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Recensioni

Recensioni

 

Inizia una nuova attività per NATURALMENTE Scienza: la pubblicazione di recensioni di libri che reputiamo interessanti per i nostri lettori.

Se avete proposte da presentare le esamineremo con piacere.

Buona lettura

 

 


Le vaccinazioni spiegate a chi proprio non le vuole capire ® L’invenzione della Natura ® Il nazismo e l’antichità ® Pastorizia e transumanza ® Ogni giorno.Tra scienza e politica ® PERCORSI EVOLUTIVI ® Due esemplari libri di divulgazione scientifica ® Polpo di scena ® 7 lezioni sul pensiero globale ® Non di solo pane... Viaggio nella Mensa Arcobaleno di Vicopelago ® È la medicina, bellezza! ® Parco Sempione ® L'ultima occasione ® C’era una volta Frrr, spaesato pesce fuor d’acqua... ® Un altro posto, ma qui vicino ® Con chi parli, Jonah ® Chloris ® La fisica della vita ® Il certificato come sevizia ® L’ultimo libro di Odino Raffaelli ® La cacca che ci salvò dalla fame ® Che cos’è la scienza ® Yerevan/Stepanakert ® Non recensione ® Per una scienza critica: Marcello Cini e il presente ® Note brevi tra mente e cervello ® Ernst Jünger ® Aurelio Manzi

 



 

 

Il vaccino non è un’opinione Le vaccinazioni spiegate a chi proprio non le vuole capire, di Roberto Burioni, Milano, 2016

Il vaccino non è un’opinione Le vaccinazioni spiegate a chi proprio non le vuole capire, di Roberto Burioni, Milano, 2016

 

Recensione di Lucia Torricelli

 

I vaccini sono pericolosi? I vaccini servono? Bisogna vaccinarsi o è meglio non vaccinarsi?

Se si confondono i fatti con le opinioni si potrebbe dubitare dell’efficacia dei vaccini, che sono un’arma di difesa insostituibile contro temibili malattie da infezione vecchie e nuove. Lo dimostrano i fatti di cronaca e i numerosi studi condivisi e validati dalla comunità scientifica. 

Evitare la vaccinazione significa aprire la strada alla diffusione di pericolosi germi patogeni e al ritorno di gravi malattie che si pensava fossero state debellate per sempre, come sta succedendo con Il ritorno del morbillo.

Virus e batteri sono sempre intorno a noi; circolano insidiosi e invisibili, si diffondono rapidamente nella società globalizzata, sono capaci di insospettabili strategie di attacco se si trovano in condizioni di vantaggio. Il sistema immunitario è in grado di neutralizzare questi attacchi solo se rinforzato e allertato dalla pratica della vaccinazione. 

 

 

 

 

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L'invenzione della Natura

L’invenzione della Natura

Le avventure di Alexander von Humboldt, l’eroe perduto della Scienza

Andrea Wulf

LUISS Universyti press marzo 2017 15x21 544 pagine   € 18,70

 

Difficile arrivare in fondo alla lettura di un librone come questo e, andando a rileggere le brevissime note di commento, ci si accorge che sono, per quanto altamente elogiative, inadeguate a dare solo un’idea dei sentimenti che permangono da questo scritto che è difficile persino riporre dentro la biblioteca. Non può essere un libro da mettere in un posto accanto ad altri. Si tratta di un’opera talmente impegnativa che l’Autrice sembra aver dato una volta per tutte il meglio di sé. Poi si va a vedere di libri interessanti ne ha scritti anche altri, ma questo è certamente il migliore. E’ un libro incredibile perché riporta in vita, e che vita, un fantasma lontano ai tempi di scuola dove tutto era uguale e tutto ammantato dalla stessa uniforme patina di precoce avvio al oblio.  Pochissimi si ricordano di chi fosse Humboldt, qualcuno si ricorda di una corrente calda, no era fredda, o di un tedesco diplomatico esperto linguista, no era il fratello. Leggendo si viene travolti e trascinati dal flusso degli eventi dai personaggi che incrociano per un periodo le loro vite, si annusano, si riconoscono e rimangono legati fino alla fine. E’ una corsa attraverso due secoli di scienza con intrecci e rimandi continui ed un arricchirsi di conoscenze e il colorarsi di un mondo passato che dal grigio chiaro, fino alla sfumatura del nulla nella nostra memoria, diventa vivo e palpitante in tutti i suoi eccessi descrittivi.

Il protagonista cresce in fretta e senza altri freni di quelli della madre distante e fredda che blocca le sue naturali pulsioni fino ad alcuni anni dopo la sua scomparsa. 

 

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Il nazismo e l'antichità

Il nazismo e l’antichità, ovvero: sull’utilità e il danno della scienza per la vita

 

Valeria Zini (*)

 

Si potrebbe riprendere da Nietzsche il celebre titolo della seconda “Inattuale” per indicare l’ambito dell’indagine affrontata da Johann Chapoutot nei testi dedicati al nazismo e pubblicati in Italia negli ultimi anni dall’editore Einaudi: Controllare e distruggere (2014), La legge del sangue (2016), Il nazismo e l’Antichità (maggio 2017). Avvalendosi di un vastissimo e in gran parte inedito materiale documentario, l’autore francese – docente di Storia contemporanea presso l’Université Paris-Sorbonne e membro dell’Institute Universitaire de France- - ricostruisce i fondamenti culturali e l’ attuazione del totalitarismo nazista esplorando non solamente i testi canonici e i discorsi dei protagonisti del Terzo Reich ma anche fonti burocratiche come circolari ministeriali, opuscoli di formazione ideologica, manuali scolastici, produzioni del cinema e delle arti plastiche, piani urbanistici e spettacoli. Ne emerge un reticolo penetrante e diffuso di dogmi, di credenze, di pregiudizi e di precetti che afferiscono in gran parte all’area del mito ma che si ammantano di una presunta scientificità. Se con La legge del sangue si prendevano in considerazione soprattutto le dottrine antropologiche, etnologiche, biologiche e persino quelle zoologiche e botaniche che avevano portato, già prima dell’avvento al potere di Hitler, e non solo in Germania, alla formazione della dottrina razzista, con Il nazismo e l’Antichità ci si interroga in particolare sul contributo recato alla costruzione del discorso autocelebrativo del Terzo Reich da discipline come l’archeologia, la paleontologia, la storia e la letteratura classica, a cui si attinge come esempio di un passato grandioso e al contempo come monito e profezia per il futuro. Si resta sorpresi dall’immensa mole di testi divulgativi, di materiali di propaganda, di articoli, di pamphlets che assecondano, alimentano e diffondono il “verbo nazista”. Il discorso formulato, anche quando sembra avvalersi dell’apparato critico e degli strumenti della scienza, è in realtà di carattere affabulatorio, mitologico, se non addirittura fantasmatico. I destinatari di questo tipo di comunicazione banalizzata e semplificata sembrano pensati più come soggetti da dirigere e “addestrare” che non come lettori o interlocutori consapevoli. Il confine tra opera di ricerca e propaganda, tra studio e indottrinamento dilegua. Se volessimo applicare al Terzo Reich l’interrogativo proposto da Paul Veyne a proposito dei Greci, e chiederci se “I nazisti hanno creduto ai loro miti?”, basterebbe rispondere con le parole del testo che, insieme al Mein Kampf, fonda l’ideologia nazista: Il mito del XX secolo di Alfred Rosenberg, dove il nazionalsocialismo è presentato come “il mito del sangue, che sotto l’egida della svastica scatena la rivoluzione mondiale della razza”. Non è possibile tuttavia non restare sorpresi per l’adesione e il contributo offerto a questo sistema di pensiero così lontano dalle ragioni e dal rigore della ricerca scientifica anche da parte di protagonisti della cultura umanistica di altissimo livello, quali Martin Heidegger, Werner Jaeger, Max Pohlenz. “La ragione accademica abdica a ogni etica della verità”, ci dice l’autore, (J. Chapoutot, Il nazismo e l’Antichità, pp. 47-48) rendendosi “docile serva” dell’ideologia: Historia ancilla ideologiae. Resta aperta la domanda sui motivi di questo massiccio “tradimento dei chierici”, per usare la formula introdotta da Julien Benda già nel 1927: opportunismo, gregarismo, preoccupazioni di carriera, oppure “bisogno psicologico di consolidamento e di rassicurazione dell’identità nazionale tedesca, già fragile, e molto compromessa dopo il 1918” (p. 49)? Sappiamo che mentre alcuni di loro, come Jaeger, presero poi le distanze dal regime, altri, come Heidegger, non rinnegarono mai il proprio passato nazista. 

 

[continua a leggere] (*) traduttrice italiana del testo "Il nazismo e l'antichità"

 

 


 

Odino Raffaelli Pastorizia e transumanza

Ancora un prezioso libretto del memorialista di Vaglie

Pastorizia e transumanza delle greggi dell'alto Appennino reggiano

Odino Raffaelli

 

Recensione di Luciano Luciani


In una breve lettera indirizzata a Odino Raffaelli e pubblicata in calce a questa preziosa pubblicazione, un Maestro del cinema italiano, Pupi Avati, scrive che i ricordi dell'Autore "scivolano via col senso della gioia di una vita". Il grande regista coglie con acuta sensibilità il sentimento profondo che anima la scrittura di Odino Raffaelli, da circa dieci anni testardamente impegnato a recuperare dal buio del tempo che trascorre inesorabile tracce, testimonianze, esperienze, specificità del mondo della montagna appenninica nel secolo scorso, prima che gli effetti del consumismo e della globalizzazione omologassero - probabilmente senza ritorno - modi di vita antichi, autentici, unici.

Gioia, dunque, lo stato d'animo che trapela dalle pagine di Odino: per esserci stato e aver vissuto quelle esperienze, ieri; per avere la possibilità, oggi, di poter partecipare  agli altri quel mondo, piccolo ma ricco di saperi - e sapori! - e di abilità non banali, di competenze  tecniche sorprendenti e, come si può verificare anche in queste pagine, di capacità letterarie. Certo, il testo e le immagini di Pastorizia e Transumanza delle greggi nell'alto Appennino reggiano fanno giustizia di ogni arcadia pastorale quale ci è stata tramandata da secoli di letteratura, dal mondo greco a Virgilio, dal Sannazzaro fino a Leopardi. Realisticamente, ma senza crudezze, l'Autore ci restituisce la condizione materiale della vita del pastore quale essa si configurava sino alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso: le sue fatiche, i suoi disagi - primo fra tutte la separazione per mesi dai propri cari - le asprezze di una professione dura, impegnativa descritta col linguaggio di un' essenziale sobrietà  a cui Raffaelli ci ha da tempo abituati. E quando è necessario ricorrere alla poesia - perché senza un po' di poesia non si può stare - allora Odino si serve dei versi ingenui e delle strofe popolari dei poeti-pastori suoi conterranei, Umberto Raffaelli di Vaglie e Silvio Leoncelli da Nismozza, forse sconosciuti agli storici e ai critici della letteratura, ma conosciuti e amati dalle genti dell' Appennino Tosco-Emiliano.

