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Occhio alla penna

occhio alla penna Inizia un lungo viaggio nel mondo della scuola in Italia

 

L'occhio alla penna è quello di Giorgio Porrotto

 

Una vita lavorativa nella scuola secondaria come insegnante e come preside (al Liceo scientifico XXV Aprile di Pontedera e al Classico Parini di Milano), con una decennale esperienza di “Ufficio studi e formazione” in un’organizzazione di categoria. Dal 1989 al 2012 è componente dell’Osservatorio sulla scuola dell’autonomia (Centro Bachelet della Luiss). Ha insegnato “Politiche, legislazione e organizzazione scolastica” alla SSIS del Veneto dal 2000 al 2009, e “Educazione comparata” alla Università di Roma Tre dal 2005 a 2008, come docente a contratto. Da quarant’anni pubblica articoli e saggi, sempre di politica scolastica, in libri e riviste.

 

 


 

Le altre uscite

 

Buongiorno tristezza ω scuola e società? BUIO SOCIALE ω Antologia degli opposti ω è SCUOLA? ω SCUOLA a CINQUE STELLE? ω Scuola tradita. Da chi? ω La Mastrocola e la storia ω La corruzione e ... la scuola (?) ω Schiaffo al governo I presidi? equilibristi! ω Schiaffoni al Ministro Giannini ... per procura? ω Ma in Italia no, in Italia non si può ω Il sindacato dello sconforto ω Mal di stampa ω Italia sua ω La scuola sotto palanche ω Il preside della “buona scuola” ω Indietro tuttaaa!!! ω Un eccesso di eredità  

 


 

 

Buongiorno, tristezza!  “Il tabù della bocciatura”

Buon giorno, tristezza!

 

 

Il tabù della bocciatura

 

Giorgio Porrotto


 

“Da anni il sistema di istruzione italiano si regge sulle promozioni d’ufficio

Così la scuola rinuncia a selezionare gli studenti in base al merito” di Ernesto Galli della Loggia 

 Sabato 29 aprile 2017 Corriere della Sera – (Testo parziale)

<<Se tutti gli studenti avessero i voti che meritano non verrebbe promosso più del 20 per cento>>. Spetta a un professore … pugliese il merito di aver ancora una volta portato alla ri­balta … la grande menzogna … Proprio perché … non stava al gioco… il dirigente della scuola lo ha … sospeso dal servizio: sanzione disciplinare che, dopo ben cinque anni, il giudice del la­voro di Lecce ha però annullato dandogli ragione … nelle scuole italiane la bocciatura è di fatto bandita, così come è bandito ogni … reale accertamento del merito. Gli abbandoni scolastici beninteso ci sono … ma hanno una spiegazione di altro genere, perlopiù legata alla condizione socioculturale dell’ambiente familiare. … gli esami di diploma finale fanno regolarmente se­gnare percentuali di promossi che da anni sfiorano il cento per cento … Le cause sono molte … la principale è l’ideologia fondata sulla categoria di <<inclusione>> che da decenni domina la nostra istituzione scolastica. Cioè l’idea che compito della scuola anche dopo il percorso dell’obbligo, non sia quello di impartire conoscenze … bensì … <<non lasciare nessuno indie­tro>> … in parole povere … promozione generalizzata e indiscriminata. Da decenni, poi, è ve­nuta crescendo nella scuola una tendenza … all’<<universalismo>> (… altra faccia della cosid­detta <<autonomia>>), in base alla quale la scuola … è stata sollecitata a proiettarsi … fuori dall’ambito suo proprio, verso una miriade di attività, di iniziative, di interessi … che … fini­scono per condizionare il giudizio anche sul profitto vero … Agli occhi … del Ministero … il “successo” di un istituto scolastico … dipende dall’adeguamento ai due orientamenti ideologici di fondo detti sopra. I quali hanno alla fine un riscontro ineludibile … nel numero dei promossi … apprezzato dalle famiglie” ... la promozione del maggior numero possibile di alunni ha finito per avere un valore assolutamente strategico. … Nel nostro sistema scolastico infatti … non è il singolo docente ad assegnare i voti di fine anno … I professori hanno … diritto di proposta, ma chi decide è il consiglio di classe a maggioranza … presieduto ovviamente dal dirigente scola­stico il quale … ha tutto l’interesse … alla massima benevolenza… Ma a che cosa serve un si­stema d’istruzione simile? ... a sollevare da ogni responsabilità i partiti … a liberarli dai pro­blemi, dalle proteste e dalle accuse … … essi riescono a dare a credere, specie alla parte meno avvertita dell’opinione pubblica, che ormai esiste finalmente una scuola davvero democratica. … Peccato che … ciò non sia più vero da tempo … perché … una scuola che non seleziona, che non accerta il merito, è una scuola che … rifiuta di fornire alla società, al mondo del lavoro… la volontà di impegnarsi … utile solo come parcheggio e per consentire ai politici di dormire sonni tranquilli, illudendo le classi povere che c’è un’istruzione al loro servizio. Che …. c’è per i loro figli quell’avvenire migliore che viceversa assai difficilmente ci sarà. Quanto alle classi abbienti … sono corse ai ripari. O… sollecitando … la formazione di classi di serie A dove concentrare i loro rampolli, o … mandandoli … direttamente all’estero>>.

 

Ipotesi di reazioni all’articolo di Galli della Loggia


Ambito ministeriale: “Finché è uno solo che denuncia e protesta … possiamo lasciarlo dire e lasciarlo perdere”. Ambito sindacale maggioritario: “Proprio ora che per gli altri settori stiamo ottenendo qualcosa dal governo, e forse, poi, andando avanti, potrà esserci il caso di ottenere perfino anche molto di più. Poiché siamo ben certi che la scuola non ce la ruba nessuno … al momento possiamo anche evitare il fastidio di inutili proteste”.

Ambito sindacale minoritario e in opposizione: Il responsabile dell’ufficio è temporanea­mente assente”.

Sala insegnanti, quattro i presenti:  

 1) “Certo, presentato com’è oggi, il quadro della scuola – già da troppo tempo è in balia di pericolosi cedimenti – sembra rasentare il peggio. Ma si è poi proprio certi di poter prevedere che certe deviazioni inconsulte – come queste che ci arrivano, al massimo della serietà, dal Corrierone e da uno dei suoi massimi osservatori – stiano per diventare, o già lo siamo da più parti, definitivamente dominanti? C’è davvero il pericolo che questa sorta di leggerezza, o addirittura di corruzione, sia in grado di liquidare davvero una tradizione culturale che sì, ha emarginato e continua ad emarginare alcuni strati della popolazione nazionale, ma è pur sem­pre il portato culturale di secoli? Abbiamo anche il sentore di situazioni ben diverse, in più città e anche in diverse regioni, con esiti scolastici di tutto rispetto, e con vistosi lasciapassare per altri successi all’estero. L’allarme del giornalista è preziosissimo, ma occorre registrarne le reali dimensioni.

 2) Noi insegnanti saremmo generalmente propensi a difendere la nostra funzione educativa in base alla convinzione – un mantra, in passato – secondo la quale “Il corretto funzionamento della società comincia sui banchi di scuola”. La nostra attività, invece, è attualmente indirizzata verso altri traguardi, praticati in funzione di promozioni elargite.  E quindi tende sì a rappresentare la perfetta realizzazione di un progetto, ma in direzione opposta agli obiettivi di una volta. Gli insegnanti risultano sempre più declassati professionalmente e socialmente, vengono apertamente pressati dallo strapotere delle famiglie “che possono”, e che impongono promozioni facili. Di recente, per giunta, sono scoraggiati dai nuovi inconsulti poteri dei pre­sidi. E dunque si stanno convincendo, coscientemente e senza disporre di strumenti di autodi­fesa, di essere destinati a rischi sempre più umilianti. Insomma, sono sottoposti al rischio della perdita del loro ruolo, rispetto non solo alla scuola e alla società, ma anche a se stessi.

 3) Il problema vero della scuola italiana, da sempre, è il deficit culturale e politico dei go­verni. Si parta dalla Ratio studiorum del 1599, il celeberrimo dettato della Compagnia di Gesù destinato a catturare i licei scic di tutto il mondo, e se ne consideri il calo irreversibile, già dall’ottocento, per l’irruzione di discipline modernissime e incompatibili con il latino, quali le scienze e le strutture sociali, e destinate ad estinguere, dai primi del 1900, la nobile lingua della Romanità. Con un’eccezione: i programmi di studio instaurati dal ministro Gabrio Casati nel regno del Piemonte – e da quello al Regno d’Italia, al momento dell’Unità Nazionale del 1860 – altro non erano che una versione contenuta della predetta Ratio studiorum. Che nel “regime fascista” fu esalta dal ministro Gentile per fare del latino una gloria nazionale. Quali furono gli obiettivi di politica scolastica dagli anni sessanta\settanta e a seguire? Assumere docenti, anche non proprio preparati per evitarne le proteste e insediare i sindacati nel go­verno della scuola a fianco dei vertici nazionali e provinciali dell’amministrazione, general­mente laureati in legge. Fu questa la strada giusta per portarci all’odierna Buona Scuola. Si ri­cordi anche, però, che nel 1972 alcuni paesi, delegati dall’ONU, completarono la ricerca su nuovi modelli scolastici, riassunti nel noto RAPPORTO FAURE, da allora adottato nei paesi dell’Europa centro-settentrionale con risultati sempre aggiornati e debitamente riconosciuti.

 4) Certamente si può essere d’accordo su tutto quel che state dicendo, anche se le afferma­zioni di qualcuno di voi escludono, almeno in parte, quelle di un altro. Nel senso che certamente quel che i vari governi ci hanno tolto o negato, quello che i sindacati non hanno ca­pito o pensato, quello che genitori e studenti ingiustamente ci infliggono, sono tutte ingiustizie da paese sottosviluppato. E però è da molto tempo che mi chiedo: ma noi insegnanti cosa stiamo facendo in difesa dei nostri diritti? Non siamo l’unica categoria dormiente?

 

Una convergenza molto significativa … una

 

Il professore Franco Garelli, docente di Sociologia dei processi culturali e di Sociologia delle religioni all’università di Torino, ha appena pubblicato un libro (EDUCAZIONE, febbraio 2017, Editrice IL MULINO) in cui dedica una pagina ad un articolo non recente di E. Galli della Loggia (Che errore ignorare la scuola. Così si rovina l’identità del Paese, in <<Corriere della Sera>>, 6 novembre 2015). A pagina 93 il professore dice: “Di recente Galli della Loggia si è chiesto perché da noi <<il disciplinamento sociale si mostri così debole>>, perché anche a livello scolastico si sia affermata quella cultura permissiva che nega la necessità di regole di convi­venza, violando le quali si va incontro a sanzioni. Ciò appare ancor più preoccupante se si consi­dera che la scuola sembra essere rimasta <<l’agenzia primaria se non unica del disciplinamento sociale degli italiani>>, vista la famiglia <<conciliante>> che ci ritroviamo, l’indebolirsi dell’influenza religiosa, la scomparsa del servizio di leva obbligatorio. La scuola svolge la fun­zione di regolazione sociale in due modi: anzitutto <<inserendo i giovani in un ordine dato e non contrattabile, fatto di orari, ruoli, obblighi di comportamento ed esigendone il rispetto>>; in se­condo luogo trasmettendo un patrimonio di conoscenze che costituisce <<un’identità culturale messa a disposizione dello studente>>, incrementando dunque il legame sociale. Perché, si chiede ancora lo studioso, pochi sono interessati al fatto che la scuola svolga questo ruolo sociale fon­damentale?”.

Molto importante, quel che dice il professore in sintonia con E. Galli della Loggia. Ma una o due voci non bastano perché si cambino idee e comportamenti, ne occorrono molte di più.

 

È tornato il medioevo? che sollievo, che sollievo!


“la Repubblica domenica 30 aprile 2017 Le idee dei tre sfidanti –

Matteo Renzi, Michele Emiliano, Andrea Orlando

 

“Scuola –Renzi ha fatto autocritica sulla scuola: ‘Errori ne sono stati fatti’. Però riven­dica i 3,5 miliardi di risorse stabili e maggiori fondi per l’edilizia scolastica. Propone un sistema di premi per i docenti e per il personale amministrativo di alcuni tipi di scuola, in attesa di introdurre una vera e propria carriera per i docenti”.

   

Tutto chiaro? Per completare il quadro in cui si collocano gli eventi e i progetti definiti nella nota del quotidiano romano, si può precisare che: la scuola italiana, nei 155 anni di attività governata in successione da poteri politici differenziati (monarchia, fascismo, repubblica), ri­mase nel contempo ben ferma nel rispettare il primato culturale della gesuitica Ratio studio­rum (1599), al contrario degli altri paesi europei – Grecia esclusa ma Chiesa cattolica compresa – che se ne erano svincolati attorno al 1960; per 55 anni, cioè fino a poco tempo fa, la burocrazia ministeriale e la burocrazia sindacale, entrambe estranee alle competenze specifiche dell’attività scolastica, sono state delegate, costantemente e da svariati governi all’organizzazione e al con­trollo del quadro scolastico italiano; dopo i tre anni di applicazione della cosiddetta BUONA SCUOLA, recentemente  riconosciuta fallimentare dal suo creatore (vedi sopra l’articolo di stampa); dopo che, come garantisce qui sopra “la Repubblica”, saranno arrivati miliardi, fondi, premi, carriere ... e poi silenzio tombale sulla scuola, sul suo funzionamento, sui programmi, sugli obiettivi, sugli alunni, sugli insegnanti … si incappa in un silenzio che dice moltissimo perché senza fine.

Altro da aggiungere? Due constatazioni da mettere bene chiaro nel conto. La prima. Da non dimenticare che nei paesi avanzati, europei e non solo, i fallimenti dei servizi scolastici sono in prima fila tra quelli che comportano l’esclusione dall’attività politica di coloro che li hanno provocati. La qualcosa è da considerare non solo in rapporto ai destini della scuola, ma anche, e prima ancora, al rispetto dei diritti e della democrazia. In altri termini: perché il fallimento della BUONA SCUOLA non ha comportato le doverose reazioni degli ambiti più autorevoli, come dimostra la nota de la Repubblica qui sopra riprodotta?  

La seconda constatazione. Riguarda la reazione del mondo dell’informazione, della cultura e della comunità sociale: vi si registra soltanto il tragico silenzio di una società disaccorta a tutto ciò che riguarda la scuola, anche quando è visibilmente vittima di un tragico sbando, e quindi al declassamento per assenza di prospettive di salvaguardia. Un libro informato e coraggioso in materia? Eccolo: “La scuola è finita … forse”, di Giovanni Cominelli, Ed. Angelo Guerini e Associati, Miano, 2009 … 2013). Anche chi non ne condivide l’afflato religioso e le speranze che ne conseguono (quorum ego), ne può apprezzare il coraggio, l’acume e la lungimiranza nella rappresentazione dei dati di fatto.

 

 Sintesi

Eurostat: solo 58% dei laureati italiani trova lavoro entro 3 anni, penultimi Ue

Il Sole 24 Ore 3 maggio 2017

Eurostat: il 58 per cento dei laureati trova lavoro entro tre anni, penultimi in Unione Europea

La Stampa 3 maggio 2017

Eurostat: amici e parenti, il canale preferito dagli italiani per trovare lavoro

La Repubblica 3 maggio 2017

 

 

 


 

 

scuola e società? Buio sociale

scuola e cittadini? 

BUIO SOCIALE

Giorgio Porrotto

13/03/2017

 

Lettera di ASCANIO DE SANCTIS (Independent Writing and Editing Professional) a Il Sole 24 Ore di Domenica 19 marzo 2012 

  

“Il Pil pro capite dell’Italia è inferiore a quello dell’Eurozona ma nonostante ciò la qualità della vita potrebbe essere migliore di quella di Paesi a più elevato reddito se ci fossero servizi pubblici e privati più efficaci per affrontare il disastro sociale, quale quello dei malati allettati in casa, maggiore efficacia del sistema scolastico nei confronti degli studenti che necessitano di maggior sostegno, se la burocrazia fosse di maggiore aiuto o almeno minore intralcio nella vita dei cittadini e delle imprese, se venissero progressivamente ridotte le disuguaglianze tra Nord e Sud del paese, se il sistema Italia fosse in grado, tramite una incisiva riduzione della evasione fiscale e della corruzione, di finanziare investimenti pubblici produttivi che riducano la disoccupazione oltre che contribuire alla riduzione del debito pubblico nel medio-lungo termine attraverso l’alta redditività di investimenti bene scelti e realizzati”.

 

Commento Mi si consenta, a fronte di questa raffica di temi e di problemi, di privilegiarne uno: la richiesta di maggiore efficacia del sistema scolastico nei confronti degli studenti che necessitano di maggior sostegno”. Le ragioni sono tre. La prima: una scelta analoga a quella del primo dei quattro autori presi in considerazione per questo numero, è quella del quarto autore, Enrico Letta, e siccome l’argomento privilegiato dei due ragguardevoli personaggi appena citati è da tempo sistematicamente emarginato, ritengo sia utile cogliere l’occasione per riportarlo in scena almeno in questa rivista. La seconda: l’esigenza sollevata da Ascanio De Sanctis e da Enrico Letta richiama alla memoria (almeno) degli ex- liceali viventi un grande, grandissimo personaggio della cultura e della politica d’una Italietta appena sorta, ma del tutto sorda rispetto ai suoi sacrosanti ammonimenti: Francesco Saverio De Sanctis (1817-1883) (a prescindere da ogni eventualità di omonimia). Che fu Garibaldino, scrittore, critico letterario, politico, Ministro della Pubblica Istruzione e filosofo del primo ventennio del Regno d’Italia, e il cui interesse per l’educazione popolare lo portò ad affermare: “Io desidero venga il giorno che il contadino, il quale oggi crede di nobilitarsi facendo prete il suo figlio, si senta orgoglioso invece di poter dire: Mio figlio sarà maestro”. La terza: come Ascanio De Sanctis ed Enrico Letta, la penso, umilmente, anch’io.

I principali argomenti di sostegno e di esemplificazione per quanto concerne la necessità, sopra accennata, di garantire “un costante e specifico sistema scolastico agli studenti che necessitano di maggiore sostegno”, vengono dal centro-nord dell’Europa, Francia e Finlandia, agli opposti margini ma entrambe esemplari. Val la pena di ricordare, in estrema sintesi, lo storico processo di studi e ricerca iniziato nel 1970, concluso nel 1972 e reso noto per il grande successo di attenzione internazionale col il titolo RAPPORTO FAURE (derivato dal nome del presidente francese della commissione, il notissimo Edgar Faure). Gli stati di provenienza degli altri commissari: Cile, Siria, Congo, URSS, IRAN, USA. Aggiungiamo un brevissimo accenno ad alcune delle novità introdotte dal RAPPORTO. L’obiettivo fondamentale della commissione fu individuato nella ricerca di un elemento di base su cui indirizzare le finalità essenziali dell’attività scolastica, così da proporne il primato su tutta le altre istanze. L’esito si fece aspettare molto al di là delle previsioni, fino a generare forti preoccupazioni. Ma poi ottenne di botto un urrà generale: si trattava dell’alunno! Da qui l’introduzione di tutta una serie di novità quanto agli obiettivi e alle modalità del pensare e dell’agire scolastico. A cominciare dal rapporto tra alunni e docenti, fortemente intensificato e modificato rispetto alle tradizioni di sempre, e quindi calibrato in rapporto sia alla opportunità della valorizzazione o dello stimolo, sia alle procedure aggiuntive e personalizzate per chi incontra serie difficoltà. Da tempo si riconoscono alla Finlandia notevoli successi in materia: se ne ebbe notizia per qualche tempo anche in Italia, ma senza reale interesse, come è dimostrato anche attualmente dal silenzio in proposito, anche se ne parlano con il dovuto tono di allarme l’esperto Ascanio De Sanctis e l’ex presidente del Consiglio dei Ministri Enrico Letta. Da aggiungere, circa gli esiti del Rapporto Faure, almeno due elementi: l’attribuzione al corpo docente di un autentico ruolo professionale debitamente rimunerato, e la sistematica disponibilità di incontri e aggiornamenti professionali con il sostegno di esperti professionali dotati di specifica competenza nelle simgole discipline. Si aggiunga che a livello Europeo, a partire dalla fine del 1900, altre commissioni guidate da Jacques Delors, hanno adeguato gli esiti del RAPPORT FAURE alle nuove caratteristiche del mondo produttivo, con alcuni inevitabili effetti sulle scelte educative.

