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Marcello Buiatti

Marcello Buiatti ricordi di Marco Buiatti Elena Gagliasso Vittorio Cogliati Dezza

 

 Un articolo di Marcello Buiatti per gli auguri a NATURALMENTE per il suo primo decennale

 

 

Marco Buiatti è con Marcello Buiatti

 

Marcello Buiatti nel ricordo del figlio Marco  
A glezele l’chaim! Un bicchierino alla vita!
 
Cosi’ voglio salutare mio babbo
 
Marcello Buiatti, che non perdeva mai occasione di inneggiare con questo brindisi alla vita, anzi si correggeva sempre, alle vite, che per lui includevano gioiosamente oltre a noi umani tutto il mondo animale e vegetale fino ai batteri, senza soluzione di continuià.
 
Mio babbo è nato segnato dalla storia, uno scampato alla Shoah, e grazie all’amore e all’investimento dei miei nonni ha trasformato questo fardello in una vita rivolta verso il mondo con infinita curiosità e volontà di farne parte, coniugando sempre il suo appassionatissimo lavoro di scienziato genetista con l’impegno costante, una missione, per guidare e raccontare l’impatto della scienza sulla società e sulla natura nelle vesti di ambientalista e divulgatore.
 
E come non ricordare il suo impegno coraggioso (con il grande spavento di mia nonna, ebrea, che non voleva che si esponesse!) contro i conflitti, il razzismo, il fascismo (fiero presidente ANPI di Pisa), culminato con il Manifesto Antirazzista di San Rossore del 2008 che ha ideato e coordinato, la risposta migliore che potesse dare alle leggi razziali che ha subito da piccino.
 
Per mia enorme fortuna, mio babbo ha cercato e trovato come compagna di vita una donna splendida e ugualmente valorosa, mia mamma Anna con cui ha condiviso tutto, sentimenti, godimento delle gioie della vita e coinvolgimento nella società. L’amore di mio babbo per mia mamma era una certezza incrollabile nella sua vita, e il vuoto che lascia in lei, che ha dato sempre tutta sè stessa per farlo star bene fino all’ultimo, sarà quello più difficile da colmare.
 
E infine mio babbo era il mio babbo, dolcissimo, tattile, paziente e ottimista, quello che quando ero bambino mi faceva passare il mal di pancia posandoci sopra la sua manona calda, quello che cercava sempre occasioni goduriose per stare insieme in una simbiosi speciale babbo-figlio, quello che mi ha aperto tutte le porte che conosceva per aiutarmi a trovare la mia strada, quello che ha accolto con grande gioia mia moglie Manuela e gli adorati nipoti Leone e Nina, con cui ancora questa estate scherzava con gusto.
 
Un bicchierino a te, caro babbo, farai sempre parte di me e di noi.
 
Un ricordo speciale alla memoria di sua sorella Eva e di suo cugino Alfred, che amava immensamente.
 
PS Vista l’emergenza sanitaria, la cerimonia funebre si tenuta in forma strettamente familiare. Troveremo nel futuro un modo di commemorarlo insieme alle tante persone che gli hanno voluto bene.
 
 


 

 

Siamo vivi perché diversi avvolti in un benevolo disordine

 

Addio a Marcello Buiatti, il genetista che combatté il fascismo e difese l’ambiente con la scienza


Il Manifesto


Elena Gagliasso

 

Marcello Buiatti  

Marcello Buiatti ora non c’è più e le tante nostre vite di cui ha fatto parte negli anni restano orfane. Voglio allora ricordarlo per quanti di noi hanno condiviso pezzi di strada con lui e incuriosire chi non l’ha mai incontrato e non lo potrà più incontrare di persona.

