
Fiori dal Sol Levante: la scoperta della flora giapponese
3. Il Catalogo delle piante giapponesi di Engelbert Kaempfer
A fine Seicento, dopo Cleier e Meister, che avevano aperto spiragli preziosi sulla flora del Giappone, la scena si sposta su una figura di tutt’altro peso. Con Engelbert Kaempfer non siamo più nel territorio dell’osservazione occasionale, ma in quello dell’indagine sistematica: un medico colto, formato in Europa, che a Dejima trova un laboratorio vivente e l’occasione di inaugurare una tradizione. Da lui prenderanno le mosse Thunberg e poi Siebold, insieme a lui i tre grandi artefici della scoperta occidentale della flora giapponese — curiosamente, nessuno dei quali era davvero olandese, pur operando all’interno del rigido dispositivo del sakoku e della Compagnia olandese delle Indie Orientali (VOC). Per la prima volta, l’indagine sulle piante giapponesi troverà forma in parole e immagini stampate, anche se non con la completezza che l’autore avrebbe desiderato.
La strada per il Giappone passa dalla Persia
Quando il medico tedesco Engelbert Kaempfer (1651-1716) arrivò in Giappone per prendere servizio nella minuscola
stazione commerciale di Dejima era già un viaggiatore di lungo corso. Il suo vero cognome era Kemper, ma più tardi lo cambiò in Kaempffer o Kempfer, che significa «guerriero, combattente», quasi un emblema del suo carattere. Nato nella contea di Lippe, un piccolo stato periferico della Germania settentrionale, aveva iniziato i suoi vagabondaggi da studente, passando da un’università all’altra finché si laureò in filosofia a Danzica; proseguì poi gli studi in medicina a Cracovia e Königsberg.
Nel 1681 si trasferì a Stoccolma; entrato in contatto con politici influenti, fu assunto come medico e segretario di legazione della seconda ambasciata svedese in Persia, guidata da Ludvig Fabritius, un militare e diplomatico di origine olandese. Il lungo viaggio tra Stoccolma e Isfahan, la capitale della Persia safavide, durò quasi esattamente un anno, da marzo 1683 a marzo 1684. Lungo il cammino — attraverso Finlandia, Livonia, Impero russo, poi mar Caspio e Iran settentrionale — animato da una forte curiosità intellettuale e probabilmente già intenzionato a trasformare le sue avventure in un libro di viaggi, Kaempfer raccolse ogni possibile informazione: visitò siti storici e curiosità naturali (tra cui i campi petroliferi di Badkubeh, oggi Baku), prese misure e tracciò mappe, disegnò oggetti, intervistò ogni sorta di informatori.
Egli rimase a Isfahan circa venti mesi (marzo 1684–novembre 1685), imparò il persiano e il turco, e visitò sistematicamente la città, compresi diversi giardini, realizzando molti disegni. Come membro della legazione svedese ebbe accesso alla corte, dove poté osservare edifici, costumi, rituali, comportamenti. Al termine della missione decise di non rientrare in Svezia, ma di cercare un ingaggio nella VOC, che aveva una base commerciale anche a Gamron (oggi Bandar Abbas) sul golfo Persico. Per raggiungerla si aggregò a una carovana; durante il viaggio visitò Shiraz, il monte Benna e Persepoli. Qui abbandonò i compagni di viaggio per studiare le antiche rovine: misurò meticolosamente gli edifici, trascrisse alcune iscrizioni e fu il primo a notare che i caratteri avevano forma di cuneo.
Giunto a Bandar Abbas negli ultimi giorni del 1685, vi rimase bloccato per due anni e mezzo, anche se la detestava con tutto il cuore: «È la città più infertile, arida, calda, pestilenziale del mondo, quella che più assomiglia all’inferno di tutto il globo». In quel clima infernale Kaempfer si ammalò gravemente. Per riprendersi, trascorse i mesi estivi in montagna; quindi, visitò le piantagioni di palma da dattero, raccogliendo informazioni sulle caratteristiche botaniche, la coltivazione e l’importanza commerciale. Solo dopo vari mesi fu assunto come medico della base della VOC.
