scientifica  e  biologica.  Si  tratta  di  atteggiamenti  conoscitivi  che  è  necessario coltivare: per esempio, per quanto riguarda il mondo vivente, bisogna far crescere negli allievi la capacità di guardare non solo alle strutture ma anche alle relazioni, a tanti livelli di organizzazione, e agli intrecci di relazioni: tra le parti di un organismo, tra le funzioni, tra le specie, tra le popolazioni, tra ambiente e specie animali… questa visione sistemica è la vera conquista cui tendere. Qualsiasi attività si proponga, se questo obiettivo è chiaro sia il museo che agli insegnanti, cambiano il modo di proporla, di suscitare la curiosità e le domande, e il modo di ascoltare e reagire alle domande. E cambiano nell’attività di entrambi gli ambienti di apprendimento in modo coerente.

 

Un’altra idea forte che dovrebbe attraversare tutta la progettazione didattica affinché gli allievi possano appropriarsene è che occorre uscire da una visione statica della la realtà biologica: questa deve essere guardata e interpretata nei suoi cambiamenti, nei processi, negli aspetti dinamici di interazione con l’ambiente, all’interno di un gioco tra potenzialità e vincoli. È questo che prepara a essere più ricettivi quando, nell’arco della scolarità, si affronteranno i discorsi sulla teoria dell’evoluzione,  sui  modelli  ecologici,  sulla  morfogenesi  o  sugli  organismi  geneticamente modificati. Noi tendiamo a pensare che le specie siano sempre state quelle, che i componenti di una specie siano tutti uguali; se vediamo un bosco quel bosco pensiamo che sia sempre stato lì, da sempre. Ci è difficile pensare all’indietro e in avanti all’interno di un cambiamento continuo, ma è questo l’atteggiamento che va mostrato agli allievi: è un modo di guardare il mondo, per cambiare consapevolmente e responsabilmente insieme al mondo.

 

Allo stesso modo, la tendenza spontanea, specialmente con gli animali più che con le piante, è a focalizzarsi sugli individui. Questo lo si ritrova un po’ anche nel museo, perché nei diorami c’è una volpe, un coniglio… ci sono individui: le popolazioni non ci possono essere. Ma i fenomeni biologici importanti riguardano le popolazioni, non gli individui. Questo è un concetto più difficile da trasmettere, ma se un insegnante ha attenzione per questo problema, troverà dei modi per far entrare questo tipo di sguardo e di preoccupazione sia nella proposta che nella mediazione didattica, e per interrogarsi insieme ai bambini su come uscire dal qui e ora, da quel che vedo, magari aiutandosi con quello che posso immaginare.

 

E ancora: è importantissimo far sapere agli allievi che esiste una realtà a livello micro, determinante per ciò di cui abbiamo esperienza sensoriale a livello macro: a partire da quello che succede a noi in quanto   organismi,   a   partire   da   quanto   vediamo   accadere   nelle   trasformazioni   materiali dell’ambiente fisico.

 

E questi che ho accennato sono alcuni degli obiettivi cognitivi che organizzano le nozioni e che costituiscono il vero impegno intellettuale, tanto di chi insegna che di chi impara cultura biologica. L’alleanza tra museo e scuola si dovrebbe dunque basare sul riconoscimento della priorità di questi orientamenti nell’insegnamento. Poi vedo anche un’altra componente importante dell’educazione scientifica: il significato da dare all’esperienza. Al museo, come tutti gli insegnanti hanno sottolineato, si fanno esperienze. A scuola, tanto più piccoli sono gli allievi, tanto più si propongono esperienze. Ma che cosa significa fare un’esperienza? Non vuol dire solo toccare, esercitare le


capacità percettive, agire e costruire cose: questa è una parte, sì, ma mettere al centro dell’insegnamento l’esperienza vuol dire dare spazio perché il bambino possa ri-fare l’esperienza, ri-pensare l’esperienza, ri-parlare dell’esperienza, confrontarsi con gli altri su quell’esperienza, possa trovare dei modi per ri-produrre quell’esperienza modificandola, per fare delle congetture, per inventarsi dei modi per controllare l’esperienza. È questo che rende l’esperienza fruttuosa: altrimenti, si appiattisce e il suo effetto sull’elaborazione di conoscenze si esaurisce presto. Se ogni esperienza ha la funzione di lasciare un mattoncino (o forse meglio un pezzetto di Lego) per costruire qualcosa, deve avere caratteristiche diverse dalle esperienze che hanno luogo nella vita quotidiana. E la missione della scuola, come di ogni istituzione culturale, è quella di operare in modo che gli allievi possano andare oltre il modo quotidiano, comune, di vivere l’esperienza che tacitamente si trasforma in accumulo di conoscenza. A scuola si può fare ancora e meglio questo lavoro. Né si può delegare solo al museo la proposta di esperienze, l’attività laboratoriale: questa deve poter continuare a scuola, per ripeterla, per ampliarla, per far riconoscere il filo che lega diverse esperienze in una logica di percorso cognitivo. In un ambiente favorevole allo sperimentare si dà ascolto ai bambini, si fa in modo che l’esperienza sia progettata insieme a loro. Questa strategia vale per ogni livello di istruzione, perché non è adeguata in quanto “democratica” o perché accontenta le esigenze dei più piccoli, ma perché deve costruire pensiero e deve quindi coerentemente affidarsi e accompagnare il pensiero di chi impara. Deve, eventualmente, traghettare dall’esperienza alla comprensione e costruzione dell’esperimento che è altro dall’esperienza.