Un confronto con il quadro del sistema scolastico italiano? Occorre rievocare la differenza, certa ma non poi troppo, tra il lungo periodo dalla nascita dell’Unità d’Italia (1861) e la svolta, che possiamo definire “renziana” (dal cognome del Presidente del Consiglio che l’ha ideata e promossa), sostanzialmente avviata dal 2015 e attualmente in assoluto vigore. La prima fase attraversò ben tre regimi (monarchico, monarchico-fascista, repubblicano) e si caratterizzò per una totale differenziazione rispetto alle scelte scolastiche europee: istituita ad immagine e somiglianza della prestigiosa scuola gesuitica, tale è poi rimasta fino alla sua abolizione, caratterizzandosi per il totale distacco dalle numerose e progressive svolte dei maggiori paesi europei. Attualmente la scuola italiana si caratterizza per un’ulteriore e del tutto imprevedibile differenziazione rispetto alle scelte dei più avanzati paesi europei: affida ai capi di istituto, formati come in altri paesi per l’esclusiva gestione organizzativa dell’istituto, il totale controllo dell’attività di insegnamento, a prescindere dalla loro estraneità culturale in tutte le discipline tranne quella della loro laurea. Da aggiungere, per completare il quadro della distanza dagli istituti scolastici europei, la disponibilità, per gli stessi capi di istituto, di procedere in proprio all’assunzione degli insegnanti e di elargire ad una parte degli assunti, a sua discrezione, paghette aggiuntive. Domanda inevitabile: e i sindacati? Impossibile capire quel che pensano della loro incredibile incompetenza rivelata nella circostanza. O siamo, dopo quello dei parlamentari tutti, al secondo tradimento della scuola?

 

 

Risposta di SALVATORRE CARRUBBA de Il Sole 24 Ore di Domenica

19 marzo 2012 a ASCANIO DE SANCTIS

 

“Detto così, chi non sarebbe d’accordo? Se però esaminassimo a fondo gli obiettivi indicati dal lettore, scopriremmo facilmente che contro di essi congiurano masse potenti di interessi organizzati alle quali va benissimo che le cose non cambino: e, quindi, avanti con la burocrazia intrusiva, le scuole paralizzate, il fisco vorace, la spesa pubblica intangibile. … Ma non è detto che la corrente non possa essere arginata … Perciò riprenderei la raccomandazione (del 1951) di Mario Ferrara di dare un “matto” ai liberali … “uno di quei bei matti che non sono mai stati al manicomio e non ci andranno, che sono simpatici a tutti, non fanno ridere né piangere, ma cominciano con il farsi ridere dietro … e, alla fine, si tirano dietro il grande esercito dei savii e ben pensanti … Tutti costoro hanno bisogno di un matto: lo aspettano e, magari senza saperlo, lo invocano da un pezzo”. … Oggi, avremmo bisogno tutti, non solo i liberali, di matti capaci di restituire dignità alla politica”.

A fronte dell’impietosa analisi del quadro politico-sociale tracciato da Ascanio De Sanctis, l’iniziale reazione del sopracitato cronista de Il Sole 24 Ore, e in quanto tale incaricato di rispondere alla posta dei lettori, deve aver dovuto ricorrere a tutte, proprio tutte, le sue ben note risorse di esperto osservatore e di documentato e cortese interlocutore. Per giunta sotto gli occhi di Confindustria, significativamente presente ai convegni promossi da TreeLLLe, la tetragona promotrice della “Buona Scuola (v. l’articolo precedente di questa rivista, parte iniziale). La storia del “matto” può aver sollevato le ciglia a più di un lettore, ma è servita al cronista per non tradire un bel po’ di verità, e quindi i lettori.

 

 

Articolo di ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA sul Corriere della Sera del 25 marzo 2017

 

Ma il loro modo di rispondere (e in generale di esprimersi) non mi sembra per nulla casuale. È il frutto di un elemento che ascoltandoli risulta subito evidente: e cioè della loro scarsa dimestichezza, in genere, con la dimensione del “discorso”. Voglio dire con la capacità di esporre spiegazioni verosimili, di articolare nessi plausibili, di modellare argomentazioni almeno in parte fondate, di usare una retorica che non sia quella elementarissima del “bianco e nero”. Una scarsa dimestichezza che evidentemente rimanda per un verso alla diffusa inesperienza politico-sociale della maggior parte degli esponenti dei 5 Stelle. Ben pochi dei quali hanno mai militato in un partito, sono stati iscritti a un sindacato o a una organizzazione qualunque, e dunque non hanno mai avuto a che fare con dibattiti e discussioni, con la necessità di replicare, mediare, giustificar propria di questo tipo di circostanze. Per l’appunto i parlamentari grillini sono i nuovi e inespertissimi arrivati nella sfera pubblica italiana. Per un verso. Ma c’è poi un’altra spiegazione, credo, per la loro scarsa dimestichezza con la dimensione del “discorso”. Con la giovane età che per lo più li contraddistingue essi appaiono, infatti, anche il frutto compiuto dello sfasciato sistema d’istruzione del loro (e ahimè nostro) Paese. Nel loro modo di parlare e di ragionare, nel loro lessico, è facile indovinare curriculum scolastici rabberciati, insegnanti troppo indulgenti, lauree triennali in scienze della comunicazione, studi svogliati, poche letture, promozioni strappate con i denti. S’indovina cioè un vuoto. Il multiforme vuoto italiano di questi anni, in cui tutto sembra sgretolarsi e finire.

 

Come i nostri lettori sanno, questa rivista propone loro con una certa frequenza le parti più scottanti degli acuti e risoluti giudizi che il noto polemista riserva – ovviamente nelle pagine a lui destinate dal Corriere della Sera – agli esponenti del potere, di qualunque provenienza si tratti. Questa volta l’incursione è riservata al Movimento Cinque Stelle, in considerazione della sua crescente vicinanza alla soglia del potere.

 

 

Da FEDERICO FUBINI, Corriere della Sera del 23 marzo 20 17: Intervista a LETTA (Enrico, ndr): CAPISCO PIER LUIGI (Bersani, (ndrparte conclusiva dell’articolo).

 

“Oggi bisogna uscire molto di più dal seminato”.

Può fare qualche esempio concreto?

“Certo: oggi lavoro in un’università all’estero e quando si pensa a questo, immediatamente viene in mente la bandiera dell’Erasmus. Da sempre è l’immagine positiva dell’Europa”.

Non lo è, a suo avviso?

“Vado controcorrente. Stiamo attenti: Erasmus è sicuramente un’esperienza felice, ma è anche il simbolo dell’elitismo dell’Europa. Questo è un concetto centrale nel dibattito europeo di oggi, perché l’Unione viene vista da larghe fasce di popolazione come un’istituzione fredda, che parla solo ai vincenti, ai cosmopoliti, a coloro che sono contenti della globalizzazione perché hanno studiato, viaggiano, conoscono altre lingue. Quelli che fanno l’Erasmus”.

Come propone di ridurre questa frattura

“Così Erasmus spetta a una piccola quota della popolazione, una parte di quelli che vanno all’università. Perché invece non portare progetti del genere nella scuola superiore, per raggiungere l’intera popolazione?”. 

 

Ottima, splendida proposta, fino ad oggi mai ascoltata, almeno a livello di stampa, per quel che so. Richiede inevitabilmente un notevole processo di elaborazione a livello internazionale, ma certamente l’ex presidente del consiglio, anche in virtù delle sue elevate competenze negli ambiti dei più svariati rapporti europei e non solo, è in grado di favorire lo sviluppo delle iniziative necessarie. Si tratterebbe di un primo grande passo di emancipazione per le nuove generazioni. Posso aggiungere? Si attende notizia.

 

 

 


 

 

 

analfabetismo funzionale

Antologia degli opposti...

Giorgio Porrotto  

12/02/2017

 

Dall’inizio del recente periodo natalizio e fino a tutto il mese di gennaio, è capitato di poter registrare sulla stampa a diffusione nazionale, e per iniziativa di voci diverse, un sorprendente accumulo di indignate manifestazioni di protesta contro il governo e i suoi sostenitori, in quanto ritenuti responsabili della demolizione della scuola di stato. Le firme: in netta prevalenza di esponenti molto noti del più svariato mondo culturale italiano. Obiettivo centrale della protesta: l’umiliante e cre­scente screditamento a cui viene assoggettata la scuola pubblica italiana, in quanto declassata dalle scelte del governo sin dall’inizio del suo ingresso in carica. Governo a sua volta incalzato da una animosa corrente di genitori (non certo i meno sprovveduti culturalmente) e, in termini sommessi ma non molto, dagli ambienti assai più autorevoli del mondo industriale. (Rinviamo ad altra occa­sione il tema delle responsabilità parallele accumulate in materia dai sindacati, tutte non inferiori a quelle dei partiti, di tutti i partiti, e dei governi, in oltre quarant’anni di sistematico e assoluto disimpegno).

Quella che abbiamo definito “indignata manifestazione” non ha ottenuto molta eco, ovviamente, ma merita attenzione. Soprattutto se si tiene conto del fatto che per l’intero periodo di applicazione della “Buona Scuola” (cioè un anno e mezzo), non si è avuta traccia di significative contestazioni, o anche soltanto di argomentati motivi di dissenso, relativamente alla perdita di dignità professionale inflitta alla funzione docente. Vale dunque la pena di dare spazio e ulteriore attenzione a chi, dal di fuori della scuola ma a salvaguardia di essa, manifesta sdegno in nome e a favore di una società avanzata. Tanto più che i firmatari delle proteste raccolte dai giornali non sono proprio quelli che più ti aspetti, cioè correlabili al mondo specifico dell’istruzione. Si tratta invece di personaggi qualificati dei più diversi orientamenti culturali, e largamente noti in quanto portatori di vicende, storie e segnali di varia e significativa umanità. La loro attenzione per il dramma scolastico non presenta quindi specifiche e articolate proposte di progetti contrari a quelli governativi, ma è chiara­mente indirizzata a sollecitazioni indirizzate in tal senso.

Da qui il proposito di raccogliere, nelle pagine di questa edizione della rivista, i passaggi più significa­tivi delle “indignate manifestazioni” di protesta in questione, per proporli all’attenzione di chi non li ha letti o è abituato a leggerne, come vuole l’abitudine di gran lunga più diffusa, soltanto uno ogni giorno. In aggiunta, il lettore troverà anche i dovuti richiami alle tesi opposte, e cioè quelle degli esponenti del governo o dei suoi sostenitori. A suggerire l’iniziativa ha contribuito l’eventualità, attualmente all’ordine del giorno di stampa e telegiornali, di una anticipazione delle elezioni governative: eventualità che, stando alle italiche tradizioni, anche le più remote, non è destinata a concentrare la pubblica attenzione, anche minimamente, sulla scuola (la quale, in altri paesi euro­pei, come ad esempio Inghilterra e Francia, ha più volte guadagnato il centro di imponenti campagne elettorali). Buona lettura.

 

Susanna Tamaro, celeberrima Scrittrice (Corriere della sera 9.1.2017) * Attilio Oliva, Presidente dell’associazione TreeLLLe, consulente di Confindustria (Correre della sera 21.1.2017)  

Tamaro: “le statistiche internazionali…ci hanno visto precipitare nella graduatoria OCSE di due punti in un solo anno, relegandoci al 34° posto su 70 Paesi … i dati nazionali ci confermano che il numero di persone capaci di leggere un testo e di capirne il significato sia calato di anno in anno in maniera esponenziale. … Introdurre i tablet, le mitiche lavagne interattive…è un po’ come mettere

del cerone su un volto devastato dalle rughe … Questa scuola … che da troppo tempo ha smesso di pretendere dai suoi studenti … è una scuola sempre più classista. Chi può, infatti, già da tempo manda i figli negli istituti privati, se non all’estero. … Fin da subito dunque migliori risorse economiche andrebbero destinate proprio alla classe docente, cominciando a restituire agli insegnanti, oltre alla dignità, l’autorità necessaria per educare veramente le giovani generazioni. Solo così la scuola tornerà ad essere una possibilità di crescita offerta a tutti, e non solo ai pochi privilegiati che si possono permettere la fuga dal demagogico lassismo dello Stato”.

Oliva: Per Treellle è invece prioritario che l’autorità si debba principalmente restituire alla «istituzione scuola» perché solo il prestigio restituito ad una istituzione protegge e rafforza coloro che la rappresentano. Ma soprattutto è un errore pensare di farlo, come suggerisce la Tamaro, «aumentando le miserevoli retribuzioni di tutti» gli oltre 800.000 insegnanti. L’autorità e la dignità dell’istituzione si rafforzano quando è evidente che essa per prima è in grado di distinguere fra chi fa bene e chi fa meno bene, cioè di valutare i suoi addetti. … La recente legge 107 ha opportunamente destinato una cifra di 200 milioni per riconoscere un bonus ai meritevoli, che può diventare economicamente sostanziale solo se circoscritto in ogni scuola ad una percentuale di non più del 20 % del corpo insegnante … Ma la ragione di sistema è ancora un’altra … Individuare il 20% degli insegnanti migliori e scegliere presidi di verificate attitudini sono condizioni essenziali per ridare prestigio e autonomia alla scuola”.

 

Giovanni Vinciguerra, Direttore Responsabile della rivista TUTTOSCUOLA (Edizione dell’Anno XLII, N. 567, Dicembre 2016) * Valeria Fedeli, Ministro al dicastero dell’Istruzione attualmente in carica * Mario Adinolfi, ex deputato PD, leader degli ultrà cattolici, fondatore del giornale “La Croce” (Corriere della sera 14.12.2016)

Vinciguerra: “Il Governo Renzi che cade, l’incarico a Gentiloni, la scelta del nuovo ministro dell’Istruzione, i nomi che si rincorrono, l’arrivo di Valeria Fedeli e la sorpresa finale: l’ex vicepresidente del senato non sarebbe in possesso del titolo di laurea dichiarato nel suo curriculum e forse non avrebbe conseguito neppure un diploma di maturità. … Non li avessimo vissuti in prima persona, tutti questi avvenimenti, nel giro nemmeno di una settimana … avremmo pensato – lasciatecelo dire – a un cinepanettone natalizio, di quelli tutte gag e battute per strappare un sorriso durante le feste. Qui siamo invece nel mondo reale e da sorridere non ci viene proprio. Anzi.”

Fedeli: “Ho lavorato una vita nel sindacato e posso fare la ministra anche senza laurea” (dal testo di Vinciguerra).

Adinolfi: “Una che spaccia per laurea in Scienze sociali un semplice diploma per assistenti sociali. La spacciatrice di menzogne sul gender è abituata a dire bugie. Il problema non è che non è laureata, ma che mente spudoratamente. Per un atto del genere in qualsiasi Paese del mondo dovrebbe dimettersi seduta stante o essere costretta a farlo”.

 

Curzio Maltese, noto Giornalista (La Repubblica, Il Venerdì, 20.1.2017) * Claudia Voltattorni (Corriere della sera 20.1.2017) * Angelo Panebianco, noto Editorialista (Corriere della sera, SETTE, 3.2.2017)

Maltese: “Non penso che la scuola italiana sia la peggiore d’Europa. Sono sicuro piuttosto che i governi italiani di questi due decenni abbiano distrutto la scuola pubblica e quindi il futuro dei nostri figli come non è accaduto in nessun altro Paese d’Europa. E questa non è un’opinione, ma un fatto documentato da decine di ricerche. Secondo i rapporti dell’Ocse l’Italia è ultima in Europa per istruzione terziaria dei giovani, solo il 25 per cento contro una media del 42. Siamo diventati il primo paese per numero di giovani che non studiano e non lavorano (NEET) con un tasso del 27,4 per cento, contro la media europea del 14. Abbiamo pochi laureati anche rispetto ai paesi più poveri del sud o dell’Est Europa, eppure i pochi non trovano lavoro (38 per cento di disoccupati) o sono sotto occupati. Nel decennio l’Italia è la nazione dell’Ocse che ha più disinvestito in istruzione e ricerca. Si dirà, c’è la crisi, mancano i soldi. Balle. Negli stati seri l’istruzione è il primo investimento anticongiunturale. E infatti dal 2008 le nazioni dell’Ocse hanno aumentato la spesa pubblica nell’università in media del 22 per cento, mentre nel nostro è scesa del 10. Si è tagliato nella scuola pubblica sette o otto volte più che nella sanità o nella burocrazia. La spesa media per studente è scesa a 10 mila euro, meno della metà che in USA o Gran Bretagna. Devo continuare? Tutto questo in un Paese…che soffre di uno dei più alti tassi di analfabetismo funzionale del mondo. La metà degli italiani non è in grado di comprendere un articolo semplice di quaranta righe“

Voltattorni: “Il decreto dedicato alla promozione della cultura umanistica e al sostegno della creatività è uno degli otto decreti attivati della riforma della Buona Scuola (legge 107 del 2015) appena approvati dal governo e ora portati al vaglio delle commissioni di Camera e Senato … Sorride Luigi Berlinguer: «Il made in Italy è solo una parte, questa delega invece intende far rientrare l’arte e la musica nell’apprendimento scolastico: non ci sono solo il vero e il logos». Ci tiene molto l’ex ministro dell’Istruzione che ha partecipato alla stesura del testo e al Miur presiede il Comitato nazionale per l’apprendimento pratico della musica a scuola: «Musica e arte significano emozione e creatività che sono un altro modo per apprendere». Mentre finora, spiega, dalle classi d’Italia, «sono state bandite perché considerate entertainment, solo intrattenimento». Già dal prossimo settembre invece, in molte scuole d’Italia arriveranno fin a 2.400 docenti di musica che non si limiteranno a «spiegare chi sono Beethoven e Chopin, insegneranno a suonarli»”.

Panebianco: “Una quindicina di giorni fa Mimmo Càndito su La Stampa ha dato conto di una ricerca che avrebbe dovuto lasciare allibita la classe dirigente (ammesso che qualcosa del genere esista ancora). Da quella ricerca risulta che quasi l’ottanta per cento degli italiani è composto da ‘analfabeti funzionali’ ossia, come scrive Càndito, persone che «si trovano in un’area che sta al di sotto del livello minimo di comprensione nella lettura o nell’ascolto di un testo di media difficoltà. Hanno perduto la funzione del comprendere, e spesso – quasi sempre – non se ne rendono nemmeno conto». … La maggioranza degli italiani – compresi molti laureati e diplomati – versa in quella condizione. … Ma siccome in questo Paese ci si annoia a parlare di processi educativi, pare che l ’argomento non meriti neppure qualche cenno distratto. Neppure i ministri competenti hanno mai ritenuto di dovere dedicarvi attenzione. Peggio: se se ne occupano lo fanno solo per aggravarlo. È di pochi giorni fa la decisione di rendere meno rigorosi i criteri di ammissione all’esame di maturità: basterà la media del sei, anche con insufficienze in qualche materia. Si tratta evidentemente di una decisione che, nel giro di pochi anni, non potrà che ampliare l’area già vastissima degli analfabeti funzionali. … La democrazia funziona così: col tempo le distanze sociali e culturali fra gli elettori e le classi politiche e amministrative tendono a ridursi. Tenuto conto dell’assordante silenzio sul disastro prodotto dal nostro sistema di istruzione, tenuto anche conto dell’improvvida decisione sulla maturità, il sospetto c’è: forse qualche analfabeta funzionale si è installato anche nei palazzi politici e amministrativi. Gente che magari ha cercato di leggere l’articolo di Càndito. Senza capirlo.