BIOLOGO GENETISTA evoluzionista, per lui l’amore per la ricerca non era che la forma più concreta che assumeva il suo amore per la vita. Tutta la vita che brulica nel mondo, anzi tutte le vite colte nel loro «benevolo disordine», come scriveva, così differenziate, imprevedibili, resilienti, e ciascuna composta di altre. Uno «stato vivente della materia» (dal titolo del suo libro del 2004, antesignano di una nuova biologia), incomprimibile in omologazioni, irriducibile ai suoi componenti additivi. E in cui ogni singolo essere in realtà non è tale, preso com’è sempre in relazioni reciproche con altri. Poco conosciamo il ruolo del contesto, dei microambienti, dei nostri coabitanti, delle cooperazioni tra specie diverse e lontane tra loro, diceva: le vite sono «multiversi» (siamo «vivi perché diversi», suo leitmotiv) e sono, materialmente, il prodotto di ciò che fanno al loro mondo.

 

E AVEVA RAGIONE. Lo si sta capendo meglio ora tra gli studi rivoluzionari sulle reti nella vita vegetale, quelle sui mondi batterici dei simbionti nei nostri corpi, sull’ecologia evoluzionista in trasformazione, mentre verifichiamo oggi sulla nostra pelle le nostre responsabilità per le fratture operate sulle reti vitali degli ecosistemi, mentre cambia soprattutto nelle ultime generazioni il modo stesso di sentirsi parte nel mondo vivente, accomunati a molte specie a rischio.

Ma lui lo diceva a partire dagli anni ’70 -’80 del secolo scorso, quando ancora tutto ciò era ardimentoso. Di fronte a una genetica molecolare riduzionista e al selezionismo allora egemoni, metteva a germogliare in Italia l’ambientalismo scientifico, in tensione tra ragioni della salute e quelle del lavoro (presiedeva l’Associazione Ambiente e Lavoro, fondava il Comitato scientifico di Legambiente). Si sarebbe poi attirato inimicizie sulle questioni delle sementi ingegnerizzate, con la sua pacata e ferma battaglia contro i brevetti (così profondamente anti-etici nella ricerca) o sulla responsabilità delle multinazionali nel degrado degli ambienti e con la critica dell’omologazione delle nostre vite alla sovranità della finanza virtuale.

Era però in buona compagnia. Dei grandi biologi marxisti anglosassoni gli erano stati maestri nella sua formazione giovanile in Inghilterra, aveva lavorato nella Cuba rivoluzionaria, a ciò era poi seguito lo scambio con «i compagni» di Science for the People negli anni ’90.

 

FISICI ED EPISTEMOLOGI nuovi erano (eravamo) con lui in una consonanza profonda in Italia. Come il suo grande amico Marcello Cini con cui ha condiviso battaglie scientifiche, culturali, ambientaliste e politiche, da ultimo quella sui beni comuni, o come, proprio negli ultimi anni, il fisico dell’École Normale di Parigi, Giuseppe Longo, con cui confrontava simmetrie e caso in biologia e in fisica, secondo quella curiosità del nuovo che sempre, anche in tarda età, aggiunge vita alla vita.

Così Buiatti, metteva insieme il suo entusiasmo curioso nel battere piste, oggi diventate mainstream, la sua intensa passione per le relazioni umane, il suo antifascismo di lunga data. Che partiva da un’infanzia di bimbo ebreo in fuga, passava per la militanza marxista nelle varie reincarnazioni della sinistra italiana, la direzione dell’Anpi toscano, il «Manifesto degli scienziati antirazzisti» scritto a più mani nel 2008, fino al suo costante testimoniare nelle scuole il Giorno della memoria, sempre con l’idea che al vertice dell’insegnamento stanno le scuole elementari.

Il genetista eterodosso Buiatti, l’uomo gentile, sorridente e ardente di passione per la vita, il compagno antifascista e l’ambientalista, maestro e amico, che resta dentro a chi con lui ha vissuto imprese grandi e piccole, l’ha attraversata bene questa sola vita che ci è data. L’esempio suo di stile conoscitivo, politico e umano si proietta ora nel futuro. Uno stile di coerenza ed eleganza, ormai direi anche «filosofico» che ci può aiutare a orientarci in un difficile presente, a nostra volta raccogliendo il suo lascito per i più giovani.

