Spezzare il cerchio della violenza
A cura di Raffaella Maggiolo e Valentina Marconi
Professor Telmo Pievani abbiamo deciso di dedicare un mumero speciale alla guerra, cercando un approccio un po' diverso dal solito. L'obiettivo è semsibilizzare lettrici e lettori su ciò che sta accademdo in questi ultimi anni: l'escaletion bellicista e le gravissime violazioni dei diritti umani in Palestina e in altre parti del mondo ci preoccupano moltissimo. Ci sembra che siano stati superati tutti i limiti. Cosa pensa di questa situazione?
Non posso che essere d'accordo
Dalla biofilia alla giustizia sociale. Come insegnare ai ragazzi che la pace è una scelta culturale
Intervista a Telmo Pievani
A cura di Raffaella Maggiolo e Valentina Marconi
Telmo Pievani insegna Filosofia delle scienze biologiche all'Università degli studi di Padova. È direttore di Pikaia, il
portale italiano dell'evoluzione, e di Lucy sui Mondi. Collabora con il «Corriere della sera», «Le Scienze» e
«Micromega». Ha pubblicato numerosi saggi. Tra i più recenti: Finitudine. Un romanzo filosofico su fragilità e libertà
(2020), Imperfezione. Una storia naturale (2019); Serendipità (2022); Tutti i mondi possibili (2024, tutti per Cortina).
Professor Pievani, abbiamo deciso di dedicare un numero speciale alla guerra, cercando un approccio un po'
diverso dal solito. L'obiettivo è sensibilizzare lettrici e lettori su ciò che sta accadendo negli ultimi anni: l'escalation
bellicista e le gravissime violazioni dei diritti umani in Palestina e in altre parti del mondo ci preoccupano
moltissimo. Ci sembra che siano stati superati tutti i limiti. Cosa pensa di questa situazione?
Non posso che essere d'accordo
Credo che questa scelta di fare un numero speciale sia fondamentale, proprio perché è un problema antropologico, un problema educativo fondamentale. Anche i miei figli — o penso ai ragazzi che incontro all'università — sono soggetti quotidianamente a una sequenza di immagini e di informazioni
drammatiche che li colpisce moltissimo. Magari non lo dicono, non lo esprimono: emerge soltanto da alcuni indizi, però è un trauma.
Io me ne occupo da un punto di vista biologico, evolutivo, e quello che mi preoccupa — e che cerco di contestare il
più possibile — è il ritorno, nel dibattito pubblico, soprattutto da parte di certi commentatori che esaltano la
realpolitik, dell'argomento secondo cui la guerra e il conflitto tra gruppi sarebbero inevitabili nella natura umana.
Perché «abbiamo la guerra scritta nel DNA», perché abbiamo sempre fatta» e altre banalità di questo tipo, che
non hanno una base scientifica.
Invece è bene ricordare che la guerra è un'invenzione recente dell'umanità, un'invenzione sostanzialmente culturale,
anche se chiaramente ha alla sua base anche una potenzialità biologica. Facciamo la guerra perché ne siamo capaci,
perché è una aggressività umana intrinseca che è individuale ma anche di gruppo. Però da qui a dire che sia
inevitabile, ineluttabile, naturale... tutti questi aggettivi sono pericolosi, perché si usa la biologia, la scienza,
l'evoluzione per giustificare, in realtà, degli stereotipi e dei convincimenti culturali. In particolare, il caso del Medio
Oriente mi colpisce moltissimo. Anche perché quelli sono due popoli cugini strettissimi, parlano lo stesso ceppo
linguistico, hanno convissuto per tantissimo tempo e questo, per noi che studiamo le migrazioni umane, è
incredibile. È una terribile situazione di due popoli fratelli che si stanno scannando. Dobbiamo sempre partire dal
fatto — e non so perché si faccia così tanta fatica a dirlo — che, in questo momento, guardando quei due popoli che
soffrono e che sperano in una difficilissima tregua, il peggior nemico della sicurezza e della vita del popolo
palestinese è Hamas e il peggior nemico della sicurezza di Israele è il governo di estrema destra israeliana.
