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I muri a secco di Fichino

I muri a secco di Fichino

di Vincenzo Terreni 

Consulenze: botanica di Mairo Mannocci, Viviano Mazzoncini, Luciana Bussotti; paleontologica Gianfranco Barsotti.

 

 

foto da google

 

 

Il luogo è un versante esposto a est di una piccola collina che degrada da 140 a circa 100 metri di altezza.

A fondo valle un piccolo lago artificiale che raccoglie le acque di un torrentello nascosto tra le canne. L’altro versante è occupato dalla coltivazione di frumento. Il crinale ospita piccoli paesi in successione, ciascuno con il proprio campanile.

L’agricoltura è in parte a conduzione diretta di piccoli appezzamenti, dominata da coltivazioni di ulivi, viti e frumento. Da alcuni anni parte dei vigneti hanno assunto dimensioni molto estese rubando spazio agli ulivi che sono stati inesorabilmente abbattuti.

Gli alberi di alto fusto son rappresentati da un gruppo residuale di roveri (nella zona compresa nella mappa non ce ne sono più di una ventina) di grandi dimensioni, ma continuamente in pericolo di “potature” di alleggerimento e, addirittura, di abbattimento. Rimangono un paio di mandorli di una ventina di metri di altezza: una gioia per gli occhi alla fine dell’inverno. Pochi e stentati i cipressi.

Cresce spontaneo l’olmo lungo le strade, ma solo in forma di cespuglio perché sistematicamente distrutto. Stessa sorte seguono i biancospini che vengono limitati nella loro diffusione anche da incendi provocati ad arte nelle stagione più secca e che spesso sfuggono di mano, distruggendo anche la vegetazione d’alto fusto. Spesso, dopo la mietitura, anche i campi vengono incendiati; il vento e la pericolosa inutilità del rito, più che il fato malvagio, provocano conseguenze spesso disastrose.

 

 

Sono presenti in abbondanza i cinghiali; difficili da vedere lasciano abbondanti tracce di scorribande notturne seguendo in fila indiana gli stessi camminamenti. Periodicamente sono soggetti ad abbattimento con battute molto frequentate. Di giorno si rifugiano in una chiudenda ormai incolta e, per chi non è un cinghiale, impenetrabile. Presenza abituale anche la volpe che si fa addirittura vedere di giorno durante le nevicate, anche questa soggetta a caccia inesorabile (e “politicamente” scorretta). Rari i caprioli (nella foto un giovane si aggira di mattina presto vicino alla casetta diroccata). Gli uccelli, a parte i fagiani che fanno vita a sé (in attesa di essere fucilati), sono abbondanti di numero e di specie. Gli storni sono sempre presenti in una popolazione di diverse centinaia di individui: epici gli assalti ai cachi maturi. Si fa vedere regolarmente la poiana, che caccia da sola o in coppia, anche lo sparviero è una presenza costante. Le vere padrone del cielo più basso sono le gazze che nidificano in gran numero e, cambiando nido ogni anno, modificano l’aspetto delle roveri che le ospitano. Degne del Barone rosso le loro evoluzioni per cacciare gli intrusi, in particolare rapaci, anche più grandi di loro; questi non resistono a lungo agli attacchi aerei concertati e abbandonano il campo; anche quando sono a sonnecchiare sugli alberi vengono infastiditi dalla presenza soffocante delle gazze che restringono costantemente il loro spazio. Corvi e cornacchie sono anch’essi molto presenti e indisturbati. Anche i piccioni e le tortore si son esageratamente riprodotti e non lasciano tregua, in estate, le tortore con i loro richiami e i piccioni anche con scorribande rumorose sul tetto, a discapito delle tegole. Le rondini si ritrovano a conversare tra loro alle prime luci per poi svolazzare tutto il giorno; i gruccioni passano regolarmente dopo l’alba e prima del tramonto, lanciandosi in acrobazie a bassa quota, mentre i gabbiani che vengono dal mare, seguono rotte fisse e regolari in alta quota per recarsi alle discariche. Molti uccelli acquatici utilizzano il laghetto artificiale come un B & B all’imbrunire: arrivano germani a coppie, aironi ci nerini, garzette (nel laghetto o dietro alla mietitrebbia) e, recentemente, cormorani; questi ospiti se ne vanno alle prime luci, ma non con regolarità, si posano sul laghetto, sguazzano fino al giorno dopo per andare chi sa dove dopo esserzi rimpinzati a dovere. Rigogoli, ghiandaie, merli sono una presenza costante insieme ad un’infinità di passeri, sempre a bisticciare, ma sempre insieme. Le civette si fanno sentire durante la notte, qualche volta rimangono in mostra anche di giorno, nidificano, apparendo a loro agio nonostante la nostra presenza e non sembrano disturbate. Per un po’ di tempo è comparso anche un parrocchetto un po’ spaesato.

