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La Scienza tra guerra e pace. Percorsi di Storia ed Educazione civica

 

 

Appunti da: “La Scienza tra guerra e pace. Percorsi di Storia ed Educazione civica”, Conferenza presso Scuola Normale di Pisa 27-29 marzo 2026.

Organizzatori: Università di Pisa, Scuola Normale Superiore, Mateinitaly, Società Italiana di Fisica, Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, Unione Matematica Italiana.

 

Silvia Caravita, IRPPS-CNR, Roma.

 

Fatti drammatici stanno caratterizzando questi anni, una incerta e allarmante crisi dell’ordine mondiale scuote le nostre società già coinvolte in processi di profondi cambiamenti di tipo economico, tecnologico, sociale. Le regole introdotte dopo il secondo conflitto mondiale per vincolare i modi di condurre la guerra sono continuamente infrante, le tecnologie burocraticamente guidate rendono non responsabili gli individui, le popolazioni inermi sono divenute il nemico, la comunicazione sui media lentamente anestetizza gli spettatori.

La comunità scientifica è più che mai consapevole del suo ruolo in questi processi di cambiamento, dei mutati equilibri tra finanziamento pubblico e privato, delle responsabilità nell’organizzazione della ricerca e nell’applicazione dei risultati, della importanza di mantenere aperto il dialogo con i cittadini e con le istituzioni per diffondere saperi e costruire consapevolezze.

I principi e le pratiche su cui si fonda la ricerca di conoscenza scientifica sono un modello di interazioni collaborative e di confronto tra competenze ed idee che può contribuire a coltivare ideali di pace soprattutto nelle giovani generazioni e a contrastare strategie politiche mirate a esclusione e accentramento di poteri e creazione di disuguaglianze.

Gli studi di Pietro Greco sul dialogo necessario e non facile tra scienza e società costituiscono un riferimento significativo per interpretare un rapporto che continua ad avere momenti alterni di grandi aspettative e di sfiducia. La razionalità messa a fondamento dei modi di produrre conoscenza scientifica non vuol dire verità; questo fraintendimento di matrice positivista continua a creare problemi nel rapporto con il pubblico e richiama attenzione sulle modalità della formazione degli stessi ricercatori.

 

Sono questi i temi e gli obbiettivi che hanno mosso gli organizzatori della conferenza. Attraverso una prospettiva storica sui rapporti tra scienza, politica, economia e società nell’era del nucleare e della seconda guerra mondiale i relatori hanno proposto ai partecipanti una riflessione sul presente e un invito ai ricercatori a impegnarsi nella “terza missione”, la comunicazione con i cittadini, l’interazione con la scuola per arricchire con nuovi stimoli percorsi di educazione scientifica e civica. A loro e ai molti docenti di Matematica presenti la Dott.ssa Silvia Benvenuto dell’Università di Pisa ha lanciato la proposta di formare un gruppo di lavoro con lo scopo di discutere e progettare modalità efficaci di comunicazione, mettendo insieme competenze in discipline scientifiche, umanistiche e didattiche. La necessità di parlare ad un pubblico giovane non riguarda soltanto la divulgazione di saperi e di una corretta immagine dell’impresa scientifica o una ricerca di consenso per la promozione della ricerca; occorre soprattutto muovere le persone alla partecipazione ai processi decisionali, a vivere in modo più consapevole e responsabile l’attuale fase incerta di passaggio a nuovi assetti della società, incalzata dal rapido sviluppo delle tecnologie il cui controllo non è più solo in mano pubblica.

Giorgio Parisi, in interviste e scritti, ha espresso la sua forte convinzione nella diplomazia della scienza affermando che i rapporti scientifici tra paesi siano l’ultima cosa che va interrotta.

La odierna accessibilità a più forme di comunicazione facilita i contatti tra le persone e può permettere anche una diplomazia popolare.

 

Si può impedire o meglio prevenire la guerra? Quali le condizioni da creare? La scienza come può concretamente contribuire? Può la scienza intercettare prima per disinnescarli i nodi che portano alla guerra?

