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Botanici del Rinascimento: Ulisse Aldrovandi e il primo museo di scienze naturali
Ulisse Aldovrandi  

Botanici del Rinascimento:

 

Ulisse Aldrovandi e il primo museo di scienze naturali

 

Silvia Fogliato

 

Tra i tanti meriti di Luca Ghini, uomo generoso e grande didatta, c’è anche aver saputo trasmettere i suoi metodi a un folto gruppo di allievi, molti dei quali ebbero un ruolo importante nella ri-nascita degli studi naturalistici del secondo Cinquecento. Tra quelli italiani i più celebri furono Andrea Cesalpino, Ulisse Aldrovandi e Bartolomeo Maranta, che erano anche quelli più vicini e più affezionati al maestro.

Abbiamo già incontrato Andrea Cesalpino nella serie dedicata alla classificazione delle piante; in attesa di conoscere meglio anche il napoletano Maranta, ora tocca al più estroso del trio, quello che oltre ad essere uno scienziato di spessore era anche indubbiamente un “personaggio”: il bolognese Ulisse Aldrovandi (1522-1605). Quando decise di diventare naturalista, aveva alle spalle un’adolescenza e una giovinezza inquiete. E allo studio della natura si convertì non sulla strada di Damasco, ma tra le bancarelle del mercato del pesce di Roma.

Era nato in una nobile famiglia, che l’avrebbe voluto avvocato o notaio, ma a dodici anni fuggì di casa per recarsi a Roma "senza danari, con animo ardito". Ritornato a casa, dimostrò particolari predisposizioni per l'aritmetica, tanto che fu impegnato come contabile e segretario presso due mercanti di Bologna e Brescia. Nel 1538, sedicenne, ripartì nuovamente per Roma; sulla via del ritorno, incontrò un pellegrino, con il quale affrontò a piedi e senza denari il lungo e avventuroso pellegrinaggio fino a Santiago di Compostella. Al rientro, fu convinto dai parenti a studiare legge e nel 1542 divenne notaio. Ma ancora non sapeva cosa avrebbe fatto da grande. Nel 1547, benché prossimo alla laurea in giurisprudenza, passò allo studio della logica e della filosofia; l'anno successivo si trasferì all'Università di Padova, dove seguì i corsi di filosofia, matematica e medicina.

 

Un naturalista enciclopedico e il suo “Teatro della natura”

Nel 1549 incappa in una brutta avventura: accusato di eresia, finisce nelle grinfie dell’inquisizione. Si affretta ad abiurare, ma viene ugualmente portato a Roma dove, in attesa del processo, è trattenuto vari mesi, un po’ agli arresti, un po’ a piede libero. Per passare il tempo, incomincia a interessarsi di archeologia ma soprattutto fa amicizia con il francese Guillaume Rondelet, medico personale del cardinale di Tournon, venuto a Roma per il conclave. Rondelet, padre fondatore dell'ittiologia, trascina il nuovo amico nelle sue scorribande nel mercato ittico; travolto dal suo entusiasmo, Aldrovandi incomincia ad appassionarsi di scienze naturali. Liberato da ogni sospetto d'eresia, quando finalmente rientra a Bologna, decide di completare gli studi medici e di approfondire la zoologia, la mineralogia, la botanica. Una decisione che sarà rafforzata l'anno successivo da un secondo incontro: quello con il grande Luca Ghini che nell'estate del 1551 trascorreva le vacanze a Bologna.

Nasce così la vocazione di scienziato universale di Ulisse Aldrovandi, uno dei più illustri studiosi della natura del Cinquecento italiano. Presso l'ateneo bolognese fu lettore di logica dal 1554, insegnante di botanica medica dal 1556, e dal 1561, per quasi quarant'anni (fino al 1600) titolare della prima cattedra di scienze naturali (lectura philosophiae naturalis ordinaria de fossilibus, plantis et animalibus). Si noti che, diversamente da quanto avveniva in quegli anni negli altri atenei, non era una cattedra di "materia medica", cioè di botanica farmaceutica, ma dedicata all'insegnamento a tutto tondo delle scienze naturali.