 

 … e dei similari

 

Sabino Cassese, già giudice della Corte Costituzionale (Il Foglio Quotidiano 17.1.2017) * ro.ci. (il manifesto 15.1.2017)

Cassese: “Assisto con stupore alla formazione di un nuovo diritto, quello di lavorare sotto casa. La riduzione dei supplenti con il loro assorbimento mediante concorsi…ha messo in luce lo squilibrio insegnanti-studenti: i primi provengono per quasi l’80 per cento dal sud, i secondi sono solo per quasi il 40 per cento al sud. Di qui nascerebbe l’esigenza di trasferirsi al nord per molti insegnanti. I quali, in molti, invece, trovano ogni scusa, buona o cattiva, per non pendere servizio. Conseguenza paradossale: per risolvere il problema dell’eccesso di supplenti, si deve ricorrere a ulteriori supplenti per coprire i posti lasciati da chi non vuole allontanarsi da casa” … “stiamo assistendo ad un rovesciamento dell’ordine normale delle cose. Le scuole sono lì per gli studenti, non per gli insegnanti … Qui…si vuole la scuola sotto casa perché fa comodo a chi insegna”. Ma trasferirsi costa. … La storia della scuola italiana è piena di trasferimenti di insegnanti, che accettavano di andare ad abitare lontano dal luogo di nascita. … Aggiungo che il trattamento economico degli insegnanti di oggi non è molto diverso da quello del passato: gli insegnanti sono sempre stato trattati male dal patrio governo”. … Ma lei ha parlato anche di un altro motivo di stupore. “Si, mi stupisce anche la velocità con la quale si sono voltate le spalle ai programmi e alle leggi del Governo Renzi, la fretta con la quale si sono rottamate le politiche del rottamatore. La ‘Buona scuola’ prevedeva altri metodi, come alcuni dirigenti scolastici hanno fatto rilevare in questi giorni. Si sono rapidamente abbandonati”. ro.ci.: (Il testo contiene una raccolta delle dichiarazioni governative sulla approvazione di 8 deleghe su 9, e le dichiarazioni riprodotte per intero qui di seguito). «È un colpo di mano – sostiene Francesca Picci, dell’unione degli studenti – Procede a tappe forzate il processo di smantellamento del sistema di istruzione pubblica italiano previsto dalla Buona Scuola senza la consultazione degli studenti». Per Giammarco Manfreda (Rete studenti medi) è «intollerabile veder portare avanti un percorso senza il parere di chi vive la scuola». Le associazioni e i gruppi in lotta contro la riforma Renzi-Giannini sono insoddisfatte e pensano di mobilitarsi. Per i «Partigiani della scuola pubblica», che parlano di una «mobilitazione», «il suo perfezionamento va nella direzione opposta rispetto ai bisogni reali dei cittadini e dei lavoratori della scuola».  

 


 

 

scuola - azienda

è SCUOLA?

 

Giorgio Porrotto

 12/02/2017 

 

SEGNALAZIONE n. 1 – Da l’Editoriale di TUTTOSCUOLA

NOVEMBRE 2016 – NUMERO 566 – ANNO XLII (Pagine 1-13)

«Diciamolo francamente: non è stato un bell’inizio di anno scolastico. Tutt’altro… Certo un inizio da brivido. Come l’oscuro presagio di un anno scolastico da prendere con le molle. E forse è pro­prio così. Nel momento in cui la scuola aveva più bisogno di impegno, di risultati positivi, di progetti da mandare rapidamente in porto, è come se fosse mancato qualcosa, come se la rispo­sta – istituzionale e personale – fosse venuta a mancare. Che strana la scuola italiana. Capace di sacrifici, capace di grande dedizione, capace di resistere a qualunque burrasca, e poi finita invi­schiata nel mare magnum di un modello organizzativo e burocratico ancora quasi ottocen­te­sco. Peccato. Poteva essere il primo segnale di una inversione di tendenza, l’avvio di una sta­gione veramente di cambiamento, di quello vero, di quello che fa fare un salto di qualità a tutta la scuola, tra scuola digitale, alternanza scuola-lavoro per tutti e rilancio della forma­zione per il per­sonale. Invece nella pratica quotidiana ancora non decolla, è rimasto molto sulla carta, si ar­ranca senza vedere ancora la meta … per stare al mondo con dignità – bisogna avere una iden­tità precisa. Chi non ce l’ha, preferisce trincerarsi dentro un guscio, costruire muri, alimen­tare paure e tensioni. La scuola che preferiamo noi è invece quella aperta, capace di confron­tarsi a testa alta con la società, forte della propria storia e della propria sapienza. La scuola che sa deci­dere, sa insegnare, valutare il merito e premiarlo…».

Questa la presa d’atto, in prima pagina, del Direttore Responsabile Giovanni Vinciguerra. Risulta perentoria fino all’emozione quando rievoca la sorpresa del default (“Certo un inizio da brivido”), ma diventa generica e vagolante nel definire i dati di realtà: ignora il rischio di una estrema vicinanza ad un DE PROFUNDIS della scuola italiana. In aggiunta, se si tiene d’occhio la vicinanza della data della rivista (NOVEMBRE 2016) a quella del REFERENDUM DEL 4 DICEM­BRE 2016, si nota che, a ridosso del citato editoriale sull’infelice apertura dell’anno scolastico, piovono paginoni di articoli dedicati alla battaglia elettorale. E non solo: frammentati ad essi risaltano, per ampiezza di spazi e a partire dall’intera prima pagina, quattro sfolgoranti fotografie del Presidente del Consiglio, destinato però dai voti ad auto-deporsi nell’immediato. Domanda: Ma il problema dei problemi non era il mancato avvio di una stagione …?

(vedi sopra).

 

SEGNALAZIONE n. 2 – Da l’Editoriale di TUTTOSCUOLA

NOVEMBRE 2016 – NUMERO 566 – ANNO XLII (Pagina 19)

IL PARERE di Andrea Gavosto Direttore della Fondazione Giovanni Agnelli

«Migliaia di cattedre ancora scoperte in tutta Italia … Migliaia di supplenti a cui fare nuovamente ricorso, come in passato … Docenti che arrivano in una scuola e pochi giorni dopo se ne ripartono … per una assegnazione provvisoria, che … eviti … una sede … lontano da casa … Ma anche la delusione … di coloro ... che – avendo passato le prove – non sono andati in cattedra … perché i risultati sono arrivati a tempo scaduto. È stata una vera e propria “tempesta perfetta” quella che si è scatenata a settembre … sulle nostre scuole, di ogni ordine e grado, a causa di … turbolenze … tutte intense e dannose. Le prime avvisaglie … l’anno scorso … l’assunzione di circa 90 mila milia precari storici … non era stato possibile assegnare migliaia di cattedre, soprattutto nelle regioni del nord e in alcune materie: su tutte … matematica e scienze alle medie … per profilo professionale e per residenza … Come Fondazione Agnelli avevamo segnalato il pericolo all’inizio del 2015, sei mesi prima dell’approvazione della legge … Non ci si può stupire che il bando per altri 63mila posti in ruolo … in molte classi di concorso non sia giunto a conclusione in tempo utile …  La sorpresa è semmai nell’elevato numero di bocciati, più della metà dei candidati, con la conseguenza che alla fine del triennio … mancherà probabilmente un terzo dei vincitori …» Il governo…potrebbe forse ricavare qualche lezione dagli errori commessi negli ultimi trent’anni in questo campo. La Buona Scuola, che per ora non si è vista, trova lì una sua premessa fondamentale. Un solenne esempio di supporto critico al governo in materia di politica scolastica. Si deve alla Fondazione Agnelli anche la ricerca, unica e scientificamente qualificata, sulla non attendibilità delle competenze attribuite ai capi di istituto dalla legge 13 luglio 2015, n. 107.

(Nella rubrica “Occhio alla Penna” è reperibile l’articolo dedicato da questa rivista al volume edito dalla Fondazione nella circostanza qui sopra segnalata).

  

 

SEGNALAZIONE n. 3 – Dalla conferenza Cerini al SEMINARIO OPPI

DI MILANO – SETTEMBRE 2016

Giancarlo Cerini, Dirigente - Ufficio Scolastico Regionale dell’Emilia Romagna.

Ha evidenziato i punti nevralgici della “Buona Scuola”, e ne raccogliamo in sintesi i passaggi di massimo interesse. «“Non si vede un modello organizzativo con funzioni sufficientemente chiare. E che, in primis, prima ancora che nell’applicazione della realtà scolastica, renda compatibile la preannunciata apertura alla logica dell’Autonomia, con il rafforzamento delle prerogative del Dirigente Scolastico. Di più: affiorano alcune funzioni, ma non se ne profilano chiari profili, o risultano superate, o deboli rispetto alle nuove esigenze. E ancora di più: occorre una coopera­zione autoregolata per costruire una comunità professionale autonoma, occorre una identità condivisa e non pratiche professionali in solitudine; e invece, la 107 prevede solo formalità, non vi si propone una responsabilità ad un tempo personale e di gruppo, l’arte dell’ascolto e della comunicazione. Integrale: La valorizzazione della professionalità non si può affidare al bo­nus a discrezione del Dirigente Scolastico !!!»”.

Riproduzione integrale della parte finale dell’intervento di Cerini a Milano: «A proposito delle RETI DI SCUOLE la normativa assegna i fondi a disposizione per l’innovazione nella misura di circa 3000 per ogni scuola, ma essi non arrivano alle singole scuole ma alle RETI, che hanno come interlocutori gli enti di territorio, Comuni, Associazioni, Fondazioni bancarie … PROBLEMA: Le reti fanno politica di formazione sul territorio, ma chi è il capofila della rete?». La risposta, implicita, è di massimo risalto: riguarda soprattutto le aspirazioni di genitori appartenenti a determinate categorie sociali (e interessati alla scelta dei programmi e degli insegnanti), in convergenza con gli orientamenti della “Buona Scuola” governativa e con i progetti scolastici del M.5.S.

(nella rubrica “Occhio alla Penna” è reperibile l’articolo SCUOLA a CINQUE STELLE?). 

 

SEGNALAZIONE n. 4 – Da LA BUONA SCUOLA di Italo Fiorin Editrice la scuola, Brescia - Ristampe: 2 3 4 5 6 2013.2012.2011. 2010.2009 – Pagine: 183 – 191

FUNZIONARI DELLO STATO O LEADER EDUCATIVI? – Quali sono i tratti caratterizzanti il diri­gente scolastico nella scuola dell’autonomia? Il rischio che più si avverte è quello di una sua definizione in termini di professionalità elevata, ma connotata in termini prevalentemente manageriali ed efficientistici, di derivazione aziendale. La tentazione di considerare la scuola in modo analogo all’azienda o all’impresa è molto forte…il dirigente scolastico più che manager ci sembra debba caratterizzarsi per l’autorevolezza della sua leadership…La funzione di leader comprende quella di manager…; mentre il manager enfatizza la funzione di verifica e di controllo, il leader enfatizza le funzioni di motivazione, di valorizzazione delle risorse umane. Oggi il rischio di un distacco è molto forte a tal punto da far diventare il dirigente scolastico più una controparte di insegnanti e genitori che una risorsa. La leadership del dirigente scolastico si manifesta nello svolgimento di una triplice funzione. La prima è una funzione pedagogica … Il ruolo della scuola si è fatto molto meno esecutivo e molto più progettuale. La seconda è una funzione didattica. Il dirigente scolastico deve assumere nei confronti della didattica una responsabilità di secondo livello, non centrata sull’insegnamento diretto ma sul sostegno alla qualità dell’insegnamento, promuovendo tutte le condizioni che consentano di raggiungere questo importante scopo. La terza è la funzione partecipativa. Oggi si assiste a una forte pressione di tipo tecnocratico che punta ad affidare la gestione della scuola alla sola componente professionale (dirigente e docenti). L’idea guida è quella della scuola azienda, che tanto più sarà funzionale alla domanda dell’utenza quanto più questa se ne starà lontana…

Tutte le tre funzioni sopra richiamate sono a rischio. La funzione pedagogica è minacciata dall’affermarsi di una cultura molto diffidente nei confronti del compito educativo. Il lessico sem­pre più utilizzato in campo pedagogico fornisce l’eloquente spia di una mutazione in corso d’opera, che vede la progressiva attenuazione dell’identità pedagogica dell’organizzazione scola­stica e l’affermazione di una nuova identità, di tipo aziendalistico. L’espressione più eloquente che la divulgazione giornalistica ha coniato riguarda proprio il dirigente scolastico, definito “preside manager”. Quanto più la scuola viene interpretata come “impresa”, tanto più si allontana dalle sue radici comunitarie per trasformarsi in ambiente specializzato di produzione, dove il prodotto è costituito dalle competenze, o performances, che sono qualificabili, misurabili, sottoponibili a processi di standardizzazione. La riproposizione del “sette in condotta” viene salutata come la giusta medicina per combattere i danni del permissivismo pedagogico si sentono richieste volte ad assicurare percorsi “di eccellenza” (scuole con bollini qualità) e garantire gli alunni “più dotati” va affievolendosi la cultura dell’accoglienza verso gli alunni con bisogni educativi speciali. Il culto dell’efficienza e dell’efficacia chiede alla scuola un salto di qualità. Il dirigente scolastico verrà giudicato in base a questo, più che per il buon clima relazionale che si respira nelle aule, per le strategie dell’integrazione, per i programmi innovativi.

La prospettiva di una dirigenza educativa orientata a far crescere la qualità della didattica attra­verso lo sviluppo di solide competenze generali nel campo della didattica e di valide strategie di empowerment oggi non sembra la più incoraggiata dal Ministero, che preferisce investire su manager intermedi, efficienti quanto esecutivi, e che per introdurre innovazioni prende a modello la cultura dell’impresa, piuttosto che sviluppare le potenzialità interne alla cultura della pe­dagogia. Tale strada porta a trascurare l’ambito della didattica e più in generale, delle scienze dell’educazione, trasformando la scuola da comunità ad azienda.

 

SEGNALAZIONE n. 5 – Dall’annuale RILEVAZIONE OCSE – PISA

CONVERGENZE E DIVERGENZE NELLE CONCLUSSIONI DELLA STAMPA 

Ampio, da riassumere, il rapporto del Corriere della Sera (Gianna Fregonara e Orsola Riva, 7 dicembre 2016). Non fanno sorridere i quindicenni italiani, vittime, a lor dire, di 50 ore tra com­piti e lezioni, visto che sono il fanalino d’Europa in lettura e scienze, e appena più su in matema­tica (in un mondo i cui i coetanei di Singapore risultano quasi pronti alla maturità). Nessun primato ai nostri eroi? Uno: nel marinare la scuola. Ed è micidiale, dati alla mano: alti i tassi di bocciati (1 su 10) e di abbandoni (15 per cento). Breve, riproducibile, il testo di Repubblica (Piergiorgio Oddifreddi, 11 dicembre). «…gli studenti italiani stanno nell’aurea mediocrità per quanto riguarda la matematica, ma risultano asini sia nelle lettere che nelle scienze, a conferma dello stato anacronistico della nostra scuola. Ma anche di una tutta italiana scarsa voglia di studiare …»”.

E poi i consigli. Corriere (in chiusura): «…secondo l’OCSE c’è una sola cosa da fare: puntare sugli insegnanti, come hanno fatto Singapore e la Finlandia. Da un lato esigendo una formazione di altissima qualità, dall’altro restituendo loro il necessario prestigio sociale”. La Repubblica (nel titolo): RAGAZZI DOVETE STUDIARE MOLTO DI PIÙ». Emergono così due indicazioni profondamente diverse, contrastanti come non mai in passato. Per definire la distanza e la portata dei due suggerimenti possiamo ricorrere alle distinzioni definite da Italo Fiorin nella parte finale del testo a lui riservato.

Il consiglio raccolto dal Corriere della Sera è in linea con “La prospettiva di una dirigenza educativa orientata a far crescere la qualità della didattica attraverso lo sviluppo di solide competenze generali nel campo della didattica e di valide strategie di empowerment … ma non sembra la più incoraggiata dal Ministero.

Il consiglio espresso da La Repubblica può invece corrispondere all’obiettivo ministeriale, che consiste nell’investire su manager intermedi, efficienti quanto esecutivi … e nell’ introdurre innovazioni prendendo a modello la cultura dell’impresa, piuttosto che sviluppare le potenzialità interne alla cultura della pedagogia. Tale strada porta a trascurare l’ambito della didattica e più in generale, delle scienze dell’educazione, trasformando la scuola da comunità ad azienda.

La differenza tra le due sollecitazioni riassume il senso di tutto l’articolo. 

 

 


 

 

servono gli insegnanti per i 5 stelle?

SCUOLA a CINQUE STELLE?

 Giorgio Porrotto

15/09/2016

 

Qual è l’attuale rapporto tra i partiti di opposizione e la scuola? Limitiamoci al Movimento Cinque Stelle (in seguito M.C.S.), il più quotato elettoralmente fra di loro e per giunta il più aggressivo. Ma anche quello di cui – a proposito dei pro­blemi educativi sempre più gravi, perché sempre irrimediabilmente ignorati – poco o nulla è stato possibile sapere in materia fino alla primavera scorsa. Al momento si è in grado di segnalare, per quanto riguarda il suo atteggiamento nei confronti dei problemi della cultura e dell’istruzione, due temi: diamo la prece­denza al più recente, che è stato introdotto all’inizio di questo mese d’ottobre dalla stampa, e la cui comparsa è pertanto di brevissima durata, e quindi da co­gliere necessariamente nell’immediato. Più ponderoso e sicuramente non accantonabile, in quanto autorevolmente ancorato in un DISEGNO DI LEGGE, l’altro tema in causa, che richiederà spazi più ampli e molto complessi.  

Eccoci ai passaggi essenziali del primo, che è recentissimo: si colloca nel cor­rente mese di ottobre del 2016, e consiste nella severa e irridente polemica che la stampa italiana a diffusione nazionale riserva ai parlamentari Pentastellati. Mo­tivo, la sciatteria con cui si esprimono anche nelle loro dichiarazioni ufficiali. Pochi esempi ... Il CORRIERE DELLA SERA (con riferimento a Chiara Appendino, sindaca di Torino): “Una così quanto può durare con la politica del “vaffa”, con il movimentismo del non statuto, con l’occhiuta vigilanza della Casaleggio Asso­ciati?, Aldo Grasso. “Dal blog anche una forte replica a Fabrizio Rondolino. Il giornalista aveva twittato : Lo si sospettava da tempo, ma dopo la pubblicazione del video postumo è una certezza: Casaleggio era un cretino”, Emanuele Buzzi. IL FOGLIO QUOTIDIANO: “… il movimento 5 stelle ha festeggiato i sette anni dalla sua nascita e … dopo aver esordito sul palcoscenico della politica con un messaggio profondo e carico di raffinate sfumature (andate tutti a fanculo)…”, Claudio Cerasa (Direttore). Il settimanale SETTE: “… prima che Matteo Renzi  prendesse per i fondelli il Movimento Cinque Stelle sull’uso dei verbi (“I grillini dovevano cambiare l’Italia e invece a forza di sbagliare i congiuntivi stanno cambiando l’italiano”) Come sta, il congiuntivo? A leggere i resoconti sui recenti scivoloni di qualche parlamentare, non troppo bene … Gli strafalcioni grillini però, bisogna ammetterlo, vanno un po’ oltre. In testa quello di Luigi Di Maio: “Come se io pre­sentassi venti esposti contro Renzi, lo iscrivessero al registro degli indagati, poi verrei in questa piazza e urlerei ‘Renzi è indagato’ ”. Gian Antonio Stella.  

