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Spunti per la didattica delle Scienze Naturali

 

 

frattali del cavolo

Spunti per la didattica delle Scienze Naturali

 

Un po’ tutti noi insegnanti abbiamo l’abitudine di mettere da parte articoli letti ed apprezzati per condividerli con qualche collega. Magari non abbiamo trovato qualcosa di davvero nuovo, ma soltanto una conferma al nostro modo di procedere oppure considerazioni che ci mettono in discussione. 

La raccolta inizia con articoli di Autori diversi trovati in qualche rivista, i più recenti in rete, che vengono proposti senza un ordine particolare, ma con la speranza che riescano ancora a dare al lettore degli stimoli nuovi e incoraggianti per insegnare le Scienze Naturali.                              

Riflettere sul lavoro d’aula è sempre occasione di crescita personale e professionale: è lo scopo di questa rubrica aperta ai contributi dei lettori.

 

Maria Castelli

 

 


Raccontare la Scienza 1 - Raccontare la Scienza 2 - Un pianeta a portata di mano - Voglio la Luna (da disegnare) - Il diario spaziale - Come imparare dalla natura Susan Klausen - Il mestiere di insegnare Fiorenzo Alfieri  - Ritrovare il tempo Penny Ritscher Buona scuola per immersione - La scuola del fare insegna la scienza - ESPERIMENTI, PROVE PRATICHE, ATTIVITA’ SPERIMENTALI: QUALI SIGNIFICATI? - Esploratori che chiamiamo bambini Telmo Pievani -


 

catafillo di cipolla

Materiali per un nuovo curricolo di scienze

 

Raccontare la Scienza 


Claudio Longo (docente di Botanica Università di Milano)             

 

 

     Per tradizione, Storia, storie e Scienza sembrano cose non molto compatibili. Nell’idea delle persone colte, la Storia è una cosa dignitosa e le storie invece sono spregevoli. Se si tratta della Storia della Scienza, allora va bene, ci sono i temi classici: Galileo, Pasteur…...

Quando però la Storia diventa più raccontata, allora perde di considerazione, ed è proprio in quell’istante invece che le cose riescono a prenderti di più. Pensiamo alle cose più grandi della tradizione dell’occidente: sono delle storie.

 

    Quando racconto storie in università, non ho per niente davanti a me l’immagine dell’aula universitaria, ho un’immagine che forse non esiste, ma forse esiste in qualche momento remoto.

Immaginate un villaggio, una cittadina del Marocco, magari in montagna, d’inverno. Non c’è grande illuminazione, ma un enorme cielo stellato, magari nella piazza è acceso un fuoco e davanti al fuoco c’è un raccontatore di storie che è un vecchio signore barbuto e poi tutti in giro, c’è tutto il villaggio. E queste storie vengono un po’ raccontate, recitate, cantate, gestite, sceneggiate. Ci sono forme sempre uguali e poi c’è l’improvvisazione…E’ venuto una volta da noi un senegalese. Nel Senegal è vivissima questa storia del raccontare storie. Ci sono dei raccontatori di storie che sono lo scheletro dell’etnia, il ricordo, la memoria che collega una generazione all’altra. Ha proiettato una cassetta nella quale si parlava dei raccontatori di storie, delle cerimonie per far piovere ecc…; poi c’è stata qualche domanda più o meno imbarazzata, seguita da risposte imbarazzate, poi ancora qualche domanda...lui ci ha pensato un po’, poi…

- Adesso i genitori stanno dormendo?

- Sei sicuro?

- Sì, il papà russa……

- Allora andiamo fuori…..  E nella piazza c’è il raccontatore di storie …quella del leone e del serpente furbo… e un po’ alla volta ci ha trasferiti dentro una favola con animali e cose del genere, così, gradualmente, senza avere l’aria di nulla. Per me, il raccontare storie è legato a questo, a creare un’atmosfera particolare. [continua la lettura]

 

 


 

i movimenti del sole

Materiali per un nuovo curricolo di scienze 

 

Claudio Longo (docente di Botanica Università di Milano)