Utile, importante, dunque anche questa fatica del nostro sempre giovane memorialista di Ligonchio e di grande interesse - storico, documentario, antropologico, umano  - questa suo ultimo piccolo/grande libro che salva i nomi, le funzioni, spesso e meritoriamente perfino le immagini, degli oggetti di un mondo che non c'è più. Un modo garbato e intelligente per farci capire da dove veniamo e cosa abbiamo perduto. Per sollecitarci a fare due conti: è valsa la pena smemorare tutto quanto compare in queste pagine? E cosa abbiamo acquistato di meglio? Insomma, dove andiamo?

Le risposte, come dice l'ultimo premio Nobel della letteratura, "sono nel vento".

Noi  le lasciamo all'intelligenza dell'amico Lettore.

 

Odino Raffaelli, Pastorizia e transumanza delle greggi nell'alto Appennino reggiano, Nodino/La Grafica Pisana, Bientina (Pi) 2017, pp.110, Euro 10,00

 

 


 

Ogni giorno.Tra scienza e politica

di Elena Cattaneo

Mondadori, Milano,2016

 

Recensione di Lucia Torricelli

 

Scienza e politica: dovrebbe esserci una relazione stretta per decidere al meglio quello che è giusto fare per il bene comune. Questo pensava Elena Cattaneo quando nel 2013 accettò la nomina di senatrice a vita e immaginò di portare nelle istituzioni il rigore del metodo scientifico e  la sua esperienza di scienziata appassionata e determinata.

In un libro ampiamente argomentato l’Autrice  racconta in dettaglio la sua avventura in Senato intrecciata all’impegno di ricerca sulla corea di Huntington, una malattia neurologica causata dalla mutazione di un gene. Si legge l’entusiasmo di chi percorre la strada della ricerca scientifica in un confronto leale e senza mete prefissate, un banco di prova delle idee di tutti perché possa emergere l’idea migliore.

Si dedica al  lavoro parlamentare con lo stesso rigore che adotta in laboratorio, convinta della necessità di informare i cittadini  in modo corretto e responsabile su questioni che richiedono competenza e trasparenza. Nel tentativo di orientare le decisioni politiche cerca di spiegare come e perché la scienza e  il metodo scientifico sono gli strumenti più affidabili per ridurre i margini d’incertezza nella realtà complessa in cui viviamo e perché  la scienza è anche una scelta di libertà e di democrazia.

 

Ben presto si accorge che questa visione delle cose è d’impaccio per una classe politica che non riconosce il ruolo della scienza per il progresso della società, non ritiene significativo e determinante il contributo di uno scienziato nelle aule parlamentari e non attribuisce nessuna importanza all’applicazione del metodo scientifico che è basato su  rigore, dubbio, analisi, verifica, revisione dei dati. Gli ostacoli per invertire la rotta diventano spesso  insormontabili e le battaglie per un  confronto libero e democratico delle idee  richiedono uno sforzo  continuo.

I politici, come dimostrano molte vicende vissute dall’Autrice, si muovono per la maggior parte tra compromessi, sotterfugi, incompetenza, interessi di parte piuttosto che  sulla base di verifiche serie e trasparenti  e di analisi puntuali dei dati a disposizione.

La Cattaneo organizza L’Office in Senato, un gruppo di lavoro a cui partecipano  collaboratori di ambiti disciplinari diversi. Un impegno importante, un confronto costruttivo in un lavoro di squadra, una iniziativa  indispensabile per studiare e verificare i fatti prima di renderli pubblici; Il legislatore, se informato, potrà agire con cognizione di causa ed evitare errori.

 Ritiene necessario imparare dagli esperti come muoversi tra i diversi argomenti e tecnicismi della realtà parlamentare; si  informa e raccoglie  prove  per affrontare tematiche che esulano dalla sua competenza specifica; si fa promotrice di incontri e dibattiti in parlamento invitando scienziati di provata preparazione professionale che operano all’insegna della trasparenza.

Un intenso lavoro di sensibilizzazione e di informazione, dentro e fuori del parlamento, condiviso e sostenuto da quanti non sono allineati con i politici del compromesso.

Immagina un presidio permanente della scienza che partecipi direttamente al lavoro parlamentare, un supporto efficace delle istituzioni come avviene in altri paesi, dove è prevista la figura del consigliere scientifico che media tra scienza e politica e dove  la ricerca scientifica è ritenuta elemento trainante dello sviluppo e del benessere della società.

Tra gli episodi emblematici che Elena Cattaneo vive da protagonista, insieme a un gruppo di collaboratori, il caso Stamina e il clamore che ne è derivato e che continua a rimbalzare nelle cronache dei quotidiani. Un miscuglio di sostanze privo di evidenza terapeutica viene  proposto come cura efficace a base di cellule staminali e presentato come rimedio taumaturgico per combattere malattie importanti. Nessuna prova validata dal metodo scientifico dimostra l’attività terapeutica di quella miscela propagandata da un ciarlatano senza scrupoli, guidato esclusivamente da interessi personali e privo di preparazione per l’esercizio della professione medica.

Due anni di d’indagini avviano  nella Commissione Senato un iter conoscitivo per spiegare i metodi e i presupposti di una sperimentazione seria scientificamente valida, per illustrare lo stato della ricerca sulle cellule staminali e le possibili applicazioni della medicina rigenerativa. La determinazione della Cattaneo e dei suoi sostenitori bloccano il caso alla luce di documenti e di prove incontrovertibili sulla falsità del metodo Stamina.

Un danno incalcolabile per la comunità, con il coinvolgimento emotivo di malati che  speravano in una  cura che portasse a guarigione, un inganno peri cittadini, una deformazione inaccettabile della medicina e della cultura scientifica. Già nel passato il caso Di Bella e altre analoghe cialtronerie hanno suscitato scalpore e disorientamento, con gravi conseguenze per la salute di quanti speravano  in cure miracolose al di fuori dei canoni della medicina ufficiale.  Oggi è in corso una violenta campagna di demonizzazione dei vaccini, che rimangono il baluardo più sicuro contro la diffusione di pericolose malattie da infezione. E’il trionfo della pseudoscienza che fa leva sull’analfabetismo scientifico della società alimentato da disastrose campagne mediatiche di depistaggio.

Questi fatti  non accadono, ci ricorda la Cattaneo, in quei paesi in cui  i finanziamenti per la ricerca scientifica sono una delle priorità delle istituzioni  e dove una maggiore alfabetizzazione scientifica della società è un’arma di difesa contro le trappole dei venditori di fumo. Se in Italia  i cittadini sono del tutto  disinformati su certi temi complessi sono facilmente manipolabili; non  riescono a distinguere i fatti dalle menzogne e non sono in grado di partecipare e di incidere sulle scelte e sulle  decisioni che li riguardano.

Pagina dopo pagina continua la denuncia di episodi di cattiva politica e di incoerenza, come  la questione degli OGM, non ancora definita, caratterizzata da lunghe discussioni sterili e pretestuose, o la ricerca sulle cellule staminali embrionali umane, vietata in Italia per  ragioni etiche , ma ammessa se queste cellule sono fornite da centri di ricerca di altri paesi. Un giudizio severo anche sul silenzio e sulla tacita complicità di molti scienziati e intellettuali che non intervengono, quando necessario, per fare chiarezza e dare un contributo competente a sostegno della  dignità del lavoro scientifico o addirittura si adeguano a situazioni di scarsa trasparenza.

Nella parte conclusiva della sua testimonianza l’Autrice si rivolge proprio  “ai colleghi scienziati giovani e meno giovani” per affidare a loro le sorti  della ricerca scientifica, la strada maestra per il progresso della società.

A fine lettura si ha la sensazione di essere stati  testimoni oculari di quanto avviene nelle stanze del potere, di aver assistito  a discussioni confuse che non portano a nulla e di aver toccato con mano la fragilità di un sistema politico malato, immobile, capace di compromessi, incapace di valorizzare i talenti.

Un panorama piuttosto squallido, ma nonostante tutto Elena Cattaneo, scienziata autorevole dotata di alto senso civico, non si arrende. Guarda avanti, decisa  a continuare con entusiasmo e passione, con la voglia di impegnarsi fino in fondo per il bene comune, con la voglia di continuare la battaglia su nuovi fronti per vincere resistenze  ideologiche, strumentalizzazioni, menzogne che bloccano il cammino della scienza.

 “Non posso rinunciare alla libertà di conoscere. Ho vissuto la mia vita ricercando, puntando a conquistare pezzi di ignoto senza poter mai sapere dove fosse il traguardo, come espressione palese di quella libertà. La rivendico, senza se e senza ma, con tutta la responsabilità che essa comporta. E’ un diritto. Per me il più importante. Da questo discende tutto il mio modo di essere”.

Una dichiarazione d’intenti che merita emulazione.

 

 

Elena Cattaneo, farmacologa e biologa, docente all’Università degli Studi di Milano, è nota a livello internazionale per le sue ricerche sulla corea di Huntington, una malattia neurologica causata dalla mutazione di un gene. Nel 2013 è stata nominata senatrice a vita dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

 


 

Percorsi evolutivi

PERCORSI EVOLUTIVI

Lezioni di Filosofia della biologia

E. Gagliasso, Federico Morganti, Alessandra Passariello

Franco Angeli, Milano 2016


 

Gabriele Vissio

 

Che cosa significhi fare ricerca in filosofia è da tempo una questione di difficile soluzione. Al di là dei relativamente recenti sviluppi del dibattito che si svolge intorno a temi quali la valutazione della qualità della ricerca universitaria, il rapporto istituzionale tra i diversi settori scientifico-disciplinari o la questione di quali debbano essere i temi ‘strategici’ al centro dell’agenda della ricerca pubblica o privata, la metodologia della ricerca in filosofia pone una questione di ordine epistemologico che ogni studioso si trova presto o tardi a dover affrontare. La domanda su «come si fa ricerca in filosofia», inoltre, appare legata a un secondo interrogativo, al centro di alcuni interessanti dibattiti nei decenni scorsi e che oggi è forse passato, apparentemente, in secondo piano; si tratta di chiedersi: come si insegna filosofia?