C’è da chiedersi, in merito ai denunciati strafalcioni, se davvero si tratti di una sfortunata e magari non facilmente ripetibile vicenda. Oppure se sia in crescita, malauguratamente, una forma di deliberata indifferenza nei confronti della lin­gua italiana, sempre più minoritaria oltre che troppo spesso emarginata. Ipotesi di cui qualcuno parla: via libera all’inglese, arrembante lingua internazionale, e declassamento dell’Italiano a lingua popolare (sostitutiva dei dialetti, ormai semi-defunti). Domanda: esiste qualsivoglia rapporto di vicinanza tra queste prospettive e gli strafalcioni linguistici di coloro che, in quanto parlamentari, hanno l’obbligo del massimo rispetto nei confronti della lingua italiana? La quale, non dimentichiamolo, è il nostro contenitore di salvaguardia, il punto quotidiano di riferimento della nostra cultura, e il principale strumento per lo sviluppo e l’arricchimento culturale e civile delle nuove generazioni. Certo, l’evoluzione incalza, ma per arricchire il linguaggio, non per il gusto di mortifi­carlo. C’è poi anche un’altra ipotesi sulla questione, più modesta della prece­dente e riconducibile a una semplicissima constatazione: gran parte del molto consistente elettorato del M.C.S. necessita di interlocuzioni non soltanto molto semplici ma anche, e soprattutto, brevissime, assertive, preferibilmente liquidatorie, e ad immediato effetto. Trattasi di una tipologia di dialogo fino a ieri imprevedibile, ma oggi felicemente consentita da un fascinoso matrimonio: quello tra la domanda corta e il perentorio, unificante, onniveggente e onnipre­sente Signor Web. Da qui l’ipotesi che senza la semplificazione verbale del pen­siero politico, e senza la divinizzazione esclusiva delle proposte web, il M.C.S. non avrebbe certamente conquistato nemmeno la metà del suo attuale schiera­mento parlamentare.

Ed eccoci al secondo e più complesso dei due casi di “irrinunciabile riflessione” che ci vengono offerti dal Movimento Cinque Stelle.  In data 5 maggio 2016 è stata depositata alla CAMERA DEI DEPUTATI la “Proposta di Legge” n. 3820, così finalizzata: “Istituzione dei nuclei per la didattica avanzata e introduzione di progetti di scuola aperta e di scuola diffusa negli istituti scolastici di ogni ordine e grado”. Firmatari del testo, nell’ordine: Luigi Gallo, Marzana Maria, Vacca Gianluca, Brescia Giuseppe, Simone Valente, D’Uva Francesco, Chiara Di Benedetto, Silvia Chimienti (tutti insegnanti con esperienza di servizio).

La “Proposta” comprende due testi, come di rito: quello iniziale offre una visione sintetica del disegno di legge, sottolineandone finalità e prospettive di realizza­zione; quello ufficiale, vincolato alle formule del linguaggio giuridico, dettaglia le proposte esecutive. Nel citare le quali faremo capo al primo dei due testi, più agile nell’orientare. Il documento prevede in avvio “progetti di scuola aperta e di scuola diffusa”, assegnando al primo la facoltà di aprire, a lezione finita, spazi scolastici per la “aggregazione sociale” di allievi, famiglie e gruppi  locali, e garantendo al secondo forme di apprendimento realizzabili in città e dintorni (educazione alla cittadinanza). Utile novità? Utile sì, novità no: semmai recupero di pratiche già attivate in Europa nel secondo Novecento. Ricordo di allora: alunni della Media francese che chiedevano ai passanti giudizi sul rispetto della cosa pubblica, gli eventi del giorno, l’accoglienza dei visitatori stranieri ecc. … Oggi come oggi, con l’evoluzione dei comportamenti e la crisi scolastica no­strana, il progetto di cui sopra è ancora utile, nei termini prescritti, ma se cali­brato con la modernità di oggi e non di ieri.

Tutto quel che segue è sorprendente, e non certo per quel balzo verso la moder­nità che l’Italia continua a negare alla sua scuola, ormai unica – con la parziale vicinanza della Grecia – a garantire il primato della cultura classica su quel che resta della sua capacità di presa in un mondo incalzato da ben altre prospettive. Così viene introdotto il nuovo tipo di applicazione dell’autonomia: “Proprio allo scopo di sostenere l’autonomia delle istituzioni scolastiche e i processi di innovazione didattica e di ricerca educativa … l’articolo 2 della presente proposta di legge istituisce … una rete educativa nazionale … presso ogni regione, articolazioni territoriali denominate nuclei per la didattica avanzata (DNA)”. … “I nuclei hanno lo scopo di esercitare autonomia di ricerca, sperimentazione e svi­luppo tenendo conto delle esigenze del contesto culturale, sociale ed economico delle realtà locali”. A questo punto il lettore è portato a chiedersi perché mai, per consentire alle scolaresche pratiche di scuola aperta o diffusa dovrebbero essere istituiti regione per regione costosi Nuclei per la Didattica Avanzata? Normativa imperniata sull’autonomia? Autonomia di chi? delle scuole o dei DNA, che scuole non sono? Perché le scuole, nel predisporre i progetti di “scuola aperta” e di “scuola diffusa”, dovrebbero aver bisogno dell’avallo dei DNA pur avendo ottenuto in Costituzione pieno regime di autonomia? Se detta autonomia non è sufficiente per aprire le porte della scuola a genitori e cittadini, o per visite degli studenti alla loro città, oltretutto in tempi debitamente limitati, perché la si ri­tiene degna del titolo attribuitole? E soprattutto: da dove discende l’obbligo di formare i DNA? E in base a quali competenze? Ma eccoci alla domanda delle do­mande, la più logica e la più adeguata per scoperchiare sottintesi e buie implica­zioni: perché il progetto esclude gli insegnanti?

Recentemente ho letto di una constatazione molto amara e così riproducibile: “in passato i genitori strapazzavano i figli vagabondi e/o maleducati in presenza dell’insegnante, oggi strapazzano gli insegnanti davanti ai figli più che mai vaga­bondi e maleducati”. Forse c’è attinenza tra quella constatazione e questa parte del precitato testo del M.C.S.: “In particolare, la scuola aperta, di cui all’articolo 4 della proposta di legge, ha il fine di aprire l’enorme mole di spazi scolastici agli studenti e alle loro famiglie così da consentire loro di frequentarli oltre i tempi canonici della didattica … “E a seguire: “apre al tessuto cittadino … diventando uno snodo cruciale di aggregazione sociale … ridona centralità  alla figura dei genitori, che possono unirsi e confrontarsi in network aperti, e delle associazioni … che sperimentano nuove forme di relazione improntate … allo sviluppo di nuovi strumenti educativi …”. L’idea di una progressiva sostituzione del ruolo dei do­centi con quello dei genitori nel quadro dell’attività scolastica è arrivata final­mente allo scoperto. Ma il progetto genitoriale va ancora più avanti: il ruolo educativo e didattico dei genitori implica ben più consistenti e articolati coinvolgimenti dei medesimi: “Le attività integrative extrascolastiche, proposte da un minimo di 10  studenti e di 1O genitori, sono sottoposte a consultazione di­retta e votate, a scrutinio segreto, dalle assemblee dei genitori e degli studenti, riunite in seduta comune, entro il 30 giugno di ciascun anno scolastico”. Posso an­che sbagliarmi, ma è la prima volta – e sì che di anni ne ho parecchi, e tutti pas­sati nella scuola – che sento parlare di segretezza del voto in ambito nelle aule scolastiche.

Ed eccoci al culmine del peggio: “Per favorire una partecipazione capillare ai progetti scolastici, sia curricolari che extra-curricolari, nelle aree geografiche dove il tasso di disagio è più alto, è necessario un adeguamento del quadro normativo attuale che riporti progettualità e programmazione destinate ai giovani nelle mani delle famiglie e della varietà dei soggetti presenti in ciascun territorio”. Ma scuola e sanità, le più grandi conquiste civili del ’9OO, sono universalmente ser­vizi alla persona, e non alla famiglia!. In chiusura: “Lo Stato, e per quanto di pro­pria competenza, le Regioni e gli enti locali, in base al decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112, devono tenere conto delle esigenze specifiche di ciascun territorio procedendo a un riassetto della distribuzione delle risorse finanziarie destinate all’iniziativa autonoma degli istituti scolastici in modo da non dipendere esclusivamente dall’eterogeneità delle liberalità delle famiglie dei propri allievi”. E per l’italica coerenza famigliare-familistica, tutto finisce in soldoni ...

 

A fronte di queste plurisecolari certezze, contrappongo una vicenda dei primi anni novanta, svoltasi in una sterminata assemblea di cattolici e indetta da un deputato familista. Il quale, dimostrata l’esigenza di una genitorialità assoluta, tale da emarginare dichiaratamente anche il Papa, ottenne un applauso fuor di misura. Ma al primo attimo di silenzio si levò una mano dal centro della sala e poi una voce, molto chiara per tutti … “E se il padre è un mafioso?” Seguì un lungo sconforto, perché a denunciare il pericolo era il Padre Gesuita Mario Reguzzoni, già Direttore di Aggiornamenti Sociali, la rivista dell’Ordine, e anche noto esperto internazionale dei sistemi scolastici e fondatore dell’O.P.P.I., l’Organizzazione per la Preparazione Professionale dei Docenti, unica nel genere in Italia, con sede a Milano e tutt’ora vigile e rilevante). Ma oggi, pur in situazione analoga, la notizia non angoscerebbe nessuno. Nel frattempo, infatti, l’Italia è salita al secondo posto nella graduatoria della corruzione dei paesi europei (a precederla è la Bulgaria), e il numero di processi di mafia è in costante aumento, al punto che la Ndrangheta ha rappresentanze in tutta Italia con preferenza a Milano. L’autorevole osservatore del Corriere della sera Ernesto Galli della Loggia denuncia (con un angosciato “non nascondiamocelo”) la fonte principale della corruzione nelle famiglie del ceto medio, con le immaginabili conseguenze nelle scuole.

 

(v. in OCCHIO alla PENNA l’articolo “La corruzione e ... la scuola (?) ).

 

 


 

 

SCUOLA TRADITA. DA CHI?

SCUOLA TRADITA. DA CHI?

 

di Giorgio Porrotto

23/08/2016


In un paio di articoli pressoché a ruota (23.7 e 5.8 c.a.), Angelo Panebianco, l’editorialista di lunghis­simo corso del “Corriere della sera”, è tornato a occuparsi di scuola con due interventi, entrambi su “Sette” (la ricca rivista di varia umanità che accompagna in edicola il quotidiano milanese ogni ve­nerdì). Due interventi sullo stesso tema ed entrambi ad alto tasso di vis polemica, a partire dai titoli: il primo, “I guai della scuola? Colpa della Dc”; il secondo (in risposta ad un lettore perplesso sul titolo precedente), “Confermo, i mali della scuola vengono dalla Dc”.

Trattasi – per entrambi gli articoli, anche se condivisibili da alcuni soltanto in parte, quorum ego – di una totale contrapposizione all’esistente scolastico: un duro “no” sia al gaudio governativo per la cosiddetta “Buona Scuola” imposta da oltre un anno, sia a quel sordido e avvilente silenzio-assenso calato su di essa come per mistica ordinanza. La risoluta offensiva di Panebianco vale, per tutti, un invito a valutare in profondità ciò che per decenni è stato ignobilmente evitato: analizzare a fondo, e a dispetto di qualsivoglia renitenza, le origini e le responsabilità del progressivo e ormai sistema­tico dissesto della scuola italiana, da troppo tempo inconfrontabile con quelle dei paesi culturalmente e socialmente avanzati.

Un tratto del primo articolo:“… l’ultima infornata di precari decisa dal governo Renzi è stata attuata nel rispetto della tradizione, quella secondo cui il “merito”, la preparazione, sono l’ultimo dei pro­blemi che possono interessare ai reclutatori di personale docenteAll’origine di questa (triste) vi­cenda c’è la Dc … prese una istituzione dignitosa, la scuola pubblica … ne fece oggetto di una politica dissennata, la trasformò in una macchina per la produzione di posti ove collocare giovani diplomati e laureati a prescidere da qualsiasi verifica… Con la Dc, la scuola pubblica cambiò … la sua ‘missione’: non più un servizio votato all’utenza (scolari e studenti) ma un servizio orientato alla occupazione di insegnanti … Ne nacque un’alleanza di ferro fra democristiani e sindacati … È vero: nella scuola ci sono stati e ci sono anche molti insegnanti bravi ma … a dispetto … delle politiche governative. Tramontata l’era … Dc, non è mai cambiato l’orientamento … non solo per colpa dei ‘politici’: per colpa … del disinteresse del paese per i problemi della scuola. Non si è mai visto alcun … movimento di genitori che reclamasse una scuola di qualità … i pochi che se ne occupano sono … i figli e i nipoti della tradizione sindacal-democristiana … servono per neutralizzare la stravagante idea di reclutare gli insegnanti in base al merito”. Dal secondo articolo: “… è … doveroso ricordare … il contesto. Ad esempio, quanto abbia sempre pesato sulla evoluzione … pubblica e sulle politiche connesse, lo stato dell’Italia meridionale. O quanto … a partire dagli anni Settanta, il sistema educativo sia stato influenzato dalle trasformazioni culturali e sociali seguite al 1968” (in parte guidate da terrorismo e brigate rosse, e dal clima di guerre mondiali a partire da quelle innestate nel Vietnam). Fece (la Dc) la scelta peggiore: la pura e semplice liberalizzazione degli accessi, una misura che … forse contribuì a stemperare tensioni ma di sicuro non favorì l’efficienza dell’istituzione universitaria. … Per quanto riguarda la scuola primaria e secondaria … le scelte scolastiche vennero appaltate a un club consociativo, a una specie di “triangolo della morte” i cui lati erano composti dalla sinistra democri­stiana, dal PCI e dai sindacati, ciascuno interessato a prendersi la sua fetta di consensi mediante la creazione di posti di lavoro”. Attenzione: ho evidenziato in grassetto l’ultimo periodo per segnalare come Panebianco, nell’elencare i colpevoli della distruzione della scuola italiana, abbia di fatto smentito i suoi due titoli di apertura sprizzanti ferocia con la sola Dc (concedendo sollievo al difensore di quest’ultima).  


E che dire degli altri due componenti del mortale triangolo? Se la Dc aveva di che dannarsi, pur avendo alle spalle Washington e il Vaticano, il Pci poteva temere anche di più. A fronte delle rivolte giovanili (laureati in continuo aumento e offerte di lavoro frenate), e (da lì a poco) del terrorismo delle Brigate Rosse, il partito si scopriva scavalcato da un’ondata di domande di progresso sociale che non aveva mai promosso (statuto dei lavoratori, crescita culturale, più linguaggio e più comunicazione, divorzio, rapporto genitori-figli, aborto, istanze interclassiste e internazionaliste ecc.). Un ritardo incompatibile con le reclamate prospettive di una nuova società. Il tutto in un mondo in fermento: il Vietnam bloccava gli U.S.A. Perché rievocare questo quadro? Perché mentre ondate di giovani fomentavano le piazze, era evidente o anche soltanto intuibile che il P.C. non si era mai dato un progetto di scuola (come poi rileveranno V. Telmon, G. Balduzzi, E. Galli della Loggia). Nel frattempo il P.S.I. iniziava a perdere il suo tradizionale impegno per lo sviluppo scolastico, essendo in prossimità della perdita di se stesso.

E la chiamata in causa dei sindacati? Potevano essere utili a fronte dei problemi amministrativi come nei limiti specifici di altri settori, ma in Italia alligna, sin dai tempi di Casati, un tragico vuoto di sintonia concettuale tra politica e istruzione, e dunque poterono ottenere nella scuola un potere esclusivo e, ovviamente, di livello culturale infinitamente basso. Peraltro proprio nel periodo in cui, in tutto il mondo avanzato, era in atto una radicale modernizzazione dei processi educativi.

Discorso chiuso? Per Panebianco sì, almeno nella circostanza, ma per altri no. E cioè: è impensabile che almeno una parte dei lettori, una volta letto o riletto lo sdegno dell’editorialista, non si sia chie­sta perché la Dc, all’epoca, abbia garantito «la pura e semplice liberalizzazione degli accessi» alla cattedra scolastica. E non è certo sufficiente a chiarire il tutto quell’accenno “una misura che … forse contribuì a stemperare tensioni». Quali tensioni? E soprattutto: che cosa o chi poteva essere in grado di imporre alla Dc uno sconfinamento giuridico ed economico di tale portata? In effetti all’epoca non ci furono voci, politiche o d’altra natura, che rivelassero la vera origine di quel tacito ma devastante turbinio; il che conferma l’assunzione formale della responsabilità assunta dalla Dc per conto di tutti.

C’è stato poi tutto il tempo perché gli interessati potessero capire con certezza che si trattava (e tuttora, invariabilmente, si tratta) non di sventata scelta politica ma della ostinata riottosità della piccola industria a fronte della necessità di assumere laureati. Motivo? Perché “piccolo è bello” è la risposta autodifensiva d’ordinanza. In realtà si tratta del rifiuto di un investimento che superi quello necessario per i diplomati. E le piccole e medie imprese non si fondono per diventare grandi? Do­manda ingenua: è tradizione religiosamente storica, e quindi impositiva in assoluto, che in Italia, e solo in Italia, si evitino in ogni caso le fusioni tra imprese non vincolate in ambito famigliare. C’è chi parla, in proposito, di paura, di inadeguatezza culturale, ma, tant’è, nulla cambia. È pur vero che, con il passaggio di millennio, si è passati, a proposito di questa pesantissima impasse, dal silenzio totale di tutta la stampa al lamento sussurrato di buona parte di essa, perfino di quella cultural­mente e politicamente più vincolata alle imprese industriali (di recente perfino il direttore del “Sole-24 Ore” ha esortato gentilmente gli imprenditori veneti a vantaggiose fusioni). Ma nella realtà dell’economia nazionale prevale indiscusso l’assioma del “piccolo è bello”.

Nel frattempo la Dc è finita nel cestone della storia lasciando però viva, nella memoria dei posteri ac­corti, una colpa non sua ma da lei silenziosamente accettata. Nulla è cambiato a distanza di quasi mezzo secolo? 0ggi, molto più di allora, il governo difende con tutte le sue forze – oltre che nella legislazione scolastica, come s’è visto in apertura – anche le pericolosissime ritrosie di una industria italiana ormai ridotta, a differenza di quella dell’epoca democristiana, alla piccola o medio-piccola dimensione.

Significativo in proposito il durissimo rimprovero evidenziato da tutta la stampa, e rivolto dal Ministro del Lavoro Poletti ai laureati con lode ma con un breve periodo di fuoricorso: in fabbrica si entra solo con una laurea ottenuta in tempo previsto, ancorché con voto bassissimo. Aggiungasi, in chiusura, il giudizio sulla piccola-media impresa italiana espresso da un esperto di economia, Marco Ponti, in un articolo dedicato alla valutazione positiva del Governo Renzi e pubblicato su “Il fatto quotidiano” in data 14 agosto 2016: “Favorisce (soggetto Renzi, n.d.r) vistosamente l’industria privata, che infatti è tutta contenta, anche se per tradizione investe e rischia pochissimo, con le conseguenze che vediamo. Anche perché, si sa, la nostra industria è medio-piccola, con modeste capacità di ricerca ed innovazione. Ma siamo in regime capitalistico, bambole, se questi si spaventano scappano, e investono ancora di meno …”.