Un'altra novità si aggiunse almeno dal 1567, quando Aldrovandi prese a far seguire le lezioni accademiche da esercitazioni pratiche, basate sull'osservazione diretta di esemplari naturalistici ("mostrando realmente le cose, doppo il legger che haveva trattato nella lettione"). Per le sue lezioni, nel corso di un cinquantennio, egli raccolse nella sua stessa casa un'imponente collezione di naturalia; proprio per il focus sul mondo naturale e gli intenti didattici differiva profondamente dai gabinetti principeschi e delle Wunderkammer che nascevano proprio in quegli anni. Con orgoglio, Aldrovandi ci informa che nel 1595 la sua collezione comprendeva 18.000 esemplari, tra cui 7000 piante essiccate "agglutinate" (cioè incollate) in quindici volumi, animali, minerali, pietre, 66 cassettiere con 4500 cassetti contenenti semi, frutti, resine, fossili, oggetti esotici.

Nella coscienza dell'importanza didattica dell'immagine, ma anche per colmare i "buchi" della collezione (un microcosmo che mirava a riprodurre, nel modo più completo possibile, il macrocosmo), Aldrovandi volle aggiungere 3000 splendidi acquarelli, raccolti in diciassette volumi, e 5000 matrici xilografiche conservate in quattrodici armadi. Le matrici, realizzate con estrema accuratezza da artisti dotati, avrebbero dovuto andare ad illustrare un'immensa Historia naturalis, che lo studioso bolognese continuò a scrivere per tutta la vita ma che, come vedremo meglio, pubblicò in ben piccola parte. Le collezioni e le immagini, insieme ai volumi della ricca biblioteca e i suoi stessi manoscritti,

Teatro della natura - tavola Teatro della natura - tavola    

formavano un mirabile "Teatro della natura" che divenne ben presto un'attrazione che richiamavano visitatori da tutta Europa: nel corso della vita di Aldrovandi, come risulta dal registro dei visitatori, furono più di 1500, sempre accolti con disponibilità e calore, secondo la testimonianza dell'olandese Hugo Blotius, bibliotecario imperiale, che lo visitò ammirato nel 1572.

Frutto di cinquant'anni di fatiche e di grandi spese (in una lettera al fratello, il naturalista dichiara di avervi investito tutto il proprio patrimonio), il "Teatro della natura" venne realizzato in primo luogo con una mirata attività di raccolta diretta. Fin dagli anni degli studi, Aldrovandi organizzò numerose spedizioni naturalistiche; le più celebri sono l'escursione dell'estate 1554, che, insieme a Calzolari e Anguillara, lo portò sulle pendici del monte Baldo, ancora oggi noto come "giardino d'Europa", e la grande spedizione del 1557, quando insieme ai suoi allievi percorse un ampio giro che, a partire dalle valli ravennati, lo portò fino ai monti Sibillini, quindi sulla via del ritorno lungo l'appennino marchigiano e romagnolo. Secondo Anna Pavord, questo viaggio segnò una tappa nella storia della botanica, perché fu la prima escursione naturalistica appositamente organizzata allo scopo di esplorare sistematicamente la flora di un'area specifica.

Attivissimo membro della “Repubblica delle lettere”, la grande rete che univa studiosi e scienziati di tutta Europa, Aldrovandi ottenne molti esemplari anche attraverso lo scambio con altri studiosi e appassionati. Diverse piante esotiche erano poi coltivate nell'Orto botanico della stessa università di Bologna, che venne creato dal senato bolognese nel 1568 (quarto dopo Pisa, Padova e Firenze) su istanza di Aldrovandi che ne fu il curatore fino alla morte.

Nel 1560 egli fu nominato protomedico. Negli anni ‘60 la sua attività si concentrò nell'organizzazione del museo, nelle lezioni e nella stesura di opere di diversi argomenti; non mancò qualche viaggio di studio (a Ravenna, Ferrara, Mantova, e nuovamente in Veneto). A partire dal 1571 alle materie del suo corso si aggiunse la farmacologia. Le sue incursioni in questo campo lo portarono a uno scontro con gli speziali; Aldrovandi infatti mise a punto una propria ricetta di teriaca (un preparato farmaceutico con numerosissimi ingredienti cui si attribuivano proprietà miracolose), mentre censurò quella preparata dagli speziali e, in qualità di protomedico, ne vietò l'uso. Nel 1575 gli speziali risposero facendolo espellere dal Collegio medico, mentre le autorità bolognesi lo sospesero per cinque anni da tutti i suoi incarichi. Per mettere fine alla contesa, nel 1577 egli si recò a Roma, dove sollecitò l'intervento del papa, il suo parente Gregorio XIII. Non solo il pontefice ingiunse di reintegrarlo in tutti gli incarichi, ma chiese che fosse aiutato finanziariamente a pubblicare le sue opere. Sulla via del ritorno, passò a Firenze, dove il granduca gli donò molti esemplari per il suo museo.