 

Da alcuni anni, tutti i documenti ufficiali, anche quelli messi in rete da Istituti scolastici, incoraggiano l’adozione di una metodologia didattica che favorisca procedure di ricerca svolte dai discenti, l’inquiry learning: ma ci crediamo veramente? O questo si riduce semplicemente nel proporre un’esperienza-dimostrazione nella quale già si sa come va a finire, si deve andare a finire lì dove l’insegnante vuole, non si può scantonare? Io credo che bisognerebbe osare di più, rischiare di più, fidarsi del fatto che i ragazzi possano andare oltre una generica domanda che chiede una risposta pre-definita. E questo non vuol dire lasciarli fare, proporre un qualche tipo di situazione in cui si osservano delle cose, nascono delle domande, vengono fatte delle congetture alle quali i ragazzi sono del tutto liberi di dar seguito… Assolutamente no; l’insegnante ha un ruolo critico, fortissimo, un po’ come un di direttore di ricerca… deve essere colui che continuamente dice: “ma dove vogliamo andare a finire? Dove pensi di arrivare? Perché proponi questo? In base a che cosa? Ma  se  vogliamo fare  questa cosa,  come facciamo a  farla?  Dobbiamo confrontarci e  valutare proposte alternative”. Quello dell’insegnante diventa un ruolo molto arduo intellettualmente e molto competente rispetto agli argomenti disciplinari, ma di persona che ha pur sempre fiducia che l’allievo possa arrivare da qualche parte interessante per il suo percorso cognitivo, partendo dalle conoscenze che va costruendo. Mi rendo conto che questo entra in conflitto con le condizioni nelle quali si lavora a scuola e forse anche in un museo: quello che mette ansia è il dover render conto, il tempo che manca, le risorse che scarseggiano, i colleghi e le famiglie che premono. Mi rendo conto di queste problematiche, ma da qualche parte bisognerà pur cominciare a scardinare questi meccanismi. Il singolo insegnante si dirà: perché devo essere proprio io a farlo? Forse l’unico modo è proprio quello di far sì che l’insegnante non si trovi da solo ad affrontare tutti questi vincoli; gli insegnanti possono farsi forza se lavorano insieme, possono avere meno ansie rispetto alle conoscenze da dare se si “armano” meglio approfondendo i contenuti, discutendone prima tra loro.


Mi ricollego a quanto affermato stamani dalla dottoressa Dini, che, nel corso della sua relazione, ha detto che è importante documentare, lasciare traccia dei percorsi, anche attraverso un racconto sintetico fatto dai bambini. Certo, un racconto ha la sua importanza, ma io credo che ciò che potrebbe davvero aiutare gli insegnanti sarebbe poter consultare repertori di come i bambini, i ragazzi reagiscono a proposte e attività come quelle che sono state mostrate. I repertori potrebbero contenere documentazione che risponda a domande come: “Che cosa hanno detto i bambini? Che cosa sembrano aver pensato riguardando quello che hanno detto, scritto, disegnato? Che proposte hanno fatto per continuare il lavoro? Cosa li ha coinvolti poco? Che ostacoli cognitivi sono emersi nel fare una certa cosa?”. Immagino che se un insegnante potesse essere prevenuto sui probabili problemi che i suoi allievi finiranno per incontrare, sulle risorse cognitive di cui questi potrebbero avvalersi, sarebbe facilitato nel preparare strategie di confronto da mettere in campo al bisogno. Allo stesso modo quindi potrebbe essere utile, per l’insegnante, avere la possibilità di consultare un repertorio di soluzioni, di proposte, di percorsi avviati per risolvere i più comuni ostacoli. Credo che questa forma di documentazione potrebbe essere utile, se non necessaria.

 

I problemi che restano sempre aperti

 

Vorrei adesso elencare le cose sulle quali mi piacerebbe veder nascere una discussione. Non si tratta di critiche a quanto ho ascoltato, ma di problemi reali, sui quali credo nessuno abbia delle risposte valide in assoluto. Proprio per questo è interessante discuterne!

 

Ad esempio, con i bambini più piccoli si comincia giocando, poi andando avanti si guardano le strutture, poi si descrivono e classificano le strutture, poi le relazioni con l’ambiente… questa sequenzialità somiglia più a quella che possiamo riconoscere nello sviluppo della storia disciplinare piuttosto che ai percorsi mentali, a quello che traspare dai processi cognitivi quando sono stimolati dall’esperienza, dalla fenomenologia del mondo vivente.

 

Un altro aspetto da prendere in esame è questo. C’è una porzione di realtà, per esempio il lago di Massaciuccoli, oppure uno stagno, un prato, e c’è una forma di concettualizzazione di questa realtà che è rappresentata nel museo. Quale viene prima in un percorso di formazione? Come mettere in relazione questi due momenti nel corso del processo di costruzione di conoscenza? Bisogna prima mostrare ai  bambini la  pozza d’acqua, rischiando che  non  ci  vedano niente, o  comunque ne capiscano poco, oppure fare il contrario, armarli prima di conoscenza, rischiando di condizionarli, di impedirgli di accorgersi di quello che loro stessi percepirebbero?

 

C’è poi un altro punto critico, quello del “far finta”: far finta di fare il paleontologo, far finta di essere  uno  zoologo,  etc.,  cioè  i  vari  tipi  di  attività  che  i  naturalisti  ricercatori  svolgono.  È importante, certo, per esemplificare metodologie praticandole e non solo illustrandole. Ma fino a che punto c’è il rischio che tutto si appiattisca sul solo gioco di finzione? Allo stesso modo, il riprodurre oggetti, il copiare disegni o modellini, sono forme di appropriazione o mero esercizio? Queste attività lasciano tracce concrete, che producono anche soddisfazione per un prodotto che si può mostrare ad altri. Hanno sicuramente la funzione di aiutare a memorizzare. Tuttavia ritengo che vadano guardate con uno spirito critico, domandandosi fino a che punto va portata avanti la finzione perché raggiunga lo  scopo, come possa essere accompagnata da ripensamenti, ri-elaborazioni. Anche il gioco ha molti aspetti che sarebbe interessante valutare criticamente: siamo sicuri che sia


vissuto come gioco e non come uno stratagemma degli adulti per arrivare dove vogliono? Quali giochi scegliere? Come giocare insieme a loro?