Le relazioni presentate nella conferenza da Matematici e Fisici hanno in parte guardato al passato e ricostruito le vicende degli scienziati che parteciparono alla ricerca sul nucleare, dalle scoperte dei Curie degli anni ‘30 alla costruzione della bomba atomica; dall’altra parte hanno illustrato le sfide che nel presente ci aspettano e come l’impresa scientifica che le affronta sia cambiata.

Interessante constatare come per molti anni non si abbia la minima idea di come innescare il processo che libera energia dal nucleo ma quando si arriva nel 1938 alla fissione nucleare entro poche settimane si pensa di usarla per scopi bellici, come era già avvenuto con lo sviluppo dell’aviazione. Inizia la competizione tra laboratori scientifici e anche le tensioni interne tra scienza transnazionale e lealtà al proprio paese.

Una coscienza internazionale, emergente dai modi stessi di fare scienza (“fratellanza universale che la scienza conosce e intuisce”) era nelle parole che il Prof. Nathan rivolge alla Comunità dei Matematici nel 1908 e si trova nei tanti documenti (lettere, manifesti, appelli, carteggi) che sono stati citati dai relatori alla conferenza. Scienziati convinti che è “amaramente necessario che gli europei colti e benintenzionati” esercitino la loro pressione per impedire i conflitti. (Manifesto agli Europei del 1914 del Fisiologo Georg Nicolai firmato anche da Einstein).

E tuttavia le scelte sono diverse, difficili, gli scienziati sono anche uomini che vivono dentro culture e storie nazionali, in situazioni che evolvono in direzioni impreviste e fanno cambiare argomentazioni etiche. Vito Volterra partecipa alla prima guerra mondiale “perché giusta”, Max Born urla la sua rabbia contro gli occupanti francesi che opprimono i tedeschi scrivendo a Tullio Levi Civita che aveva chiesto di non escludere dai laboratori la presenza di ricercatori provenienti da paesi sconfitti. Il chimico tedesco Fritz Haber è consulente scientifico del Ministero della guerra e collabora allo sviluppo dell’iprite, mentre la moglie Clara Immerwahr, chimica anche lei, si uccide non essendo riuscita a dissuaderlo. Einstein, convintamente contrario a politiche di guerra criticate in vari contesti pubblici, nel 1939 si muove affinchè sia un governo democratico, gli Stati Uniti, e non quello nazista ad avere il primato nello sviluppo bellico del nucleare. Fiducia che verrà poi tristemente delusa. Joseph Rotblat abbandona il progetto Manhattan. Amaldi, convinto che l’Italia sia dalla parte sbagliata del conflitto, non aveva seguito Fermi e aveva scelto di dedicarsi agli studi sui raggi cosmici, fondando più avanti l’INFN e poi il CERN. Werner Heisemberg vuole che la Germania vinca, anche se disprezza il Nazismo.

Dopo i fatti di Hiroshima e Nagasaki ci saranno nuovi appelli di scienziati a tutti i cittadini per chiedere la collaborazione contro i rischi del nucleare o ai governi (Appello Russel-Einstein, 1955) chiedendo di valutare i pericoli dello sviluppo di armi di distruzione di massa, invitando alla cooperazione tra gli Stati e alla responsabilità degli scienziati.

Un aspetto particolare nella partecipazione dei ricercatori, a cui forse non si è guardato con molta attenzione è stato messo in evidenza dalla relazione del Prof. Gianni Battimelli: gli scienziati che hanno lavorato alla costruzione dell’arma atomica non erano impegnati nell’applicazione di conoscenze scientifiche ma in una ricerca teorica entusiasmante. Prima di tutto erano scienziati!