Conclusione: entrambi i consigli puntano al basso, quanto la “Buona Scuola”.

 

 


 

GRECO&LATINO

LA MASTROCOLA E LA STORIA

di Giorgio Porrotto

09/07/2016


Ecco alcune delle note con cui Paola Mastrocola ha proposto, di recente, il rilancio del latino e del greco nelle scuole italiane (“Domenica, Il Sole 24 ore”, 29.5.2016).

 

Si parla molto di latino e greco, oggi … le iscrizioni al liceo classico sono in calo … si sta pensando di cambiare la seconda prova di maturità, la traduzione. … toni accesi. … La proposta innovativa è di ridurre il testo da tradurre, e non chiedere più solo una mera traduzione, ma fare anche domande sul contesto, la storia, la letteratura, l’autore, la sua opera, le sue idee. … sarebbe … uno snaturamento del liceo classico. … non sapremo più leggere Orazio … La traduzione dal latino e greco è una delle ultime cose difficili che sono rimaste nella scuola italiana, insieme alla matematica. … Non potremmo fare esattamente il contrario, e cioè …rendere tutti capaci di tradurre? Potremmo rendere latino e greco obbligatori fin dalla prima media. Riproporre la traduzione dall’italiano. … Rendere liceo classico tutta la scuola, cioè la scuola di massa. … Quel che vedo io è che chi viene dal liceo, se ha fatto un buon liceo!, sa affrontare meglio gli esami più difficili nelle Facoltà più difficili. … Da quarant’anni, e soprattutto negli ultimi quindici … il latino ai licei è già più facile e leggero … talmente annacquato che è ormai impossibile insegnarlo davvero. Questa è la verità, gravissima, che non si dice: il latino è una finzione che si tira avanti nella più completa ipocrisia. … Ma si continua a fare: è peggio che se fosse stato abolito: è finito”.

 

È utile prendere le mosse, in proposito, da uno dei maggiori effetti dell’apparizione della stampa: la Compagnia di Gesù, fondata nel 1540 e armata del più aggressivo spirito religioso, oltre che di imprevedibile audacia politica.  Centrale, in questa sede, è da considerare la straordinaria novità che la compagnia assunse per la creazione di una scuola influente più di ogni altra, sia per capacità di espansione (nell’intero mondo!) sia per efficacia di risultati (raggiungimento del potere personale). Ovvia la scelta degli strumenti: la padronanza assoluta del latino e del greco, i linguaggi più esclusivi del potere. Nacque così la Ratio Studiorum (abbreviazione di Ratio atque institutio studiorum Societatis Jesu), ufficializzata in Roma nel 1599, a conclusione di quasi cinquant’anni di esperimenti al di là di ogni precedente. Fine ultimo: tener testa agli eretici – in primis ai protestanti e agli scienziati razionalisti – vincolando la futura classe dirigente ad un’anima cattolica aggressiva e vincente (parola d’ordine della Compagnia: «Ad maiorem Dei gloriam»). La riprova di quanto ho appena asserito? Sta tutta nei dieci anni di studio raccolti in un volume, “LA SCUOLA È FINITA … FORSE – per insegnanti sulle tracce di sé”, dal cattolico Giovanni Cominelli (Edizioni Angelo Guerini e Associati SpA, 2009). Qualche spunto: «Nel corso dei due secoli di vita della Ratio, le varie scuole dei Gesuiti – da quelle per i ragazzi a quelle per le università – crescono rapidamente. La sola Germania nel 1616 conta su ben 372 sedi con 13.112 studenti. I Collegi verranno via via disposti strategicamente in tutta Europa e nell’America coloniale; … forniscono al mondo occidentale una nuova élite culturale, che va a ricoprire i più importanti incarichi nel mondo intellettuale, scientifico e delle corti europee. … Le lezioni erano strutturate sulla lettura di classici della materia: Tommaso d’Aquino, Aristotele, Marco Tullio Cicerone ecc. … Periodicamente si ricorreva alla ‘disputatio’ d’origine medievale, nella quale, sotto la guida degli insegnanti, due o più studenti fra i migliori si affrontavano nell’esame e nella soluzione di problemi filosofici e teologici. … erano guidati di anno in anno ad avere una sempre maggior competenza con la lingua latina e con la retorica, analizzando le opere di Cicerone o la poetica di Aristotele».

Ma se ancor oggi risalta la sorprendente capacità di attrazione con cui la Ratio Studiorum riuscì ad imporsi per quasi due secoli, va ricordato che essa risultava una delle strategie impositive della Compagnia di Gesù per non cedere – e ci riuscì per ben due secoli! – all’avanzata inarrestabile della scienza e della modernità. La portata di queste risultava però troppo ampia (separazione della chiesa protestante dalla cattolica, affermazione dell’illuminismo e forti prospettive di sviluppo dei rapporti  sociali, grandi e diffusi successi della matematica e della fisica, nascita di nuove discipline, clamorosa visibilità della rivoluzione industriale … , e sullo sfondo il ricordo orroroso della Guerra dei 30anni!), perché non venisse affondata d’un colpo la Compagnia di Gesù e la sua Ratio: alla immediata soppressione di esse provvide, col breve Dominus ad Redemptor del 21 luglio 1773, papa Clemente XIV, pressato dagli stati europei. Passati alcuni decenni l’Ordine dei Gesuiti risorse (1814), e la Ratio fu aggiornata e riattivata (1832), ma senza mai uscire dai ristretti ambiti ecclesiastici. 

La cacciata dei Gesuiti dalla vita pubblica favorì o comportò, gradualmente ma non troppo, l’istituzione generalizzata delle scuole di stato: una necessità imposta dal sorgere di nuove forme di attività e di grandi fabbriche, e quindi di nuovo tipo di mano d’opera e di rapporti sociali. Si poteva notare – soprattutto nei maggiori paesi europei, Francia, Inghilterra, Germania – la consistenza e la convivenza di tendenze culturali diverse: da un lato l’insegnamento risoluto e uniforme del latino e del greco (resisterà per un secolo e mezzo, grazie al fascino culturale e al ricordo del prestigio sociale della Ratio Studiorum); dall’altro l’attrazione dello studio scientifico e tecnico recente, stimolato dell’industria. Poi la diversità di orientamento dei tre paesi citati. In Francia la Rivoluzione approvò nel 1792 il diritto universale all’istruzione, anche se non subito applicato. In regime napoleonico aumentarono le università e nacquero le scuole secondarie e superiori (le primarie restarono alla chiesa). Scarsi gli interventi della Restaurazione. Decisivi, nella III Repubblica, i principi della grande politica scolastica introdotti da Jules Ferry (1881-1889): obbligo dello Stato di edificare scuole e delle famiglie di garantirne la frequenza; scuola dell’obbligo in ogni comune; gratuità, laicità, neutralità dell’istruzione. L’Inghilterra si distinse per una storia civile, commerciale, industriale che la portò alla Magna Carta (1215); per il riflusso del potere monarchico (1650), il primo esempio di rivoluzione industriale (1700) e il massimo storico della colonizzazione; e, soprattutto, per l’epica resistenza al Nazismo. Ma anche per i ritardi dell’istruzione riservata alle classi popolari: «il povero non aveva bisogno di nessun tipo di educazione», diceva Samuel Johnson, curatore del lessico inglese moderno. Tardi anche i rimedi, dopo che Dickens denunciò la costrizione dei bambini al lavoro nero. La Germania fu l’unico paese che poté superare le due più grandi sfide sociali dell’ottocento senza i traumi patiti dagli altri paesi. La prima era l’immane processo di alfabetizzazione richiesto da fabbriche e officine, e dal servizio militare, sempre più tecnico: per fedeltà alla dottrina luterana, avevano già provveduto principi e borgomastri. La seconda era la durissima lotta operaia contro i bassi salari: provvide addirittura Bismark. Così: “Avere contenta la classe più povera è una cosa che non si paga mai cara abbastanza. È un buon impiego del denaro anche per noi: a quel modo evitiamo una rivoluzione che potrebbe inghiottire ben altre somme”. Suggeritore Lassalle, socialista moderato.

Attorno al I960 i tre paesi di cui sopra, e altri d’Europa (tranne Italia e Grecia), abolirono i corsi obbligatori di latino e greco, e aggiunsero altro spazio ai temi d’ordine scientifico, in costante espansione. La Chiesa Cattolica esentò i credenti dal latino, per facilitare la preghiera.

*

E l’Italia? Unica, si limitò ad abolire l’obbligo di latino e greco nella media. Ma è necessario rievocarne i precedenti. Quando, il 17 Marzo 1861 Vittorio Emanuele II di Savoia divenne Re d’Italia, la scuola sabauda era già stata predisposta alla funzione di ente nazionale da Gabrio Casati, sicché ancora oggi la prima legge scolastica italiana, sostituita soltanto nel 1922, porta il suo nome. Era stata approvata in istato di guerra (contro l’Austria), quindi a parlamento chiuso e con legge speciale. Esprimeva concezioni elitarie: ampio spazio all'istruzione liceale e universitaria, formazione classica di stampo umanistico e collegabile alle classi dirigenti, e, di contro, scarso risalto alla scuola primaria e alla tecnica, riservate entrambe alla classe operaia. Risolutamente negativa, ma inascoltata, la severa valutazione della riforma espressa da due delle grandi teste italiane dell’epoca, Cavour e Carlo Cattaneo. Anche in seguito, nessun miglioramento, per paura di rivolgimenti. Nel 1923 fu imposta – ancora a Parlamento chiuso, e ancora con legge speciale – la riforma di Giovanni Gentile. Un testo eccezionalmente strutturato, pressante ed ambizioso non di poco rispetto al precedente, in quanto fanaticamente elitario e classicistico. Mussolini sentenziò: “La più fascista delle riforme”; ma più tardi ordinò a Giuseppe Bottai una scuola più aperta (ma la guerra la sventò). E nondimeno la legge Gentile è stata da subito assunta come una bibbia da non pochi che l’hanno sperimentata nei licei, soprattutto classici. Da più di trent’anni continua ad afflosciarsi nelle aule, ma non nelle famiglie della piccola e media borghesia, per le quali la logica intrinseca della Ratio Studiorum – più studio, più eloquio, più potere – è ancora l’unica vera garanzia scolastica.

C’è insomma un dramma scolastico tutto italiano. E va spiegato ricordandoci che si deve ai PRINCÌPI DELLA DICHIARAZIONE DEI DIRITTI DELL’UOMO (1948), che affermano i diritti universali all’istruzione, e all’evoluzione dei successivi orientamenti educativi (Rapporto Faure, Rapporto Delors, Brune…), l’incremento mondiale dell’educazione e dello studio, ma soltanto se centrati saldamente, e a più riprese, sul ruolo culturale e sociale degli insegnanti, e quindi sullo sviluppo della professionalità docente. In Italia invece, a partire dagli anni settanta, Governo e Opposizione, sempre in contrasto ma non troppo, si impegnarono in un tacito ma audace approccio per l’assunzione di insegnanti – anche in proporzione preventiva, e quindi elevata – al fine di scongiurare i temutissimi pericoli di rivolte Sessantottine. Il tutto in esclusivo affidamento, improprio ma utilmente tacito, alla Amministrazione del M.P.I. e ai Sindacati, l’una e gli altri interessati a tempi non brevi. Da qui l’impedimento insormontabile, e del resto mai seriamente denunciato e combattuto, di qualsivoglia tentativo di garantire anche agli insegnanti italiani tempi e mezzi per fruire dell’aggiornamento sistematico di studi, competenze e qualificazione relativi al loro esercizio professionale. A fronte dei docenti europei, e di altrove, che fruiscono dell’approfondimento delle competenze e dell’autonomia professionale, a noi non resta che assistere alle inutili chiassate tra governo e sindacati. Questi ultimi hanno certamente una colpevole e spesso irresponsabile tendenza invasiva, ma derivante dai ritardi, dalle assenze, dalla refrattarietà congenita dei governi e dei parlamenti (e forse, prima ancora, dei parlamentari, della cui indifferenza nei confronti della scuola possiamo essere certi, data la loro assenza in tutte le circostanze che la riguardano).  

E la Mastrocola? Si rileggano le sue righe sopra riportate. Quando supplica «Potremmo rendere latino e greco obbligatori fin dalla prima media», semplicemente invoca la ripetizione della follia che già stiamo vivendo.

 


 

Marco Porcio Catone

LA CORRUZIONE E … LA SCUOLA (?)

di Giorgio Porrotto

24/05/2016

 

Lo scambio di accuse e denigrazioni tra i partiti di questo nostro paese, in tempi di populismo dominante, sta salendo a livelli sempre più rabbiosi. O almeno così sembra. Ma allo steso tempo la credibilità della politica tutta scende a livelli sempre più avvilenti: è ormai opinione corrente, e quindi difficilmente contestabile, che essa non sia in grado, per difetto di capacità – o, peggio, per gli interessi individuali o di gruppo – di combattere la corruzione, o quanto meno di frenarla. Si teme pertanto che l’andazzo vada logorando ulteriormente sia la regolarità della vita pubblica, sia la credibilità del paese nel quadro internazionale. E non si può contare nemmeno sui politici incorrotti: non combattono, pensano a salvarsi.

Speranze o illusioni di riscatto possono venire dai vertici della magistratura, che proprio di recente hanno ritenuto indispensabile evidenziare a tutto il paese, e a chiare lettere, le responsabilità di governo e opposizione. Ma si sa anche che i tempi della magistratura, e quindi gli effetti dei suoi interventi, sono estremamente lunghi, e di non facile impatto per la pubblica opinione.

In materia, come su altri grandi temi, ben poco possono esprimere i vertici del mondo culturale italiano, già offuscato, e non di poco, dal ciclone populista, e ora destinato a perdere le tradizionali funzioni di corrispondenza – richiesta o non richiesta, diretta o indiretta – con le varie parti politiche e finanche con il governo. Quello attuale, infatti, si esprime ed agisce in termini di risoluta e sbrigativa autoreferenzialità, anche a fronte di problematiche che richiedono le competenze più diversificate. Un esempio di indubbia divaricazione tra passato e presente, per quanto riguarda il rapporto tra cultura e potere, ci è offerto anche dalla diversità dei successi di attenzione ottenuti da due sociologi, entrambi interessati ai livelli di onestà civile in Italia. Il primo, l’americano Edward C. Banfield, definì “familismo amorale”, nel suo libro del 1957, l’indomita fermezza del Sud d’Italia nell’anteporre gli interessi particolari della famiglia alle leggi dello Stato; e il suo libro fece epoca, anche nelle scuole, per il resto del secolo. L’inglese con cittadinanza italiana Paul Ginsborg, che di recente ha denunciato l’estensione e la recrudescenza di detto familismo anche nelle altre parti del paese, arriva a una definizione molto più allarmante – “familismo immorale” – per denunciare la dequalificazione della legge; ma non sta ottienendo l’attenzione che aveva premiato il collega. Anzi, è oggetto di giudizi polemici, soprattutto di matrice cattolica.

Di fronte a questo quadro, dominato da negatività accumulate e intersecate, è almeno possibile sapere se esistono studi e ricerche, da qualunque parte realizzati o quanto meno avviati, che consentano di avere un’idea circa le situazioni, gli stimoli, le prospettive, i bisogni, le suggestioni che inducono gli italiani a quella forma di violenza felpata che si chiama corruzione? È quanto si è chiesto Galli della Loggia (Corriere della sera, martedì 26 aprile 2016). (1)

Il suo articolo è un puntiglioso esame delle condizioni di crescita – a casa e a scuola – della gioventù d’oggi. E tratta di ciò che, in fatto di mala-società, ci si può aspettare da parte delle nuove generazioni. L’autore sintetizza, in termini di risoluta competenza, e di amara ironia, i tratti essenziali degli orientamento educativi delle famiglie e delle scuole italiane. Riassumiamone a tratti i passaggi iniziali del testo, che preannunciano un inesorabile vulnus alla vita civile. Ma che fino ad oggi vengono denunciate saltuariamente, senza adeguati allarmi, e quindi, soprattutto, senza adeguate reazioni. “… a scuola … tutti cercano di copiare … Chiunque … può maltrattare arredi, imbrattare di scritte di ogni tipo (in genere oscene) … muri dell’edificio … senza sanzione così come … se marinerà la scuola … se si metterà a compulsare il suo smartphone durante la lezione, se manderà l’insegnante al suo paese. Imitato … anche dai suoi genitori. I quali talvolta - assai più spesso di quanto si creda - ameranno ricorrere anche a insulti e minacce … Tutto coperto … da una sostanziale impunità … infatti la scuola sarà per il nostro … un’ottima palestra di turpiloquio, di bullismo sessista, di scambio di materiale pornografico, quando non di spaccio di droga … per tornare a casa … se usa i trasporti pubblici … si guarderà bene dal pagare il biglietto … in Italia pagare … sui mezzi pubblici è … un’attività amatoriale.” Segue la segnalazione dei comportamenti più diffusi fuori dalla scuola tra i maggiorenni: sgassate micidiali a dispetto delle norme stradali con il motorino truccato dal meccanico (ben pagato e abusivamente), almeno tre bottiglie di birra per organizzare gare di motorini (vigili e carabinieri comunque assenti) e altro di simile … .

(1) (v. anche in Le altre uscite:“SCHIAFFONI AL MINISTRO GIANNINI … PER PROCURA – Galli della Loggia: ma importa a qualcuno la scuola?”) Poi, arrivando alla conclusione, l’autore dice qualcosa che è difficilissimo trovare sulla stampa (libri a parte), e ancora più raramente nella TV, e cioè che i giovani raccolti maggiormente nel percorso appena tracciato sono: “non nascondiamocelo: in particolare quelli del ceto medio, della cosiddetta buona borghesia … Alcuni non ci stanno e se ne vanno, ma la grande maggioranza ci si trova benissimo e cerca una nicchia dove sistemarsi (spesso grazie alla raccomandazione e/o alle relazioni dei genitori di cui sopra). La nostra corruzione nasce da qui”.

Questo finale di Galli della Loggia è un’autentica rilevazione, nel senso che aiuta a valutare dati e prospettive a cui sta andando incontro la società italiana. Si cominci con la constatazione di fondo, ossia il dover ritenere irreversibile, e non per poco, il declino delle grandi imprese italiane, già subito o prossimo da registrare. Si ritenga pressoché scontato che, sulle basi delle dimensioni e delle logiche di sempre, la media borghesia si avvia a rappresentare pressoché la totalità dell’imprenditoria nazionale. Resta così scontata la riluttanza delle medie imprese, comunque affollate, a guadagnare ulteriore crescita per non rinunciare alle certezze di lealtà garantite dall’azienda di famiglia (eterna e sempre rimproverata colpa – con garbo, s’intende – dalle migliori teste dell’economia). Eccoci cosi alla stagnazione, al vuoto di prospettive di crescita, all’insufficienza della politica di ieri e di oggi, alla delusione lasciata da saltuari momenti di sviluppo, al blabablà dei furbastri. È questo insieme che pilota una parte dei cittadini a farsi forti della corruzione. I più deboli, ancorché maggioritari, non ci riescono.

E l’istruzione? È al servizio di imprenditori, padri o madri di alunni che sanno imporsi nei confronti dei docenti. Niente di nuovo, ci aveva già provato Berlusconi (DdL Aprea), in nome del “diritto dei genitori a inculcarle le loro idee nella testa dei figli” (ovviamente a dispetto degli insegnanti). Non aveva invece tolto il divieto ai genitori (facoltosi) di dar soldi alla classe: ma lo sta facendo la “Buona Scuola”. I Rapporti Faure (1972) e Delors (1993) hanno garantito a insegnanti di diversi paesi continuità di crescita culturale e libertà professionale. I docenti italiani sono appena passati dai controlli della burocrazia ministeriale, a quelli di un ex docente divenuto gestore amministrativo. 