 

Infine, un tema che riguarda proprio la collaborazione tra scuola e museo: quanto il museo può essere propositivo di percorsi e quanto può e deve essere aperto ad accogliere proposte elaborate da insegnanti, quanto può essere flessibile a riconfigurarsi per rispondere alle esigenze nate nel lavoro in classe?

 

Per concludere, vorrei aggiungere che mi sembra molto bella e produttiva questa iniziativa di riunire tanti insegnanti che hanno partecipato alle attività del museo e di sollecitare il desiderio di continuare nel confronto delle idee che sostengono le proposte didattiche,  nella discussione delle funzioni che il museo può svolgere per partecipare alla formazione scientifica dei ragazzi.




Qualche riflessione su presente e avvenire dei nostri Musei e delle nostre Scuole
Paolo Guidoni

 

Innanzi tutto ringrazio per l’invito, e ringrazio tutte le persone che hanno parlato stamani - e anche quelle che ascoltano e hanno ascoltato finora, per la loro pazienza. Non c’è tempo per fare lunghe presentazioni. Per circa metà della mia vita attiva sono stato un fisico delle particelle elementari, e l’altra metà l’ho trascorsa, sempre rimanendo in un Dipartimento di Fisica e insegnando fisica, a cercare di capire come fanno le persone, grandi e piccole, a capire e a non capire – in particolare scienze e matematica. Ormai ho passato migliaia di ore in classe, dalle scuole d’infanzia alle elementari, medie, secondarie … cercando di seguire anche per molti anni consecutivi quello che succede. Ho ascoltato quello che è stato detto stamani: quello che il Museo cerca di offrire, quello che chi insegna cerca di ricavarne. Ora vorrei cercare di fare fra noi, in quanto umani, un discorso fra umani: umani gli Insegnanti che insegnano, umani i Ricercatori-mediatori del museo, ma soprattutto umani quelli che oggi non ci sono, gli allievi, dai tre ai ventiquattro anni. Si tratta infatti di intendersi bene su cosa succede a un umano quando ‘interagisce cognitivamente’ con la realtà e con altri umani. Inoltre, vorrei fare un discorso ‘astratto’, cioè indipendente da contesti specifici, perché a volte è necessario: l’unico modo di cominciare un discorso astratto è con un esempio concreto. 

 

I)            Un esempio di ‘appropriazione cognitiva’

L’esempio che faccio è quello del macaco, una scimmia giapponese. Con l’impegno di anni di lavoro e con un investimento tecnologico fino a poco tempo fa ‘inaudito’, un gruppo di ricerca (coordinato da Atsushi Iriki) si è occupato di scoprire cosa succede nella testa di un macaco quando questo impara qualcosa. Di fronte a un qualunque essere vivente complesso (macaco, bimbo o adulto che sia), ci sono diversi modi di interazione cognitiva possibile. Molto schematicamente, si va dal condizionamento secco (si può condizionare quasi chiunque), all’addestramento finalizzato, a quell’<imparare a imparare> che Gregory Bateson esemplifica proprio negli animali. L’esempio dei macachi giapponesi vuole portare l’attenzione su un’idea fondamentale: quella di appropriazione della conoscenza. Nel cervello dei macachi, così come in quello degli umani e di buona parte degli animali, c’è un’area chiamata ‘schema corporeo’: una parte di cervello in cui, fisicamente, è ‘rappresentato’ (potremmo dire ‘duplicato’) tutto il corpo attraverso le sue terminazioni sensorie. Così una parte di cervello ‘rappresenta’ le labbra, una parte le orecchie, i gomiti, le braccia, le mani, le dita ...etc. In altre parole: lo schema corporeo del macaco è, in qualche modo, la ‘rappresentazione incarnata’, per quanto non cosciente, della sua identità: un luogo fisico in cui viene riflesso‘lui chi è’ – o meglio, lui chi può essere-diventare nella sua interazione con il mondo. Nel corso dell’esperimento il macaco riceve un rastrello e viene prima condizionato-addestrato a usarlo: ad esempio, per prendere una banana che sta troppo in alto per acchiapparla con le mani. Il macaco è molto intelligente e ‘impara’ rapidamente. Dopo un po’ (c’è un ‘passaggio’ dal condizionamento all’addestramento che è fondamentale) il macaco viene anche addestrato a servirsi del rastrello per altri scopi – per esempio recuperare qualcosa finito sotto un mobile. (Chiunque abbia avuto figli, o abbia giocato abbastanza con i bimbi piccoli, si è reso conto che anche lo sviluppo di un bambino passa attraverso fasi simili). Dopo alcuni addestramenti di questo tipo, che si succedono sempre più rapidi perché il macaco impara sempre più velocemente, succede un evento che non è esagerato definire grandioso. (Chi legge i resoconti di questo studio potrà forse reputarlo prevedibile, sulla base di tutta la sua esperienza umana diretta e indiretta - ma si tratta comunque, in sé, di un avvenimento cruciale). Qualunque condizionamento-addestramento, infatti, produce una sua immagine fisica nel cervello: una parte (“area”) specifica di cervello subisce cioè una trasformazione (più o meno stabile). Ma a un certo punto nella testa del macaco l’area rastrello viene connessa direttamente con lo schema corporeo: lo schema corporeo del macaco, che comprende spalle, braccia, mano, dita ..., ora comprende anche il rastrello. Il macaco vive la sua identità di macaco, cioè la totalità dei suoi comportamenti potenziali, con un rastrello attaccato alla mano. Come appena detto, potrebbe venirci da pensare che questo lo sappiamo già: chiunque impari ad adoperare uno strumento - pensate a un coltello – prima è maldestro e anche si taglia, poi smette di tagliarsi, infine è in grado di adoperarlo con flessibilità contestuale e precisione di scopo. Ma in realtà si tratta di qualcosa di sconvolgente. Questo esempio vorrei assumerlo come base di una definizione operativa (“macachesca”, in questo caso) di appropriazione cognitiva. Il problema che ci dobbiamo porre, come insegnanti, come umani, è infatti: quando mi trovo davanti a un ragazzino e, attraverso acrobazie e peripezie inenarrabili gli ‘insegno’, ad esempio, ‘le proporzioni’, questo ragazzino si appropria o no di questo ‘contenuto concettuale’? Cioè, succede o non succede che questo iniziale addestramento a risolvere determinati problemi preconfezionati guardando/vedendo sé e il mondo in un certo modo diventi a un certo punto parte del suo modo di essere lui, della sua identità di umano fra umani? E che lui ne diventi cosciente al punto da cambiare le sue strategie complessive di osservazione elaborazione e valutazione del mondo? Perché poi, mentre il macaco se ne va in giro per il mondo con il rastrello sotto braccio (perché <non si sa mai ...>), l’area del rastrello non è connessa allo schema corporeo. Ma appena il macaco nota una situazione in cui, forse, il rastrello potrebbe essergli utile, l’area rastrello viene ‘agganciata’ allo schema corporeo e, qui sta il punto, il macaco diventa conseguentemente ‘creativo’: comincia cioè ad adoperare il rastrello anche in situazioni alle quali non è stato addestrato dai ricercatori. 

