Fiori dal Sol Levante: la scoperta della flora giapponese
4. Un vivace Settecento: dalla tradizione nipponica alla Flora japonica di Carl Peter Thunberg
Circa ottant’anni dopo il viaggio di Engelbert Kaempfer, un altro medico al servizio della Compagnia Olandese delle Indie Orientali (VOC) mette piede a Dejima. È lo svedese Carl Peter Thunberg. Anche lui si muove dentro il rigido sistema del sakoku, ma il Giappone che incontra non è più quello di fine Seicento. Nel corso del Settecento, infatti, il paese ha sviluppato una vivace cultura dello studio della natura e un crescente interesse per la medicina occidentale, mentre l’Europa ha adottato il nuovo linguaggio tassonomico di Linneo. L’incontro tra Thunberg e il Giappone del tardo Settecento non ripete quello di Kaempfer: lo rivela sotto una luce diversa.

Irrigidimento politico e valorizzazione della natura
Quando Thunberg arriva a Dejima, il sakoku è ancora la cornice che regola ogni contatto con l’Occidente. Ma rispetto all’epoca di Kaempfer, la politica di chiusura si è fatta più severa: i controlli sugli olandesi della VOC sono più stretti, gli spostamenti più limitati, la paura delle infiltrazioni cristiane più acuta. L’isolamento non è solo una misura diplomatica, ma una strategia di sicurezza interna, e il personale della Compagnia si muove in un ambiente dove ogni gesto è osservato e ogni parola filtrata dagli interpreti ufficiali. Lo straniero, non più oggetto di curiosità benevola, è percepito come un elemento potenzialmente pericoloso, un altro da sé da contenere e neutralizzare. Eppure, proprio questo irrigidimento produce un effetto inatteso. Nel corso del Settecento, la spinta a rendere il paese economicamente autosufficiente e a ridurre la dipendenza dalle importazioni cinesi si innesta su una tradizione di studi naturalistici già consolidata. All’inizio del secolo, infatti, l’honzogaku – la disciplina che riunisce le conoscenze su piante, droghe medicinali e risorse naturali – aveva trovato una prima espressione sistematica nel Yamato honzo (1709) di Kaibara Ekiken, che riorganizzava la farmacognosia cinese in un repertorio adattato al territorio giapponese e fondato sull’osservazione diretta. Questo quadro concettuale, ampiamente diffuso, contribuisce a orientare l’attenzione verso le risorse locali. È in questo contesto che, nel corso del Settecento, lo shogunato promuove una serie di indagini sistematiche sulle risorse naturali.
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A partire dagli anni Venti, lo shogun Tokugawa Yoshimune incoraggia l’attività dei saiyakushi, gli erboristi itineranti che perlustrano il paese – montagne, foreste, vallate remote – alla ricerca di piante medicinali e risorse vegetali di interesse economico. La loro attività, radicata nella tradizione dell’honzogaku, testimonia una conoscenza della natura diffusa, pratica e capillare. Tra queste figure, la più nota è probabilmente Uemura Masakatsu (1695–1777), originariamente giardiniere al servizio del clan Kii, che tra il 1720 e il 1753 viaggiò in gran parte del paese raccogliendo erbe e piante medicinali. Raccolse le sue osservazioni in Uemura Masakatsu Yakuso Goyo Kakitome (1753), un prezioso resoconto dei suoi itinerari. Lo shogun lo teneva in grande considerazione e gli affidò la direzione del giardino delle erbe medicinali nel quartiere di Komaba, a Edo. Tra il 1735 e il 1738, lo shogunato promuove inoltre una vasta indagine nazionale sulla flora e la fauna, condotta come una sorta di censimento e basata anche su materiale visivo. Parallelamente vengono introdotte e acclimatate piante straniere di interesse medico o economico, come il ginseng. L’interesse per la natura, attestato dall’arte figurativa e dalla letteratura, attraversa vari strati della società: tra il 1723 e il 1748, ad esempio, Birushanaya, un monaco buddhista di Yoro (nell’attuale prefettura di Gifu), realizza un manoscritto illustrato con i disegni di 90 animali e 377 piante.