Domanda sul metodo e domanda sulla didattica in campo filosofico, ancor più che in ogni altro ambito disciplinare, si co-implicano e appaiono irrisolvibili separatamente. Non è un caso, infatti, che il grande dibattito sorto in Italia intorno agli anni Settanta sulla questione «filosofia e scienze umane», sviluppatosi poi negli anni Ottanta in una diversa discussione sullo statuto della filosofia all’interno del sistema educativo italiano, vedesse contrapporsi, sul piano didattico, schieramenti divisi anche sul piano epistemologico. Dalle diverse versioni della tradizione storicista (marxismo, idealismo) alla filosofia analitica, dall’esistenzialismo all’ermeneutica, al decostruzionismo, alle suggestioni provenienti dalla ‘nuova epistemologia’: il dibattito sulle strategie didattiche – ben più complesso di quello stereotipo che spesso si presenta come opposizione sclerotizzata tra approccio zetetico (o approccio ‘per temi e problemi’) e approccio storico – riproduce e amplifica l’infinito discorso sul metodo che le diverse tradizioni filosofiche hanno condotto intorno alla propria disciplina. [continua a leggere]

 

Elena Gagliasso è docente di Filosofia della scienza alla Sapienza Università di Roma. Tra i suoi ultimi lavori: Confini Aperti (FrancoAngeli, Milano, 2013) e Per una scienza critica (ETS, Pisa,2015).

Federico Morganti è dottore di ricerca in Filosofia alla Sapienza Università di Roma. È autore di Psicologia animale ed evoluzione nel secolo di Darwin (ETS, Pisa, 2015).

Alessandra Passariello è dottoranda in Filosofia alla Sapienza Università di Roma. Attualmente collabora con l’Institut d’histoire et de philosophie des sciences et des techniques (IHPST) dell’Università Paris I Panthéon Sorbonne di Parigi.

 

 


 

Due esemplari libri di divulgazione scientifica (di autore italiano)

 

Fabio Fantini

 

Gli esempi, si sa, non sempre sono buoni; poiché ne esistono anche di cattivi, questa recensione ne prenderà equanimamente in esame uno per sorte.

 

Cominciamo con addolcirci la bocca. Guido Barbujani ha pubblicato per la casa editrice Laterza un agile libriccino dal titolo «Gli africani siamo noi». L’agilità è dovuta non solo al contenuto numero di pagine, ma anche allo stile diretto e coinvolgente della scrittura. Il lettore capisce di potersi affidare a un Autore competente, appassionato e in grado di comunicare efficacemente la propria passione attraverso la parola scritta. La lettura scorre rapida e leggera, tranquillamente incurante di qualche eccessivo omaggio al politicamente corretto, con la curiosità continuamente catturata da aneddoti scelti con piena pertinenza ed esposti con sagace ironia.

A volere cercare il pelo nell’uovo, uno potrebbe storcere un po’ il naso alla ripetitività tematica degli scritti divulgativi di Barbujani, che alla variabilità della specie umana ha dedicato numerosi titoli. Se però il prodotto è un testo capace non solo di chiarire le idee sulla genetica delle popolazioni umane, ma anche di svelare la vacuità scientifica delle ideologie razziste e di mostrare come la lettura di un saggio scientifico possa essere piacevole e divertente, ben venga la caparbia e meritoria serialità del Professor Barbujani.

Accenno, per concludere, a un’ipotesi discussa nel testo e che trovo affascinante ma poco convincente, come cercherò di argomentare. Chi legge queste righe probabilmente conosce, almeno per grandi linee, il dibattito sul contributo di Neandertaliani e Denisovani al genoma della nostra specie. Mi dilungherò ugualmente sugli aspetti introduttivi della questione, perché Neandertaliani e Denisovani torneranno alla ribalta anche nel secondo testo di cui parlerò in questa doppia recensione.

Le popolazioni europee conservano una piccola percentuale di geni neandertaliani, circa il 4%; le popolazioni melanesiane conservano una percentuale quasi altrettanto piccola, il 6%, di geni denisovani. Queste prcentuali di geni condivisi, con tutte le cautele del caso per quanto riguarda in particolare i geni denisovani, ricavati dai resti di un unico individuo, possono essere agevolmente spiegate con episodi di incroci transpecifici tra specie affini. C’è però una seccatura, perché se si studia il dna mitocondriale delle popolazioni europee, trasmesso unicamente per via materna, non c’è traccia di geni neandertaliani; come dire che i supposti incroci transpecifici non hanno visto la fecondazione di donne neandertaliane. Si potrebbe supporre che gli incroci abbiano riguardato maschi Neandertal e femmine umane, ma anche questa ipotesi non trova conferma, perché non si trova traccia di geni neandertaliani neanche nel cromosoma Y, trasmesso unicamente per via paterna.

 

 

Gli africani siamo noi  

 

Per risolvere questo rompicapo di un incrocio senza madri né padri, Barbujani riprende un modello elaborato da Andrea Manica, secondo il quale la somiglianza genetica tra europei e neandertaliani sarebbe antecedente al loro incontro, perché entrambi uscirono dall’Africa, in tempi successivi, provenendo dalla stessa area. Questo modello ha fascino per chiunque abbia scorso qualche testo di genetica di popolazione, perché richiama concetti come quello di gradiente, di impronta genetica della popolazione, di trasformazioni temporali consistenti ma non totali nel serbatoio genetico di una popolazione. Il fatto però che sia necessario ricorrere a una duplicazione dello stesso evento per le popolazioni melanesiane di Homo sapiens e quelle di Homo denisova rende l’ipotesi poco parsimoniosa. Forse è più semplice pensare a incroci locali dei nostri antenati con le specie affini e a una successiva rimozione per selezione naturale del dna mitocondriale o del cromosoma Y o di entrambi apportati dai Neandertaliani nel caso delle popolazioni europee e dai Denisovani nel caso delle popolazioni melanesiane.

 

 

Guido Barbujani, Gli africani siamo noi, Editori Laterza, Bari – Roma 2016, 15,00 €

 

A questo punto immaginerete chi scrive trarre un profondo respiro, perché ora si cambia registro. Ed è proprio così, ho appena sospirato rumorosamente. È da almeno un paio di lustri che non aggiorno le mie superficiali conoscenze di immunologia e un libro edito da Mondadori nella collana Mondadori Università mi è sembrata l’occasione opportuna per rimediare alla mia trascuratezza, in particolare nel settore della neuroimmunologia. Ho letto frettolosamente i risvolti di copertina e ho trovato conforto nel constatare che l’autore è un prestigioso ricercatore medico, direttore della Divisione di Neuroscienze dell’Istituto San Raffaele di Milano.

Il libro ha un’impostazione divulgativa leggera, con grande attenzione a questione etimologiche e un certo sfoggio di erudizione libresca. Niente di male, dopo tutto, magari lascia perplessi l’inserimento in una collana di testi universitari, non oso pensare che sia usato nei corsi universitari, ma potrebbe essere il libro adatto a me.

Le mie perplessità sono cominciate a pagina 19, dove leggo «Le cellule condividono caratteristiche strutturali comuni: tutte sono racchiuse da una membrana cellulare (detta anche membrana plasmatica o plasmalemma) e riempite...». L’inciso in parentesi mi ha fatto sussultare; nulla da dire sull’esattezza dell’affermazione, ma quale bisogno c’è di sovraccaricare di termini superflui un’esposizione che si è scelto di svolgere su un registro leggero? Ho scommesso dentro di me che i termini membrana plasmatica e plasmalemma non sarebbero mai più ricomparsi nel testo e ho vinto facilmente.

Un altro sussulto a pagina 35: «...non ci resta che salire i gradini della scala evolutiva per arrivare all’Homo sapiens...» Va bene che la biologia evolutiva non è disciplina di insegnamento nei corsi di Medicina, ma le conoscenze in proposito dell’Autore sembrano risalire alla fine dell’Ottocento. Un po’ più di attenzione non avrebbe guastato.

La trascuratezza riemerge subito dopo con la denominazione «Denisovan» per indicare gli individui dell’Homo di Denisova, che in italiano sono correntemente indicati come Denisovani o Denisova. Quante storie per una «i», si dirà, ma risulta difficile spiegarsi il ricorso al termine inglese, quando poi nelle pagine finali del libro si trova a più riprese scritto «Denisoviani», questa volta con una «i» di troppo, forse per compensare la tirchieria della prima grafia.

Le pagine corrono via tra grandi affermazioni proposte con bonaria affabulazione e roboanti enunciazioni di principio sul metodo scientifico, capaci però solo di rivelare una certa ingenuità epistemologica. Il ricorso a citazioni non sempre indispensabili di autori prestigiosi è assai frequente, tanto da fare nascere il sospetto che ci si trovi di fronte a una manifestazione di erudizione narcisistica. Qua e là compaiono errori di ortografia, come «sé stesso» e «complementarietà» (due volte su due, un po’ preoccupante...); però nessuno è perfetto, si sa.

Affermazioni sorprendenti si leggono a pagina 118, allorché l’autore si lancia spericolatamente nella descrizione della struttura del dna. Cito testualmente: «Questa struttura [la doppia elica] è formata principalmente da nucleotidi, cioè da macromolecole che hanno nell’atomo di carbonio il proprio centro vitale. Ogni nucleotide consiste in uno zucchero, il deossiribosio – costituito, a sua volta, da molecole composte principalmente da atomi di fosforo – e da altre molecole denominate basi, molecole chimiche che contengono soprattutto atomi di azoto.» Comprendo le reazioni di incredulità di chi sta leggendo queste righe, anche le più estreme. Ho la massima comprensione per il fatto che la biochimica di base possa non essere un bagaglio indispensabile per un medico specialista di neuroimmunologia, ma non posso non chiedermi se qualcuno, non dico un curatore, ma almeno un correttore di bozze con diploma di scuola media superiore abbia mai riletto le pagine del libro.

Per concludere, torniamo a Neandertaliani e Denisovani, che tornano alla ribalta nell’ultimo paragrafo del libro, significativamente intitolato «La domanda delle domande», da cui riporto testualmente le righe iniziali: «Siamo dunque le parole che abbiamo e non abbiamo detto durante il dialogo intrauterino. Siamo quello che abbiamo vissuto epigeneticamente nei primi giorni di vita e che poi ci condiziona da adulti. Siamo dove viviamo e ciò che incontriamo immunologicamente giorno dopo giorno; siamo quello che sono e che hanno fatto i nostri genitori (e i nostri nonni). Siamo la conseguenza di un incontro (galante?) tra Neanderthal e Denisoviani.» Non ho competenza né autorità per sindacare sulla scelta stilistica, mi limito a mugugnare che un testo inteso per la divulgazione potrebbe essere meno criptico; per esempio, che cosa vuole dire esattamente «vivere epigeneticamente»? Ma è l’ultima frase che fa rimanere a bocca aperta. Come sarebbe a dire che siamo, presumo noi Homo sapiens, la conseguenza di un incontro (galante?) tra Neandertaliani e Denisovani? Significa forse, come le parole lasciano intendere, che Homo sapiens nascerebbe dall’incrocio tra Neandertaliani e Denisovani? Come è possibile una travisazione così completa di quanto era stato correttamente già scritto alle pagine da 38 a 40? Una domanda angosciante ma legittima, si ammetterà, tanto più che la stessa affermazione sulle avventure (galanti?) dei nostri supposti antenati è imprudentemente riportata nel risvolto di copertina, forse da un curatore di passaggio nel tentativo di arricchire l’appeal del libro.