Per circa un anno, dal giugno 1688, fu medico di bordo della Copelle, una nave della Compagnia che commerciava nei porti indiani; nell’agosto 1689 era a Batavia, dove presentò domanda — senza successo — per essere assegnato all’ospedale. Pensava di rimanere a Giava, di cui conosceva la ricchezza floristica, ma quando gli venne offerto il posto di chirurgo a Dejima accettò. Sarebbe rimasto in Giappone due anni, dal settembre 1690 all’ottobre 1692.
Due anni di scoperte nel Giappone del sakoku
La condizione degli olandesi a Dejima era di semiprigionia: non potevano uscire liberamente dall’isola, ogni loro movimento era sorvegliato (per ogni olandese c’erano almeno dieci sorveglianti, tutti a carico della VOC), non avevano contatti al di fuori della stazione, ed era loro negato l’accesso a qualsiasi oggetto considerato sensibile dalle autorità (vietatissime le mappe). A controllarli era un articolato sistema di funzionari locali — otona, interpreti, ispettori — che regolavano ogni scambio, ogni visita, ogni parola.
Nonostante questi limiti, Kaempfer seppe sfruttare ogni occasione per raccogliere una grande messe di informazioni sulla vita quotidiana, i costumi, la religione, la storia naturale. Di importanza decisiva fu il giovane Imamura Eisei (1671-1736), noto anche con il nome d’uso Gen’emon, che gli fu affiancato come interprete e allo stesso tempo come apprendista di medicina e chirurgia occidentali. Colto, abile e intelligente, imparò rapidamente l’olandese e rimase a fianco di Kaempfer fino alla fine del soggiorno, accompagnandolo anche nei due viaggi a Edo. Appartenente a una famiglia di interpreti di Nagasaki, sarebbe diventato il capostipite di una vera dinastia di mediatori culturali.
Imamura gli procurò libri, mappe e altri oggetti proibiti, e lo aiutò a tradurli; un’attività svolta a suo grave rischio, perché — come ogni giapponese autorizzato a entrare a Dejima — aveva giurato non solo di non farlo, ma di segnalare qualsiasi comportamento sospetto. La collaborazione tra i due, lodata dallo stesso Kaempfer, è uno dei primi esempi di quella forma di cooperazione tra europei e mediatori giapponesi che, da Kaempfer a Thunberg e poi a Siebold, avrebbe reso possibile la nascita della botanica giapponese in senso moderno.
Tra i libri che Kaempfer riuscì a ottenere grazie ai suoi intermediari figurava anche il Kinmo zui (“Enciclopedia illustrata per tutti”), compilato da Nakamura Tekisai nel 1666. Era una vasta opera didattica, riccamente illustrata, destinata all’istruzione dei giovani e alla diffusione di conoscenze di base su piante, animali, oggetti d’uso, mestieri, costumi. Per Kaempfer fu una fonte preziosa per comprendere la nomenclatura giapponese, gli usi delle piante e la classificazione indigena, offrendo uno dei primi esempi di confronto diretto tra la tradizione europea e quella dell’honzogaku, lo “studio delle erbe” che negli stessi anni stava staccandosi dalla vecchia tradizione erboristica per diventare una vera e propria storia naturale.
Kaempfer raccolse molte informazioni anche dagli otona e dai giardinieri che curavano gli spazi verdi di Nagasaki e delle residenze lungo il percorso verso Edo. Nei giardini — luoghi di rappresentazione e insieme di sperimentazione botanica — poté osservare specie coltivate sia autoctone sia giunte dalla Cina, tecniche, usi, e approfondire la sua conoscenza dell’honzogaku. Era un dialogo silenzioso ma continuo, fatto di gesti, piante offerte, spiegazioni, che arricchiva entrambe le parti. Anche il suo amore per le piante, molto ammirato dai giapponesi, funzionò come una sorta di passaporto, che gli permetteva di dedicarsi a indagini su oggetti sensibili in tutta tranquillità: «Sistemavo apertamente erbe, fiori e rami verdi accanto ai miei strumenti, e mentre li misuravo, li esaminavo, li descrivevo e li disegnavo, ne approfittavo per descrivere e disegnare tutto quello che volevo».