 

II)         ‘Appropriazione’ culturale

C’è dunque un problema colossale di appropriazione della cultura ‘trasmessa’. Siamo in grado (abbiamo voglia) di guardare, di accorgerci, di dire ... se un ragazzino cui abbiamo insegnato le proporzioni è capace di adoperarle in modo creativo – e di comportarsi di conseguenza? Ma cosa significa ‘adoperarle in modo creativo’? Significa che quando osserva, si coinvolge, valuta, progetta ... può trovarsi a considerare (per evocazione dal contesto, o per imposizione autonoma) se non sarebbe utile ‘comportarsi per proporzioni’. Che vuol dire tutt’altro, quindi, dal trovare il quarto ‘giusto’ di fronte a tre numeri scaraventi su un pezzo di carta. (Quando una bambina a scuola d’infanzia si trova con una barbie in una mano e un paio di mutande da bambola nell’altra, ‘capisce’ abbastanza presto che non può mettere le mutande da bambola alla barbie se sono ‘troppo grandi’: non sta certo scrivendo una proporzione, ma sta guardando per proporzione ... E così via). Allora c’è questo primo problema, cruciale: gli esseri umani che abbiamo davanti si appropriano o no della conoscenza che cerchiamo di mediare come mediatori culturali (di mestiere, o ‘diffusi’ nella quotidianità)? E comunque non è necessario che tutta la conoscenza venga appropriata: un umano ‘acculturato’ prima o poi deve imparare a distinguere quali sono i pezzi di conoscenza di cui ci si può/deve appropriare, che cioè devono diventare potenzialmente parte di lui (come il macaco che va sempre in giro con il rastrello sotto braccio, pronto a sfoderarlo e a ‘integrarlo’ alla prima occorrenza), e quali sono le altre conoscenze da utilizzare solo in determinate circostanze – definite o meno dall’esterno. Queste considerazioni illuminano anche il significato di un documento di qualche anno fa, scritto a livello di Comitato Europeo per la gestione della ricerca sull’insegnamento, che nero su bianco affermava che <è ormai evidente che i modi di insegnare, in particolare scienza e matematica, nei primi anni di scolarizzazione, in prevalenza e al di là delle intenzioni, producono <stifling> (soffocamento) delle potenzialità di curiosità, creatività, iniziativa, apertura al nuovo, disponibilità a interagire col diverso ... etc, potenzialità che sono inizialmente e naturalmente patrimonio di tutti i bambini>. E’ un problema serio: infatti se le conoscenze proposte (in certe forme, con certi modi, in certe sequenze, con certi controlli ...) non vengono percepite e accolte come qualcosa di utilmente appropriabile per i propri scopi vitali, vengono respinte. Non basta parlare, più o meno a caso, di ‘motivazione’. Spesso i ragazzini che si rifiutano di imparare stanno infatti esercitando non solo un diritto, ma un ‘dovere’ biologico fondamentale: nel momento in cui un organismo avverte una potenzialità di offesa alla sua attuale identità, qualcosa che non può essere appropriato o che può addirittura essere pericoloso per la vita-come-è, qualcosa che ‘soffoca’ l’identità potenziale, giustamente rifiuta (combatte ...) quel qualcosa. (Non ci suggerisce niente il funzionamento, così essenziale, del ‘sistema immunitario’?) <Di chi è la colpa?> si sente ripetere. La buonanima di Verga diceva che <non c’è colpa né peccato> nelle cose come stanno: però bisogna guardarle, le cose come stanno. E le cose stanno così.  Stamane, nel corso di una relazione, è stato detto che <i ragazzini che normalmente non partecipano attivamente all’attività didattica, in certe occasioni, come la visita al museo o allo stagno, diventano coinvolti>. Bellissimo. Ma cos’è che fa pensare, in questa frase? La parola <normalmente>. È ‘normale’ che ci sia qualcuno che ‘normalmente’ non è coinvolto nell’apprendimento e che la cosa sia socialmente ‘normale’? La Metafisica di Aristotele si apre con una frase fondamentale: <Tutti gli uomini, per loro natura, provano il desiderio di conoscere>. Quindi, sillogisticamente, se qualcuno è messo in condizioni di non provare il desiderio di conoscere (ovviamente ‘per il suo bene’), quello che (gli) sta succedendo è contro la sua natura umana (e quindi in grado di attivare, sia pure paradossalmente, le sue difese naturali). 