 

Il muro di Fichino

Il muro a secco è forse la prima attività umana che ha modificato in maniera permanente l’ambiente. La sua origine si perde nella notte dei tempi e non c’è luogo al mondo che non ne conservi vestigia. In Italia i muri a secco segnano molte regioni e ne caratterizzano il paesaggio a tal punto che la loro presenza è testimoniata nella pittura. La composizione è semplice: una successione di blocchi di pietra di alcuni chilogrammi di peso che si prolungano per decine, centinaia e anche per migliaia di metri.

Le pietre, rigorosamente locali, sono prelevate dai campi e giustapposte per delimitare i confini; la stessa tecnica costruttiva veniva utilizzata anche per le abitazioni. Questa attività ha conferito per moltissimo tempo un aspetto tipico al paesaggio urbanizzato diverso da zona a zona: muretti costruiti con pietre autoctone, case dello stesso materiale che spesso poggiano su lastroni della roccia in posto. In alcune regioni il calcare ammonnitico è la roccia più comune: case di campagna e muretti presentano sempre il bell’aspetto dato dalla successione di tasselli regolari rosa e bianchi.

 

Da queste parti (centro della provincia di Pisa) più frequente è il travertino, roccia sedimentaria che si forma per il rilascio di carbonato di calcio che nell’accumulo ingloba quel che trova: conchiglie di molluschi, fili d’erba, foglie.

 

 

canna palustre nel travertino

Foglia di spino cervino

Foglia di farnia
Tracce di canna palustre (Phragmites australis)
Foglia di Spino cervino (Rhamnus cathartica)
 Foglia di Farnia (Quercus robur)

 

 

Così la roccia diviene un libro di ricordi intrigante, anche senza particolari sorprese perché i fossili sono di organismi ancora presenti quasi immutati.

Quello autoctono è un travertino di poco pregio, non più utilizzato come materiale da costruzione (sostituito da quello importato dal Lazio, in particolare da Tivoli, lo stesso della Roma imperiale) poiché presenta una struttura tormentata, poco compatta, piena di buchi e crepe.

 

Nella zona considerata sopravvivono pochi muri a secco perché, anche se si tratta di costruzioni quasi rudimentali, un po’ di lavoro di scalpello ci vuole per mettere d’accordo due sassi presi a caso per stare insieme senza scivolare alla prima pioggia. Il solco su cui adagiare le prime pietre è largo una cinquantina di centimetri e poi si sale a incastro poggiando pietra su pietra, riempiendo di sassi con pezzatura più piccola che lasciano spazi per la circolazione dell’aria, abitabili da piccoli ospiti. Ad un’altezza di circa un metro si poggiano lastre larghe quanto il muro e lunghe un metro circa che, con il loro peso, consolidano l’insieme. Lavoro disprezzato quello degli scalpellini: appena sono venuti fuori i trattori a motore i sassi affiorati con l’aratura sono stati accumulati in poco impegnativi tumuli o in lunghe trincee.  

 

La casetta

Basta anche la mancanza di manutenzione per far crollare i muri a secco, ma ci vuole del tempo. Una volta cresciuta la pianta di sambuco sul pavimento il primo a crollare è stato il tetto e poi. Nel giro di due anni, dopo un inverno nevoso, ai primi caldi rimangono in piedi solo due spezzoni di pareti.

 

 

In estate con il sambuco al centro In inverno sotto la neve Nuova estate, il crollo

 

 

E i muretti?