Nel 1587 l'orto botanico venne trasferito in una sede più ampia, nei pressi di porta S. Stefano; tuttavia, poiché era troppo lontano dall'Università e non poteva essere utilizzato per la "dimostrazione" delle piante medicinali, ben presto queste ultime tornarono ad essere coltivate nella sede precedente.

Al fine di completare la sua immensa Historia naturalis egli assunse diversi scrivani e segretari, oltre che pittori e incisori. Nel 1594 firmò un contratto con l'editore Francesco de Franceschi di Venezia che si impegnò ad aprire una apposita stamperia a Bologna, per non danneggiare le delicate matrici xilografiche. Il progetto si concretizzò in minima parte, con la pubblicazione, vivo l'autore, unicamente dei volumi sull'ornitologia (1599-1603) e l'entomologia (1602).

Nel 1600 venne deciso di riportare l'orto botanico nella sede originaria. Ormai anziano, Aldrovandi affidò il trasferimento al proprio discepolo prediletto, l'olandese Cornelio Uterverio. Lasciata la cattedra e collocato a riposo, si adoperò perché questi fosse designato come suo successore.

Nel 1603 redasse un testamento con il quale, non avendo eredi diretti, lasciò le raccolte scientifiche, i manoscritti, la biblioteca (notevolissima, comprendeva circa 3600 volumi) al Senato bolognese, raccomandando la pubblicazione dei suoi manoscritti, in particolare la Syntaxis plantarum. Morì nel 1605, a circa 83 anni.

 

Un’opera immensa a cavallo tra passato e futuro

Le cose non andarono secondo i suoi desideri. Nella sua vita aveva scritto moltissimo; le sue opere manoscritte ammontano a più di 300, per un totale di oltre 160 volumi. Solo quattrodici furono pubblicate. Genio universale e enciclopedico, Aldrovandi scrisse di molti argomenti, anche non attinenti alle scienze naturali (la sua prima opera a stampa, dedicata alla statuaria romana, è uno dei primi esempi della rinascita dell'interesse per l'archeologia); molte opere sono compilazioni antiquarie, che lasciano largo spazio alle favole e al gusto del meraviglioso; moltissimi sono cataloghi di vario tipo.

Si tratta per lo più di lavori preparatori alla progettata Storia naturale, che avrebbe dovuto toccare tutti gli aspetti della natura. Come possiamo evincere dalle tre parti direttamente pubblicate dall'autore o dalla sua vedova (i volumi sugli uccelli, gli insetti e gli altri animali "senza sangue"), similmente alla quasi contemporanea Historia animalium di Gessner (uno dei suoi corrispondenti), essa si collocava a cavallo tra passato e futuro; da una parte c'è l'enciclopedismo, il tributo alla cultura antica, il gusto antiquario, che le infarcisce di citazioni e informazioni tratte in modo apparentemente acritico dagli autori del passato; dall'altra la ricerca diretta che si traduce in preziose osservazioni sull'anatomia e la fisiologia degli animali trattati. Fu questa commistione di naturalismo e gusto antiquario che fece giudicare severamente Aldrovandi da Buffon, secondo il quale, sfrondandola di tutte le informazioni inutili ed estranee, la sua opera si sarebbe potuta utilmente ridurre a un decimo.

In effetti vi si riconosce una concezione della conoscenza diversa da quella del Settecento illuminista: l'opera di un Aldrovandi o di un Gessner è espressione dell'ideale rinascimentale della copia, parola latina che indica l'abbondanza, la ricchezza, espressa iconograficamente dall'immagine della cornucopia. L'obiettivo dello studioso rinascimentale è quello di presentare, nel modo più esaustivo possibile, ogni possibile informazione sul proprio soggetto, quindi tutto ciò che è stato scritto, tutto ciò che si crede comunemente, oltre a tutto ciò che si è osservato con i propri occhi. Ecco perché ai dati naturalistici direttamente osservati e osservabili si affiancano in modo così massiccio informazioni culturali di ogni genere, comprese le favole e il meraviglioso.