E arriviamo infine alla vera domanda delle domande: come è possibile che sia spacciato per testo divulgativo una tale accozzaglia di affermazioni approssimative e inesatte, rivestita da una patina di ammicamenti neanche tanto furbeschi e da una consistente presunzione? Per cercare una risposta, ho provato a usare come indizi gli aspetti del libro che ho appena criticato. La sciatteria complessiva dello scritto può essere il risultato di un impegno preso un po’ alla leggera, d’accordo, ma come si può pensare che un accademico prestigioso si avventuri in una dettagliata descrizione del dna con la presunzione di non dovere neanche controllare l’esattezza di ciò che ha scritto su un argomento che evidentemente non conosce bene? Non gli dovrebbe essere difficile consultare un testo di biochimica oppure, non possedendolo, visitare un sito come Wikipedia. E allora perché non lo ha fatto, forse per arrogante presunzione?

 

Il cervello gioca in difesa  

 

Secondo me, sia chiaro che si tratta di un’ipotesi indiziaria, la consultazione non c’è stata perché non poteva essere fatta. E che cosa poteva impedire all’Autore di effettuare la consultazione? Mi viene in mente una sola circostanza, cioè che l’Autore fosse davanti a un pubblico che lo ascoltava mentre parlava e che sia stato costretto a inventarsi qualcosa su due piedi, tanto per dare l’idea di padroneggiare con sicurezza anche quell’argomento, dopotutto non l’aspetto principale del proprio intervento. In altre parole, il testo «divulgativo» potrebbe essere la trascrizione di una o più conferenze, accolte magari con favore da un pubblico non specialistico.

 

Se la mia ipotetica ricostruzione fosse vera, ci sarebbe da piangere su come certe case editrici, anche prestigiose, interpretino l’impegno divulgativo in campo scientifico. E anche sull’ingenuità di acquirenti frettolosi come il sottoscritto, pronti ad abboccare se l’esca promette di aggiornare il non specialista. Forse mi avrebbe aiutato, se fossi stato più accorto, oltre che scorrere con maggiore attenzione il risvolto di copertina, leggere nel colophon la descrizione della foto in copertina. Si tratta di un’immagine colorata di tessuto cerebrale ottenuta al microscopio elettronico, nella quale si aiuta il lettore a individuare i diversi tipi cellulari grazie al colore senza però specificare che si tratta di falsi colori. Un altro indizio che mi avrebbe dovuto insospettire...

 

Gianvito Martino, Il cervello gioca in difesa, Mondadori Education S. p. A, Milano 2013, 15,00 €

 

 

 

 


 

Polpo di scena

Giambattista Bello Polpo di scena Vita, morte… e miracoli in cucina del polpo di scoglio 270 pagine, 18€ Mario Adda editore

 

ISBN 9788867172993 © Copyright 2017 Mario Adda Editore - via Tanzi, 59 - Bari

Tel. e Fax +39 080 5539502 Web: www.addaeditore.it e-mail: addaeditore@addaeditore.it

Tutti i diritti riservati.

Impaginazione: Sabina Coratelli

 

Da una rapida occhiata all’indice di questo libro dedicato al polpo, si vede che l’Autore impiega un numero maggiore di pagine per gli aspetti scientifici di quelle dedicate alla cucina.

Ma non poi molte di più, tanto per dimostrare che buona scienza e buona tavola non sono assolutamente in conflitto. Cura antica dedicata dall’Autore al polpo in ogni occasione, ma anche rispetto profondo come dimostrato dal tenero episodio raccontato in altra circostanza tra gli “Incontri” pubblicati su NATURALMENTEscienza qualche anno fa.

Giambattista Bello è un collaboratore tra i più attivi di NATURALMENTEscienza dopo esserlo stato per la rivista di carta.

Si fa presto a dire polpo: finora sono state scoperte, descritte e denominate più di “330 entità specifiche differenti e altre, tante altre ancora se ne continuano a scoprire.” “Il polpo protagonista di questo libro è il polpo comune del Mediterraneo, conosciuto in Puglia come polpo di scoglio e altrove come polpo verace, a cui corrisponde il nome scientifico di Octopus vulgaris.”

Da pag. 19 inizia il lungo viaggio: la struttura corporea (con tanto di disegni e foto accurate), la Classificazione dei molluschi, il loro ciclo vitale e la descrizione di quel “meraviglioso spettacolo” dei polpi neonati che sgusciano a migliaia tutti insieme nel giro di pochi minuti dopo uno o due mesi (dipende dalla temperatura dell’acqua) di custodia attiva delle uova da parte della madre.

La lettura prosegue veloce e senza intoppi per le molte informazioni che vengono fornite senza quella pesantezza che spesso accompagna la trattazione di questo tipo di argomenti. Si tratta di un racconto vivace e non solo comprensibile a tutti, ma anche molto gradevole. Il capitolo successivo è dedicato al sesso e dopo poche righe anche un profano riuscirà a distinguere il polpo maschio dalla femmina. La femmina, di norma, è circa il doppio più grande del maschio seguendo “l’equazione corpo più grande = maggiore produzione di uova”. La descrizione del cauteloso accoppiamento è esauriente e divertente, anche se tratta di una cosa serissima e potenzialmente pericolosa per il maschio (anche nei ragni il maschio è più piccolo della femmina e come finisce l’avventura amorosa per il maschio della mantide è noto a tutti.) Non mancano osservazioni e riflessioni sulla vita sociale dei polpi e delle loro stupefacenti capacità mimetiche. Insomma la vita di un polpo non sembra poi così male rispetto a tanti altri abitanti del mare: trova da mangiare con relativa facilità, si concede qualche baruffa con altri abitatori degli scogli, può anche sperare di riprodursi, con le dovute cautele e, infine, è diventato la mascotte dei laboratori che studiano l’intelligenza animale essendo dotato di abilità non comuni per un semplice invertebrato. Inoltre “il polpo è capace di instaurare interazioni positive con altri esseri viventi; nel caso specifico, con un essere umano, (…) ma anche “lo stesso polpo aveva sviluppato un’attitudine negativa nei confronti di un’altra persona, uno studente che in qualche occasione lo aveva molestato. Più d’una volta, il polpo, all’avvicinarsi del giovanotto, dirigeva col suo imbuto un bel getto d’acqua contro di lui, riuscendo in un’occasione a bagnarli faccia e camicia.”

 

Uno dei vantaggi offerti dal libro è quello di poter scorrazzare da un capitolo all’altro senza osservare la sequenzialità: i capitoli sono stati concepiti come autonomi in modo tale da consentire la lettura senza problemi di prerequisiti.

Altri capitoli dedicati ai metodi di pesca diversi nei diversi paesi, alla distribuzione del polpo nel mondo, alla acquariologia (particolarmente delicata per questo mollusco), alle storie e alle poesia tra polpo e pelose (granchi particolarmente apprezzati dal polpo), racconti e molto altro ancora prima di arrivare alle sagre del polpo (tra cui emerge quella di Mola di Bari: un omaggio dell’Autore alla sua città).

Finalmente il polpo viene presentato nel modo in cui la maggior parte di noi lo conosce: nel piatto. Anche qui storie, aneddoti e leggende si intrecciano con le più antiche e sperimentate ricette per esaltare le carni del polpo e anche (ma è sempre pià difficile trovarle) le sue interiora.

Di particolare pregio sono le numerose illustrazioni, circa 200, disegni e foto in bianco e nero e a colori sempre vicine al testo a cui si riferiscono aiutano a comprendere meglio ogni descizione.

Insomma se i libri sono cibo per la mente certamente per questo si dovrebbe dire … e non solo.

 

 

Ah sul polpo si scherza pure Il Polpo Innamorato (Oktapodi) un piccolo capolavoro!

 

 


 

7 lezioni sul pensiero globale3 nov. 2016 di Edgar Morin e S. Lazzari

Edgar Morin, 7 lezioni sul pensiero globale, Cortina, 2016

 

Il paradigma dell’imprevedibilità

di Daniele Marchetti


Viviamo l’inizio di un inizio.” Così termina la nuova interessantissima fatica editoriale di Edgard Morin: uno dei «pensatori globali» più longevi ed acuti che il panorama culturale mondiale ancora ci offre dopo l’uscita di scena -mai troppo rimpianta- del padre del pensiero liquido Zygmunt Bauman.

Siamo in un’epoca che ha bisogno di un cambio di paradigma”. L’«era» materialistico-riduzionistica caratterizzata dal binomio disgiunzione-riduzione è archiviata dai fatti. L’idea che tutto possa essere compreso, studiato, conosciuto attraverso un’opera di “smontaggio”, di scissione, di spezzettamento e riduzione alle tessere del puzzle, entra in crisi di fronte all’imprevedibilità del mondo reale. L’interazione delle parti nel tutto genera, infatti, una serie di “emersioni” (di tipo biologico, sociale o politico) inattese le quali sono destinate, a loro volta a dialogare positivamente o negativamente (retro-azioni) con l’insieme nella sua totalità e nella singolarità delle sue parti in un vortice di novità e “devianze” che trovano nel sistema biologico, sociale e culturale umano la massima espressione.

In detta realtà interconnessa, ovvero interdipendente in cui l’umano è al tempo stesso prodotto e produttore, i principi del paradigma positivistico disgiunzione-riduzione, sono «falsificati» dai nuovi e più adatti assiomi del paradigma globale distinguere-legare.