Quelli sono i due soggetti che vivono di violenza, che sopravvivono grazie alla guerra e che dovremmo eliminare dalla
discussione, tutti e due, e ripartire dal buonsenso. Purtroppo, siamo lontanissimi da questo, sia da una parte che
dall'altra.
Quali sono, oltre a quello di cui abbiamo appena parlato, i concetti della biologia e dell''evoluzione che
continuiamo a trasmettere a scuola ma che non hanno un reale fondamento scientifico? Penso, ad esempio,
all'idea che la natura elimini ciò che è inutile o che nella selezione naturale vinca sempre il più forte:
semplificazioni che restano nella cultura e, purtroppo, anche negli insegnamenti.
Sì, è vero, c'è ancora tanto lavoro da fare. Ma quelli che avete elencato sono già i concetti fondamentali: secondo
me, in linea di massima, sono tutti legati all'errore di fondo di spiegare lìevoluzione come se fosse un processo
necessario e progressivo. L'idea sbagliata è che nell'evoluzione ci sia una direzione intrinseca. Invece bisogna
spiegare ai ragazzi che l'evoluzione è un'esplorazione di possibilità: la categoria non è la necessità, ma la possibilità.
Nell'evoluzione si fa di necessità virtù, si gioca in un contesto di fattori contingenti, e al mutare delle circostanze ciò
che prima era un adattamento funzionale può smettere di esserlo. Non c'è nessun valore intrinseco in ciò che
vediamo nella natura. Il secondo grande errore — e questo non solo a scuola, ma nel dibattito pubblico — è l'idea
che ciò che è naturale sia buono. È un errore che David Hume ci ha insegnato tanto tempo fa a evitare: scambiare
l'essere con il dover essere. La natura non è un modello morale. In natura ci sono infanticidio, cannibalismo,
violenza, discriminazione. Il giudizio morale è un'elaborazione umana complessa, frutto di immaginazione e
astrazione. La natura non è depositaria del bene e del male. Questo porta a un esercizio che faccio sempre con i miei
studenti: riflettere sull'aggettivo naturale. Perché se qualcosa è naturale, allora qualcos'altro diventa contro natura.
E allora che cosìè contro natura? Un certo comportamento sessuale? Una disabilità? No: sono diversità individuali,
assolutamente naturali. Già solo l'uso di questo aggettivo ci porta in un ginepraio di contraddizioni pericolose. Infine,
c'è il tema dell'imperfezione, che per me è importante. Far vedere che l'mperfezione è ubiqua in natura è un
messaggio educativo potentissimo. Serve a far capire che ciò che conta nell'evoluzione è la diversità individuale: non
di gruppo, non di etnia, ma di individuo. Ogni animale, pianta, essere umano è portatore di differenze uniche e
irripetibili, preziosissime — nel bene e nel male. E questa diversità non è mai una sola: non sono solo maschio o
femmina, o solo di un certo colore della pelle. La mia identità è un intreccio di tante diversità: genetiche,
epigenetiche, familiari, sociali, culturali. Nessuna di esse deve monopolizzare le altre e diventare un ghetto. Questo è
un concetto radicale, che non si insegna abbastanza: nemmeno la diversità deve diventare una gabbia.
Una domanda su un concetto che ha suscitato tante discussioni: la parola «genocidio». Nel libro Guerra e natura
umana di Sadun Bordoni, il primatologo Wrangham sostiene che il genocidio, dal punto di vista filogenetico, sia
umano.
Che cosa ci può dire a proposito?