 

III)       ‘Appropriazione’ e dintorni

Questo dell’appropriazione non è affatto un discorso nuovo. È un discorso, anzi, vecchissimo che attraversa tutta la riflessione occidentale (e orientale). E la parola stessa ricorre frequentemente, anche se in modi poco enfatizzati, nelle ricerche sulla dinamica cognitiva. Solo per esempio, appropriazione ci ricorda cose che Jean Piaget ha scritto negli anni ’30, cose che le persone (e lui stesso?) hanno finito per dimenticare sotto il diluvio delle cose pensate e scritte in seguito. Quando infatti Piaget parla della dinamica di acquisizione di una conoscenza nuova, distingue pulitamente tre componenti del processo complesso: accomodamento, assimilazione ed equilibrazione. (Il problema di Piaget è non essersi accorto che le diverse componenti, proprio in quanto tali, devono essere reciprocamente risonanti). ‘Accomodamento’ significa che chi ha voglia di conoscere qualcosa di nuovo realizza il fatto che se non gli si cambia ‘qualcosa da dentro’, non ce la fa. Non ce la fa a fare cosa? Ad ‘assimilare’ il nuovo, elaborandolo fino a renderlo ‘simile’ a qualcosa che già c’è: l’unico modo per assimilare qualcosa che è fuori è infatti prenderla e trasformarla fino a renderla simile a qualcosa di noi. Ciò che accade nel cervello rispetto a ciò che ‘sta fuori’ è sconvolgente (anche se analogo, come notato da Piaget, al modo in cui la fisiologia di un organismo lo nutre): la realtà viene fatta a pezzi, sbriciolata - basti pensare a che cosa succede, ad esempio, nella percezione visiva; un finimondo – ma alla fine la realtà ‘proiettata’ nella visione viene non solo rimessa insieme in quanto tale, ma contestualmente assimilata alla nostra comprensione globale. E anche se Piaget non lo dice esplicitamente è cruciale rendersi conto che accomodamento e assimilazione devono avvenire in risonanza reciproca: perché, se io mi accomodo (mi costruisco una pre-strutturazione interna) in una forma tale da rendermi incapace di assimilare, è la fine (la dinamica si blocca). (Ci sarebbe da fare qui un discorso sul ruolo fondamentale e al tempo stesso ‘eversivo’ svolto dal pensiero analogico e metaforico nella dinamica cognitiva – ma non c’è tempo). I ragazzini comunque cambiano sulla base delle cose che noi ‘insegniamo’ loro: ma basta guardarli per rendersi conto di quando (quanto ...) lo fanno anche in direzioni contrarie all’’apprendimento significativo’ cercato da chi insegna. Ma bisogna avere occhi per accorgersene, presto, se no tutto si aggroviglia. La fase di ‘equilibrazione’ è cruciale nella ‘costruzione’ di conoscenza. (Non ho trovato nei commentatori dicPiaget qualcuno che abbia, a mio giudizio, colto abbastanza bene il punto). Il punto è quello che, nel linguaggio della fisica, viene detto con parole tecniche: qualunque sistema che interagisce con l’esterno interagisce in una certa zona d’interazione, nella quale cambiano al tempo stesso una parte dell’esterno e una parte del sistema. Dopodiché, in termini fisici, si dice che il sistema subisce un ‘rilassamento’: questo significa che il sistema, dal momento che è strutturalmente vincolato da un’esigenza di coerenza interna, pian piano cerca di ‘riaggiustarsi’ in modo complessivo in condizioni di nuova coerenza, attraverso interazioni più o meno estese fra le sue parti e i suoi modi di funzionare. Per cui, se sembra che in un giorno i nostri allievi abbiano imparato la ‘divisione’ di un organismo in apparati, o la ‘divisione’ a tre cifre ..., prima che ‘digeriscano’ (!) davvero queste ‘divisioni’ possono passare anni. E qualunque insegnante – o mediatore di cultura – deve esserne consapevole: deve ‘stare dietro’ a queste dinamiche a lungo termine, sempre ulteriormente complicate dal fatto che contemporaneamente il sistema-conoscenza continua a modificarsi sulla base di sempre nuovi stimoli. 

 