 



 

 


Addio a Marcello Buiatti, lo scienziato che sapeva parlare a tutti

 


Genetista e  divulgatore, è stato tra i fondatori dell’ambientalismo scientifico

 

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Vittorio Cogliati Dezza

 

Marcello Buiatti  

Marcello Buiatti ci ha lasciato. Scienziato di fama mondiale, è stato uno dei fondatori dell’ambientalismo scientifico.

Era professore ordinario di genetica all’Università di Firenze, ma la sua figura non ha nulla di “ordinario” fin dalla prima infanzia, quando lui, di famiglia ebrea, fu salvato dai rastrellamenti nazisti del ’43 da un prete ?orentino che l’aveva nascosto. Da lì la sua vita è trascorsa tra ricerca scientifica e impegno politico e sociale, trovando nell’ambientalismo un punto di sintesi.

Tra i più giovani di una generazione pionieristica di fisici, medici, biologi, ingegneri, filosofi che hanno tracciato i fondamentali dell’ambientalismo italiano, Marcello era uno scienziato rigoroso che ha rifiutato di chiudersi nella cittadella del sapere, mettendo a disposizione di movimenti sociali e culturali le sue competenze.

Ha dato un grande contributo alla costruzione del bagaglio culturale dell’ambientalismo scientifico per contrastare quella cultura e quella ideologia che vuole l’economico dominante sulle leggi della natura. Un principio che è alla radice della crisi climatica e dei tanti guasti ambientali a cui abbiamo dovuto assistere in questi anni. La sua battaglia culturale ha mirato a spostare l’attenzione sui sistemi viventi e sull’evoluzionismo, per andare oltre i confini culturali del Novecento e collocare l’uomo dentro un complesso sistema di relazioni sociali ed ecologiche, dove la diversità è la garanzia della capacità di resilienza. Precorrendo quell’ecologia integrale ripresa poi da Papa Francesco nella Laudato sii.

Marcello sapeva che i guasti ambientali derivano dal voler trattare la natura come se fosse una macchina. Ma macchina e natura non sono assimilabili. “Se togliamo a un’automobile una ruota”, scriveva a fine anni Ottanta, “l’automobile non si può usare più, ma gli altri pezzi non cambiano in alcun modo. Basta infatti che rimettiamo la ruota perché l’automobile funzioni come prima”. Gli esseri viventi sono diversi “non solo non sono prevedibili ma si nutrono, vivono di imprevedibilità, di casualità, di invenzione”.

 

Forte di queste motivazioni, Marcello Buiatti è stato anche un grande divulgatore, per provare a scardinare le banalità prescientifiche troppo diffuse nella nostra società. Lo ha fatto nelle sedi istituzionali, con gli insegnanti e, soprattutto, collaborando con le associazioni, come Legambiente, di cui è stato da sempre socio e membro del Comitato scientifico, e Ambiente e Lavoro, di cui è diventato presidente. E, sempre, la sua ironia e arguzia, a cui l’erre arrotata aggiungeva fascino e stile, gli hanno consentito di trasformarsi in grande comunicatore.

Ma il rigore scientifico è stato anche “l’arma segreta”, con cui ha più volte affrontato battaglie politiche, che hanno migliorato questo Paese. E’ stato così quando nel 2004 l’allora ministro dell’Istruzione Letizia Moratti provò a cancellare l’evoluzionismo dai programmi ministeriali e lui fu uno dei pilastri dell’opposizione a questa manovra. Battaglia che, grazie anche al suo contributo, riuscì a rovesciare quell’azione oscurantista e rilanciò la centralità dell’evoluzionismo.

Lo stesso rigore e impeto che mise, qualche anno dopo, nella battaglia contro gli ogm, quando contribuì in modo decisivo a mettere a punto le argomentazioni di gran parte del mondo ambientalista e agricolo.

E oggi mi immagino che abbia vissuto con soddisfazione e conferma delle sue tante battaglie la potente richiesta dei Fridays for Future alla politica perché riconosca ?nalmente alla scienza la forza delle sue argomentazioni.

Oggi l’ambientalismo italiano, e non solo, perde un patrimonio di lucidità. E sappiamo tutti quanto ne avremmo bisogno.