Già segnata da questa concezione, che sarebbe stata ben presto superata da Galileo e dalla sua scuola, la fama futura di Aldrovandi fu ancor più danneggiata dalla pubblicazione postuma di alcune opere in forma largamente alterata. È il caso dell'unico lavoro edito dedicato al mondo vegetale, Dendrologia, pubblicato nel 1667 da Ovidio Montalbani, uno scrittore particolarmente incline al fantastico. A causa di un'opera come questa (e la celebre Monstruorum historia, pubblicata nel 1642) allo scienziato bolognese è toccato di passare alla storia, oltre che come un pedante collezionista di citazioni antiquarie, come un credulone acriticamente convinto della reale esistenza di draghi, basilischi, sciapodi, cinocefali e sirene.

Inedita rimase invece la sua maggiore opera botanica, quella che più aveva raccomandato nel suo testamento, Syntaxis plantarum. È un manoscritto in due volumi, per un totale di più di 1000 carte, collocabile tra il 1561 e il 1600, formato dalla raccolta di 1700 tavole sinottiche, in cui le piante vengono descritte, catalogate e confrontate tra loro in tabelle collegate a disegni. Ciascuna tavola è strutturata in base a un criterio di classificazione o "chiave" in ordine gerarchico, stabilendo classi, generi e specie, allo scopo di individuare categorie comuni alle "diciotto mila specie diverse" osservate da Aldrovandi.

Molte tavole sono dedicate agli organi principali delle piante, per esempio i frutti, i semi, le radici, il fusto; quelle più complesse riguardano i fiori, con chiavi come il numero, il colore, le differenze esterne degli stami e delle antere. Altre si basano su caratteristiche fisiologiche, come il tempo della fioritura, sulla base del quale viene anche compilato un calendario mensile; le tavole in cui le piante vengono divise in base alla stazione in cui vivono e alla distribuzione geografica fanno di Aldrovandi un antesignano della fitogeografia.

Come il condiscepolo Cesalpino, Aldrovandi giunge così a proporre un proprio sistema di classificazione. Egli divide le piante in "perfette" e "imperfette" e individua 17 gruppi, a partire dagli alberi per giungere agli "imperfecti" (piante senza semi, cioè in gran parte funghi), usando sei chiavi principali: natali loco, vivendo conditione, partium habitu, quantitate, discriminibus, naturae dotis, ovvero l'habitat, la forma biologica, l'aspetto delle parti, la quantità delle parti stesse, i caratteri distintivi, le doti di natura. Per singole categorie, egli porta esempi concrete di species. Alcuni studiosi lo ritengono l'antesignano anche del sistema binomiale: in effetti, nel suo erbario e nelle tavole acquarellate molte piante sono contrassegnate da un nome basato su genere e specie; del resto, Gaspard Bauhin, che per primo doveva divulgare questa innovazione, era stato uno dei suoi allievi.

Infatti, anche se non furono mai pubblicate, le tavole sinottiche di Aldrovandi nacquero come strumento didattico utilizzato nelle sue seguitissime lezioni; per questa via hanno influenzato il successivo progresso della botanica grazie ai numerosi allievi che furono educati a quel metodo.

Collezione Aldovrandi a Palazzo Poggi Aldrovanda vesiculosa 

Dopo la morte di Aldrovandi il museo, divenuto di proprietà della città e dell'Università, per tutto il Seicento e il Settecento continuò ad essere una delle principali attrazioni bolognesi. Nell'Ottocento varie collezioni furono smembrate tra diversi istituti universitari, finché nel 1907 l'insieme fu almeno in parte ricostruito in una sala di Palazzo Poggi. Perduti molti reperti più deperibili, rimangono scheletri, animali impagliati, fossili, minerali. Il preziosissimo erbario (ne sono rimasti quasi 5000 fogli), uno dei più antichi che ci sia pervenuto, è invece custodito presso l'Orto botanico: benché le piante non siano disposte secondo un criterio riconoscibile e le note si limitino al solo nome, senza indicazione né del raccoglitore e né del luogo di raccolta, è ragguardevole per l'antichità (fu iniziato probabilmente nel 1551), la vastità, la cura del montaggio. Sono invece custodite presso la Biblioteca Universitaria le tavole acquarellate; quanto alle matrici xilografiche, poche ci sono giunte: molte di esse andarono ad alimentare le stufe durante la Seconda guerra mondiale.