Sono del parere che si debba programmare in modo non troppo rigido, che non ci si debba preoccupare troppo di quello che si farà domani. Quello che possiamo chiamare un po’ pomposamente SAPERE è come un tappeto: si comincia a tirare un filo e poi viene via tutto. Voglio dire che si può cominciare da qualunque parte e tirar dentro tutto il possibile che non ti aspetteresti. Questo vale per le conoscenze e anche per le abilità: saper fare ragionamenti ipotetico- deduttivi, saper osservare, saper registrare ciò che si vede, saper fare previsioni, saper misurare… Va benissimo analizzare e scomporre tutte le abilità; oggi si tende moltissimo a rendere espliciti obiettivi e abilità, ma forse è il caso di non prendere troppo sul serio questa cosa.

E’ un po’ come se si pretendesse di capire come si riconosce una persona...

      Tutta la scuola dell’obbligo insegna a stare nel mondo. Allora occorre far andare d’accordo

                            gli OCCHI – saper vedere e più in generale adoperare i cinque sensi,

                            il CUORE – provare emozioni,

                            la TESTA – saper ragionare.

Nella scuola elementare sono importanti soprattutto i primi due, perché occorre immaginare la strada successiva che man mano sale verso le superiori e verso l’università: resta alla fine soltanto la testa. Occorre incominciare alle elementari a gettare le basi di tutto, sapendo che continuando negli studi i primi due aspetti si perdono. [continua la lettura]

 

 


 

un pianeta a portata di mano

Un pianeta a portata di mano    

 

Roberto Argano Università "La Sapienza", Roma

 

Insegnare ai bambini la storia naturale degli animali è, evidentemente, la cosa più semplice di questo mondo: "Andiamo a cercare la tana dell'istrice". Arco e faretra, e si va. Per strada, ci si meraviglia del giallo del rigogolo che saetta tra gli alberi, delle uova azzurre in un nido di merlo, delle galle sferiche dei cinipidi delle querce, si gioca col saettone sorpreso a crogiolarsi al sole, si insegue una fienarola tra l'erba. Insomma le solite cose di quando si va in giro senza la tensione della caccia. Per il ragazzo è un gioco, ma la natura gli entra piano piano nell'anima, i silenzi cominciano lentamente ad accordarsi con i brusii, un vago sbatter d'ali di farfalla segna un momento nel calendario, quello in cui una certa pianta è fiorita e il cinghiale va in amore. I ritmi, le armonie, i colori, le forme, si armonizzeranno nel complesso dialogo tra lui e la natura, tra la natura e lui.  [continua la lettura]

 

 


 

Voglio la Luna

C'è qualcuno che sa leggere

 

Voglio la Luna! (da disegnare)

«Mamma… lua… Ecco la lua, mamma».

Bambine e bambini amano nominare la luna fin da piccolissimi, quando i suoni dei nomi sono ancora incerti. Amano nominarla quando la riconoscono nell’oscurità della notte e anche quando la ritrovano stupiti di giorno, bianca tra i celesti del cielo. Nel loro dito puntato in alto mescolano emozione e conoscenza, unite dallo stupore di un riconoscimento. Del resto l’atto del nominare non può avvenire senza un riconoscimento e forse, almeno da piccoli, neppure senza una qualche riconoscenza.

Quando abbiamo letto la settimana scorsa, in quarta elementare, che gli antichi egizi avevano calcolato la durata dell’anno in 365 giorni, ho chiesto ai bambini come avessero fatto secondo loro gli scribi a calcolare quel numero. «Segnando ogni giorno una stanghetta», ha detto Lorenzo. «Già, ma come hanno fatto a fermarsi di contare e a capire che un anno era passato?» - ha domandato Alessandro. «Forse contando le stagioni», ha ipotizzato Alessia, aggiungendo pensierosa: «Però come facevano, se era deserto?». «C’era il fiume che straripava», ha ricordato Maia. «Ma straripava sempre nello stesso giorno?», ho domandato io. «Secondo me - ha risposto Emilia - all’inizio dell’anno hanno messo un segnetto dove arrivava l’ombra di un bastone. Dopo il sole si è spostato ogni giorno e, quando è ritornato nello stesso punto, allora ricominciava l’anno». [continua la lettura]

 

 


 

Stephen Hawking

Il diario spaziale

 

Guido Andruetto, collaboratore de la Repubblica (articolo del 22/1/2017 introvabile in internet)

 

Perché la divulgazione scientifica è così importante? E come farla apprezzare ai più piccoli? Lo spiega Lucy Hawking che insieme al padre Stephen, il più celebre fisico dopo Einstein, ha messo a punto un programma di astrofisica e astronomia adottato dalle scuole inglesi.