È proprio quello a cui facevo riferimento prima: sono tesi che non condivido. Ho fatto anche un dialogo interessante
con Sadun Bordoni per il «Corriere della Sera», mostrando le mie riserve sull'utilizzo di alcuni dati che restano
parziali. Le uniche due evidenze di un cosiddetto genocidio — cioè di un gruppo che stermina un altro gruppo —
risalgono a 13.000 e 10.000 anni fa. Ora: l'evoluzione umana dura da 6 milioni di anni, il genere Homo esiste da 2
milioni e mezzo, la nostra specie da 300.000. Se troviamo segni di conflitto tra gruppi solo negli ultimi 10.000 anni,
vuol dire che non c'è sempre stato. Quel comportamento, guardando il record fossile, è anomalo e recente, un
epifenomeno. Se davvero l'aggressività tra gruppi fosse una strategia efficace e connaturata, perché Homo sapiens e
Neanderthal avrebbero convissuto in equilibrio per 60.000 anni? Avrebbero dovuto massacrarsi fin da subito, e
proprio in quelle zone — il corridoio del Giordano, la Galilea — dove sappiamo che hanno vissuto fianco a fianco.
Persino tra 50 e 40.000 anni fa, quando sapiens acquisisce un vantaggio su Neanderthal, non troviamo un solo
Neanderthal ucciso in modo diretto e violento da un altro essere umano. Troviamo ferite di caccia, fratture
accidentali, ma nessun segno di massacri. Ben strano, se la guerra è la nostra specialità adattativa. Questo ci dice che
non fu un genocidio: fu una lenta competizione demografica, silenziosa e inconsapevole, che portò una popolazione
a crescere sempre di più finché l'altra fu assorbita — anche attraverso ibridazione — e poi scomparve. È l'opposto di
un massacro intenzionale. La spiegazione più solida resta secondo me quella tradizionale, anche senza eccedere in
alcun pacifismo retrospettivo: la guerra compare circa 10-13.000 anni fa perché lì cambiano le società umane.
Cominciano ad accumulare surplus di risorse, a difendere territori, e nasce la necessità di proteggere quel surplus. A
quel punto il gruppo rivale diventa un nemico mortale. Ma, biologicamente parlando, parliamo di poche centinaia di
generazioni: un battito di ciglia nell'evoluzione. Dire che la guerra è scritta nel DNA non ha senso: nel DNA non c'è
scritto nulla di per sé, e comunque si tratta di un fenomeno recente.
Wrangham, citato da Bordoni, sostiene in realtà il «paradosso della bontà». È un modello che risale a Darwin e su cui
siamo tutti d'accordo. La socialità umana è ambivalente: siamo straordinariamente cooperativi, ma soprattutto con
chi percepiamo come parte del nostro noi. Questo ci ha favorito nel conflitto con altri gruppi. Cooperazione e
conflitto, quindi, hanno la stessa radice: anche chi fa la guerra coopera benissimo al suo interno.
È un messaggio importante: la cooperazione non è un valore morale di per sé, dipende da perché cooperi. Anche i
mafiosi cooperano bene, anche i terroristi cooperano bene. Quindi il retaggio evolutivo umano è ambivalente. Come
diceva Primo Levi: non chiedete alla natura se siete buoni o cattivi, perché siete entrambe le cose. La scelta morale è
nostra, non della natura.
Infine, è bene ricordare che negli animali sociali, come gli scimpanzé, osserviamo attacchi tra gruppi, certo, ma non
un intento di sterminio. Si sconfigge il gruppo rivale, ci si riproduce con le femmine, ma non c'è l'idea di un massacro.
Perché? Perché il conflitto è costoso e pericoloso: aumenta testosterone e stress, e gli animali lo evitano se possibile.
E ricordo sempre ai miei studenti: la vita del maschio alfa è un inferno. Testosterone e cortisolo alle stelle, nemici
ovunque, una vita breve e piena di rischi. Non la consiglierei a nessuno.
Lei sostiene che non esiste una sola natura umana, ma tante nature quante sono le persone, influenzate da cultura
e contesto. Considerando che le guerre sono costose e spesso legate alla concentrazione del potere e
all'obbedienza ai potenti, esiste una speranza che la cooperazione tra esseri umani possa, col tempo, sostituire la
logica della guerra?
