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Le mani pulite di Ignàc

 

febbri puerperali

Le mani pulite di Ignàc

Luciano Luciani

 

Sarebbe bastato poco, pochissimo

Sarebbe bastato poco, pochissimo. Acqua, un pezzo di sapone e l’abitudine a lavarsi spesso le mani.

Solo questo per salvare la vita di centinaia di migliaia, forse milioni, di madri destinate invece a soccombere miseramente e misteriosamente nelle ore o nei giorni immediatamente successivi al parto, dopo una breve agonia contrassegnata da uno stato di malessere generale, dolori diffusi e febbre elevata.

Un enigma della medicina, inspiegabile per medici e scienziati fino alla metà del XIX secolo e sbrigativamente liquidato sotto la specie anodina di “febbre puerperale”. Una strage. E se gli operatori sanitari si erano trovati d’accordo sul nome generico per definire quello stesso malanno che riempiva i cimiteri di tombe di giovani donne, pure non avevano nessuna nozione dell’agente eziologico che causava quei decessi producendo lutti e sofferenze nelle famiglie, disorientamento e senso d’impotenza nella comunità scientifica.

 

Era il 1846

Era il 1846 e un giovane medico ungherese, Ignàc Semmelweis, appena laureato in chirurgia e ostetricia, prestava servizio presso il primo padiglione della clinica ostetrica dell’Ospedale di Vienna, una delle più prestigiose strutture sanitarie dell’Europa del tempo. Gli venne agli occhi che il numero delle partorienti che morivano - 459 su circa 4000, pari all’11% - era davvero troppo alto! Poi, si rese conto che questo tasso di mortalità si dava quasi esclusivamente nel primo padiglione della clinica, mentre nel secondo, dove a far partorire le donne erano le ostetriche, la cifra dei decessi scendeva, inspiegabilmente, di quasi dieci volte, all’1%. Un enigma medico-scientifico. Che sollecitò in maniera quasi ossessiva lo zelo del dottor Semmelweis che moltiplicò sforzi, esperimenti, ricerche... Anatomo-patologo esperto nonostante la giovane età, Ignàc prendeva in esame i corpi delle donne morte, li sezionava, li studiava con attenzione per individuare, con ragionevole certezza, il dato letale che univa le loro esistenze e le loro dipartite. Un lavoro difficile, complesso, faticoso anche perché condotto tra il disinteresse, quando non l’ostilità, della maggioranza dei colleghi medici, paghi, intorno a quelle morti, di spiegazioni superficiali e approssimative: come, per esempio, quella secondo cui i liquidi prodotti dall’utero e rimasti chiusi al suo interno, stagnando, si sarebbero putrefatti e, diffusi nell’organismo, ne avrebbero determinato l’avvelenamento e la morte; oppure che l’utero accresciuto dalla gravidanza avrebbe schiacciato l’intestino e, bloccandolo, causato al suo interno il ristagno delle feci, il suo imputridimento, e, attraverso il sistema venoso, determinata la malattia mortale. Senza dimenticare l’ipotesi per cui la responsabilità dei decesssi sarebbe stata da attribuirsi ai gas velenosi presenti nell’aria di Vienna, una capitale europea profondamente segnata dai guasti della recente industrializzazione. Semmelweis le provò tutte: scartò gli effetti dell’inquinamento dell’aria di Vienna, perché i decessi avvenivano tutti in ospedale; si adoperò, perfino, per eliminare gli effetti - improbabili - dell’autosuggestione indotta dal sacerdote della cappella dell’ospedale, uso a distribuire l’estrema unzione girando e scampanellando lugubramente nei corridoi del nosocomio. A tanto arrivò la sua solerzia. Nonostante l’isolamento e il surplus di lavoro che le sue ricerche comportavano, Ignàc procedette imperterrito “in scienza e coscienza”. Ma senza risultati.

 

Un triste caso

Fu, come spesso accade in tali situazioni, il caso a venirgli incontro. Un triste caso: la morte di un collega e amico, il dottor Jacob Kolletschka, deceduto a causa di una ferita, infettatasi, che si era procurato proprio mentre procedeva alla dissezione di una donna morta per “febbri puerperali”. I dati che emergevano dallo studio della cartella clinica del dottor Kolletschka evidenziavano un quadro clinico simile a quello di tante puerpere decedute... Semmelweis ebbe una folgorazione: e se le febbri puerperali - si interrogò -  non fossero altro che una malattia che si trasferisce da un corpo all’altro per semplice contatto? Per esempio quello che medici e studenti hanno prima con i corpi delle donne su cui praticano autopsie e subito dopo con le donne che vanno a visitare in corsia? Un’intuizione semplice, banale addirittura, ma “nel campo dell’osservazione,” ha affermato Luis Pasteur “il caso favorisce soltanto la mente preparata”. Così, per accertarla il giovane medico ungherese si limitò a una disposizione semplicissima: a tutti coloro che entravano nel padiglione I della clinica ostetrica dell’ospedale di Vienna venne fatto obbligo di lavarsi le mani con una soluzione di ipoclorito di calcio e, come corollario, le lenzuola dei letti delle degenti sarebbero state cambiate più di frequente. E le morti diminuirono: prima scesero al 5%, poi all’1%, attestandosi sui numeri del II padiglione.

 

Un risultato straordinario e ignorato

Era un risultato straordinario che avrebbe senz’altro meritato ben più della scarsa considerazione che gli venne invece riservata sia dai colleghi dell’ospedale, sia dall’ambiente medico in generale. Come spiegare l’indifferenza diffusa, quando non addirittura la sorda antipatia, che accolse la salvifica scoperta di Semmelweis? Nel rifiutare le modeste novità introdotte dal medico ungherese giocò un ruolo importante il conservatorismo della classe medica austriaca, poco disposta ad accogliere le critiche implicite nei cambiamenti sollecitati dal dottor Semmelweis. Non gli giovarono, poi, né la giovane età - non aveva neppure trent’ani - che lo rendeva inaffidabile agli occhi dell’establishment sanitario, né le ardenti convinzioni nazionaliste - siamo alla vigilia del ‘48 dei popoli europei - che lo resero inviso in un tempo di contrastanti passioni politiche in cui vecchio e nuovo si davano battaglia nelle piazze e nelle aule universitarie, nella politica e nella scienza.

Per questi motivi, probabilmente, le sue scoperte vennero screditate e lui denigrato pubblicamente. E mentre le partorienti viennesi - ed europee e americane - tornavano a morire in maniera massiccia di “febbri puerperali”, al dottor Sommelweis non rimase che tornare in Ungheria ad esercitare presso l’ospedale di San Rocco a Pest, dove gli fu possibile applicare i suoi metodi e salvare tante madri.

Occorreranno quasi quarant’anni prima che la medicina e alcuni scienziati di spicco, come Luis Pasteur e Joseph Lister, riabilitino definitivamente l’importanza e la grandezza delle intuizioni e delle pratiche dell’ungherese che non visse, però, abbastanza per gioire dei riconoscimenti che questa volta arrivarono dall’intera comunità scientifica internazionale: ricoverato in manicomio, morì nell’agosto 1865 a causa delle percosse subite dai guardiani dell’istituto.

Non pochi libri e numerosi film raccontano la storia di quest’uomo coraggioso, geniale e tenace, considerato oggi il “Salvatore delle madri”, a suo tempo disprezzato e negletto: “Quando qualcuno scriverà la storia degli errori umani, ne troverà pochi più gravi di quello commesso dalla scienza nei confronti di Semmelweis” (Ferdinand von Hebra).

A 150 anni dalla sua scomparsa ci è sembrato giusto ricordarlo.