 

 


 

Presidi equilibristi

Un’indagine scientifica della Fondazione G. Agnelli

 

Schiaffo al governo

I presidi? equilibristi!

24/12/2015

 

È di questi giorni la comparsa del primo studio di livello scientifico sulle sorti magnifiche e progressive della “Buona Scuola”. E che, in premessa, esalta il ferreo proposito governativo di dare vita a processi educativi vigorosi e taumaturgici, in tutto e per tutto predisposti e garantiti, controllati e valutati, sempre e comunque, dai presidi. Come mai da decenni e decenni. Sempre che gli stessi presidi – cosa ufficialmente scontata, anzi implicita – diventino, o tornino a essere, onnipresenti e onniveggenti e onnipossenti, come accadeva, giustappunto, nella scuola dell’Italia monarchica, e naturalmente e con maggiore ostentazione, in quella fascista, drogata dal regime. Vale comunque anche la pena di ricordare, a tal proposito, che perfino negli Anni Ottanta, e cioè in pieno clima di lassismo post-sessantottino, un provveditore, autorevole studioso dei regolamenti scolastici, ebbe modo di esaltare nel preside “l’ultimo presidio periferico della scuola di Stato”. A qual fine? salvare lo Stato medesimo. E però l’auspicio, all’epoca, rimase tale.

Ma dopo aver preso atto del totale inserimento della suddetta ricerca scientifica nelle indiscutibili logiche della “Buona Scuola”, il lettore si trova d’improvviso, – mirabile dictu, incredibile dictu – di fronte ad una presa d’atto a cui non può in alcun modo sfuggire: il predetto studio di ricerca ha registrato, nel profilo reale dell’attività e delle potenzialità dei presidi, l’impossibilità di dirigere il servizio scolastico nei termini categoricamente imposti dalle disposizioni stabilite dal Governo. È come a dire che il libro, frutto di una ricerca tempestiva e specificamente predisposta per sostenere l’ampliamento e l’invigorimento del potere funzionale dei presidi, svirgola di botto proprio sulla possibilità dell’esercizio di quel potere. Più precisamente nega la realizzabilità delle disposizioni destinate ad imporre loro modelli di attività, e di alto tasso di responsabilità, a cui in precedenza non sono stati né tecnicamente preparati, né, tanto meno, psicologicamente predisposti. Insomma, stiamo parlando di un libro di 131 pagine e schierato a sorpresa per smentire debitamente le tonitruanti certezze governative, ancorché disposto a recuperarle in altre forme e con altri mezzi.

 

Massimo Cerulo

Dalla premessa a una rassegna dei contenuti del volume.

 

* Ideazione e promozione del volume: Fondazione Giovanni Agnelli di Torino, “istituti di ricerca nelle scienze sociali”, interprete “da quasi cinquant’anni dei cambiamenti della società italiana”; attualmente “i suoi programmi guardano ai nodi critici della scuola e dell’università, nella prospettiva di un rinnovamento del sistema d’istruzione”.

 

* Titolo: Gli equilibristi. La vita quotidiana del dirigente scolastico: uno studio etnografico.

 

Editore: Rubettino Editore, 2015 (Particolare d’indubbia rilevanza: il testo è disponibile gratuitamente sul sito della Fondazione Giovanni Agnelli, www.fga.it)

 

* Autore (della ricerca e del testo): Massimo Cerulo, ricercatore in Sociologia presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’università di Perugia, già ricercatore presso il Dipartimento di Cultura Politica e Società dell’Università di Torino, e già insegnante nelle università di Parigi (V “René Descartes”), Salerno, Cosenza (Della Calabria); libro più recente (Rubettino, 2015): Maschere quotidiane. La manifestazione delle emozioni dei giovani contemporanei: uno studio sociologico. Editore: Rubettino, 2O15.

 

* Premessa iniziale: «Quali sono le attività principali svolte dal Dirigente Scolastico nella sua quotidianità professionale? Quali e quanti ruoli si trova “costretto” a recitare? Quanto interagisce e quali comportamenti adotta nel rapporto con docenti, personale ATA, studenti e soggetti esterni al campo scolastico? Che rapporto instaura con il Direttore dei Servizi Generali e Amministrativi e con gli altri suoi più stretti collaboratori? Lo studio raccontato in questo libro prova a rispondere a queste domande. Sulla scia dei suoi precedenti studi, Massimo Cerulo segue “come un’ombra” quattro Presidi di scuole secondarie superiori in quattro regioni italiane (Piemonte, Veneto, Calabria, Puglia) raccontando e analizzando comportamenti, dialoghi, interazioni, non detti. Il risultato è un’innovativa ricerca sociologica che focalizza lo sguardo su una delle figure professionali più discusse degli ultimi mesi nonché sul mondo della scuola italiana il quale, come paesaggio impressionista, spesso varia in base al contesto locale in cui si trova».

 

* Dalla prefazione del direttore della fondazione giovanni agnelli: «Il … più importante aspetto sottolineato nella ricerca ci consente di capire meglio in quali e quante attività il dirigente scolastico impiega il suo tempo. Nei quattro casi descritti da Cerulo, il preside trascorre gran parte delle ore facendo fronte ad attività di carattere amministrativo (nonostante il rapporto positivo con i Dsga, che dovrebbero consentire un’ampia delega) e in senso lato organizzativo, alla necessità di relazione con gli enti locali (dappertutto, ma in modo emblematicamente problematico a Cosenza), con studenti e genitori, e talvolta addirittura a obblighi di natura giudiziaria in luogo dell’avvocatura dello Stato (Bari). Manca quindi del tutto, invece, la leadership educativa: in nessuna delle scuole investigate il dirigente è colto mentre discute con il collegio o i singoli docenti degli specifici indirizzi educativi della scuola, dei pregi o dei limiti delle attuali pratiche didattiche adottate (e possibilmente rinnovate), dei problemi di questa o quella classe o di questo o di quel dipartimento. È difficile dire se questa scelta sia legata alla volontà di mantenere il quieto vivere nella scuola, astenendosi dall’interferire in un ambito che spesso è percepito di stretta e unica competenza del corpo docente (così forzando i limiti e lo spirito della norma costituzionale sulla libertà di insegnamento), oppure se più semplicemente ai Ds mancano il tempo, gli stimoli o le competenze per dedicarsi agli aspetti didattici. In ogni caso, si tratta di un problema serio: a giudizio di chi scrive, la gestione di un’organizzazione non può avvenire in astratto, ma si deve fondare su una conoscenza precisa di che cosa l’organizzazione deve fare. Nel nostro caso, il compito della scuola è educare: se il preside – per una ragione o per l’altra – perde di vista l’oggetto stesso della sua azione, la sua efficacia non può che essere ridotta.

 

* Dalle riflessioni conclusive dell’autore: «5.1 – Il campo ci dice quindi che vi è un forte squilibrio in termini di spazio e di tempo tra i due ruoli previsti dal legislatore: quello di leader educativo-didattico risulta offuscato quando non cancellato dal carico di impegni amministrativi del Preside manager. Come mai accade ciò? La risposta più immediata e forse più semplice è che i Dirigenti non hanno abbastanza tempo per riuscire a occuparsi di entrambi gli ambiti. La ricerca etnografica svolta fa emergere soggetti oberati dagli impegni amministrativi e quindi incapaci – impossibilitati a dedicare spazio all’ambito prettamente didattico, che viene molto spesso delegato ai collaboratori. Se ciò avviene per cortocircuiti sistemici o mancanza di volontà dei singoli soggetti non è facile dirlo: da una parte mi sembra infatti che nella visione del legislatore non siano stati presi in considerazione gli altri ruoli che il Dirigente si trova costretto a recitare nell’ambito della sua quotidianità professionale. Ruoli che, come i resoconti delle osservazioni raccontano, sembrano cadere sulle spalle del preside senza che la sua volontà possa opporsi. Dall’altra parte, però, il Dirigente appare come un soggetto accentratore di poteri, mal propenso ad un ampio utilizzo della delega, e quindi, di conseguenza, non troppo utilizzatore delle potenzialità a lui offerte dallo strumento dell’autonomia». «5.2 – I Dirigenti osservati invece si caratterizzano per una capacità (leggi: obbligo) di ricoprire differenti ruoli a seconda della situazione in cui si trovano e dalla persona che hanno di fronte. La figura del Dirigente Scolastico mi appare così come una matrioscka, all’interno della quale vi sono tanti altri personaggi che vengono di volta in volta “recitati” da un soggetto multitasking, pur non avendo, in generale, né le competenze né il dovere di farlo».

Il mondo della scuola italiana, a giudizio di chi lo considera al limite del precipizio, deve esprimere un caloroso ringraziamento alla Fondazione Giovanni Agnelli, e in particolare al Presidente Andrea Gavosto e al Sociologo Massimo Cerulo, per aver realizzato e pubblicato, con indubbia tempistica, una scrupolosa ricerca sulla riforma battezzata “Buona Scuola” (Legge 107/2015), con specifico riferimento alla parte più indigeribile di essa: l’invenzione, contestatissima nelle aule e nelle piazze, del “preside-Manager”, dotato del potere di assunzione degli insegnanti e di valutazione (ai fini delle conferma o meno) del loro operato. Tanto più meritevole, la Fondazione, in quanto è espressione tra le più rilevanti dei vertici del mondo industriale italiano, e quindi favorevolissima all’adozione anche in Italia del sistema scolastico inglese, e quindi alla funzione pienamente dirigenziale del preside adottata anche dall’attuale governo italiano. Per quanto riguarda però i criteri realizzativi, la Fondazione si è premurata di accertare, con una propria iniziativa ovviamente di carattere scientifico, la corrispondenza delle competenze culturali e operative dei presidi italiani ai criteri educativi di ispirazione britannica. Il fatto che detta corrispondenza sia risultata nulla, e che nel contempo non sia stata registrata alcuna pubblica riflessione sull’inatteso divario di formazione e competenze tra i presidi italiani e quelli d’Oltremanica, ci prepara, con ogni probabilità, ad unica e già collaudata prospettiva: ulteriore fasi di disorientamento e di impoverimento dell’attività scolastica.

Il deficit di potenziale educativo di questa Italia è imputato da tempo, e con progressiva pervicacia, agli insegnanti. L’introduzione di presidi ulteriormente e indebitamente graduati, e quindi ulteriormente isolati dagli insegnanti, non potrà che acuire le situazioni di smarrimento all’interno della scuola. Da dove ripartire per salvarla? Possiamo consentirci, in chiusura, soltanto un accenno alla chiamata in causa di quanti si stanno nascondendo in vergognosi silenzi. A cominciare dai sindacati, indispensabili nella scuola come in tutti i posti di lavoro, ma che su di essa hanno esteso i loro poteri fino a sottrarla ai processi di sviluppo culturale e professionale realizzati in altri paesi europei. Alle elite culturali, troppo ammalate di individualismo e di congreghe per adeguarsi all’idea che la modernità di un paese comincia dalla crescita dal basso. Ai pedagogisti, che al contrario dei loro colleghi di altri paesi, non mettono mai piede nelle scuole per alimentarne il potenziale educativo. Alla stampa che, piccola o grande – ma più vergognosamente la seconda – si avvale di esperti di ogni settore produttivo tranne uno: la scuola. Ai politici, nessuno dei quali, da tempo immemorabile, si occupa seriamente degli ormai mastodontici e improduttivi (a livello personale) problemi scolastici: se almeno uno di loro lo facesse, ce ne saremmo accorti, perché avrebbe avvertito i colleghi che sì, in Inghilterra il preside conta molto, ma anche gl’insegnanti, che da secoli si avvalgono di aggiornamenti, di autonomia professionale e di adeguati stipendi, mentre l’insegnante italiano è arrivato all’autonomia professionale soltanto in questo secolo, nessuno gli ha assicurato gli strumenti professionali adeguati, e resta inchiodato ad uno stipendio infame. Lo stesso parlamentare potrebbe perfino citare una radicata tradizione francese: l’attività dei docenti è seguita da ispettori delle singole materie, al preside spetta l’amministrazione dei servizi della sede scolastica. 

 

 


 

Ministro Giannini

SCHIAFFONI AL MINISTRO GIANNINI …

PER PROCURA?

Galli della Loggia: ma importa a qualcuno la scuola?

di Giorgio Porrotto

20/11/2015

 

   In data 6 novembre 2015 Ernesto Galli Della Loggia, il più combattivo e poliedrico degli opinionisti del Corriere della sera, ha dedicato alla scuola italiana un articolo tanto risoluto, documentato e apertamente accusatorio, quanto centrato su una sottilissima, quasi impercettibile ma rilevante sorpresa: non dedica una parola, nemmeno un accenno o un sottinteso, alla riforma della così detta “Buona Scuola” (approvata in toto ma in fretta e destinata, stando ad esperti di provata prudenza, a risultare il provvedimento più arretrato e quindi più discutibile tra quelli assunti dal governo attualmente in carica). Tanto silenzio a tal proposito non può non far pensare.

   L’intento dell’articolo sembra avere un solo obiettivo: denunciare l’inaccettabilità della scuola italiana, in crisi progressiva “Da almeno due o tre decenni”. L’autore punta il mirino su una scuola che vorrebbe vedere rinnovata alle radici, per tutte le falle anche aberranti che presenta. Ma non sa, e nemmeno dimostra di voler sapere, come effettivamente la trasformerà il governo, che ne sta completando in silenzio la riforma. Denuncia esempi di situazioni scabrose e ne profila il rovesciamento, con acume. Ma rischia di aver studiato a fondo problemi di elevata rilevanza politica – perché la politica scolastica esiste, anche se in Italia non se ne fa uso – per esaurirne l’eco in una pagina solitaria, come in effetti sta accadendo sulla grande stampa. E infatti: quanti altri sono gli opinionisti disposti e capaci di occuparsi debitamente della scuola?

   Non c’è da meravigliarsi della preoccupazione e dell’indignazione con cui GdL guarda e riflette sulla scuola d’oggi. Che vive con tutti i difetti su cui la si è lasciata inesorabilmente indebolire, e quindi sbandare, sì che è ridotta a vivere di obiettivi pedagogici e culturali al tramonto, e può specchiarsi con qualche soddisfazione soltanto nelle aule delle elementari; che è da tempo rassegnata a non lamentarsi della sua scarsa rilevanza sociale, della sua esclusione dalla modernità, e dello scarso credito che la umilia agli occhi dell’utenza. Che a sua volta – genitori in testa, sempre più spesso – abbisogna di non poche lezioni di educazione civica. A dir poco.

   La requisitoria dell’autore prende le mosse da una constatazione gravissima e incontrovertibile, ma non riferibile specificamente alla scuola: “l’Italia appare sempre più spesso un paese di ladri e di truffatori”. Però il coinvolgimento del mondo scolastico spunta subito dopo, e risulta vincolante, a dismisura: “… la scuola – stante il forte indebolimento dell’istituto familiare, dell’influenza religiosa e la fine del servizio di leva – è divenuta da molto tempo l’agenzia primaria se non unica del disciplinamento sociale degli italiani: con esiti che sono sotto gli occhi di tutti”. Segue, subito dopo, l’impietoso contraccolpo di una rassegna delle insufficienze disciplinari in ambito scolastico: è così realistica e impietosa che qualsiasi ispettore esiterebbe a firmarla; ma che gli insegnanti si trovano, di fatto e sempre più apertamente, a subire. E in rassegnato silenzio. Soprattutto per non aggravare la perdita di una dignità già così logorata – è proprio il caso di aggiungere – di decennio in decennio dall’umiliante trattamento retributivo.

   Nel titolo (CHE ERRORE IGNORARE LA SCUOLA – COSÌ SI ROVINA L’IDENTITÀ DEL PAESE) e nel sottotitolo (DERIVA – Le promozioni d’ufficio e le offerte didattiche modaiole impoveriscono la formazione delle nostre generazioni – Uno svilimento dannoso) l’autore sembra interessato esclusivamente agli orientamenti educativi in chiave classicistica, per tradizione italiana. Poi però prendono campo le sue doti di acuto osservatore dei livelli comportamentali, la sua capacità di prevederne gli effetti futuri. Torna all’improvviso ai compiti trasferiti alla scuola da “famiglia, chiesa e caserma” e si chiede: «Ma importa a qualcuno di come la scuola riesca ad adempiere il ruolo descritto?»

Nel testo la risposta è ampiamente argomentata, ma qui basta un “no”, ovviamente a carico del ministero. Analoghe domande e analoghe risposte si susseguo con motivazioni ora più spicce, ora più dettagliate, in riferimento alla non costruzione sociale degli italiani, alla frequenza di abolizioni di fatto della disciplina, all’anticipato ingresso degli insulti e delle minacce nelle Medie, alla ostinata protezione genitoriale del “cocco di casa” che è anche teppista. Un buon tratto di pagina è dedicato all’ormai trentennale silenzio-assenso del ministero sulla promozione d’ufficio nei tre anni della Media, e ai livelli di incompetenza di chi, si fa per dire, ne è “beneficiato” (da citare, a conferma, Tullio de Mauro sui livelli nostrani di dealfabetizzazione di ritorno). Durissimo il finale sulle scuole-sottomercato: raccattano iscrizioni con offerte formative inconsistenti ma attraenti per genitori e figli, e discriminano tacitamente gli alunni che non garantiscono prestigio; chiudono anche un paio d’occhi nello scrutinio finale per non perdere il rinnovo dell’iscrizione di un insufficiente cronico.

   Rimangono da citare due elementi attrattivi di cui tener conto. Il primo: è brevissima ma demolitrice la definizione – “famigerata” – che l’autore fuggevolmente appioppa alla “Autonomia scolastica” (articolo della Carta Costituzionale di cui “Occhio alla Penna” si occuperà prossimamente). Il secondo: la chiamata in causa della Onorevole Ministro Giannini a proposito della fallimentare gestione dell’attività scolastica. “… di ciò che costituisce la vita concreta degli istituti, dell’effetto delle regole adottate, dei rapporti degli insegnanti con le famiglie e con gli alunni … di quanto essa (scuola) riesca davvero a insegnare, non sembra che importi quasi nulla a nessuno … Anche il ministro Giannini ho il sospetto che di tutto questo si occupi e sappia pochissimo …”. Oppure: “Mi chiedo se il ministro Giannini sia consapevole di ciò che un gran numero di insegnanti potrebbero confermarle: e cioè che oggi termina la scuola dell’obbligo un grandissimo (insisto: grandissimo) numero di studenti incapaci di scrivere correttamente in italiano, di fare il riassunto di un testo appena complesso, di risolvere un pur non complesso problema di matematica ”.

Resta una curiosità: è imminente oppure no un intervento di GdL sulla “Buona Scuola”? Se sì, a chi andranno le eventuali riserve del risoluto opinionista sul nuovo sistema scolastico, stante il fatto che a presentarlo, a esaltarlo e a difenderlo ha provveduto il Presidente del Consiglio con tanto di buon riposo del ministro dell’istruzione? Ci saranno e a chi andranno i nuovi schiaffoni? 

 

 


 

la buona scuola

Ma in Italia no,

                         in Italia non si può


di Giorgio Porrotto

28/10/2015


Quel che segue è il testo integrale di una lettera inviata a la Repubblica dal giornalista veneto Giuseppe Barbanti, e pubblicata dalla stessa in data 8.10.2015, nel taglio di pagina riservato ai commenti dei lettori. Il titolo – non importa se redazionale o dell’autore – è d’immediata attrazione: “Perché festeggiare la giornata dei prof”. Soprattutto perché in evidente contrasto con la malasorte che sta accanendosi sulla scuola italiana.