 

La sofferta tensione del mondo della scienza si ripeterà sempre perché è ambiguo il confine tra scienza chiara e scienza oscura (vedi il libro del Prof. Gianfranco Pacchioni), ricerca fondamentale e innovazione, il cui controllo è possibile solo attraverso vigile comprensione e partecipazione attiva dei cittadini, come affermato nel documento Horizon Europe, EU (2022) nel quale sono presentati i principi di base della Responsible Research Innovation (RRI). Una educazione etica nei percorsi di formazione dei ricercatori è auspicata per accrescere le consapevolezze su aspetti altrettanto importanti come l’equità di genere, l’open access della ricerca, la governance, l’impegno pubblico.

Difficile intervenire sul dual use previsto in molti progetti con finanziamenti connessi alle spese militari, ma si può intervenire attraverso azioni di mitigazione delle conseguenze avendo un ruolo attivo nella comunicazione scientifica.

 

L’energia e la sua produzione sono il nodo critico di tutte le competizioni che le civiltà umane hanno affrontato. Trovare, trasformare e controllare forme di energia è la grammatica del mondo nella storia dell’umanità, ha sottolineato il Prof. Roberto Battiston. Energia è alla base di movimento – calore – informazione. Il ‘900 è stato il tempo delle fonti fossili; la transizione a fonti rinnovabili sta impegnando tutti i paesi nell’avvio di processi tecnologici che richiedono un equilibrismo tra sicurezza, clima, costi, obbiettivi che devono restare insieme. Impegno futuro della scienza sarà vegliare, intervenire, informare affinchè nessun paese sia esposto al ricatto strategico sia della de-carbonizzazione che di fornitori dominanti (di silicio? fusione nucleare?) che determinano sudditanza e generano conflitto. L’accesso all’energia resta una questione morale di giustizia energetica.

 

E’ stato ricordato che negli anni ’60 tre importanti risultati della scienza come il lancio dell’Explorer, il primo trapianto di fegato, la scoperta della struttura delle proteine fossero il prodotto della ricerca di istituzioni pubbliche e come eventi scientifici contemporanei altrettanto rilevanti siano risultati della ricerca privata finanziata dalle Big Tech: ad es., il lancio di Space X, l’impianto cerebrale di elettrodi per vicariare funzionalità perdute, il lancio di software per prevedere la struttura di particelle nucleari. L’investimento di gran parte dei paesi nella ricerca è continuamente diminuito in questi anni e non sempre i risultati della ricerca di base riescono a trasformarsi in applicazioni con il sostegno pubblico e delle industrie. Contemporaneamente è cresciuto quello privato. Se si confronta la lista del 2003 delle prime 10 grandi industrie finanziatrici di ricerca con quella del 2022 si osserva la scomparsa soprattutto di quelle automobilistiche e la prevalenza delle Big Tech con triplicati finanziamenti in settori diversissimi tra cui la salute. Ma la ricerca privata mira ad avere il monopolio delle conoscenze, poche sono le co-partecipazioni con l’Università con le quali però non si condividono i brevetti; i ricercatori hanno contratti con vincoli stringenti sulla riservatezza, nei convegni e nelle pubblicazioni “solo quello che non serve” può essere comunicato.

Quindi sappiamo poco sulle ricerche in corso. Studi sul grado di fiducia dei cittadini nella scienza pubblicati nel 2020 su Nature e su Human Behaviour mostrano che è ancora abbastanza alta ma Il rischio è che questo stato di cose produca disorientamento e spinga verso derive parascientifiche.

 

Dobbiamo lasciare ai ricercatori la responsabilità di decidere come usare le conoscenze o questa spetta anche ai cittadini? Le accademie universitarie non sono forse le più adatte ad esercitare un controllo ma possono informare la società, che deve reclamare regole e richiamare le agenzie antitrust a intervenire in modo preventivo evitando la costituzione di monopoli. In società democratiche questo è possibile.

La scuola, gli insegnanti hanno un ruolo chiave e reclamano formazione anche attraverso un dialogo più stretto con le Università. Ma la scuola deve anche saper uscire e interagire con la società, essere credibile agli occhi dei giovani in quanto sa assumere ruoli attivi di cittadinanza.