Certo
Una conseguenza importante di quello che dicevamo prima — cioè che la guerra non è univocamente iscritta
nel nostro DNA o nel nostro retaggio naturale — è che possiamo farne a meno. Pensiamo per esempio alla schiavitù:
nell'Ottocento quasi tutti la davano per scontata come un fatto «di natura». Anche Darwin partecipò a quel dibattito,
perché osservando la natura, ad esempio le formiche, si pensava che la schiavitù fosse naturale. Ma come sempre
ebbe dei dubbi su queste facili associazioni con la specie umana. Nemmeno un secolo dopo, nemmeno i più
estremisti possono sostenere che la schiavitù umana sia naturale. Abbiamo deciso di farne a meno, e non è successo
nulla, perché non era un dato di natura, ma una scelta culturale di dominio, coloniale soprattutto. Basata
ovviamente anche sulla nostra storia biologica, come potenzialità, ma non inevitabile come un istinto cogente. Lo
stesso vale per il patriarcato e, secondo me, anche per la guerra. Possiamo farne a meno. Come diceva molto bene
Gino Strada: «abbiamo fatto a meno della schiavitù, possiamo benissimo fare a meno anche della guerra».
Poi ci si scontra con la dura realtà. Come dicevate, la guerra è spesso una strategia dei potenti per mantenere il
proprio potere. Lo vediamo chiaramente anche nei conflitti attuali: la guerra serve a consolidare il dominio interno,
in modo violento e autoritario. È una scorciatoia, mentre la pace è controintuitiva. Come la democrazia e i diritti
civili, anche la pace è fragile, difficile da mantenere, richiede cura costante.
C'è poi il tema storiografico se la guerra possa risolvere conflitti o problemi. Io non ho dubbi. La guerra non ha mai
risolto un problema, nemmeno in termini di equilibri di potere. I cinici realisti lo sostengono, ma se guardiamo alla
storia, gli equilibri di potenza non sono mai stati risolti dichiarando guerra. I padri fondatori, nella Costituzione
italiana, avevano ragione: la guerra non è uno strumento di risoluzione dei conflitti. Può risolverne provvisoriamente
uno, ma ne fa esplodere molti altri. Dovremmo riflettere tutti sull'inutilità totale di questa oscenità (tranne che per
chi vende armi e mantiene il potere grazie alla guerra, mandando a morire i suoi ragazzi). Il grande economista Carlo
Maria Cipolla lo chiamava un «esempio classico di stupidità umana»: fai del male agli altri e a te stesso senza
ottenere alcun vantaggio. Nessun animale al mondo ha mai inventato una cosa del genere: procurare il male all'altro
senza guadagnarci nulla. È una delle grandi invenzioni umane di cui non dovremmo andare molto orgogliosi.
Con i bambini si può fare bene questo esercizio: mostrare quanto male c'è in natura e quanto è brutto vedere un
predatore tendere l'agguato a una preda. È ovviamente una scena crudele, ma il predatore ne ottiene un vantaggio
di sopravvivenza. È chiaramente un gioco evolutivo che va avanti da milioni di anni. La differenza fondamentale è che
il predatore non fa del male intenzionalmente senza trarne un vantaggio. Il comportamento di procurare
sadicamente danno non esiste in natura: l'abbiamo inventato noi. Qualche volta si cita il gatto che gioca con il topo,
ma stiamo parlando di un carnivoro che si allena a cacciare e segue i suoi istinti.
Le chiediamo ancora qualcosa sul legame tra cooperazione, guerra e scelte. Noi siamo insegnanti che collaborano
tra loro e investono energie per fini educativi. È chiaro che cooperare per il bene o per il male è una scelta. Ma
qual è il punto di svolta? Ci può aiutare a capire quando e perché l'essere umano decide di cooperare per fini
distruttivi? In altre parole, qual è l'impatto dell'ambivalenza della cooperazione di cui parlavamo prima?