Distinguere senza scomporre (disgiungere) per indagare l’unicità nel suo essere parte del tutto. E legare senza ridurre, per apprezzare le emergenze (spesso imponderabili) dovute all’interazione tra diversi livelli di complessità. “La nozione di unità tende a respingere quella di diversità e viceversa. Ciò che è interessante è che la caratteristica propria della natura umana è la sua unità genetica, fisiologica, anatomica, affettiva, tuttavia questa unicità si traduce sempre in individui differenti gli uni dagli altri e attraverso culture differenti le une dalle altre. L’apparente paradosso è che l’unicità crea diversità e, nello stesso tempo, la diversità stessa può svilupparsi solo a partire dall’unità. Questa idea è molto importate nella nostra epoca planetaria …” (pag. 101)

Distinguere e legare rappresentano quindi le fondamenta del nuovo paradigma: il paradigma globale della complessità. Ovvero il «paradigma dell’imprevedibilità» e quindi dell’inconoscibilità. “Dobbiamo abbandonare una razionalità chiusa, incapace di afferrare ciò che sfugge alla logica classica, incapace di comprendere ciò che le eccede, per dedicarci a una razionalità aperta, in grado di conoscere i propri limiti e cosciente dell’irrazionalizzabile.” (pag. 111)

La “mutazione” è radicale. Dall’idea del tutto conoscibile e quindi dall’ambizione a possedere “il segreto” della realtà, alla consapevolezza del “Mistero”; all’ammissione dell’impossibilità di afferrare ogni aspetto della vita. “La differenza tra l’enigma e il mistero è che nell’enigma si finisce per trovare la spiegazione razionale. La scienza ha risolto molti enigmi. Il mistero è ciò che non si può risolvere che non si può comprendere. Perché il mondo è mondo? Perché c’è qualcosa piuttosto che niente?..... Non lo sappiamo.” (pag. 52) 

7 Lezioni sul pensiero globale è, a suo modo, un libro religioso. Una meditazione laica, aperta ed onesta sull’inizio della vita, sull’idea dell’umano e la sua natura trinitaria (l’uomo ha contemporaneamente una dimensione biologica, individuale -spirituale- e sociale), su una possibile interpretazione della “creazione” intesa non come un intervento diretto del divino nella storia, ma piuttosto come l’affermarsi -nel tempo- di un ambiente favorevole all’emersione della vita (la vita è potuta nascere solo quando il sole è divenuto maturo circa due miliardi di anni fa).

Le riflessioni di Morin, contenute in questo smilzo ma denso saggio, regalano al lettore un senso di leggerezza; la percezione -quasi tattile- della complessità. Il gioco dei rimando tra le “dimensioni” del reale per le quali l’umano è interno all’universo e l’universo interno all’umano è la manifestazione provata dell’esistenza, già oggi, di un possibile «pensiero globale» in cui la diversità non è negazione di unità né la singolarità di universalità.

7 Lezioni sul pensiero globale è anche un percorso divertito dentro i “buchi neri” della conoscenza e dell’ambizione umana. L’invito ad un’umiltà intellettuale nell’approccio alla realtà. Un’esortazione spassionata alla consapevolezza che cercare, indagare, conoscere significa solo porre lo sguardo su nuovi misteri. “Scopo del pensiero complesso non è distruggere l’incertezza, ma individuarla, riconoscerla … Chi crede di afferrare il totale si sbaglia…... Se la conoscenza progredisce, essa nel contempo accresce le ignoranze….. Più conosciamo il nostro universo, più diventa misterioso….. Ciò che si è guadagnato è un’ignoranza che si conosce come ignoranza….. si è guadagnato il senso del mistero e dell’ignoto.” (pagg. 108-110)

 

 


 

Non di solo pane... Viaggio nella Mensa Arcobaleno di Vicopelago

Angela Lepore, Non di solo pane... Viaggio nella Mensa Arcobaleno di Vicopelago,

introduzione di Donatella Turri, postfazione di Raffaello Ciucci,

Edizioni S. Marco Litotipo - Lucca, 2016, pp. 136, Euro 10,00

 

 

Se mangiare è una manifestazione fondamentale del corpo, certo non si può ridurre al solo fatto nutrizionale. È attraverso il cibo che l'uomo incontra il mondo, lo assapora, lo introduce dentro di sé, lo assimila e lo rende parte di se stesso. Lo assorbe e non ne è assorbito e così trionfa sul mondo. 
Quindi mangiare è un gesto carico di ritualità, soprattutto quando avviene con gli altri: è la metafora dell'unione, della famiglia, dell'amicizia. 

Nell'intera area del Mediterraneo, il convito è sempre stato un'occasione spirituale: Platone ci racconta di un Socrate che insegnava seduto a tavola... Senza dimenticare il valore mistico-simbolico che il pasto in comune acquista col cristianesimo: i monaci che trascorrono la giornata da soli e in preghiera hanno sempre un momento di aggregazione quando consumano insieme il loro pasto frugale. A tavola si è celebrata la magnificenza rinascimentale e il filosofo illuminista Voltaire suggeriva di porre in sala da pranzo la statua della dea Ragione col fine di riappacificare gli animi. Così, non per caso, gli incontri dei membri dei club rivoluzionari francesi si tenevano proprio a tavola...
 
Tutti concetti, questi, ben presenti ad Angela Lepore, autrice di Non di solo pane... Viaggio nella Mensa Arcobaleno di Vicopelago, San Marco Litotipo-Lucca, 2016, una interessante e originale lavoro di ricerca all'interno di una bella esperienza del volontariato lucchese. Ovvero una mensa gratuità, rivolta a donne e uomini espressione delle sempre più numerose tipologie del disagio e della fragilità sociale: immigrati dai quattro angoli del mondo, ex tossicodipendenti, ex alcolisti, disoccupati, homeless... Naufraghi che non hanno mai smesso di asciugarsi, poveri sull'orlo della miserabilità, della perdita di dignità, della disperazione: abissi di sconforto a cui fa la Mensa Arcobaleno prova a fare da argine con i suoi ambienti caldi e accoglienti, con le tavole bene apparecchiate, con il cibo gratuito e abbondante, con la possibilità fornita agli ospiti di curare la propria persona, il proprio aspetto. Con l'offerta di relazioni ripettose: sono questi gli  antidoti più efficaci a vite segnate da cadute e solitudini.
 
Angela Lepore fa parlare gli ospiti della Mensa Arcobaleno e in maniera semplice e diretta ne raccoglie le voci: a esse aggiunge, come controcanto, quelle dei volontari che gestiscono la mensa. E gli uni e gli altri, pagina dopo pagine, immagine dopo immagine, sembrano voler cantare un'unica canzone. Che parla di accoglienza, condivisione, solidarietà, di disuguaglienze da colmare, di percorsi esistenziali interrotti e da riprendere. La Mensa Arcobaleno è solo un primo passo: dopo, ne siamo sicuri, ne seguiranno altri e altri ancora. Meno incerti, più fiduciosi e resi tali anche dalla convivialità gentile della Mensa di Vicopelago.

Abbiamo rivolto alcune domande alla curatrice del libro, la dott.a Angela Lepore:

Perché hai scritto un libro sulla Mensa Arcobaleno di Vicopelago? 
Questo libro è un ringraziamento personale agli ideatori della Mensa di Vicopelago e a tutti i volontari che si impegnano quotidianamente nella lotta alla povertà. 
Inoltre, è un modo per far conoscere le storie degli ospiti, le vite interrotte, le odissee che hanno condotto uomini e donne diversi per provenienza, per età, per cultura, a sedersi allo stesso tavolo e condividere lo stesso cibo. 

Come sono state accolte le tue pagine?
Ho scritto un libro sulla mia esperienza come volontaria presso le Mense dei poveri di Lucca, in particolare sulla Mensa di Vicopelago dove sono presente. L'ho fatto di getto, pensando che non sarebbe uscito dall'ambito locale e sarebbe rimasto un ringraziamento a chi mi aveva affiancato in questo stupendo servizio a favore dei soggetti più poveri, emarginati, esclusi. 
In realtà, grazie al passaparola il libro si è diffuso in poco tempo, anche al di fuori della Diocesi di Lucca, ed è stato valutato molto positivamente per il tema trattato: è un argomento molto attuale e poco argomentato nei testi esistenti. Ciò che mi rende più felice e orgogliosa è vedere l’entusiasmo dei volontari che si sono riconosciuti nella descrizione dei loro compiti svolti presso la Mensa e nelle foto inserite nel libro.  

Cosa ti aspetti dalla diffusione di questa pubblicazione?                                      
Mi auguro di poter dare una testimonianza significativa affinchè sempre più persone siano disponibili a dedicare il proprio tempo e le proprie competenze a questi soggetti in difficoltà. Inoltre, vorrei sensibilizzare l’opinione pubblica sullo stato di indigenza di persone che ogni giorno si mettono in fila per mangiare alle mense della Caritas e che non hanno la possibilità di far parte in modo attivo della nostra comunità in quanto relegati ai margini della società perché ritenuti scomodi. È importante che gli enti pubblici siano in grado di progettare nuove politiche di contrasto alla povertà sulla base di esperienze di volontariato come la mia, esperienze vissute in prima persona.

 

Luciano Luciani

 

 


 

E' la medicina, bellezza!

Silvia BencivelliDaniela Ovadia

È la medicina, bellezza!

Perché è difficile parlare di salute

Carrocci Editore 2016, collana Sfere ISBN: 9788843082599

 

Due giovani giornaliste scientifiche prima hanno studiato medicina e poi si sono dedicate al giornalismo scientifico. Potevano fare anche il medico, ma hanno scelto una professione che richiede una doppia competenza quella disciplinare e la capacità di comunicare la scienza e le vicende legate. Per far seriamente il loro lavoro devono tenersi costantemente aggiornate per non limitarsi a dire quel che è successo, ma anche per entrare nel merito delle questioni a ragion veduta e di prima mano. Non è facile e neppure una attività tranquilla. Per scrivere quel che scrivono devono raggiungere la fonte direttamente, non leggere delle veline passate dalla televisione o dalla stampa non specializzata. Quindi, quando accadono eventi nel nostro Paese che mettono in conflitto la medicina pubblica con la "ggente" (opportunamente pilotata e e alimentata da chi su questi conflitti ci campa -spesso altri giornalisti di formazione tutt'altro che scientifica) sanno da che parte stare e come starci.Nel libro di 200 pagine ben scritte sono analizzati tutti i conflitti degli ultimi anni in modo chiaro, approfondito, ma facilmente comprensibile e apprezzabile anche da non specialisti. Basta che il lettore si lasci guidare dalla ragione per comprendere i motivi del contendere: per lo più da una parte si trovano persone in gravi difficoltà che si lasciano guidare verso scelte solo apparentemente più semplici, economiche e sicure rispetto a quelle offerte dalla medicina pubblica. Una delle vicende illustrate con precisione è quella di "Stamina": dall'inizio sommesso di una nuova terapia che prometteva grande efficacia per una gran quantità di malattie con l'uso delle "cellule staminali". Dall'altra la comunità scientifica che cerca di spiegare entrando nel merito con argomentazioni che vengono contrapposte ai desideri delle persone. Tutto questo produce solo conflitti e i decisori politici e la magistratura cercano di mediare in modo goffo imboccando strade che non portano a niente di serio e utile.La medicina è molto complicata e creare un nuovo farmaco è un processo che richiede diversi anni e una infinità di controlli. Quando la ricerca mette in circolazione un farmaco nuovo significa che questo ha superato tutte le fasi stabilite da un protocollo internazionale adottato per legge dalla maggior parte dei paesi. Questo significa che il farmaco è assolutamente innocuo e fa bene? Significa che sono state prese tutte le misure ragionevolmente necessarie per una sperimentazione sull'uomo con minimi rischi. Poi si vedrà cosa succede e in caso positivo si passa alla somministrazione normale. Il libro ripercorre tutte le tappe necessarie perché un farmaco sia messo in circolazione. Ovviamente chi segue procedure diverse non segue questa strada e non segue neppure l'etica che ci si aspetta da ogni medico. Le Autrici salutano il lettore alla fine della loro fatica: Visto che la nostra pervicace fallibilità è quella su cui abbiamo più possibilità di intervento, questo libro spera di essere un invito a superarla. A leggere anche le notizie di medicina con spirito critico e a non essere solo fruitori passivi: a chiedersi: "perché dovrei credere a questa teoria? E questo rimedio alternativo, è alternativo a che cosa?" E poi: "Chi ci guadagna se aderisco a questa causa?" Le risposte possono essere tante. Non è detto che tra queste ci sia anche la salute.