IV)        Lungimiranza

L’appropriazione è il risultato di questa dinamica complessa, lenta-e-veloce al tempo stesso. Quanto ci vuole per appropriarsi di un nuovo ‘sapere’? Si può cominciare da due minuti e andare avanti per anni. E questo non significa che le cose vadano insegnante ‘ciclicamente’, sempre come nuove – quell’idea per cui si sentiva il bisogno di insegnare, ad esempio, per tre volte le guerre puniche o ‘il corpo umano’… il problema non è questo. Il problema è quel che succede alla dinamica cognitiva (alla ‘mente’, qualcuno dice) nel concreto della formazione finalizzata (scolastica e non). C’è infatti nei processi di accomodamento-assimilazioneequilibrazione, di appropriazione progressiva, un evidente aspetto paradossale, rispetto a cui nella letteratura di ricerca sull’apprendimento si trovano posizioni estreme. Ci sono per esempio tutti i lavori raccolti dalla rassegna <Taking Science to School> in cui si sostiene che per arrivare a capire cose importanti-macomplicate (si discutono a fondo alcuni esempi: la biologia dal punto di vista dell’evoluzione; la struttura fina della materia, inorganica e negli organismi viventi…) ci vogliono progetti di intervento didattico coerente, che non sono definibili in termini di mesi – e neanche anni. Devono essere progetti sistematicamente lungimiranti: in cui, dalla scuola d’infanzia in poi, si ha in mente l’obiettivo a lunghissimo termine (<come sono fatte le cose dentro ...>, <come siamo finiti a essere così, noi e il mondo ...>), e quindi si introducono via via gli ‘ingredienti’ culturali e cognitivi necessari in modo che si sviluppino per quanto possibile in forme sempre ‘aperte’ e reciprocamente intrecciate – preoccupati non tanto di arrivare in fondo alla giornata o all’unità didattica o alla gita al museo, ma di quello che il lavoro attiva nell’identità complessiva dei ragazzi. (Solito esempio. Se un insegnante di scuola d’infanzia ha chiare in mente le difficoltà che incontrerà un ragazzino quando, arrivato alle ‘medie’, dovrà ‘studiare le proporzioni’ come se fossero un pezzo di conoscenza esoterica, può/deve (pro)porre tasselli di conoscenza operativa e discorsiva che siano funzionali a lungo termine, ma che al tempo stesso diano ai bambini la soddisfazione ‘esplosiva’ di controllare pezzi di mondo. Il che non significa, ovviamente, ‘insegnare le proporzioni’ a quattro anni. E così via in crescendo, attraverso tutta la scuola elementare). Fa parte dell’esperienza di ricerca, ad esempio della mia, l’aver lavorato sistematicamente per molti anni con gli stessi ragazzini. (L’anno scorso si è conclusa la mia quinta esperienza di seguire dei bambini dalla prima elementare alla quinta, una volta a partire fin dalla scuola d’infanzia. La prima esperienza era stata quella di due cicli delle elementari consecutivi, con Alberto Manzi). Cosa vuol dire ‘seguire’ questi bambini? Vuol dire incontrarli sistematicamente per capire, insieme ai loro insegnanti, che cosa succede loro in relazione alle proposte che via via si fanno e si aggiustano, sempre cercando una migliore risonanza con le loro potenzialità. Vuol dire utilizzare il feedback immediato, che comunque si ottiene abbondantemente, per indirizzare meglio il lavoro a lungo termine. Vuol dire, anche, andare in gita con loro, al campo scuola con loro - parlarci ‘normalmente’, per capire che persone sono e quindi di che aiuto hanno bisogno per compiere 5 il prossimo passo nella direzione giusta. Ricordandosi, anche, che le <zone di sviluppo potenziale/prossimale> di cui ben parlava Lev Semionovich Vygotskij non solo vanno riconosciute e utilizzate quando ci sono, ma vanno anche continuamente costruite e ricostruite: se non si vuole arrivare a quella ‘terra bruciata’, culturale cognitiva e emotiva, riconoscibile in tanti adolescenti. 

 

V)           Esperienze e idee

Uno degli aspetti reciprocamente paradossali di un ‘insegnamento’ significativo è dunque quello di una sua progettazione lungimirante, che permetta a lungo termine l’appropriazione di strumenti cognitivi e culturali efficaci e efficienti. L’altro, simmetrico, è quello per cui niente di ‘astratto’ può essere appropriato nella sua specifica potenza se non acquista progressivamente il ruolo - sempre contestualmente riconosciuto! – di correlare fra loro tanti aspetti dell’interazione mente-mondo che in quanto dispersi non sarebbero utilizzabili, in modo nemmeno paragonabile. Se la specificità del successo della conoscenza umana è quella di pensare per modelli espliciti, questa specificità non si ‘innesca’ se non c’è abbastanza esperienza concreta come ‘base’ da modellizzare. Non è vero che <se faccio, capisco>: ma è certamente vero che <se non faccio/parlo/discuto ... in un contesto concreto, non capisco>. Allora come si supera l’apparente antinomia fra necessità di una modellizzazioni via via sempre più raffinata per dare senso alle varietà dell’esperienza concreta, e necessità di esperienze sempre più variate per dare senso alla ‘durezza’ (in molti sensi ...) delle modellizzazioni culturali? Valorizzando la complementarietà dei due processi, direbbe ancora il Bateson dell’<imparare a imparare>; e tenendo presente che scopo della trasmissione culturale non è l’insegnamento di ‘verità’ sul mondo, ma la valorizzazione esplicita della cultura storicamente definita come plausibile, affidabile e utile strumento di umanizzazione. L’altra condizione dell’impegno a lungo termine è allora questa: non avere paura di parlare di cose serie con parole serie, perché i ‘discorsi’ inseriti in contesti di interesse indirizzano e modulano l’attenzione verso qualcosa che ‘ha senso’ per il mondo/modo in cui si vive. In altre parole, non dobbiamo nasconderci dietro <ma quelli, poverini, non capiscono>. Qui in Toscana, scuole che hanno fatto progetti di laboratorio di ricerca in scienze si sono visti respingere il rendiconto di un lavoro di tre anni con la motivazione che ‘non sta bene’ parlare, per esempio, di galleggiamento alla scuola dell’infanzia <perché i bambini non sono maturi>; oppure ‘non sta bene’ parlare di forze a quei poveretti di quarta elementare, perché il concetto di forza è molto difficile e nessuno di loro è ancora in grado di capire la dinamica di Newton. Né potrei parlare con un bambino di atomi, è un altro tabù, gli atomi (che non si vedono) non andrebbero nominati fino alla maturità sessuale. E il mondo è pieno di persone che (largamente, a loro discarica di responsabilità) la pensano in questo modo. Sono d’accordo con quello che diceva poco fa Silvia Caravita: bisogna avere il coraggio di essere onesti quando parliamo. Loro ‘capiscono’? Ovviamente, no. Però, anche, ovviamente sì – se siamo, appunto onesti. Cerchiamo allora di regolarci come per esempio ci regoliamo, con un minimo (massimo! ...) di buon senso, quando parliamo con un ragazzino di qualunque età che vuole sapere come nascono i bambini. Non è che rispondiamo <aspetta di avere quindici anni>, così a quindici anni, poi, gli scappa di fare un figlio e lui intanto pensa ancora a chissà che. Il problema è parlare in maniera seria per indirizzare seriamente chi ne ha bisogno e diritto utilizzando al meglio tutte le sue potenzialità: dandogli così strumenti efficaci per organizzare e gerarchizzare le nuove esperienze a cui va continuamente incontro. 