La cooperazione di per sé non è sufficiente a giustificare un giudizio morale. Qualche volta si dice: «noi siamo una
specie capace di moralità perché cooperiamo». In realtà no: la cooperazione è un mattone fondamentale,
indispensabile per un atteggiamento morale, ma non è sufficiente, perché si può cooperare anche con cattive
intenzioni. Quindi la domanda diventa: quando possiamo essere ragionevolmente sicuri che stiamo cooperando per
un fine buono? E già con la parola buono introduciamo un giudizio morale; quindi, entriamo in una riflessione umana
astratta. Non parlo di scimpanzé o di altri animali: stiamo parlando di esseri umani. Un criterio che mi piace molto è
quello dell’allargamento del cerchio morale. Se cooperiamo solo con chi ci assomiglia, o solo con chi la pensa come
noi — come succede nelle bolle delle community online — non stiamo praticando una cooperazione positiva. Una
cooperazione positiva è quella che allarga il noi, che include più persone possibili, spezzando quella logica perversa
della tribù ristretta che ci portiamo dietro dall'evoluzione. Darwin diceva qualcosa di simile: saremo veri cooperatori
non quando cooperiamo solo nella nostra tribù o nazione contro quella degli altri, ma quando capiremo che
dobbiamo cooperare con ogni essere umano in quanto essere umano. Sarebbe ancora meglio se imparassimo a
cooperare con ogni creatura vivente, non solo con gli esseri umani. Un altro approccio, più pragmatico, è guardare
agli effetti della nostra cooperazione. Hai allargato la sfera della cooperazione? Hai aumentato il benessere, la
felicità, dentro e fuori la tua cerchia? Questo è un modo concreto di valutare se stiamo cooperando per un fine
buono. Perché invece si coopera per il male? Spesso è per motivi consolatori, per potere, o per appartenenza a un
«noi» ristretto, che si sente minacciato da un altro «noi». Questo porta alla disumanizzazione dell'avversario.
L'avversario smette di essere considerato un essere umano, e arrivano affermazioni bestiali — come quelle di quei
vergognosi leader estremisti israeliani che giustificano la fame e la morte per un'intera popolazione. Una persona
che dice cose del genere andrebbe esclusa da qualsiasi dibattito politico, non può fare parte dell'arco costituzionale,
perché riduce l' altro a una condizione inferiore, contraria a tutto ciò che è sancito dalle dichiarazioni universali sui
diritti umani dal 1948 in poi.
Qual è il modo più efficace per trasmettere concetti scientifici in educazione e promuovere nei ragazzi un
sentimento di biofilia, che li aiuti ad allargare il cerchio morale anche verso altre specie? Come si concilia questo
con la comunicazione dei media oggi, che spesso presenta cambiamenti climatici e disastri naturali in modo
allarmante, lasciando poche speranze ai ragazzi e chiedendo loro sforzi che noi adulti per primi non abbiamo
fatto?
Secondo me, un aspetto importante nella comunicazione educativa è ribaltare la strategia tradizionale: non partire
dal generale o dai modelli astratti. Questi creano l'effetto di «iper-oggetto»: qualcosa di così enorme e complesso
che i ragazzi reagiscono con repulsione o rassegnazione, pensando che le loro azioni quotidiane non possano fare
alcuna differenza.
Per rompere questa logica, bisogna partire da storie concrete, casi specifici, elementi sorprendenti che inizialmente
sembrano lontani, ma che poi tessono una rete di interconnessioni. Ad esempio, sono appena tornato dal
Madagascar, dove la deforestazione ha già distrutto il 90% del territorio. Questo non avviene solo per depredazione
coloniale, ma anche per economia di sussistenza: le persone tagliano legna per cucinare o scaldarsi. All'nizio può
sembrare lontano o esotico, ma poi si capisce che dipende anche dalle nostre scelte quotidiane: se metto l'ebano o il
ciliegio riciclato a casa, se compro certi prodotti al supermercato, influisco direttamente su queste situazioni.