 

Le trappole dell’Aldrovanda

Nel 1734, Gaetano Lorenzo Monti, botanico bolognese, presentò una memoria in cui, richiamandosi all'abitudine introdotta da Linneo di onorare gli studiosi più illustri con il nome di una pianta, deplorava che egli avesse dimenticato il grande Aldrovandi. Propose così di nominare Aldrovandia una pianta palustre (la pubblicazione avverrà solo qualche anno dopo in De Aldrovandia novo herbae palustris genere, 1747).

Questa specie era già nota ed era stata descritta nel 1696 dal botanico inglese Plukenet, con il nome di Lenticula palustris. Linneo tenne conto dell'appunto di Monti e nel 1753 ne ufficializzò la denominazione, ribattezzando la pianta Aldrovanda vesiculosa, commettendo un piccolo errore ortografico.

Si tratta dell'unico rappresentante del suo genere; è un membro della famiglia Droseraceae, da cui differisce in quanto acquatica, ma come le cugine è carnivora; per diversi aspetti ricorda la più nota Dionaea, tanto che Darwin la definì "una Dionaea d'acqua in miniatura". È un'erbacea priva di radici, che fluttua sulla superficie dell'acqua; le foglie, distribuite regolarmente lungo il fusto in piccoli verticilli a forma di ruota idraulica (da cui il nome inglese water wheel) e sorrette da piccioli con sacche d'aria che aiutano il galleggiamento, hanno lamina reniforme, che si chiude in due valve, dentellate sui bordi. Quando una preda si avvicina, si chiudono rapidamente, intrappolandola. La loro velocità di reazione (10-20 millisecondi) è considerata la maggiore del regno vegetale.

?La pianta vive in tutti i continenti, escluse le Americhe, ma è diventata sempre più rara a causa della restrizione dell'ambiente naturale e dell'inquinamento delle acque stagnanti ma pulite che predilige, ricche di anidride carbonica e povere di fosforo e di azoto. Se all'inizio del '900 era presente in 379 stazioni naturali note, nel corso del secolo queste si sono drammaticamente ridotte a sole 50, due terzi delle quali concentrate in un'area tra Polonia e Ucraina. In Italia un tempo doveva essere diffusa in un vasto areale; ne sono state recensite 17 stazioni, ma tutte si sono estinte nel corso dell'ultimo secolo: l'ultimo avvistamento, relativo al lago di Sibolla presso Lucca, risale al 1985. In vari paesi, sono in atto azioni per la tutela e la reintroduzione di questa rara specie; in Italia un progetto pilota ha preso avvio nelle regioni Piemonte e Lombardia; esemplari, provenienti dalla Svizzera, sono attualmente coltivati in due orti botanici: il Giardino botanico Rea di Trana, in provincia di Torino, e l'Orto botanico dell'Università di Pavia.

 

Bibliografia

G. Montalenti, «Aldrovandi, Ulisse», in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell’Enciclopedia italiana, Rona, Vol. 2 (1960), ora on line all’indirizzo https://www.treccani.it/enciclopedia/ulisse-aldrovandi_%28Dizionario-Biografico%29/.

G. Olmi, L. Tongiorgi Tomasi, De piscibus: la bottega artistica di Ulisse Aldrovandi e l'immagine naturalistica, Edizioni dell’Elefante, Roma 1993.

A. Pavord, The naming of names, Bloomsbury USA, New York 2005

A. Ubrizsy, «Il metodo sinottico, collante tra la Syntaxis plantarum di Ulisse Aldrovandi e le Tabulae Phytosoficae di Federico Cesi», in Federico Cesi, un principe naturalista, a cura di A. Graniti, atti del convegno di Acquasparta, 29 e 30 settembre 2003, Accademia dei Lincei, Roma 2006.