 

VI)        Modi di guardare

C’è una frase famosa del giovane Ludwig Wittgenstein, quella che conclude il famoso <Trattato logicofilosofico> con il quale lui era convinto di aver sovvertito tutta la filosofia e tutta la scienza: <di quello di cui non si sa parlare, è meglio tacere>. È una posizione culturalmente e cognitivamente micidiale. La frase bisogna riscriverla, e nel resto della sua vita Wittgenstein si è corretto radicalmente proprio in questo senso: <di quello di cui non si sa ancora parlare bene, bisogna comunque cominciare a parlare>. Dove ‘parlare’ 6 vuol dire anche ascoltare, avere interazioni, riflettere, progettare, agire … (Del resto già il buon Democrito osservava magistralmente che <il discorso è l’ombra dell’azione>). A questo proposito vorrei ancora riprendere una frase ascoltata stamattina, a conclusione della presentazione di un lavoro: <Quando facciamo queste cose, si sa dove si parte e si sa dove si vuole arrivare, ma bisogna trovare la strada>. Vorrei nuovamente citare Wittgenstein, grande pedagogista (non a sua insaputa ...): <Quando volete convincere chiunque della verità di qualcosa, è inutile che cerchiate di farlo presentando direttamente i vostri argomenti. Bisogna andarli a prendere là dove sono, e trovare una strada per accompagnarli fin dove li vogliamo portare>. Questa immagine della ‘strada del sapere’ è fondamentale (da sempre, in tutte le culture – a cominciare da Parmenide e Zuang Zi). E Wittgenstein nota innanzitutto che non sappiamo apriori da dove si parte: lo scopriremo se sapremo andare ad incontrare l’interlocutore là dove di fatto si trova. Con chi sto parlando? cosa ha in testa? Questo io devo capire: altrimenti l’altro non si accomoderà né assimilerà né si equilibrerà, direbbe Piaget. E poi la strada può essere prevista a grandi linee, ma va aggiustata costantemente – come accade ogni volta che veramente si accompagna qualcuno di cui veramente ci importa a scoprire un pezzo di mondo. Per concludere, anche due frasi di bambini – bambini ‘normali’ secondo Aristotele (le cose che ho capito sul capire le ho imparate alcune dagli adulti, ma la maggior parte lavorando con i bambini). Siamo in quarta elementare alle prese con un lavoro, che dura da tre o quatro settimane con incontri di un paio d’ore per volta, per capire bene che cos’è un ‘angolo’ (e quello che ne consegue). A questo punto si discute in cerchio su cosa abbiamo capito e cosa non abbiamo capito, e quindi - inevitabilmente - su come funziona il ‘capire’. Marco: <Io lo so quando ho capito una cosa. Me ne accorgo perché quando una cosa la capisco veramente mi sento venire tutto un calduccio dentro, e io così mi accorgo che ho proprio capito>. Seconda media, in un ‘laboratorio di scienze’ settimanale che dura tutto l’anno. Anche qui un giorno si discute esplicitamente su come si fa a capire e cosa significa capire (è essenziale parlarne spesso, per non ‘perdersi’). Beatrice: <Quando sono in laboratorio e vedo una cosa, la cosa mi entra dentro gli occhi e poi sale su fino al cervello. E quando è arrivata lì comincia subito a correre per tutti quei corridoi che ci sono, e apre tutte le porte che trova, e guarda chi c’è dentro. E quando apre una porta e trova che lì ci sono delle cose che le assomigliano, entra e si mescola con loro, e allora a me mi viene l’idea. E poi l’idea scende giù fino alla bocca, e io la dico, e non ci penso più>. (Beatrice era una bambina con le trecce bionde e i fiocchetti rossi, ora fa la ricercatrice di biologia all’estero). Plausibilità e risonanza, cognitiva ed emotiva, come chiavi e criteri per il ‘successo’ nella mediazione culturale. Così potrebbe commentare un ricercatore ‘alla moda’. Ma questo di fatto ‘sanno’ bene i bambini, e su questo ci si può appoggiare per vivere bene e con frutto, loro e noi, il tempo che passiamo insieme. [Fin qui l’intervento al Convegno, trascritto (un grazie!!! a Lucrezia ...) e appena aggiustato per maggiore chiarezza rispetto a un’esposizione senza slides. A tempo esaurito restavano non detti alcuni altri aspetti strettamente connessi a quelli affrontati, ovviamente poi emersi in parte in incontri individuali. Ora li raccolgo, molto schematicamente, per completezza e come suggerimento in vista di possibili, ulteriori discussioni]

Ancora a proposito di macachi – e di conoscenza umana. Il punto più importante è che una volta stabilmente appropriata in quanto potenzialmente integrabile nel sé, una conoscenza deve poter essere ‘evocata’ (‘convocata’ nella memoria di lavoro) in quanto pre-valutata come potenzialmente utile nel contesto dato, sempre in possibile collaborazione e/o competizione con altre conoscenze (cfr anche più sopra). Ma “chi” svolge questa funzione di cruciale e continuo coordinamento7 gerarchizzazione-valutazione-aggiustamento ... dei diversi <giochi> che sono/diventano via via accessibili per guidare l’interazione fra ‘soggetto’ e ‘oggetto’? (Ricordiamoci dell’eredità insopprimibile espressa dall’”omino” di Cartesio che lavora proprio lì, nella ‘nostra’ testa ...). Continuando a parafrasare Wittgenstein, è evidente il ruolo di un globale <gioco dei giochi> che costituisce, nell’integrazione delle sue dimensioni cognitive e affettive, la vera ‘realizzazione’ dell’identità del soggetto stesso. E al di là della infinita varietà dei possibili <giochi> specifici, è proprio allo sviluppo di questo fondamentale <gioco dei giochi> che evidentemente può e deve rivolgersi in primo luogo la trasmissione culturale fra umani. (Il discorso si svolge/avvolge intorno a un nodo cruciale ma sfuggente. E’ ancora di Wittgenstein la notazione che il gioco dei giochi non sia mai, di per sé, del tutto ‘formalizzabile’ – cioè dicibile, modellizzabile, simulabile attraverso altri giochi ... Mentre i neuroscienziati si arrovellano nei tentativi di ‘localizzarlo’, scontrandosi sempre più con l’evidenza di una sua sottile ‘diffusione’ attraverso l’intera dinamica del cervello. Ma di questo potranno discutere meglio, probabilmente, i nostri figli e nipoti).