Nella primavera del 1691 e del 1692, i due viaggi a Edo — durante i quali la delegazione olandese attraversò il Kyushu per imbarcarsi alla volta di Osaka e quindi percorse il Tokaido, la più celebre e affollata strada dell’antico Giappone — gli permisero di conoscere di persona alcune delle regioni più importanti del paese e di raccogliere campioni di animali e piante: attività non proibita, anzi apprezzata dai giapponesi. I suoi accompagnatori (e sorveglianti), incluso il governatore, spesso gli portavano qualche esemplare. Per rendersi indipendente dagli interpreti, con il suo talento per le lingue imparò le frasi necessarie per informarsi su dati come il periodo di fioritura o la fruttificazione.
Raccontare le piante giapponesi in Occidente
Kaempfer lasciò Dejima il 30 ottobre 1692 e rientrò in Olanda via Giava circa un anno dopo. Non avendo completato gli studi di medicina, per poter esercitare la professione in Europa si iscrisse all’Università di Leida, dove ottenne la laurea magistrale. Forse sperava di inserirsi nell’ambiente accademico olandese o tedesco, ma non gli fu possibile: il mondo universitario era saturo, competitivo e poco incline ad accogliere un medico “esotico” con un percorso così irregolare.
Nel 1694, dopo un’assenza di ventitré anni, ritornò in patria e dovette rassegnarsi a vivere in una realtà provinciale, prima nella cittadina di Lemgo, poi al servizio del conte di Lippe. Gli impegni professionali gli lasciarono poco tempo per rivedere i suoi scritti, senza contare un matrimonio infelice sfociato in una causa legale; riuscì solo a completare e a veder pubblicata Amoenitates exoticae, una raccolta di saggi in cinque parti, le prime quattro dedicate alla Persia, la quinta al Giappone.
Quest’ultima comprende saggi su argomenti come l’agopuntura, l’uso della moxa, il tè, il sakoku (termine introdotto proprio da Kaempfer), e un Catalogus plantarum japonicarum di quasi 150 pagine che presenta la descrizione di alcune centinaia di piante (232 specie secondo il calcolo di William T. Stearn, cui si aggiungono numerose forme e varietà). Anche se egli ne aveva disegnate molte di più, solo 28 sono illustrate da tavole di assoluta precisione e grande qualità estetica; i limiti delle sue finanze lo costrinsero a rinunciare al resto.
Kaempfer raggruppa le piante in cinque categorie — bacche e “prugne” (bacciferae et pruniferae), pomi e noci, piante fruttifere e da olio, piante da fiore, piante miscellanee — che riflettono un sistema ibrido, in parte legato agli usi economici che potevano interessare la VOC, in parte erede della tradizione prelinneana europea, ma soprattutto modellato dalla mediazione giapponese e dalla curiosità empirica di Kaempfer. Il criterio medico, ancora centrale in Europa e in Giappone, qui quasi scompare: ciò che prevale è l’osservazione diretta, il gusto della scoperta, la casualità degli incontri e degli scambi.
Di ciascuna pianta sono forniti il nome ufficiale giapponese, seguito da una trascrizione fonetica e spesso da uno o più nomi volgari e da un nome latino. Segue una descrizione morfologica sufficientemente precisa, mediamente di sei-dieci righe, anche se quella di piante di maggiore interesse anche economico, come la canfora (Cinnamomum camphora), può occupare più di una pagina, mentre per quelle identiche alla flora europea può limitarsi al nome e magari a un rimando bibliografico (spesso al Pinax theatri botanici di Caspar Bauhin).