I muretti a secco continuerebbero a resistere al tempo, ma non alla sistematica privazione delle parte superiore, prelevata con un po’ di fatica per far bella mostra di sé nei moderni caminetti delle case recuperate per occasionali ribotte. Così l’acqua e i cinghiali completano l’opera demolendo quanto era stato costruito per durare nel tempo. Chi teneva veramente al muretto di separazione ha dovuto correre ai ripari ripristinando l’ostacolo, ma non il fascino: buchi e piccole caverne sono scomparsi con gli animali che ospitavano e anche le piante crescono stentate o vengono sradicate per evitare che sgretolino la poca malta usata per farle stare insieme. 

 

Prima e dopo la “cura”

A destra quel che rimane del muro a secco dopo l’asportazione inesorabile e sistematica dei lastroni superiori. Il restauro di sinistra ha conservato il muro, ma ha perso gran parte degli ospiti.

 

 

Il muro "restaurato" Quel che resta di un lungo muro

 

 

A destra il metro e mezzo che rimane di muro completo di lastra superiore. La differente abbondanza di vegetazione non dipende solo dall’esposizione (a nord a destra, a sud l’altro), ma anche dalla malta.

 

 

 Il muro "restaurato" Gli unici lastroni rimasti

 

 

 

Osservare il muro a secco offre uno spettacolo di grande equilibrio e fascino: è un giardino in miniatura che si ripete con regolarità: licheni, felci, muschi, ombelico di Venere, Sedum sono sempre presenti e vivono assieme, anche se, con il cambiare delle stagioni, una o l’altra specie prende il sopravvento.

 

Particolari della copertura vegetale: i licheni sono i primi a sparire nella stagione calda, muschi e felci resistono perdendo molta acqua.

 

 

Lichene a trombetta felce cetherac con sporangi
Il lichene  Cladonia pyxidata
Muschio e Cetherac officinarum
Cetherac officinarum con sporangi

 

 

 

muschio centocchi muschio con lichene nero crostoso muschio: gametofito e sporofito
Porcaccia (Thelìgonum cynocrambe) vicino al muschio
Muschio, lichene nero crostoso del genere  Verrucaria 
Muschio (Grimnia pulvinata): gametofito e sporofito

 

 

 

colonizzazione a licheni geranio Licheni e muschi
Muschi, felci, angiosperme mono e dicotiledoni: un esempio di convivenza
Le belle foglie del geranio (Geranium rotundifolium) con Cardamine sp.
Un bel contrasto cromatico tra muschi e licheni

 

 

 

ranuncolo Muschio Helix
Foglie di favagello (Ranunculus ficaria)
Muschio del genere Hypnium  
Due gusci di chiocciola

 

 

 

 

sedum epatica ombelico di Venere
Sedum circondato da muschi e licheni
Epatica (briofite) con propaguli
Ombelico di Venere (Umbilicus rupestris)  

 

 

Molte altre specie di animali sono presenti, ma sempre più nascoste e rare, fino a non molti anni fa erano presenti i granchi nei fossi e i rospi si suicidavano tentando si attraversare la strada dopo un acquazzone estivo, ora sono pochi e sempre più rintanati.

I muretti sono ingentiliti dalle prime fioriture primaverili, nelle loro vicinanze non sono rare orchidee spontanee di almeno cinque specie diverse che cominciano a farsi vedere da maggio in poi. Ma fioriscono piselli selvatici, agli, narcisi, anemoni, ranuncoli, tarassici e molte altre spontanee arriverebbero alla fioritura se non passasse prima il giustiziere armato! Il decespugliatore è inesorabile e puntualmente trasforma in una poltiglia verde ogni forma di vita vegetale che superi l’altezza massima di due centimetri. Facile immaginare quel che accade in seguito a questa “pulizia” alla fauna di cui queste piante costituisco il rifugio e il nutrimento.

E’ un vero peccato, ma niente in confronto di una abitudine orrenda che, come ogni altro pessimo esempio, non tarderà a diffondersi in modo inarrestabile: l’irrorazione con diserbanti che trasforma la terra in un deserto privo di vita in cui spuntano steli arancioni ultimo ricordo della passata vegetazione spontanea.

 

Scontro tra sauri, ma forse son solo preliminari

 

 

scontro tra lucertole scontro tra lucertole scontro tra lucertole 

 

 

Un timido inquilino

 

 

biacco biacco biacco
Che faccio esco?
No, troppo freddo!
Meglio stare al riparo

 

 

 

biacco
Ma sì, usciamo!