Un “olandese” venuto dalla Svezia
Mentre in Giappone l’indagine sulla natura segue vie interne ed è lo sviluppo coerente di una tradizione autoctona, la situazione epidemiologica e tecnologica del tempo apre un fronte diverso. Nel 1720 lo shogun Tokugawa Yoshimune revoca il divieto sui libri olandesi di argomento scientifico, inaugurando il rangaku, la “scienza olandese”: un interesse pragmatico e selettivo per le conoscenze occidentali, dagli strumenti ottici agli orologi, dai planisferi ai manuali tecnici. In questo quadro, la medicina occupa uno spazio privilegiato. Il contatto con l’Occidente ha introdotto in Giappone malattie nuove, in particolare la sifilide, che la tradizione terapeutica fatica a gestire. La necessità di affrontare questa emergenza sanitaria rende le conoscenze mediche olandesi uno dei pochi varchi di dialogo consentiti dal sakoku. In questo scenario, l’arrivo di Carl Peter Thunberg assume un significato particolare. Pur essendo venuto in Giappone con l’intenzione di studiarne la flora, riprendendo idealmente il filo interrotto dopo Kaempfer, è come medico della VOC che trova uno spazio d’azione. È questa funzione, più che il suo interesse botanico, a offrirgli una breccia all’interno del sakoku e a permettergli di osservare la flora giapponese in modo non episodico. Del resto, come il Giappone dell’epoca di Thunberg non è più quello incontrato da Kaempfer, anche la scienza europea parla ormai un linguaggio diverso. Alla curiosità ampia e asistematica del viaggiatore tedesco si sostituisce l’indagine ordinatrice della scuola linneana, di cui Thunberg è forse l’esponente più paradigmatico: non solo il più fedele interprete del metodo di Linneo, ma colui che, dopo il ritorno in patria, per decenni avrebbe occupato la cattedra dell’università di Uppsala che era stata del maestro.

Carl Peter Thunberg (1743–1828) arrivò a Dejima come medico della VOC nell’agosto del 1775.Era la realizzazione di un progetto coltivato per anni, al punto da fargli cambiare lingua e identità.Dopo la formazione con Linneo, si era perfezionato in Olanda e a Parigi, distinguendosi anche come medico. Desiderava ardentemente studiare la flora giapponese, ma l’unica porta d’accesso era Dejima, riservata al personale olandese della Compagnia. Così Thunberg divenne olandese quanto bastava per esserlo agli occhi – e alle orecchie – dei giapponesi. Per tre anni, dal 1771 al 1774, visse nella Colonia del Capo, alternando l’attività medica all’esplorazione della flora sudafricana e assimilando alla perfezione lingua e costumi olandesi. Dopo un breve passaggio a Batavia, la sede asiatica della VOC, poté finalmente raggiungere Dejima. Confinato sull’isola come tutti gli europei e sottoposto a rigidi controlli, inizialmente egli non ebbe alcun accesso alla flora giapponese. Fu la sua funzione di medico, unita alla capacità di instaurare rapporti di fiducia, a cambiare la situazione. Alcuni interpreti giapponesi – spesso medici o studiosi di materia medica, estremamente interessati alla medicina europea – iniziarono a procurargli esemplari e informazioni in cambio di conoscenze occidentali. Grazie a questa rete di relazioni, nel febbraio 1776 Thunberg ottenne dal governatore di Nagasaki il permesso di visitare i dintorni, sempre sotto stretta sorveglianza, ma finalmente con la possibilità di osservare la flora dal vivo. Il momento clou del suo soggiorno giapponese fu la partecipazione alla missione annuale a Edo, tra aprile e giugno 1776. Il lungo itinerario attraverso il Giappone centrale gli offrì per la prima volta la possibilità di osservare il paese e di raccogliere numerosi esemplari botanici lungo il percorso. A Edo la sua reputazione di medico lo aveva preceduto: poté così incontrare Katsuragawa Hoshu, medico personale dello shogun, e Nakagawa Jun’an, un esponente di punta del rangaku, che lo affiancava nella traduzione di un trattato olandese di anatomia. Le settimane trascorse nella capitale furono dense di scambi scientifici, durante i quali Thunberg introdusse anche l’uso del mercurio per il trattamento della sifilide. I due studiosi giapponesi gli fornirono piante e informazioni sui loro nomi locali, mentre lui ricambiava con la nomenclatura olandese e latina. Dopo l’udienza con lo shogun, la delegazione fece ritorno a Nagasaki; lungo la via Thunberg continuò a raccogliere esemplari e a procurarsi piante vive, alcune delle quali inviò in Europa. Tornato a Dejima nell’estate del 1776, poté compiere ulteriori escursioni nell’area di Nagasaki, ma alla scadenza dell’incarico preferì non rinnovarlo: le condizioni di estrema costrizione rendevano difficile proseguire il lavoro. Rientrò in patria nel 1779, dopo nove anni di assenza.
Il Giappone e la sua flora attraverso gli occhi di Thunberg
Nominato professore di botanica e scienze naturali all’Università di Uppsala, Thunberg ebbe una lunga e feconda carriera, lasciando un’impronta profonda nella cultura scientifica europea. Accanto alle sue opere botaniche più note – Flora japonica, Prodromus florae capensis, Flora capensis – ebbero grande fortuna anche i quattro volumi della sua narrazione di viaggio, Resa uti Europa, Africa, Asia, förrättad åren 1770–1779.