Quando compro la vaniglia e il cacao del Madagascar devo pensare che sono stati impollinati a mano da contadine
che prendono una paga bassissima, e a mano perché non ci sono gli insetti impollinatori che lo facevano
gratuitamente per noi. È fondamentale far capire ai ragazzi le interdipendenze: dentro il cellulare che cambiano ogni
sei mesi ci sono vite umane e biodiversità compromesse, come la morte di persone in Congo o l'estinzione dei gorilla
che, guarda caso, vivono con il sedere sopra i minerali preziosi per gli schermi. Piccoli gesti hanno conseguenze
enormi. Questo principio funziona anche in positivo. Ad esempio, mostrare che un cambiamento del nostro
comportamento può migliorare la vita di persone e animali in tutto il mondo aiuta a trasmettere responsabilità e
speranza. Un altro esempio pratico: la settimana scorsa sono entrato in una grotta con pipistrelli, portatori di virus
pericolosi. Disturbare quel luogo può avere conseguenze che arrivano fino a Milano, in ospedali come Niguarda, in
soli tre passaggi. Basta un'infezione nel parco, una persona infetta che va in città, ne infetta un'altra che prende un
volo intercontinentale, ed è fatta. Mostrare queste connessioni fa capire ai ragazzi che le loro azioni quotidiane
hanno effetti concreti. Per me oggi è fondamentale trasmettere questo concetto di interdipendenza ai ragazzi. E
vedo che stanno cominciando a capirlo: nonostante tutto, sono ottimista che possano percepire quanto le loro scelte
contino.
Ciò che ci racconta del Madagascar è tragico. Spesso a scuola viene ancora presentato come uno dei luoghi con la
maggiore biodiversità del pianeta, eppure lo stiamo distruggendo. Ha un messaggio da lasciare a noi insegnanti?
Vuole aggiungere qualcosa?
Io di solito non mando messaggi perché non penso di avere l';autorevolezza per farlo, ma voglio aggiungere qualcosa
sul Madagascar, perché anche a me ha colpito moltissimo.
Pur sapendo del disastro ambientale dal punto di vista scientifico, andare sul posto cambia completamente la
percezione. Il paese è ormai devastato e adesso in mano a una Giunta militare, come altre volte in passato: fuori
dalla capitale le strade asfaltate sono rarissime, nei villaggi non c'è acqua corrente e bisogna ricorrere ai fiumi, non
c'è elettricità se non prodotta con pannelli solari, eppure c'è Starlink, grazie a Elon Musk, che nel marzo 2025 ha
contribuito a tagliare i fondi essenziali dell'agenzia statunitense per lo sviluppo sostenibile USA.ID. Questo evidenzia
la tragedia delle disuguaglianze: tecnologia avanzata e povertà estrema convivono nello stesso territorio. L'uomo più
ricco del mondo evidentemente non ha problemi ad affamare milioni di bambini, purché gli altri comprino un
telefonino. La deforestazione in Madagascar avviene anche per sopravvivenza: le persone tagliano legna per
cucinare o scaldarsi. Questo ci fa capire che non salveremo mai l'ambiente e la biodiversità se non lavoriamo sul
benessere delle comunità locali. Qui la connessione tra giustizia sociale e giustizia ambientale è evidente. Inoltre, il
turismo occidentale predatorio accentua il problema. Ci sono isolette a nord con resort di lusso e voli diretti da
Milano: la maggior parte dei turisti sono italiani e francesi, esiste la piaga vergognosa del turismo sessuale, mentre il
resto del paese rimane abbandonato. È un esempio di neocolonialismo insostenibile e di ipocrisia occidentale:
discutiamo da decenni, ma continuiamo a comportarci come colonizzatori. Se dovessi dare un messaggio agli
insegnanti, sarebbe questo: lavorate sul tema delle disuguaglianze. Le disuguaglianze aumentano la distruzione
ambientale, e la distruzione ambientale aggrava le disuguaglianze. Lottare per uguaglianza è giustizia sociale è forse
la strada più efficace anche per salvare la natura e la biodiversità. In questo senso, è importante decostruire le
identità che diventano gabbie terribili. L'identità oggi tanto di moda è un concetto pericoloso e infondato. Meno
orgoglio, e più relazioni. Francesco Remotti, grande antropologo, ha fatto un lavoro straordinario su questo,
mostrando come smontare i falsi concetti di identità.