Un diario per apprendisti astronauti, supportato da una piattaforma multimediale accessibile gratuitamente per seguire lezioni di astrofisica e astronomia. Il “Principia Space Diary” è il nuovo programma di formazione adottato dalle scuole inglesi che prenderà il via il 30 gennaio. Promosso da Curved House Kids, Queen Mary University of London, UK Space Agency ed Esa, si basa sui contributi fra gli altri di Lucy Hawking, giornalista e scrittrice, e di suo padre, l’astrofisico Stephen Hawking, con cui ha già firmato cinque libri per bambini e ragazzi — la saga di George e Annie (l’ultimo, “I cercatori dell’universo”, è pubblicato in Italia da Mondadori) — dove, con rigore scientifico e semplicità nell’esposizione, si  presentano le più recenti scoperte della scienza sull’universo, spiegandone i misteri e divertendo i lettori.

Poco più di una settimana fa Lucy ha festeggiato nella sua casa a Londra il compleanno del papà, e insieme hanno completato i testi delle loro lezioni che saranno oggetto di studio per ottantamila studenti di millecinquecento scuole del Regno Unito.

Abbiamo conversato con la figlia dello scienziato, cosmologo e grande studioso dei buchi neri, per capire come deve cambiare la divulgazione scientifica quando si rivolge ai più giovani. [continua la lettura]

 


 

 

giochi poveri

Ritrovare il tempo

 

Penny Ritscher Pedagogista

 

C'era una volta l'ozio fecondo nella vita dei bambini. "Si giocava con niente." "Il tempo non bastava mai." "Era subito sera." Sono commenti che emergono spesso quando gli adulti di una certa età riflettono su come giocavano all'aperto da bambini. Che significa "si giocava con niente"? Che cosa era quel "niente"? Sassolini, un gesso, una corda, fili d'erba, le foglie delle pannocchie di mais, miscugli di terra e acqua... Era "niente" nel senso che era a costo zero, senza la mediazione del mercato. Era niente anche nel senso che i materiali non erano giocattoli pre-strutturati (il fango era calcina da muratori o pappina per la bambola, secondo il copione del momento...). La ricchezza del gioco dipendeva dalla ricchezza dell'inventiva di chi giocava (meglio se tra compagni) e non dal prezzo dei materiali. Che significa "il tempo non bastava mai"? I progetti si susseguivano in continua evoluzione, da cosa nasceva cosa, non c'era mai un punto fermo. Non si sarebbe mai smesso, solo che "era subito sera" e si doveva interrompere per rientrare in casa. Erano tempi lunghi e "vuoti", cioè non organizzati se non da se stessi. C'era confidenza con il "vuoto", era "pieno", pieno delle proprie capacità di giocare con niente. Pieno anche di momenti "morti", di soste, di noia, dai quali poteva scaturire qualche nuovo progetto.

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bambini e natura

Come imparare dalla Natura

Suggestioni dalla Danimarca

 

Susan Klausen Pedagogista

 

La nostra società crea delle opportunità per scoprire la natura e utilizzarla come contesto per lo sport o il relax, per capire il passato tramite le risorse degli ambienti naturali e molto altro. I bambini di oggi vedono e ascoltano in tv tante informazioni legate alla natura: i leoni e i delfini entrano nel nostro salotto, vediamo terremoti, alluvioni... Ma se vogliamo creare un'interazione tramite la natura e gli esseri umani deve essere per la nostra volontà e deve anche cominciare con i bambini.

Crediamo che per capire il mondo bisogna capire la natura e per capirla bisogna essere attivi e fare qualcosa. Per questo è tanto importante che i bambini abbiano la possibilità di sporcarsi le mani, sentire gli odori nella natura, ascoltare i suoi suoni, esplorare il senso di muoversi con autonomia, imparare ciò che la natura fa per noi e ciò che possiamo fare noi per essa. Qual è il tema di apprendimento per i bambini e come legare la natura e la vita all'aperto a questo?