Il terzo volume, pubblicato nel 1791 e interamente dedicato al Giappone, fu quello che suscitò maggiore interesse: rappresentava infatti il primo ampio sguardo europeo sul paese dai tempi di Kaempfer. Dopo un rapido resoconto del viaggio da Batavia, Thunberg descrive la vita quotidiana a Dejima, soffermandosi sul commercio, sulle regole di sorveglianza e sulle limitazioni imposte agli europei. Il viaggio a Edo gli offre l’occasione per delineare la cultura giapponese e l’élite politica e scientifica, con particolare attenzione alle lezioni impartite ai medici e agli studiosi locali, di cui sottolinea la curiosità intellettuale e l’atteggiamento rispettoso,
La parte finale del volume – e ancor più il quarto, rimasto a lungo non tradotto dallo svedese – assume un carattere enciclopedico: Thunberg vi raccoglie informazioni sulla geografia, la lingua, i nomi personali, gli abiti, la cultura materiale, il cibo, il governo, la religione. Pur partendo dalla propria esperienza diretta, mira a offrire un quadro il più possibile oggettivo. Così, se paragona Dejima a una prigione, interpreta la severità delle autorità giapponesi come risposta ai comportamenti europei; e se loda la curiosità e il desiderio di conoscenza dei giapponesi, mostra un atteggiamento più ambivalente verso il rigoroso rispetto delle gerarchie, che considera al tempo stesso garanzia di ordine e rischio di obbedienza acritica – una dinamica che egli stesso sperimentò più volte a proprio svantaggio.

Ancora maggiore fu l’impatto di Flora japonica (1784), la prima opera sistematica dedicata alla flora del Giappone. Il volume comprende 816 specie – inclusi alcuni funghi e alghe – centinaia delle quali descritte per la prima volta. I nuovi generi sono ventidue, in gran parte tuttora validi: tra essi Aucuba, Weigela, Skimmia, Nandina, Deutzia, Houttuynia.
Linneano di stretta osservanza, Thunberg distribuisce tutte le specie nelle venti classi del sistema sessuale, adottando una struttura rigorosa e immediatamente riconoscibile dai botanici europei.
Le specie già note ricevono un trattamento essenziale: nome binomiale, diagnosi di una riga, riferimento bibliografico (spesso a Species Plantarum), nomi giapponesi, habitat, eventuali varietà, periodo di fioritura. Più ampia è la trattazione delle numerose specie nuove, per le quali Thunberg fornisce descrizioni sintetiche ma complete degli organi vegetativi e riproduttivi, talvolta accompagnate da confronti con specie affini e da note sugli usi locali. A chiudere il volume, una sezione di circa venti pagine dedicata alle Plantae obscurae: esemplari incompleti o privi di fiori, ricevuti dai suoi informatori o osservati senza contesto sufficiente per una determinazione sicura.
Il libro è illustrato da trentanove tavole di altissima qualità: poche, per ragioni di costo, ma eseguite con grande precisione. Qualche anno più tardi, altre immagini, cinquanta in tutto, sarebbero state pubblicate da Thunberg in Icones Plantarum Japonicarum (1794-1895).
Il Catalogus plantarum japonicarum di Kaempfer era stato ovviamente il punto di partenza della ricerca di Thunberg, prima e durante il soggiorno giapponese. Da un lato egli sentiva il dovere di riconoscere il debito verso il predecessore; dall’altro, avvertiva la necessità di modernizzarne il lavoro e renderlo pienamente fruibile ai lettori del suo tempo. Perciò Flora japonica si conclude con un “Kaempfer illustrato”: un catalogo delle piante descritte da Kaempfer, elencate nell’ordine
originale ma precedute dal nome binomiale già esistente o attribuito da Thunberg, salvo i casi in cui l’identificazione non sia possibile, indicati anch’essi come Plantae obscurae. Completano l’opera gli indici dei generi e dei nomi giapponesi.
Rispetto al catalogo di Kaempfer, il numero delle specie descritte risulta quadruplicato; ma il salto più significativo è metodologico. Si passa dalla curiosità ancora asistemica di un botanico prelinneano a un impianto tassonomico pienamente organizzato, espresso in un linguaggio standardizzato e universalmente accettato. La Flora japonica diventa così il modello imprescindibile per tutte le ricerche successive sulla flora del Giappone, e il punto in cui l’incontro tra la tradizione naturalistica giapponese, almeno sfiorata grazie ai suoi informatori, e la tassonomia europea assume una forma stabile, destinata a circolare e a durare.
Alla diffusione della conoscenza botanica sul Giappone in Europa contribuirono anche il ricchissimo erbario di Thunberg – di cui distribuì con generosità i duplicati ai colleghi europei – e l’introduzione, seppur limitata, di piante vive; inoltre, egli mantenne a lungo la corrispondenza con alcuni dei giovani interpreti e studenti di medicina che lo avevano assistito a Dejima, preservando così quel fragile canale di comunicazione scientifica. Un filone di scambio che, nelle generazioni successive, avrebbe trovato una delle sue espressioni più compiute nella figura di Ito Keisuke, primo traduttore in giapponese di Flora japonica.
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