 

 

 


 

 

Parco Sempione

PARCO SEMPIONE

PASSEGGIATE BOTANICHE NEI PARCHI DI MILANO 1

 di Fabrizia Gianni

 

Presentazione

Giovedì 1 dicembre 2016, ore 18.30 Libreria della Natura Via Maiocchi 11 - Milano 

 

La storia di Parco Sempione, il grande parco pubblico milanese posto dietro il Castello Sforzesco, inizia nel 1392, anno in cui il signore di Milano, Gian Galeazzo Visconti, ordina di cingere tutta l’area alle spalle del maniero con un largo fossato al fine di salvaguardare la selvaggina presente. L’attuale struttura del parco si deve al progetto dell’architetto Emilio Alemagna, approvato in via definitiva nel 1890. Nel 1996 è stato avviato un recupero rispettoso del progetto originario di Alemagna: i percorsi sono stati ripristinati e le aiuole ripiantumate, dove possibile, con le specie vegetali utilizzate all’epoca della realizzazione.

Il volume è una guida alla visita del parco da un punto di vista naturalistico e anche storico. Nella prima sezione, la Mappa Generale propone i quattro percorsi in cui il parco è stato diviso. A ogni percorso è abbinata una mappa specifica che indica, con numeri sequenziali, le tappe per l’osservazione delle piante. Ogni tappa è illustrata con fotografie che consentono l’identificazione degli alberi, rimandando, per conoscenze più approfondite, alla relativa scheda botanica.

Nella seconda sezione sono raccolte più di trenta schede di identificazione dedicate agli alberi che si incontrano nei percorsi illustrati. In ogni scheda si analizza, in modo approfondito, la specie da un punto di vista botanico. Un utile box propone alcune domande che sollecitano un’osservazione puntuale della pianta così da non confonderla con altre con caratteri morfologici simili.

Ogni scheda è corredata da ottime foto dell’autrice, scattate durante il corso delle quattro stagioni. Per ciascuno dei soggetti illustrati si evidenziano alcuni particolari, spesso giocando su ingrandimenti e angolazioni visuali differenti, essenziali per l’identificazione della specie.

Con il libro sul Parco Sempione si inaugura la collana Passeggiate botaniche nei parchi di Milano: nove volumetti dedicati ad altrettante aree verdi della città. Una collana che, come scrive nella prefazione Enrico Banfi (già direttore del Museo di Storia Naturale di Milano), «contribuirà a richiamare l’attenzione di chi vive nelle diverse aree della metropoli, di chi vi soggiorna temporaneamente o anche di chi è solo di passaggio, sulla rasserenante e affascinante diversità dendrologica che lo circonda; ma soprattutto contribuirà a rafforzare la condivisione di una coscienza della biodiversità in ambito urbano».

 

L’autrice

Laureata in Scienze Naturali, dal 1971 è docente di Scienze al liceo scientifico collegio San Carlo di Milano e dal 2005 è responsabile del progetto Scienze sperimentali alla primaria presso il medesimo istituto; dal 1993 è docente al Politecnico di Milano presso la Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio. Da sempre interessata alle tematiche ambientali e alla loro diffusione, dal 1988 al 2007 è Presidente ANISN (Associazione Nazionali Insegnanti di Scienze Naturali) sezione Lombarda. Nel 1987 scrive Via per via gli alberi di Milano (Edizioni Il Mondo Positivo) dove riporta tutte le specie vegetali presenti nel verde cittadino rifacendosi a una dettagliata cartografia. Nel 2007 scrive la seconda edizione, completamente rinnovata, per i tipi Editoriale Giorgio Mondadori. Presta la sua consulenza scientifica per l’edizione italiana di numerosi libri di Touring Club edizioni. Dal 1994 collabora con la rivista Naturalmente- Fatti e trame delle Scienze; sulla stessa rivista, dal 1997, tiene la rubrica Gazebo, nella quale approfondisce tematiche inerenti l’ambiente e gli organismi vegetali. Dal 1998 al 2002 riceve dalla Soprintendenza Archeologica della Lombardia l’incarico di consulenza per la progettazione delle opere a verde dell’area degli scavi archeologici nel Comune di Cividate Camuno (BS). Progetta giardini per committenti privati e presta la sua esperienza nella ristrutturazione di Giardini storici.

 

 


 

 

L'ultima occasione - Alla ricerca di specie animali in via d'estinzione

L'ultima occasione - Alla ricerca di specie animali in via d'estinzione

Douglas Adams, Mark Carwardine Introduzione di Richard Dawkins

Mondadori, Milano 2016

 

Attenzione: su Chrome la prima offerta con lo stesso titolo è di S. C. Stephens e racconta di altre cose.

Questo libro invece si occupa di animali, molti dei quali, in pratica estinti perché hanno una popolazione di poche decine di in dividui che vivono sotto attentissima protezione perché incapaci di sopravvivere liberi nell'ambiente. Gli Autori, un affermato autore di fantascienza, di programmi televisivi e dotato un umorismo britannico molto apprezzato, è diventato anche un appassionato di natura e di protezione delle specie in pericolo. Il secondo è uno zoologo, editorialista, fotografo e autore di programmi per la BBC.

Proprio la BBC ha commissionato documentari su animali rarissimi, un tempo comuni in ex aree sperdute nel mondo. E quindi sono partiti alla ricerca del rinoceronte bianco, dei parrocchetti grassi e quasi atteri, dei delfini del fiume azzurro e molti altri. Mondi diversissimi che offrivano solo nei loro luoghi più isolati la possibilità, ancora per poco, di incontrare gli ultimi superstiti impegnati a resistere fino all'ultimo. Alcuni forse si salveranno perché, per gli abitanti umani delle stesse zone, sono una sicura fonte di reddito proveniente dai turisti, curiosi e studiosi. Ma è anche un libro di geografia, di costume e antropologia che accompagna, come nei documentari che sono stati realizzati, paesaggi e culture diverse, molte in pericolo, altre già abbondantemente devastate e salve solo nei posti più remoti e inaccessibili. Gli ultimi due capitoli sono dedicati alle riflessioni di uno degli Autori, Douglas Adams, quello dotato di umorismo inglese per intenderci. Presenta e illustra alcuni messaggi di lettori tra cui:


"....D'altro canto, dopo la messa in onda della serie radiofonica, una coppia che ha lavorato in Cina ci ha mandato una lettera inquietante:

   Cari Douglas e Mark, 

                                 ci è piaciuto il programma sui delfini del Fiume Azzurro, ma l'abbiamo seguito con un certo senso di colpa! Recentemente abbiamo trascorso tre mesi di lavoro in alcune fabbriche di Nanchino. Siamo stati benissimo con la gente e abbiamo mangiato bene. In nostro onore, prima della partenza, hanno cucinato un delfino del Fiume Azzurro, e quindi a questo punto dovrebbero esserne rimasti 201. Ci dispiace molto.

Saluti,

 

P.S. Di fatto i delfini erano due. Mio marito era l'ospite d'onore e come tale gli hanno servito l'embrione.

 

Il penultimo capitolo, il VII "Da giovane ho sentito una storia che mi ha turbato a lungo perché non riuscivo a capirla": Frugando tra le braci ora c'è riuscito.

 


 

Il piccolo audace Frrr

C’era una volta Frrr, spaesato pesce fuor d’acqua...

 

Frr è un pesciolino d’acqua dolce, vive nelle profondità del lago Balestra e lo attende un destino da creatura acquatica, relegata, assieme ai suoi simili, nel piccolo stagno sino al termine dei suoi giorni. Forse, con la prospettiva - dioloscampi - di finire nell’olio bollente di qualche padella umana, oppure… Oppure? Beh, magari la vita può essere anche altro!

Una bella favola di formazione, questo Il piccolo audace Frrr Storia di un pesce fuor d’acqua, testo di Giuliano Parenti e tavole di Antonio Lo Mele. Solo apparentemente lieve e disimpegnata è una storia per bambini di tutte le età, che si rivela, fin da subito, densa, ricca di numerosi, profondi significati: la simpatia piena d’amore per protagonisti e personaggi marginali, diversi per sensibilità e talenti; la fatica per essere riconosciuti e apprezzati, scontando pregiudizi e incomprensioni; la conquista di una contraddittoria, laboriosa accettazione di se stessi e delle proprie specificità. E come in tutte le favole l’eroe deve sottoporsi a una serie di prove iniziatiche prima di conquistare libertà e coscienza. Pesce di terra e poi anche d’aria, il piccolo audace Frrr è una creatura ossimorica, strana e in ricerca: della sua vera natura, della natura e delle ragioni degli altri, della proprie radici. Un Ulisside sempre in movimento, ingenuo e tenace, testardo e coraggioso, disponibile a mutare, a ibridarsi, curioso delle novità e pronto, se del caso, a ricominciare da capo.

Tutta animale questa storia: gli uomini sono ombre lontane, in genere portatori di guai e negatività. Sono i piccoli esseri viventi non umani a prendere il loro posto: pesci, rane, topi, gatti, formiche, cicale, gabbiani e super gabbiani appaiono in genere migliori degli uomini, ma non privi di qualche difetto, e accompagnano Frrr nel suo cammino di ricerca e scoperta dalle profondità del lago Balestra all’azzurro più azzurro del cielo.