Si è detto che l’appropriazione è un aspetto cruciale della dinamica cognitiva: ma un’appropriazione significativa (né rigetto, né appropriazione distorta, né passività al condizionamento ...) può avvenire solo all’interno di una dinamica di risonanza fra la sollecitazione-mediazione esterna e la disponibilità soggettiva ad accomodarsi – assimilare – riequilibrarsi. Il mestiere-professionalità del mediatore culturale dovrebbe quindi avere al suo centro la capacità di individuare, evocare, indirizzare, sostenere le possibilità di risonanza. Due aspetti rendono oggi inutilmente più difficile e frustrante questo mestiere-professionalità. Da un lato le ‘forme’, sostanzialmente imposte, attraverso cui i saperi disciplinari vengono via via proposti a chi deve capire e imparare sono spesso singolarmente inadatte a suscitare e sviluppare risonanza cognitiva e culturale. (L’ecatombe di comprensioni/motivazioni in area matematica e scientifica che troppo spesso si realizza nelle ‘nostre’ scuole è strettamente connessa ai modi in cui matematica e scienze sono ‘insegnate’(!), in particolare nei primi anni di scolarità: la ricerca fondata su approcci alternativi lo dimostra chiaramente). D’altro lato la gestione dei gruppi raccolti in ‘classi’, troppo spesso basata su passivizzazione, assenza di creatività e iniziativa, deformazione dell’interazione sociale sotto la maschera della competitività meritocratica ... distorce pesantemente la dinamica umana di apprendimento che, al di là della essenziale mediazione ‘competente’, può svilupparsi in modo vitale solo attraverso produttive interazioni ‘fra pari’. <Una rosa è una rosa è una rosa>. Sì. E anche <Una Scuola è una Scuola è una Scuola>, e <Un Museo è un Museo è un Museo>. Non si possono/devono fare o immaginare ‘confusioni’ fra attività che sono fortemente caratterizzate nella loro specificità culturale positiva, quando riescono a raggiungerla. Però. Innanzitutto Scuole e Musei si rivolgono agli stessi umani in crescita cognitiva ed emotiva: dunque tutto quanto appena detto (e molto altro!) li riguarda a fondo, se pure <ciascuno a suo modo> (... e i ‘propri’ modi non sono mai banali, vanno studiati sperimentati e ottimizzati). D’altra parte molte esperienze dirette e una ormai imponente letteratura di ricerca mostrano che fra specificità della ‘scuola’ e specificità del ‘museo’ possono innescarsi e svilupparsi varie forme di collaborazione che sbocchino in una interferenza costruttiva – nel senso di un contributo risonante di ciascuna specificità all’altra. Ovviamente niente succede senza un lavoro di studio, progettazione, sperimentazione, aggiustamento ... mentre <lavorare stanca> (e ‘costa’, su molti piani diversi).

 

Ovviamente Scuole e Musei vivono in (versioni diverse di) un contesto normativo che non sarebbe possibile né saggio ignorare (o far finta di assecondare). Qui però sorgono molti problemi, oggettivamente macroscopici, che di fatto vincolano e condizionano pesantemente le dinamiche ‘virtuose’ che pure ci si potrebbe proporre di avviare. Per esempio, dal lato delle Scuole. Molto schematicamente, quello che si dovrebbe insegnare, i modi per controllarne l’appropriazione, i 8 supporti a chi ha la responsabilità della mediazione didattica, sono raccolti sotto l’etichetta delle ‘tre I’ di emanazione ministeriale: Indicazioni, Invalsi e (ex)Indire. (Si aggiungono prescrizioni su come gestire le più evidenti ‘difficoltà di apprendimento’, etc; mentre si sovrappone una pubblicistica di testi e supporti di fatto fuori da ogni ambito di possibile discussione di senso e di ottimizzazione). Il problema è che da molti anni, e senza cambiamenti sostanziali, spesso dietro inverecondi alibi verbali, le ‘emanazioni’ ministeriali sono caratterizzate da un lato da una sostanziale ignoranza di quanto (sia pur faticosamente) la ricerca nazionale e internazionale sull’insegnamento per esempio di scienze e matematica ha assodato, e continua ad indagare; dall’altro da una sostanziale incompetenza nel valutare il significato dell’abissale discrepanza fra quanto variamente e nominalmente proposto/imposto e le reali (‘disperate’, a questo punto) necessità della nostra scuola-così-com’è ridotta. (Mediamente, si intende - per fortuna la cosiddetta ‘eccellenza’ riesce sempre a sopravvivere, in nicchie più o meno pericolanti). E il pericolo più serio, a questo punto, sembra essere proprio una incistata ‘resistenza’ globale a qualunque cambiamento serio e profondo: resistenza indotta e ribadita da decenni di assuefazione al ‘far finta’, in una diffusa e vischiosa collusione fra discenti, docenti e amministratori e sullo sfondo di un sostanziale disinteresse della cosiddetta società civile. Riusciranno i nostri eroi ...?