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studenti che non studiano

Il mestiere di insegnare

 

Fiorenzo Alfieri

 

Questo intervento ha avuto una gestione curiosa. L’avevo già scritto, quando un sesto senso mi ha spinto a leggere un libro che avevo portato con me in montagna, di cui avevo sentito molto parlare e che non avevo ancora preso in mano: “Togliamo il disturbo” di Paola Mastrocola. Sono contento di averlo fatto. Ho letteralmente divorato quel libro perché è a suo modo coraggioso, passionale e molto molto spiritoso. Poi mi sono rimesso al computer e ho riscritto quasi completamente il mio intervento. Quindi ciò che ascolterete è una specie di pane lievitato dalla Mastrocola. Chi ha letto il suo libro sa che a parere dell’autrice la scuola di oggi e in particolare il liceo scientifico, ordine di scuola nel quale insegna, sono sfasati rispetto al mondo esterno e quindi circa l’ottanta per cento degli allievi li vive come una forzatura, come qualcosa che non appartiene alla loro vita, spesso come una tortura. L’autrice non ritiene che questa situazione dipenda dagli insegnanti, la cui professionalità non è mai messa in discussione in tutto il corso del libro. Le cause sono da cercarsi nelle famiglie borghesi che vogliono a tutti i costi che i loro figli frequentino il liceo e si sentirebbero umiliate qualora scegliessero un istituto tecnico o una scuola professionale; sono da ricercarsi nello Stato che non riesce a fare una seria riforma della scuola; sono da ricercarsi nei ragazzi stessi che nella stragrande maggioranza dei casi hanno come primo pensiero quello di mettersi in tiro per apparire di fronte ai compagni, sono sprofondati nel burrone dei video-giochi, dei Facebook, degli iPhone, non leggono oppure leggono solo libri di vampiri; sono da ricercarsi soprattutto negli ordini di scuola precedenti al liceo e cioè la scuola elementare e media dove da ormai quarant’anni hanno vinto i Don Milani e i Gianni Rodari, e quindi si è consolidato un modello di scuola che da una parte si tara sugli ultimi per paura di perderli per strada e dall’altra sostituisce lo studio dell’ortografia, della grammatica, della sintassi con la “grammatica della fantasia”, cioè con la creatività, la socializzazione, il divertimento. Per tutti questi motivi un liceo serio non ha più modo di funzionare e forse sarebbe meglio che, come dice il titolo, quegli insegnanti che si aspettano dai loro studenti che studino, lascino perdere e tolgano il disturbo.

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lavori in classe  

Buona scuola per immersione

 

Il Sole 24 ore, 15 febbraio 2015

 

di Franco Lorenzoni

 

Ci sono insegnanti che da decenni, anche in situazioni assai difficili, propongono metodologie attive chepartono da un ascolto attento dei ragazzi e praticano la conversazione euristica, come terreno privilegiato.Risorse umane per questo tipo di formazione ci sono, perché in gran parte si trovano già nelle scuole, se sifosse in grado di valorizzare e diffondere la didattica che è capace di promuovere il confronto e sostareattorno domande aperte.L'obiezione che ascolto, quando mi capita di discutere con gruppi di docenti sul metodo, è che non c'è iltempo per ascoltare i ragazzi perché il programma è vasto, le ore sono poche e le classi sono tropponumerose. Queste obiezioni nascondono a volte pigrizia mentale e scarsa volontà di mettersi in gioco,sollevando tuttavia una questione rilevante, che è quella del tempo lungo necessario all' ascolto e alconfronto, alla pratica individuale e collettiva del ragionamento.Personalmente ritengo che dovremmo proporre meno contenuti e svolgerli con cura e profondità, perché ilgrande nemico di ogni crescita culturale sta nella semplificazione. Finora l'autonomia scolastica è stata benpoco utilizzata nelle sue potenzialità, perché dotata di fondi miseri, più volte ridotti.  [continua la lettura]

 