Favola luminosa, trasparente, felice nelle scelte dei temi, dei personaggi, della lingua, Il piccolo audace Frrr si avvale di una parte iconografica che fa proprio il testo, lo rielabora, lo trasforma in segno e colore secondo una cifra originalissima: quella di Antonio Lo Mele, pittore e grafico foggiano, le cui 104 bellissime tavole ampliano la storia, ne arricchiscono e dilatano la fantasia creatrice, aggiungono originalità grafica e estrosità linguistica, ne moltiplicano gli effetti di creazione, suggestione e fascino. Non possiamo, quindi, che essere grati ad Antonio Lo Mele per aver permesso ai suoi disegni e ai suoi colori di restituirci con pienezza, con grazia e intelligenza, tutto il sorriso di Giuliano Parenti, scrittore e uomo di teatro scomparso cinque anni or sono. Ed è soprattutto la sua ironia insolita, sorprendente, surreale, spiazzante, mai, però, irridente o cinica, sempre invece ricca di poesia, di sogni e di speranza, a intridere testo e tavole.

Così, la parola si fa immagine e l’immagine racconto.

 

Luciano Luciani

 

Giuliano Parenti - Antonio Torquato Lo Mele, Il piccolo audace Frrr. Storia di un pesce fuor d’acqua, edizioni la meridiana, pp. 107, euro 18,00  .

 

 


 

 

Un altro posto

Il romanzo ambientalista di Cristina Pacinotti

 

Un altro posto, ma qui vicino

 

Un altro posto, ovvero un romanzo che si muove lungo i - battuti di rado - sentieri dell’ecotopia. Termine di conio relativamente recente che sta a indicare una società in cui gli uomini e le donne vivono e lavorano nel rispetto della natura e dell’ambiente e che, di conseguenza, non possono non opporsi alle leggi ferree dell’economia di mercato, ai suoi interessi e ai suoi sacerdoti. Insomma, una rivoluzione. Senz’armi, ma tenace, pacifica e caparbia. Quella che, faticosamente e non senza contraddizioni, cercano di praticare gli abitanti di Frabosco, piccolissimo corpo sociale ecosolidale posizionato nella estrema Toscana nord-occidentale. Poche famiglie impegnate a vivere secondo regole del tutto nuove e in gran parte ancora da inventare. Senza furori fondamentalisti, Maria ed Emanuele, Maya e Daniel, Riccardo e Angela, Ugo, Giovanna, Luca, Mauro e i loro figli, bambini e adolescenti, coltivano una terra sempre generosa, allevano animali, esercitano l’artigianato, recuperano antiche abilità e competenze, riusano e riciclano secondo uno stile di vita solo apparentemente regressivo. Più vicini alla natura e ai suoi tempi, alle sue indubitabili durezze e bellezze, i Fraboschini, poco compresi anche dagli altri residenti, vedono il loro insediamento minacciato dall’ennesima grandeopera, con le sue promesse di magnifiche sorti e progressive e la distribuzione di mance e prebende a destra e a manca... E allora decidono di dare battaglia. Riusciranno i nostri modesti eroi a opporsi al rullo compressore della contemporaneità, al turbocapitalismo e alle ragioni del profitto sempre, dovunque e comunque? Saranno capaci di suscitare un movimento reale capace di cambiare i rapporti di forza in difesa della natura e della bellezza, della Madre Terra e degli equilibri ambientali?

Di questo tratta il romanzo di Cristina Pacinotti, scrittrice New Age, ma che, ben provvista di uno spiccato senso critico-storico, sa opportunamente prendere le distanze da ogni ingenuità involutiva e da chimeriche aspirazioni a un “medioevo prossimo venturo”. La Pacinotti, autrice pisana apprezzata da Umberto Eco, Dacia Maraini e Athos Bigongiali, racconta bene la moderna, problematica favola di quanti - e sono ormai molti, sempre di più - intendono passare da un presente grigio al verde del domani. I materiali glieli forniscono le cronache recenti - vedi vicenda NoTav - e un’evidente esperienza personale sinceramente vissuta di come essere davvero in sintonia con la natura e così “camminare leggeri sulla terra”. Tutti suoi, poi, la fluidità del narrare, lo stile cordiale e accattivante, l’abilità nel descrivere paesaggi e psicologie tanto dei “buoni” quanto dei loro oppositori, gli uni e gli altri riguardati sempre con una punta d’ironia e un minimo indulgenza. Nel racconto vivido e problematico, positivo e completo di un esperimento comunitario ecologicamente, e soprattutto umanamente, sostenibile, Frabosco diventa il simbolo di tutte le comunità resistenti e di tutti movimenti sociali attivi in ogni parte del mondo contro gli sfregi e le devastazioni malamente inferte alla Terra Madre.

 

Luciano Luciani

 

Cristina Pacinotti, Un altro posto, Collana Obliqui, Ets Pisa, 2016, pp. 224, Euro 15,00

 

 


 

 

Con chi parli Jonah?

Con chi parli, Jonah

 

Luciano Luciani 

 

 

Forse non abbastanza avvertito né apprezzato, continua l’impegno della casa editrice Quarup per avvicinare il pubblico dei Lettori italiani alla migliore narrativa straniera, la statunitense in particolare. Dopo il dolente Verso nord del cantante e scrittore Willy Vlautin, uscito un anno fa per la collana Badlands riservata a scritture non convenzionali e capaci di andare oltre le mode del momento, è ora la volta di Con chi parli, Jonah? di Mark Sullivan, giunto plurisemisecolare al suo romanzo d’esordio.

Ed è un felice debutto perché la pagina di Sullivan, già figura di riferimento della scena punk rock nordamericana degli anni Ottanta, si fa apprezzare per la delicatezza con cui svolge una storia in cui la normalità quotidiana di un adolescente dei nostri giorni si intreccia con elementi horror/magici, un palese omaggio alla narrativa di Stephen King, lo scrittore dell’orrore più letto al mondo. Il quindicenne Jonah, alle prese con tutti i problemi di tutte le adolescenze - tempeste ormonali, rapporti complicati col mondo degli adulti, il difficile posizionamento di sé in famiglia, a scuola, nel gruppo amicale e nel mondo – possiede, come nella migliore tradizione kinghiana, da Carrie a Shining, da La zona morta a Il miglio verde, un gift, un dono di cui, però, farebbe volentieri a meno: dal giorno dei funerali del padre, vede i morti... E si tratta di presenze tutt’altro che benevole. Perché lo irridono, lo minacciano, esasperano le insicurezze e la goffaggine di Jonah. Gli guastano la vita di relazione con la madre Susan, con gli amici, con le coetanee, con l’ambiente scolastico tutto. Le rare consolazioni a un’esistenza destinata all’incomunicabilità (a chi lo racconti che vedi i morti?) e alla solitudine, Jonah le trova in Ross, un grosso grasso amico sovrappeso, che sopporta e accetta le stranezza di Jonah, e nel fantasma del padre Dan che, morto dieci anni prima precipitando, gonfio di Martini, in un crepaccio alla guida della sua Porsche Convertibile, ora gli appare per provare a svolgere quel ruolo paterno che, da vivo, non gli era mai riuscito e proteggerlo dalle anime dei trapassati che non gli danno requie. Riuscirà il nostro giovanissimo eroe a liberarsi di quegli invadenti, inquietanti fantasmi? Naturalmente sì: il brutto anatroccolo Jonah sarà, infatti, capace di trasformarsi se non in un bellissimo cigno almeno in un ragazzo come tutti gli altri. Ma sarà un cammino irto di ostacoli che non gli risparmierà dolori, sofferenze prove anche molto dure.

Con sensibile leggerezza Mark Sullivan ci racconta una storia “al limite” e insieme credibile, forte e al tempo stesso tenera, senza mai eccedere in terrori e tremori, senza mai cadere nelle lusinghe di facili effettacci o in quelle di già usurati modelli letterari. Lo aiuta una prosa semplice e tersa in grado di scavare in profondità e di catturare il cuore e l’intelligenza del Lettore: perché come quella di pochi altri abile a raffigurare gli occhi chiari sull’esistenza di cui solo i giovani sono capaci.

 

Mark Sullivan, Con chi parli, Jonah?, collana Badlands, quarup edizioni, 2015, pp. 180, Euro 14,90

 

 


 

 

Choris

Chloris

Autori fotografie - Ioannis Schinezos, Roberta Pagano

Autore testo delle didascalie - Prof. Alessandro Minelli

 

Pagine - 128

Grafica - Ioannis Schinezos, Roberta Pagano

Lingua - Italiano, inglese.

Target - Appassionati di fotografia d’arte, di fotografia naturalistica, appassionati di natura, cultori della fotografia in bianco e nero.

Breve biografia autori

Ioannis Schinezos è fotografo naturalista professionista e pubblicista, autore di otto libri, professore a contratto della Facoltà di Agraria dell’Università di Padova. Collabora con diversi mensili che si occupano di natura, geografia, viaggi e scienza, italiani ed esteri. È redattore e art-director del quadrimestrale Asferico, bollettino ufficiale A.F.N.I. (Associazione Fotografi Naturalisti Italiani).

Roberta Pagano è fotografa professionista e pubblicista, laureata in Scienze Naturali. Collabora con numerosi mensili natura, geografia e viaggi.

Alessandro Minelli è professore di Zoologia nella Facoltà di Matematica, Fisica e Scienze Biologiche dell’Università di Padova. È autore di numerosissimi testi, divulgativi e di carattere scientifico, in Italia e all’estero.

Sito web autori www.naturalvisions.it

 

Contatti - Tel. (Ioannis Schinezos) 0039 347 6140145  schinezos@yahoo.it

Il libro è disponibile presso l’editore al link http://www.mediasitalia.com/medias-publishing/chloris.html e alla libreria online internazionale NHBS.

 

 

Prefazione 

“Da florista di campagna, avvezzo ad annaspare tra cespugli fradici, a procedere tra le alte erbe delle sponde fangose, ad arrancare su rocce erbose, ammetto di avere una percezione non sempre gradevole del mondo vegetale. È forse per questo che guardo con un po’ di sospetto a volumi che presentano la botanica privilegiando l’estetica, e con sospetto mi sono avvicinato anche a questo libro. È bastato però scorrere poche pagine per rendermi conto che non si trattava del solito volume unicamente volto a stupire il pubblico con forme inconsuete. Qui le forme, impeccabilmente raffigurate, sono raggruppate secondo logica e i commenti le esplicano in modo tanto conciso quanto efficace.

Ho letto tutte le schede di un fiato: un piccolo-grande viaggio nei più svariati aspetti della botanica, dalle crittogame alle fanerogame, dalla morfologia alla genetica, dalla flora di paesi lontani a quella di casa nostra, indietro nel tempo fino a quando vari continenti erano tra loro uniti nella Gondwana.