In diversi paesi del mondo un giorno dell’anno è dedicato alla festa de­gli insegnanti. Una ricorrenza laica, destinata a manifestare l’apprezzamento di allievi e famiglie nei confronti degli insegnanti per il contributo che danno alla crescita degli studenti e della società. In Italia non c’è mai stata una ricorrenza del genere, nemmeno quando gli inse­gnanti godevano di una accettabile considerazione sociale. A metà anni ’90 l’Unesco ha individuato nel 5 ottobre la Giornata degli insegnanti, celebrata in Italia in sordina. L’Unesco e le Nazioni Unite sono consape­voli della necessità di “aumentare l’offerta di insegnanti qualificati”. In Italia, purtroppo, qualsiasi discorso sull’argomento invece che unire di­vide. Assimilati al resto della pubblica amministrazione, gli insegnanti sono sempre più percepiti come un costo a carico del bilancio pubblico. Mai nessuno che faccia il conto di vantaggi e benefici che la società ri­trae da quanto fanno. Certo trascorrono anni, a vote decenni, per ve­derli. Ci vorrebbero proprio politici-statisti che non guardano alle pros­sime elezioni, ma al futuro dei nostri figli e nipoti”.

“Occhio alla penna” si occupa della lettera con deliberato ritardo, avendo ritenuto probabile, inizialmente, che un articolo di così sana pianta – e rivolto alla fuoriuscita dal clima di scontri parapolitici im­perversanti da mesi sulla scuola – avrebbe suscitato interventi di altri lettori di la Repubblica. Si è affermato invece, e dura tuttora, il totale silenzio sia dei lettori sia, ed è ancor peggio, del quotidiano, che ha proceduto alla pubblicazione del testo senza cogliere l’opportunità – che sistematicamente assicura alle lettere di maggior significato – di un ampio commento.

E però la lineare e pacata denuncia di Barbanti resta, in tutta la sua verità. In poche righe, lascia al lettore il compito di misurare l‘inaccettabile distanza tra, da una parte, la scuola affidata a insegnanti qualificati culturalmente e professionalmente, e sempre in via di ulte­riore professionalizzazione secondo le indicazioni di studi internazionali, e, dall’altra parte, il governo della scuola che blocca la carriera degli insegnanti a bassi livelli amministrativi. Non solo: li degrada socialmente in tutta la carriera non prendendo mai atto di quanti, e sono di solito la maggioranza, manifestano impegno e cultura. Questo pesante confronto implica la chiamata in causa, per chiunque si avvicini al dramma della scuola italiana, delle due opposte linee politiche che hanno caratterizzato la storia della scuola in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi.

La “giornata dei prof”, là dove viene celebrata, altro non è che l’esito simbolico di una politica scolastica centrata – non senza difficoltà e contraddizioni, ma in continuo sviluppo – sulla costante crescita professionale, e quindi sociale, e quindi economica, dei docenti. Alle origini di questa scelta c’è la svolta della democrazia educativa sancita, nel 1948, dall’articolo 26 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo “Ogni persona ha diritto all’educazione … L’educazione deve mirare al pieno sviluppo della persona umana…”. Hanno fatto seguito, dalla seconda metà del 1900, il Rapporto Faure, il Rapporto Delors, La testa ben fatta di Morin, per citare alcuni degli ulteriori sviluppi in stretta coerenza con l’idea di una scuola fondata, essenzialmente, sul rapporto culturale ed educativo tra docenti e discenti; e meno, molto meno, sui controlli di ruoli e funzioni.

La scuola italiana (con l’eccezione semimiracolosa dell’elementare) è invece vissuta, in pratica dal 1861 al settembre scorso, di programmi ministeriali da rispettare secondo norma di legge, e in esclusiva. Meno tassativi ma non incisivi quelli della media inferiore, tassativi ma sempre meno attrattivi quelli della media superiore, da tempo spogliati tacitamente di alcune materie di contorno. Non è mai stata fatta una ricerca di Stato sull’attuale possibile efficacia culturale ed educativa delle discipline ancora centrali ma volute da Gentile, ereditate da Casati e ispirate alla gesuitica Ratio Studiorum. E tutto questo accade in un mondo ormai capace di ottenere o disfare ad oras gli esiti di grandi ricerche scientifiche, pronto a cedere alla finanza il barometro delle scelte politiche mondiali, capace di organizzare scambi di intere popolazioni … e di assistere indifferente ai tentativi di evoluzione di una chiesa cattolica fondata sulla sacralità del suo bimillenario potere politico. Ma in Italia il vincolo all’arretratezza più forte è ancora il precariato, e cioè l’assunzione di personale scolastico a dismisura, e congegnato dall’intesa tra governi e sindacati per evitare a suo tempo un prolungamento del sessantotto. Significative le assunzioni in corso. Anche se l’errore di partenza fu l’incapacità dei governi italiani a indurre la galassia delle piccole imprese a fondersi per assumere. Non è dunque un capriccio della malasorte se da questo stato di cose stiamo per trovarci, a breve, a subire una scuola calata ulteriormente nei suoi cupi scalini, e beffardamente definita “Buona Scuola”. La crescita professionale non sarà collettiva ma individuale, verrà riservata a pochissimi e mirata ad una paghetta aggiuntiva. La scelta degli orientamenti educativi di ogni classe non sarà determinata dalle competenze degli insegnanti, ma dalla mediazione con i genitori, e nelle superiori anche con gli studenti. Al controllo e alla valutazione dell’operato dei singoli docenti dovrà provvederà il preside, che, per assicurare a docenti, studenti e famiglie valutazioni formulate con un minimo di competenza specifica, dovrà limitarsi ad aprire il registro di una sola materia: quella che insegnava. Insomma, non c’è speranza che in Italia si festeggi la giornata dei prof.

Barbanti ci lascia un dubbio solo: la sua invocazione ai “politici-statistici, che non guardano alle prossime elezioni, ma al futuro dei nostri figli e nipoti”, risulta recepibile soltanto dal Buon Dio. I giornali ci stanno infatti dicendo, da giorni, che i tassi di corruzione nel nostro paese sono così alti, e di numero e di rango sociale così pesanti, da annichilire anche i “politici-statistici” di fede certa. 

 

 

 


 Il sindacato dello sconforto

di Giorgio Porrotto

17/09/2015


  GIULIA Come nel detto ”O piove o tira vento o suona a morto”?

  BRUNO – Ma con un pizzico di fiducia in più. 

  GIULIA E però, a sindacati defunti, o anche soltanto emarginati, potrebbe davvero reggere un paese moderno?

 BRUNO Il problema non è il sindacato in quanto istituzione, indispensabile sempre, ma l’insieme di particolarità del sindacato dell’istruzione, una sorta di orologio fermo.

  CELSO È incapsulato in una normativa sindacale omologata ad al­tri settori, e quindi risulta sostanzialmente esterno alle problematiche specifiche dell’attività di insegnamento. Di conseguenza non si rap­porta, o per meglio dire, non è in grado di rapportarsi alle correnti di pensiero, interne od esterne alla scuola, capaci di proiettarla verso la modernità. I processi evolutivi che dagli anni sessanta e settanta hanno trasformato, pur con contraddizioni e comunque con difficoltà, gli obiettivi, le logiche e la portata dell’azione pedagogica di altri paesi, non hanno sostanzialmente sfiorato la nostra scuola. Il sindacato ha avuto il grande merito di aver favorito, al momento del miracolo economico, il passaggio da una scuola d’elite alla scuola di massa. Ma ha anche il demerito di averne ostacolato, fino ad oggi, le prospettive di modernizzazione. Mentre l’ONU assicurava l’istruzione in tutto il mondo, l’evoluzione incalzante della scienza allacciava tutto il mondo alla modernità, ma non la scuola italiana, per pochezza ed inerzia della politica che la governa. E il sindacato? Cosa ha fatto di nuovo il nostro sindacato scuola all’alba del duemila? Le RSU. Verrebbe da ridere, ma non possiamo: è proprio l’aver condannato la scuola alla stasi e all’isolamento, a dispetto di un mondo che si evolve senza tregua, è proprio questo vincolo all’arretratezza che ha fatto nascere la brama di un insegnamento padronale e familistico come quello della “Buona Scuola”.

  GIULIA E però una qualche speranza ha pur da esserci!

  BRUNO Hai ragione, ma per indovinare un rimedio dobbiamo ripartite dai profondi cambiamenti mancati. Operazione quasi sempre evitata, nella tradizione scolastica italiana. Cominciamo dalla famosa legge Malfatti, 477 del ’73. Prevedeva da parte del docente non solo la trasmissione della cultura, cioè dei sempiterni programmi ministeriali, ma anche – e sto per leggerti una strepitosa innovazione – “il continuo e autonomo processo di elaborazione di essa, in stretto rapporto con la società, per il pieno sviluppo della personalità dell’alunno nell’attuazione del diritto allo studio”. Doveva essere il primo passo verso l’introduzione delle scelte decisionali autonome del docente, e cioè verso la sua autonoma professionalità: principi, questi, assunti nei paesi più preparati, e raccomandati dal famosissimo RAPPORTO FAURE. E si impose come appello mondiale per guidare la persona alunno ad “apprendere se stesso”, perché – come sancì la DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI, emanata dall’ O.N.U. nel 1948 – “Ogni persona ha diritto all’educazione”, e “L’educazione deve mirare al pieno sviluppo della persona umana”. Una bomba, agli occhi di tutto il personale scolastico nostrano.

  DELIA Tant’è vero che non la si fece esplodere.

  BRUNO Infatti i decreti delegati attuativi della legge, sciagurata­mente concordati con i sindacati, hanno trasfigurato la legge in questi termini: La funzione docente è intesa come esplicazione essenziale dell’attività di trasmissione della cultura, di contribuzione alla elaborazione di essa”. Il “continuo e autonomo ruolo di elaborazione” previsto dalla legge per l’insegnante, venne così ridotto a generica e indefinita “collaborazione”. Cioè, in pratica, a niente. Il tutto nel più totale silenzio dell’inclita platea culturale italiana.

  DELIA  – Udite, udite! Ho trovato in internet un documento di appena un anno fa dedicato dalla CISL alla Legge in questione. Ve lo leggo:”Celebriamo il 41° compleanno della legge 30 luglio 1973, n. 477 … da allora un termine giuridico (“decreti delegati”) fu assunto nel linguaggio comune … con cui s’introduceva nella scuola statale italianala rete degli organi collegiali … destinati … all’irruzione del “sociale”“. Ed eccovi ora la prova di quanto e come i sindacati – uno per tutti, come fin troppo bene sappiamo – non riescano, a distanza di oltre quarant’anni, a riconoscere i loro errori madornali. In realtà le leggi … toccavano molti altri aspetti della legislazione scolastica (dallo stato giuridico del personale all’aggiornamento e alla spe­rimentazione) … Ma non c’è dubbio che il tema della democrazia scolastica … fu centrale nel dibattito di allora e lo rimane ancora oggi…”. 

  DANILO  – Vi prego, colleghi, usciamo dal passato remoto e discu­tiamo sulle vicende che ci hanno portato direttamente alla dispera­zione odierna. Alla fine di secolo e millennio era in ballo, per gli inse­gnanti, non la citata “contribuzione alla elaborazione della cultura” del 1973, ma niente di meno che il Regolamento di applicazione dell’Autonomia scolastica, introdotta da una Norma Costituzionale. A bocciare il vituperato Concorsone”, e di riflesso l’applicazione dell’autonomia, è stato il corpo docente. È pur vero che molto ha con­tato, in quel sciagurato fallimento, il silenzio più che mai complice e mai smentito dei sindacati. Ma la decisione spettava a noi e soltanto a noi, e abbiamo votato uno sciagurato “no”. Da allora, solo disastri in crescita. Prima la reincarnazione della Ratio Studiorum dei Gesuiti, ca­polavoro della Moratti. Poi, nei sei anni di finta tregua della Gelmini, ecco il Progetto Aprea, mai propagandato per impedirci di denunciarlo come atto dispotico: consentiva ai genitori di arruolare insegnanti di loro gusto. Alla Camera fu addirittura approvato all’unanimità, al se­nato venne fortunosamente bocciato, ma poi riuscirono a peggiorarlo fortemente e ad imporlo con il nome di “Buona Scuola”. La quale, dun­que, è figlia dei nostri errori. I sindacati ne sono solo comunque gli zii.

  OSCAR    – Ringrazio per l’invito e la possibilità di intervenire. Per ragioni di tempo, o per incompletezza di informazione, non sono probabilmente in grado di affrontare con la dovuta competenza i tanti temi, tutti rilevanti, su cu cui ho ascoltato i vostri orientamenti. Che le linee di politica scolastica seguite dalle confederazioni, ora concordemente, ora con divergenze più o meno rilevanti, vadano rimesse in discussione anche spietatamente, è, più o meno a parere di tutte le sigle sindacali, scelta scontata. Ma non posso non raccomandarvi – in questa fase improvvisa di tensioni estreme all’interno del mondo politico, e di riverberi di esse a danno del mondo sindacale, in alcuni casi addirittura vituperato – non posso non raccomandarvi, ripeto, una tenuta di fiducia nelle rappresentanze della nostra categoria. Rimproveriamoci a vicenda finché ne abbiamo bisogno, non per sfogo umorale o per rivalsa, ma per far valere i nostri convincimenti in termini di sintonia o quanto meno di compatibilità. Ricordiamoci di rafforzare in noi stessi quel che pensiamo di poter o dover insegnare ai nostri alunni. Vedete, vi confesso che è la prima volta che mi capita di ricorrere ad allarmi così insistiti. Non è retorica, è sana paura politica. Ricordiamoci allora, per vincerla, ciò di cui siamo stati capaci. E quindi, prima di tutto, che è stato storicamente riconosciuto ai sindacati, e più precisamente ai sindacati-scuola appena sorti, l’aver garantito all’Italia i due miracoli del dopoguerra, la travolgente scolarizzazione di massa e, in virtù di essa, la sorpresa del connesso “miracolo economico”. Così come, dal sessantotto e per almeno una dozzina d’anni, i sindacati scuola hanno contribuito a metà del secolo scorso, d’intesa con i vertici dell’amministrazione scolastica nazionale, ad allentare la morsa della disoccupazione giovanile. Scongiurando così, con ripetute forme di assunzioni, il pericolo di reazioni di massa non controllabili. Nessuno, prima d’allora, si era aspettato dal sindacalismo scolastico interventi rivolti a lenire pesanti disagi di massa. E ricordiamoci la storia della riforma generale della scuola, che ha attraversato quasi tutta la seconda metà del secolo scorso ma senza alcun approdo, al punto da evocare a pieno titolo l’En attendant Godot (G. Balduzzi e V. Telmon, 2002). Sindacati e docenti, per non trasformare lo spettacolo in un sordido Mistero buffo, hanno lasciato presto le proteste di piazza ai soli studenti. Ora invece ci aspettano tempi durissimi, molto più insidiosi perché la lotta per il potere richiama apertamente la logica del “fine che giustifica i mezzi”. Abbiamo bisogno, sindacati e docenti, di parlarci e di capirci prima che sia troppo tardi. Non esitiamo ad affrontare il peso degli errori di ieri, cerchiamo di sostituirli con maggiore competenza e tanto coraggio. Ricordiamoci che la scuola è una grande forza e non deve essere umiliata. Ce ne danno un esempio gli attuali esodi dei popoli d’Africa e del Medio Oriente, difformi dai precedenti non certo per riduzione di tragicità ma per una nuova destinazione di fuga: l’Europa. Chi ha aperto la strada verso di noi a popoli trucemente inchiodati da sempre alla miseria e alla schiavitù? L’ONU, l’Unesco, l’art. 26 della DICHIARAZIONE UNIVERSALE DE DIRITTI DELL’UOMO, a cominciare da quello dell’istruzione. Vale a dire quella strada della qualità di un sapere che non smette di crescere affinché non si smetta di capirci. 

  VIRNA – Anch’io ho appena applaudito OSCAR, anche se inutilmente. Sul “Concorsone” votai a favore come Danilo, e lo rifarei subito. Dis­sento invece da lui quando considera perdita di tempo i riferimenti alla legge del ’73 e alla mancata svolta innovativa a favore della fun­zione docente. Vedi, se il testo non fosse stato castrato dai sindacati al momento della definizione dei decreti delegati, oggi saremmo qui a di­scutere del “continuo e autonomo processo di elaborazione e di trasmissione della cultura,in stretto rapporto con la società, per il pieno sviluppo della personalità dell’alunno nell’attuazione del diritto allo studio”. Discuteremmo su temi sempre più complessi, sul prepararsi all’autonomia professionale, e sui canoni di aggiornamento. Se oggi rimaniamo estranei a logiche di questi tipo,e alle prospettive disegnate da Rapporto Faure,da Delorsecc, e se poco o nulla abbiamo in comune con le scuole del mondo avanzato, la ragione sta nella diffe­renza tra quanto, in un quarantennio, hanno fatto altri e non noi.

  ELEONORA Mi consenti un’aggiunta al tuo dire? La scuola non ha bisogno di raccomandazioni che a priori la qualifichino “Buona”. Il di­ritto di tutti i cittadini alla scuola e alla sanità è la grande conquista sociale del Novecento. E la scuola ha i suoi cardini, qualcuno qui lo ha già accennato, nell’obiettivo della formazione della persona, che di per sé è un unicum. Esattamente come la cura del medico. La scuola vera affida pertanto gli allievi agli insegnanti affinché ne individuino, distin­tamente, potenzialità, inclinazioni e problemi. La scuola a cui dob­biamo aspirare – e che altrove è in cantiere, in continuo cantiere – vede ora in collettivo, ora in incontri distinti, alunni e insegnanti im­pegnati a favorire e intensificare l’attività di apprendimento. Ed è ov­vio che assicura agli insegnanti corsi di aggiornamento, iniziative di ricerca e l’assistenza di qualificati esperti professionali, in rapporto con le università, per i casi difficili come per le innovazioni. Nei paesi in cui ai docenti si assicura costante crescita di competenze, al preside non è data competenza alcuna sull’insegnamento. E per i genitori? Un ricco pacchetto informazioni.

  GEO – Il declino ininterrotto della scuola italiana è addebitabile sia al governo sia ai sindacati, ma le scelte decisionali che contano, anche se concordate tra i due soggetti, possono essere proposte alla ratifica del parlamento soltanto dal governo. E siccome governi e legislature passano e cambiano in pochi anni e il sindacato invece no, almeno in Italia, è a quest’ultimo che spetta incassare anche colpe e meriti degli altri protagonisti. Così è capitato per l’ondata di scolarizzazioni al momento del “miracolo economico”, così è ricapitato per il dirompente reclutamento dei reduci del “Sessantotto”, protetti e ispirati dall’intero parlamento, a sua volta incapace di fermare i sedicenti rivoluzionari. Arrivano poi gli anni in cui le attenzioni per la scuola da parte dei centri culturali, degli studiosi di fama e dei pedagogisti, iniziano ad afflosciarsi fino a sparire. Dopo lo schianto del Concorsone e della Legge Moratti la politica, sempre più scarsa di idee, di obiettivi e di credibilità, e sempre più ricca di personalismi e congreghe, considera i problemi della scuola, da cui non guadagna nemmeno voti, come pratica di solo fastidio.Una speranza? Che almeno il sindacato impari a rispettare i suoi limiti.  