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Nelle pagine del Catalogus sfilano numerose piante in precedenza poco note o che si affacciavano per la prima volta nella botanica occidentale: tra le piante da giardino oggi più amate troviamo le camelie, di cui elenca numerose varietà, le azalee (una, Rhododendron kaempferi, oggi porta il suo nome), il glicine, le ortensie, le Hosta. E ancora il mughetto giapponese Ophiopogon japonicus, l’aucuba, la nandina (entrambe portano ancora, appena latinizzato, il loro nome giapponese), il pittosporo, la Kerria, il kaki, la soia, di cui fu il primo a trasmettere il nome in Occidente, e molte altre.
La più nota di tutte, la più legata al nome di Kaempfer — tanto che molti gliene attribuiscono l’introduzione in Europa, anche se i due esemplari più antichi del nostro continente, a Utrecht e Geetbets, furono piantati almeno trent’anni dopo la sua morte — è Ginkgo biloba: egli lo descrisse e lo disegnò magistralmente, e Linneo si basò su Amoenitates exoticae per stabilire il genere, ripetendo l’errore di trascrizione “ginkgo” invece di ginkyo. Solitamente questo piccolo travestimento fonetico è attribuito a un errore di Kaempfer o del tipografo; ma forse non si tratta di un errore, bensì della trascrizione fedele del dialetto di Nagasaki, quello parlato dal suo principale informatore, Imamura Eisei.
Kaempfer concepiva Amoenitates exoticae come un’anticipazione di un progetto più ambizioso: la relazione completa dei suoi viaggi e il libro sul Giappone Huetiges Japan (“Il Giappone di oggi”). Gli impegni di una vita non facile e la morte, avvenuta nel 1716, gli impedirono di realizzarlo. In seguito, gli erbari, i manoscritti e i disegni furono acquistati dal medico e collezionista inglese Hans Sloane, che finanziò la pubblicazione dell’edizione inglese curata dal naturalista svizzero Johann Caspar Scheuchzer, The history of Japan (1727). Quasi trent’anni dopo il viaggio giapponese e undici anni dopo la morte di Kaempfer, l’opera, quasi immediatamente tradotta in francese e in olandese, ebbe un successo sensazionale, forgiando per almeno un secolo l’immagine del Giappone in Occidente.
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Per limitarci alla botanica, fu la principale fonte di Linneo per le piante giapponesi e ispirò profondamente le ricerche di Thunberg e Siebold, come lui medici della VOC a Dejima. Rispetto all’opera di entrambi, in passato è stato considerato poco più che un precursore. Tuttavia, la straordinaria importanza di Kaempfer come esploratore, naturalista e mediatore tra più mondi, pur nell’ambito delle condizioni limitanti in cui dovette operare, è stata pienamente messa in luce dalle ricerche più recenti, inaugurate da due conferenze internazionali tenutesi parallelamente a Lemgo e Tokyo in occasione del tricentenario del suo arrivo in Giappone.
Primo frutto importante di questa stagione di rinnovato interesse per Kaempfer è stata l’indicizzazione e la pubblicazione in edizione critica di ampie parti dei manoscritti che facevano parte del lascito di Sloane, conservati nella British Library. Sono poi seguite una nuova traduzione inglese di Huetiges Japan, basata sul manoscritto londinese originale, una biografia aggiornata e numerosi studi di studiosi di diverse discipline.
Nella tassonomia botanica, lo ricordano, oltre al già citato Rhododendron kaempferi, i due endemismi nipponici Larix kaempferi e Broussonetia kaempferi e due specie presenti anche in Cina, Aristolochia kaempferi e Taxillus kaempferi. Linneo inoltre gli dedicò Kaempferia, un genere della famiglia dello zenzero (Zingiberaceae), di cui Kaempfer nel suo Catalogus descrisse e disegnò la specie tipo K. galanga, sottolineando correttamente che la pianta non era nota in Giappone, ma che egli, avendola avuta da un amico del Siam, la coltivava “felicemente” nel suo giardino giapponese.
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