In queste pagine si accordano estetica e conoscenza, rigore e arte, prendendo il meglio dell’uno e dell’altra, e divulgando entrambe con linguaggio piano e diretto. Insomma, un approccio lieve alla botanica, una valida alternativa a certi pesanti tomi che sembrano fatti apposta a distogliere l’interesse dall’amabil scienzia.”

 

Dr. Filippo Prosser

Conservatore Sezione Botanica Fondazione Museo Civico di Rovereto

 

Prefazione 

“L’avvento del digitale sta radicalmente rivoluzionando la fotografia; ma in questo mondo che avanza frettolosamente, mi piace pensare che vi sia ancora chi volge lo sguardo al passato. E lo specchio del cambiamento – nell’ambito della ripresa naturalistica – riguarda anche la riscoperta del bianco e nero.

Sono proprio queste sperimentazioni a ispirare e stimolare nuovi orientamenti, riuscendo a incuriosire anche gli spiriti più conservatori. Immagini che portano linfa nuova alla fotografia della natura, fanno scattare un riordino della nostra mente, ci fanno soffermare e contemplare con i dovuti tempi e modi di lettura; quelli che rispettano la fotografia vera.

I fotografi naturalisti sono gli ambasciatori dell’universo naturale e con le loro immagini ci invitano a farne parte. Gli autori di questo libro, attraverso delicate immagini e una personale interpretazione dei soggetti, ci fanno sentire in armonia con questo mondo; emergono così particolari, forme e composizioni che, con ogni probabilità, non avremmo saputo cogliere senza il misterioso e intrigante linguaggio del bianco e nero.”

 

Armando Maniciati

Vice Presidente A.F.N.I. (Associazione Fotografi Naturalisti Italiani)

 

 


 

La cacca che ci salvò dalla fame

La cacca che ci salvò dalla fame Strane storie e tipi strani

edizioni Ets, collana Obliqui, Pisa 2015, pp. 120, Euro 12,00

di Luciano Luciani

 

È uno strano libro e stupisce a ogni pagina: perché là appare un Garibaldi che non è più l’Eroe dei Due Mondi, ma, forse, un commerciante avido e un trafficante di uomini; qua un nembo di locuste oscura il sole, lì una tempesta squassa il cielo della Provenza e tiene a battesimo il piccolo Henrì Toulouse-Lautrec; qualche capitolo dopo ci sorprende un’alba rosata sul Bosforo, descritta dal grande viaggiatore Loti... Sorprendente anche il titolo, La cacca che ci salvò dalla fame. Strane storie e tipi strani, e l’ha scritto Luciano Luciani, non nuovo a tali imprese bizzarre, per i tipi delle edizioni Ets, Pisa 2015.

 

 

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Carlo Rovelli

Carlo Rovelli Che cos’è la scienza. La rivoluzione di Anassimandro

Mondadori editore, Milano 2014
di Lucia Torricelli

Carlo Rovelli, fisico teorico di talento, con una prosa fluida e accattivante tra scienza, filosofia, storia delle civiltà, letteratura, accompagna con passione il lettore in un itinerario che disegna la nascita, il significato e la continua evoluzione del pensiero scientifico. Parte da Anassimandro e continua fino a noi, nel cammino senza soste della conoscenza, “curiosi di vedere dove stiamo andando”.
Un messaggio incisivo che offre suggestioni e spunti di riflessione per un confronto a più voci.
L’analisi dell’autore si concentra su alcuni aspetti significativi che riguardano il significato dell’impresa scientifica e le ripercussioni del pensiero critico sul percorso della conoscenza.
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Paolo Vettore

Paolo Vettori, Yerevan/Stepanakert. Ai confini dell'ex impero sovietico Edizioni Helikon, pp. 246, Euro 10,00

Diario di viaggio nel “giardino nero in mezzo alle montagne”

di Luciano Luciani

 

Mai come nella nostra epoca gli uomini si spostano: come distanze percorse, frequenze di viaggi, numero di persone. Un tempo viaggiavano solo le tre M dell’Occidente: le merci, i militari, i missionari. Oggi, invece, sembra tutto in movimento: si muovono le cose, gli uomini, le informazioni... E, paradossalmente, nell’era della rivoluzione dei trasporti, non c’è più un posto sicuro:  tutto viene reso precario, fragile, incerto dal terrorismo, dalla micro-criminalità, dai conflitti locali, dal rischio della diffusione di malattie planetarie tipo Ebola.

Se poi siamo fortunati e riusciamo a evitare tutti questi disastri, ci imbattiamo in un’altra maledizione: il turismo di massa, fatto di  omologazione dei comportamenti e degli stili di vita dall’Europa all’Asia, dall’America all’Africa. Locali tutti uguali, vetrine di negozi identiche, alberghi simili a se stessi al nord come al sud del mondo per evitare a queste nuove legioni di viaggiatori, in genere distratti e superficiali, i fastidi e le fatiche che il mondo fisico sempre comporta: l’alterità rappresentata dai luoghi e dalle genti con cui il turista entra in contatto.

 

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confusione

Non recensione

di Vincenzo Terreni

 

“Umberto Eco in una delle sue antiche Bustine di Minerva esprimeva questo semplice concetto: non pubblicate critiche negative, è comunque un modo di parlare di un libro e di dargli una possibilità di comparire alla ribalta, soprattutto oggi che la gran parte dei troppi libri che si pubblicano ha scarse possibilità di essere conosciuta dai potenziali lettori. Su dieci lettori che leggeranno la critica, uno si andrà a comprare il libro e andrà ad alimentare il suo mercato; i numeri 10 e 1 di certo non sono esatti, ma il concetto lo è. Al contrario, parliamo positivamente dei libri "buoni" (che è ciò che s'è fatto finora in Naturalmente).”

 

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Marcello Cini

Per una scienza critica: Marcello Cini e il presente. Filosofia, storia e politiche della ricerca

In corso di stampa per l’editore ETS di Pisa.

Curato da Elena Gagliasso, Mattia Della Rocca, Rosanna Memoli

Recensione di Francesca Civile

 

Si tratta di un insieme di testi eterogenei che parlano di e con Marcello Cini, come è detto nella Prefazione e nella Postfazione.

Eterogenei nei temi affrontati e nelle qualifiche disciplinari degli autori, tra cui si trovano filosofi come M. Iacono, economisti come G. Chiodi, biologi come M. Buiatti, ambientalisti militanti come C. Modonesi, V. Cogliati Dezza (presidente di Legambiente), epistemologi, sociologi, perfino una politica militante: Luciana Castellina, oltre che -  più prevedibilmente - fisici e storici della scienza: G. Parisi e P. Greco rispettivamente. Non è un elenco completo, giusto un campionario a spizzico per dare l’idea della ricchezza e varietà dei testi che si trovano qui dentro. Testo completo

 


 

Mente e cervello

Note brevi tra mente e cervello  

Recensioni di Lucia Torricelli

 
   Inafferrabile l’essenza della mente umana. I neuroscienziati, sempre più impegnati in una frenetica attività di ricerca interdisciplinare teorica e sperimentale, sanno dire molte cose sull’architettura del cervello e sul suo funzionamento; sono in grado di fotografarlo mentre lavora, di monitorare il flusso d’informazione, di mappare e studiare le aree neuronali, di costruire modelli …. Rimangono aperte alcune questioni di fondo le cui implicazioni alimentano un serrato dibattito nella comunità scientifica e non solo. Molte le ipotesi e le interpretazioni degli studiosi mentre cercano di orientarsi in territori ancora sconosciuti.   

Come emerge la mente? Come nasce il pensiero astratto? Come spiegare le emozioni, i ricordi, la creatività? Come definire la coscienza? In definitiva che relazione c’è tra la ricchezza della vita mentale e il linguaggio elettrochimico con il quale cento miliardi di neuroni si scambiano informazioni?

 

Serie di libri consigliati per un percorso didattico

 

 


 

Junger Cacce sottili

Risultati immagini per Foglie e pietre

Ernst Jünger

  • Cacce sottili (1967) traduzione italiana di Alessandra Jacidicco, Guanda, Parma, 1997, in commercio

  • (1930-34) traduzione italiana di Flavio Cuniberto, Adelphi, Milano,1997, in commercio

Recensioni di Maria Bellucci

 
Si cela peut faire votre bonhoer

aveva detto il provenzale nel suo giardino... 

(E. Jünger, Cacce cit., p.118)



 

Nello sfaccettato prisma che riflette la controversa figura di Ernst Jünger (1895-1998), Cacce sottili e Soggiorno in Dalmazia (primo dei saggi raccolti in Foglie e pietre) occupano un riquadro rimasto in ombra, poco noto ai più che dell’autore conoscono, piuttosto, i libri attinenti alla prima guerra mondiale (Nelle tempeste d’acciaio (1920;1922), Boschetto 125 (1925)) e gli scritti politico-sociologici (Fuoco e movimento (1930) La mobilitazione totale (1930), L’operaio (1932)), testi questi ultimi che furono di opposizione alla “borghese” democrazia di Weimar e contribuirono ad alimentare la prospettiva della cosiddetta “rivoluzione nazionale” di cui, a vario titolo, si resero protagonisti i Freikorps (Si ricordi che Jünger fu a capo del Freischar Schill e tra i fondatori della rivista Arminius). Testo completo

 


 

Storia ambiente Appennino centrale

Aurelio Manzi

Storia dell’ambiente nell’Appennino Centrale

La trasformazione della natura in Abruzzo dall’ultima glaciazione ai nostri giorni


Meta Edizioni e Fondazione Pescarabruzzo, 2012, euro 25.00

 

Recensione di Tomaso Di Fraia

 

Il titolo e il sottotitolo mettono decisamente sull’avviso il lettore e i titoli dei capitoli rafforzano questa impressione: il primo capitolo è dedicato a “L’età preistorica”, quelli successivi rispettivamente alle età italica e romana, medioevale, moderna, contemporanea e infine ai nostri giorni. Anche l’ultimo capitolo, monotematico (“Breve storia dei boschi abruzzesi nei secoli XV-XX”), abbraccia un preciso arco cronologico.

Si tratta dunque di un libro di storia in senso pieno, anche se le trasformazioni verificatesi nei diversi periodi sono viste essenzialmente nei loro effetti sulla natura. E in effetti Aurelio Manzi, botanico per formazione e docente di scienze nella scuola superiore, autore di diversi volumi e centinaia di pubblicazioni sia scientifiche che divulgative,  ama definirsi studioso di storia del paesaggio o meglio dell’ambiente, cioè del rapporto uomo-natura, che è bidirezionale, perché la natura ha sempre condizionato l’uomo, spingendolo verso determinate soluzioni, e l’uomo a sua volta ha cercato di piegare la natura alle proprie esigenze, trasformandola continuamente e anche profondamente.     Testo completo