 

laboratorio scientifico scolastico 

La scuola del fare insegna la scienza


L'esperienza concreta nell'insegnamento quadruplica la possibilità che gli studenti poi optino per facoltà scientifiche

 

di Massimiano Bucchi

 

 

Datemi un laboratorio e vi solleverò l'interesse per la scienza! Si potrebbe sintetizzare così, parafrasando ilcelebre detto attribuito ad Archimede, uno dei risultati più significativi della più ampia indagine mai condottasul rapporto tra studenti, scienza e tecnologia in Italia: quasi 3 500 ragazzi del secondo anno delle scuolesuperiori intervistati su tutto il territorio nazionale nell'ambito di uno studio condotto dal centro ObservaScience in Society, i cui risultati sono contenuti nel nuovo Annuario Scienza Tecnologia e Società 2015, acura di Giuseppe Pellegrini e Barbara Saracino (Il Mulino). [continua la lettura]

 

 


 

 

esperimenti scientifici a scuola

ESPERIMENTI, PROVE PRATICHE, ATTIVITA’ SPERIMENTALI: QUALI SIGNIFICATI?

 

Laura Ferretti Torricelli

 

Il dizionario ci informa che sperimentare è sinonimo di provare e che tutto ciò che èsperimentale è fondato sull’esperimento o sull’esperienza.Esperimento ed esperienza sono usati in questa definizione come sinonimi, ma in molteoccasioni i due vocaboli assumono significati – o almeno sfumature – diversi. E’ il caso didiscuterne.

 

SPERIMENTARE: QUANDO, COME, PERCHE’

 

QUANDO….

1. …nel corso di una qualsiasi attività si produce un fatto insolito - qualcosa che nonva secondo le previsioni e siamo quindi costretti a formulare ipotesi per rispondere adomande sul tipo di: “Che cosa è successo?”, “Perché non funziona?”, “Dove è l’errore?” ealtre simili.

2. …vogliamo introdurre variazioni rispetto al consueto svolgimento dell’attività. Cichiediamo: “Che cosa è succederà se…” e azzardiamo qualche previsione…

Siamo tutti sperimentatori (specialmente in cucina…).

In ogni caso le risposte alle nostre domande sono cercate sperimentalmente, individuandole variabili del sistema e provando la stessa situazione a confronto con le variazioni da noi apportate.

Se riusciamo nell’intento di trovare le risposte, l’esperienza potrà esserci utile in futuro. Se, invece, le nostre domande restano senza risposte, il problema aperto potrebbe in altre occasioni fornire inaspettate risposte, dimostrandosi addirittura più utile del problema risolto al primo tentativo. 

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esperimenti in classe

Esploratori che chiamiamo bambini

 

Telmo Pievani

 

La chiamano hands-on, perché si fa con lemani in pasta, interagendo con l'oggetto distudio, perché finisce per essere un'attivitàmolto alla mano, per i bimbi e per gli insegnantiche si divertono con loro. È una modalità partecipativadi avvicinamento alla scienza, attraverso la condivisione di esperienze di laboratorio, di giochie improvvisazioni ben congegnate. Riscuote fra ipiccoli e le loro famiglie un indubbio successo, e il nostro paese oggi non ha nulla da invidiare agli altri in questo campo. Anzi, l'Italia ospita non soltanto i festival della scienza più seguiti d'Europa, ma anche esperienze di avanguardia che attraggono osservatori da tutto il mondo. L'ipotesi di partenza è interessante: i cuccioli curiosi di Homo sapiens sono ricercatori nati, cacciatori di regolarità, di invarianti, di simmetrie e di connessioni. Non avrebbe molto senso trattarli come contenitori passivi da riempire. Sono portatori di evidenze scientifiche. È suggestivo come talvolta - nei laboratori didattici in cui viene chiesto ai bambini di scambiare impressioni per iscritto sulla loro esperienza in corso - emergano scampoli di conversazione, schemi e disegni, emozioni, speculazioni, ipotesi conflittuali e appunti frammentari che assomigliano molto ai toni e ai contenuti delle scritture private e dei taccuini di ricerca di alcuni grandi scienziati. Come se nel processo di scoperta di questi membri assai particolari della nostra specie, bambini e scienziati, baluginassero tratti universali della creatività umana all'opera. 

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