 AMALIAMi avete affidato l’intervento di chiusura, ma ciò che di più utile io posso proporre è una domanda. Preceduta da due premesse. La prima riguarda la sempiterna mancanza d’investimenti per ridurre i fenomeni di forte deficit culturale, quali, ad esempio, il 30% di analfabeti di ritorno, i casi di obbligo scolastico mancati, la stranezza dei voti della maturità nel sud, gli abbandoni nella secondaria. La seconda riguarda il lato del tutto opposto della nostra cultura, e cioè i bilanci delle principali biblioteche nazionali: Firenze 2 milioni e Roma 1 e mezzo, contro i 254 milioni di Parigi, i 160 di Londra, i 52 di Madrid; acquisto libri: 120mila euro sia a Firenze sia a Roma, contro i 19 milioni di Parigi e i 19 milioni Londra. Aggiungiamo, sullo sfondo, il tramonto delle nostre librerie. Domanda: quanto e come la Buona Scuola potrà distinguersi da quei lugubri segnali di indebolimento culturale? E senza l’alibi dei vincoli sindacali?

Siccome possiamo essere ben certi che quanto dice solennemente la CISL vale, sfumature a parte, per CGL e altri, Ora possiamo dirci ben certi che, dopo 41 anni a 41 anni di distanza il sindacato continua a ritenere gli organi collegiali, le assemblee e gli affollamenti genitoriali – riti formali scaduti da decenni - piuttosto che l’incremento costante della professionalità e dei poteri decisionali dei docenti in funzione del pieno sviluppo della persona umana di ciascun alunno (come accade nei paesi ad aggiornato livello educativo).  

 


 


 

MAL DI STAMPA

di Giorgio Porrotto

15/07/2015


 

         Ai nostri quotidiani nazionali va riconosciuta buona fama, ma anche una solitaria e bizzarra incapacità di interpretare il rapporto tra il potere politico e il ruolo dell’istituzione scolastica. Ultimi decenni del novecento: la stampa si occupava delle vicende dell’istruzione soltanto per regalare pagine e pagine di “scuola spettacolo” alle ricorrenti scenate di piazza degli studenti, che reclamavano senza conoscerle le riforme da ogni parte promesse e da nessuno realizzate. Dodicennio a cavallo dei due millenni: entra nella Costituzione l’autonomia scolastica, e si susseguono due riforme (Berlinguer e Moratti) contrarie in tutto e per tutto fino a scomparire entrambe; la stampa non riesce a spiegare l’estrema gravità dell’accaduto. Ultimo settennio: governo e parlamento tardano ad applicare la recente norma costituzionale che prevede l’introduzione dell’autonomia degli  istituti scolastici: il caos che ne consegue nell’organizzazione degli insegnamenti viene addebitato dall’utenza – alunni e genitori – agli interlocutori più visibili, gli insegnanti. Da qui il gran salto della politica, che è vergognosamente incapace di governare ma diventa luciferina nel salvarsi: la “Buona Scuola” risulterà tale nella misura in cui riuscirà a riversare sugli insegnanti, integralmente e definitivamente, la responsabilità di tutti i fallimenti del potere politico. Ma di questo serpentino rovesciamento di rapporti tra potere politico e competenze culturali, la stampa non pare si sia ancora accorta: le bastano, per i suoi compiti, i contributi di cronisti generici o, in via eccezionale, di consulenti del lavoro.

         Di recente, l’occasione per dedicare all’istruzione livelli di maggior attenzione, la stampa l’ha avuta il 9 luglio scorso (il 10 in edicola), con l’approvazione definitiva della Buona Scuola, e formalmente non l’ha perduta. Ma come? Il GIORNALE riassume in mezza pagina (titolo “Scuola, passa la legge tra fischi e proteste: nel Pd si sfilano in 29”) tutto quel che ha da dire, seppellendo abilmente la indiscutibile coincidenza di obiettivi tra la nuova legge e il ddl Aprea di berlusconiana fattura. Il tema non è la scuola ma la politica nuda e cruda anche per il gemello LIBERO, in linea col Giornale. Idem per IL FATTO QUOTIDIANO, pur di opposto schieramento: s’occupa solo del passaggio dei Verdiniani alla maggioranza. Un’illusione di svolta s’affaccia su IL FOGLIO, che apprezza la linea della riforma ma non crede alla rapidità dei risultati, e poi s’interroga sui possibili nuovi sviluppi, ma ci nasconde la risposta. LA STAMPA (due paginoni) va oltre il dettato ministeriale con alcune righe sulla trasfigurazione del preside: a quale altro dirigente amministrativo è stato imposto il ruolo di plenipotenziario culturale in oltre dieci discipline? LA REPUBBLICA (idem) si occupa prima delle diversità di voto del P.D., poi delle future divergenze interne al P.D. sulla scuola viste da Renzi, poi delle stesse divergenze viste da uno degli oppositori di Renzi. IL MANIFESTO e L’AVVENIRE sono da associare perché da sponde ideologiche opposte, ma parimenti presidiate con rocciosa coerenza da decenni e decenni, esplicitano, diffondono e difendono i loro credi educativi. Ma con opposta fortuna e ben diverse alleanze: le istanze di L’Avvenire in campo educativo coincidono da sempre con gli ambienti culturali e politici del conservatorismo tradizionale, e oggi con la politica scolastica di governo; le istanze culturali ed educative de Il manifesto, pur largamente diffuse e comunque difficilmente ignorate, sono spesso declassate dall’antica convergenza con le tradizioni stantie del sindacato in campo scolastico. Il CORRIERE DELLA SERA (in ritardo di un giorno, per sciopero) offre una rassegna delle nuove strutture organizzative del servizio scolastico diversa da quelle degli altri giornali, solo perché non caotica. L’UNITÀ (stesso giorno) annuncia a tutta pagina “Sulla scuola parte la campagna d’estate del PD”. Il testo promette “cento appuntamenti in cui i parlamentari del PD incontrino gli addetti ai lavori per spiegare il provvedimento e affrontare le contestazioni”; nel resto del vistoso foglio non si parla di scuola. Il quotidiano più coraggioso e filtrante in materia? METRO, gratuito.

         Il diritto a scuola e sanità è, nel mondo, la grande conquista civile del ’900. La sanità pubblica italiana è ben classificata a livello internazionale, tanto i medici risultano preparati (e pagati). I livelli della professionalità docente si distinguono invece, rispetto al trend europeo, per l’assenza di aggiornamenti professionali sistematici, per i bassi livelli retributivi, e si distingueranno, prossimamente, per una radicale riduzione dei poteri decisionali d’ordine didattico, oltre che per l’introduzione, altrove impensabile, di premi saltuari. E il preside della “Buona Scuola”? Da insegnante e da dirigente amministrativo non ha mai avuto bisogno di un’idea di scuola da imporre agli altri; ora si sentirà sicuro soltanto se gli verrà dettata. La stampa? Zitta e mosca. 

 

 

 


 

 

Italia sua

di Giorgio Porrotto

20/06/2015

 

            Il Corriere della sera di Lunedì 8 giugno 2015 ha dato largo spazio ad Attilio Oliva, meritoriamente: nelle frequenti conferenze dell’Associazione TreeLLLe, di cui è presidente, ha anticipato addirittura il governo nell’indicare i presidi come unici possibili redentori delle scuole italiane. Che hanno bisogno, tutte e subito, di essere liberate da un orrido peccato: “nessuno…sa cosa vi avvenga”. Di conseguenza quasi tutto l’articolo incalza i lettori a ritenere che la priorità assoluta della scuola italiana sia un’adozione ininterrotta di controlli. Niente di male, se non fosse che dei controlli Oliva propone versioni vaghe, ossessive e impositive. Perché, invece, non tenta di capire se un preside, già docente di matematica, possa avere le cognizioni necessarie per valutare le competenze di un docente di italiano impegnato, toto corde, nelle varianti di linguaggio e di temi con cui Dante passa dal “Purgatorio” al “Paradiso”? Perché non tenta di capire se un preside già docente di filosofia possa valutare le lezioni di un docente di fisica alle prese con la meccanica quantistica? Perché la sua insistenza sui controlli fa da copertura ad un obiettivo ben più vincolante, ma accennato nell’articolo soltanto così: «La scuola non appartiene a chi vi lavora, ma alla comunità civile nel suo insieme”. Dove la “società civile” risulta poi essere, nella “Buona Scuola”, la “famiglia”.  

            Questa idea della famiglia alla guida della scuola ha almeno due storie fortemente controverse. La innescò, nel tardo ’900, tra stupori e clamori, l’economista conservatore americano Milton Friedman, fautore dei poteri genitoriali sull’istruzione. Ne conseguì la nascita delle Charter Schools, istituti finanziati dallo Stato ma gestiti in appalto dalle famiglie, direttamente o per agenzie. Se ne previde un trionfo mondiale, che non ci fu: «i sistemi scolastici statunitensi sono stati in grado di … resistere alla sfida”, e «il modello delle Charter Schools non si è rivelato contagioso” (Norberto Bottani, 2013). La seconda è l’eco italiana della vicenda USA: immediato l’entusiasmo di CL e ora - dopo il tonfo della Riforma Moratti e dopo una serie di DdL (detti Aprea) risalenti alle Charter ma non fortunati - ecco la solenne riesumazione di quei DdL nella “Buona Scuola”.

            A chi appartiene la scuola? Si ricordi la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, adottata dall’Assemblea generale delle nazioni unite in data 10.12.1948: l’art. 26 dichiara, al punto 1, che “Ogni persona ha diritto all’educazione”, e al punto 2 che “L’educazione deve mirare al pieno sviluppo della persona umana”. È dunque l’unicità della persona in crescita l’ambito in cui l’azione educativa odierna deve essere espressa. L’autonomia scolastica dei paesi avanzati è funzionale, pertanto, al potenziamento e all’aggiornamento delle competenze con cui gli insegnanti possono garantire il libero sviluppo della persona/alunno. Gli insegnanti vengono infatti svincolati, in buona misura, dall’uniformità di programmi ministeriali, e sono supportati da aggiornamenti e da ricerche con cui adeguare i propri contributi di informazione e formazione alle esigenze di libera crescita dei singoli alunni. La scuola dunque risulta finalizzata a questi ultimi nella misura in cui gli insegnanti dispongono delle condizioni necessarie a tale scopo. 

            Esempi? Anche la scuola italiana, nonostante il buio drammatico della sua attuale identità, può suggerirne teoricamente qualcuno, come questo:

“1. … ai docenti è garantita la libertà di insegnamento intesa come autonomia didattica e come libera espressione culturale del docente. 

2. L’esercizio di tale libertà è diretto a promuovere, attraverso un confronto aperto di posizioni culturali, la piena formazione della personalità degli alunni.

3. È garantita l’autonomia professionale nello svolgimento dell’attività didattica, scientifica e di ricerca” (Decreto legislativo 16 aprile 1994, S.O. n. 297).

            Le scuole cui si riconoscono livelli elevati di attività sono quelle dei paesi che garantiscono ai docenti ruoli, autonomie e riconoscimenti di caratura professionistica. Sono gli stessi paesi che riescono – anche fra contraddizioni e ripensamenti – ad affiancare la scuola ai ritmi della modernità. In Italia nemmeno ci si chiede più perché la scuola superiore di secondo grado sia ancora fondata sulla riforma Gentile, a sua volta fondata sulla riforma Casati (senza il voto del parlamento in entrambi i casi), a sua volta fondata sulla Ratio studiorum dei Gesuiti del Seicento. Il problema di base è anche ma non soprattutto scolastico: l’accusa grava sulla nazione. Come del resto dimostrano sia le incredibili ipoteche imposte rovinosamente dai sindacati sull’istruzione, sia le arroganze parapolitiche di mamma e papà.

 


 

La scuola sotto palanche

di Giorgio Porrotto

27/05/2015


         Il giorno prima
 

X - I punti forti del governo sono due: l’emarginazione dei sindacati, e la can­cellazione del divieto di donazioni alle scuole da parte dei genitori. Il primo è funzionale al secondo: un sindacato ridotto alla sola piazza è dimezzato, e la sua opposizione salta.

Y - Colpa anche di tanti altri – stampa, intellettuali, cantori della costituzione – che non sanno più difendere l’imparzialità della scuola di Stato. Perfino l’Opera Nazionale Balilla si vantava di tenere assieme i ragazzi di ceti diversi.
X - Fiato sprecato. L’Italia vanta primati mondiali di corruzione nel servizio pubblico, ed è invasa dal familismo amorale. Ricordi i presidi che ti spiega­vano come un Vussia imponeva loro il voto di maturità da assegnare al pro­prio figlio? Preparati alla moltiplicazione della scena a tutte le latitudini.
Y - Vorresti dire che il JOBS ACT è stato sì presentato come atto di stima meritata nei confronti dell’imprenditoria industriale medio piccola, e come preludio ad uno scatto macroeconomico del paese, ma che ha anche a che vedere con la liberalizzazione delle elargizioni genitoriali alla scuola pub­blica? E perché?

X -  Perché al governo, per ottenere fiducia e consenso, basta piazzare nella platea dei genitori un simbolo del potere più invidiato. Per il resto, addomesticata la scuola, si vedrà. Tanto più che una ripresa industriale risolutiva è di là da venire proprio per le caratteristiche del nostro imprenditore medio o piccolo. Quante volte è stato invitato dalla sua stessa stampa a superare i limiti dell’azienda di famiglia? Giuliano Amato lo ha definito Bentley, perché col suo coraggio arriva soltanto all’acquisto di quell’auto. Perché non assume laureati? E perché deve sempre sollecitarlo  ad espandersi il governatore della Banca d’Italia? E tu non credi che, trascinata in questo clima, la scuola  si trasfigurerà?

Y –  Credo che genitori zelanti e piccolo-borghesi provvederanno a far valere nel Consiglio di Istituto le volontà, vere o presunte, di chi ha il cinque per mille più pesante.
 X – Il resto è scontato.


         Il giorno dopo

Y– Il governo, prima della votazione in parlamento, ha ritirato la facoltà di destinare il 5 per mille alla scuola!
X - Il governo ha poi anche fatto sapere che il 5 per mille alla scuola sarà ripristinato.

 

 


 

Indietro tuttaaa!!!

di Giorgio Porrotto

29/04/2015

 

   Nei crescenti rigurgiti di violenze riservate agli insegnanti da allievi e genitori, il Ministro Stefania Giannini rileva la rottura del Patto educativo tra famiglia, insegnanti e studenti, e Il mancato rispetto dei ruoli (La Repubblica del 3.4.2015); nessun accenno a provvedimenti. Il 25 aprile, alla “Festa dell’unità” di Bologna, gli insegnanti inscenano una chiassata che impedisce al Ministro di parlare. E la Giannini alla stampa: Gli insegnanti? Maggioranza abulica, minoranza aggressiva. I tre comportamenti appena descritti sfiorano l’analfabetismo sociale. Ma a preoccupare di più è il Ministro, cui spetta il governo della scuola e della riforma in fieri. E che per giunta è pressato, molto più che dai picchiatori, dalle insoddisfazioni delle “buone famiglie”. Il tutto collima manifestamente con la “Buona scuola”, che prevede l’assoggettamento degli insegnanti al potere plenipotenziario dei capi di istituto. Una novità consimile, negli obiettivi, al Ddl-Aprea, approvato all’unanimità dalla Camera ma non dal senato alla fine della precedente legislatura: concedeva ai genitori di governare gli insegnanti tramite una sorta di “Squadre armate del Bambin Gesù” (profezia di Buñuel).

   La persecuzione dei docenti nasce (1999/2000) da un trauma inaudito: fallisce l’applicazione del Regolamento dell’autonomia scolastica, prevista dalla riforma costituzionale del 1997. Si scopre che nessuno è preparato alla complessità di tale evoluzione, e politici e parapolitici si danno alla fuga. Agli insegnanti rimane (per quindici anni!) il compito di una sopravvivenza senza obiettivi e supporti, ed esposta ai risentimenti di un’utenza pervasa dal familismo amorale, e incapace, per analfabetismo politico, di contestare i disertori.

   Che cosa garantirà alla “Buona scuola” il preside passato dall’insegnamento all’amministrazione di più istituti, e ad adempimenti già provveditoriali? Soltanto controlli su materie quasi tutte non sue, e adocchiabili solo con le certezze del passato remoto.

Altrove esistono docenti formati all’autonomia e alla modernità.

 


 

Il preside della “buona scuola”

di Giorgio Porrotto

30/03/2015

 

   Il Provveditore agli Studi di Milano degli anni ’80 (Enzo Giffoni, def.), definiva il preside Ultimo presidio periferico della scuola di Stato. Un anticipatore della riforma oggi in fieri? Ma no: nel caso di un insegnante in default per scarsa preparazione il preside chiedeva, e subito otteneva, l’intervento di uno degli ispettori specializzati nella materia di detto insegnante, e anche se si trattava di quella a suo tempo insegnata dal preside. Come a dire che il preside riusciva a presidiare la propria scuola anche ricorrendo a competenze esterne e più elevate. Di contro, la riforma della Buona scuola dice che in caso analogo il preside ghe pensi lù, sempre e in ogni caso. Ma non è dato capire come i livelli culturali e le capacità didattiche di un docente possano essere adeguatamente valutate – col rischio  di sospensione dalla cattedra – nel caso di un docente di Lettere alle prese con un ex-docente di Matematica, o di un docente di Scienze naturali alle prese con un ex-docente di Filosofia.

   Le stesse difficoltà circonderanno il preside quando, come Buona scuola comanda, sceglierà i docenti da reclutare. Ma con una fatica in più: dover convincere gli aspiranti delusi, e poi anche l’esercito dei laureati disoccupati, che in questo paese gonfio di familismo amorale, di corrotti e corruttori, di mafiosi e di politici birichini, gli unici santi possibili siano i presidi.

   E poi perché la Buona scuola prevede mancette annuali per il 5% degli insegnanti valutati dal preside e quindi sommariamente? Perché provocare competizioni e quindi irritazioni e scoramenti in un ambito professionale che necessita fiducia, serenità e collaborazioni, e che da cinquant’anni subisce emarginazioni deprimenti? Perché non destinare quei soldini a docenti disponibili per ricerche di metodologia didattica, o per guidare gli alunni nelle scelte in biblioteca, o per organizzazione pomeriggi culturali “aperti” sul tema del rapporto scuola-società?

 

 


 

Un eccesso di eredità

di Giorgio Porrotto

2/03/marzo 2015

 

   IERI Li battezzarono diciassettisti, cioè col numero della norma che li metteva in ruolo senza concorso. Costituivano, per il governo, uno strappo emergenziale a fronte di due urgenze: soddisfare l’imprevisto incremento della domanda d’istruzione germinata dal “miracolo economico”; arginare il sessantottismo violento offrendo ad un  po’ di laureati  il lavoro nella scuola. Un tentativo, questo ultimo, per rimediare in parte alla grettezza della “piccola industria” italiana, straripante di ditte ma restia ad assumere laureati. Poi il parlamento produsse altri strappi (delegittimando ogni irrisione), fino a dover affidare ai provveditorati e ai sindacati tutta la gestione della scuola. La quale si ritrovò, in breve, isolata dalle Università, dai centri di cultura, dall’editoria, e dai rari nantes interessati alle innovazioni in corso in altri paesi. E le riforme “Berlinguer” e “Moratti” spuntate all’alba del ”2000”?

L’una negava l’altra, e affogarono insieme.      

    OGGI (2. 3. 2015) La “Buona Scuola” si auto-qualificò, a squilli di chiarine,  grande riforma, ma in data odierna gli stessi autori l’anno rimandata, e poi declassata a linee guida. Meglio così, al momento: preoccupava quella logica ossessiva del controllo di tutti su tutto ma rivolta, implicitamente, ad impoverire la funzione docente. La quale invece, laddove è arricchita di aggiornamenti, ricerche organiche e poteri decisionali (tabù, qui da noi), diventa un baluardo. Tace in proposito la stampa, da sempre sguarnita sull’istruzione; più ignara ancora, ovviamente, l’opinione pubblica. La scuola italiana – figliata da Gentile, che era partito da Casati, che si ispirava alla Ratio Studiorum – non riesce ad entrare nella modernità.

I primi a dare l’allarme? Carlo Cattaneo e Camillo B. di Cavour.