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Salute, biodiversità, benessere
Riccardo Guarino -Dipartimento STEBICEF, Università di Palermo
Dall’equilibrio all’eccesso nella produzione alimentare
Negli ecosistemi naturali, una complessa rete di interazioni tra piante, animali e microrganismi distribuisce risorse e nutrienti, garantendo la sopravvivenza di tutte le specie coinvolte. Le piante, quali produttori primari, giocano un ruolo fondamentale, fornendo energia all’intera catena alimentare. Il continuo scambio di energia e di elementi nutritivi rafforza la stabilità degli ecosistemi, creando un equilibrio dinamico che assicura l’evoluzione e la continuità della vita sul nostro pianeta. Questo equilibrio rappresenta una condizione di maturità ecologica, in cui le risorse condivise tra produttori, consumatori e detritivori, mantengono l’ecosistema stabile nel lungo termine perfettamente inserito nella coerenza evolutiva della biosfera (Pickett e Cadenasso, 2002).
Fin dalle origini dell’agricoltura, le società umane hanno “addomesticato” gli ecosistemi naturali per garantire la propria sussistenza.
I sistemi rurali tradizionali, infatti, si fondavano su un utilizzo oculato del suolo e delle risorse alimentari, affinché si mantenessero sufficienti a sostenere le comunità umane sul lungo periodo. A differenza dell’attuale modello agroindustriale, i sistemi rurali tradizionali mantenevano un rapporto di relazione più diretto con i cicli naturali.
La fertilità dei terreni veniva preservata attraverso pratiche come la rotazione delle colture, il maggese e l’uso di fertilizzanti organici, mentre la diversificazione varietale garantiva una maggiore resilienza ai cambiamenti climatici e alle avversità. L’agricoltura era inoltre strettamente integrata con l’allevamento, creando un sistema ciclico in cui gli scarti venivano riutilizzati e il bestiame forniva lavoro e fertilizzanti naturali (Sokos et al., 2013).
I sistemi rurali tradizionali erano vincolati da bassi input energetici e da limiti ecologici che imponevano un certo grado di autoregolazione e di interazione con l’ambiente circostante. Il loro impatto, per quanto significativo, si sviluppava su scala locale e non minacciava l’integrità dei processi ecosistemici. Con la rivoluzione industriale e l’introduzione di tecnologie sempre più avanzate, agricoltura e allevamento hanno progressivamente abbandonato questo rapporto di contiguità/continuità con i sistemi naturali, orientandosi verso un approccio di sfruttamento illimitato delle risorse. La progressiva meccanizzazione, la disponibilità di fertilizzanti chimici e pesticidi, la diffusione delle monocolture e la separazione tra allevamento e agricoltura hanno trasformato profondamente il settore primario, orientandolo verso sistemi produttivi altamente impattanti sull’ambiente (Biasi et al., 2017).
In tal modo, la produzione agroalimentare si è progressivamente resa responsabile di una drastica riduzione dell’agrobiodiversità, della degradazione irreversibile della componente biotica del suolo e un forte impatto ambientale, anche in termini di aumento delle emissioni climalteranti. Un simbolo emblematico di questa trasformazione è rappresentato dagli allevamenti intensivi, che hanno definitivamente separato l’allevamento del bestiame dall’azienda agricola, dando origine all’industria della carne (Smith, 1996). Ma il fenomeno non si limita a questo: basti pensare alla grande quantità di prodotti ultraprocessati sugli scaffali dei supermercati, spesso accompagnati da etichette con indicazioni come “prodotto nel paese X, confezionato nel paese Y” (Anastasiou et al., 2023).
Seguendo questa tendenza, l’intero settore agricolo e industriale è diventato motore di cambiamenti epocali: dalla trasformazione dei paesaggi rurali storici per fare spazio a colture intensive, spesso destinate alla produzione di foraggio, alla deforestazione, al drenaggio delle zone umide e a molte altre alterazioni ambientali. Ciò ha portato a un
progressivo logoramento degli agroecosistemi, sempre più impoveriti e dipendenti da input esterni per mantenere livelli produttivi elevati.
Si è venuta così a costituire una profonda cesura tra sistemi produttivi e sistemi naturali (Pelletier et al., 2011). Oggi, l’agricoltura superintensiva non si nutre più dei cicli ecologici, ma li esaurisce, generando paesaggi spogli e monotoni, terreni sterili, perdita di biodiversità e un’alterazione irreversibile dei flussi biogeochimici.
Questo modello negli ultimi trent’anni, grazie a tecnologie come la citofluorimetria e il sequenziamento genetico di massa, la nostra comprensione del microbiota, ovvero l’insieme di microrganismi che vive all’interno e all’esterno del corpo umano, è migliorata notevolmente. Questi microrganismi svolgono un ruolo fondamentale per la nostra salute, aiutandoci a digerire il cibo e proteggendoci da agenti patogeni (Selosse, 2017). Il microbiota umano non è isolato: esso è influenzato dal microbiota ambientale, che a sua volta è determinato dalla qualità del suolo che produce i nostri alimenti (Ottman et al., 2012; Ikeda-Ohtsubo et al., 2018).
Questa interconnessione tra uomo e ambiente ci invita a ripensare il modo in cui vediamo noi stessi e la natura, abbandonando l’individualismo e adottando un approccio che consideri tutto il mondo vivente. Il concetto di One Health, sostenuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, sottolinea proprio questa interconnessione tra salute umana, animale e ambientale (Banerjee e Van Der Heijden, 2023). Il microbiota è il motore dei cicli biogeochimici, della regolazione ecologica e persino dell’evoluzione biologica (van der Heijden e Schlaeppi 2015; Harrison e Griffin, 2020). Oltre a fissare il carbonio, degradare la materia organica e modulare le interazioni tra specie, il microbiota influenza persino il clima globale (Fierer, 2017; Trivedi et al., 2020). Ignorarlo significa fraintendere la complessità del vivente e i meccanismi che sostengono la biosfera. Tuttavia, tradurre questa consapevolezza in normative concrete è complesso. Il microbiota non si presta facilmente ad essere oggetto di regolamentazioni giuridiche né di diagnosi mediche univoche, poiché molte alterazioni che lo riguardano si manifestano come sindromi, più che come malattie vere e proprie. Disturbi metabolici, affaticamento cronico e altre condizioni di disagio fisico sono spesso legate a disbiosi, ovvero alla rottura dell’equilibrio tra i microrganismi che popolano il nostro corpo (Das e Nair, 2019; Kellermayer e Zilbauer, 2020). Lo stesso accade negli ecosistemi: quando il microbiota si altera, emergono squilibri con effetti sistemici (Zolti et al., 2020; van Rensburg et al., 2024).
Una delle caratteristiche più straordinarie del microbiota è la sua capacità di adattarsi rapidamente ai cambiamenti ambientali. Questa plasticità gli consente di modulare molte funzioni metaboliche in risposta agli stimoli esterni, contribuendo al mantenimento dell’equilibrio ecologico. Tuttavia, la medesima plasticità lo rende vulnerabile: antibiotici, inquinanti e pratiche agricole invasive possono alterarne profondamente la composizione e la funzionalità, con conseguenze potenzialmente disastrose per la salute degli ecosistemi (Rocca et al., 2019).
Per il 99% della sua esistenza, Homo sapiens è stato un cacciatoreraccoglitore, successivamente è diventato un allevatore-agricoltore che integrava la sua dieta in modo sostanziale con alimenti prelevati in natura. Il suo metabolismo si è evoluto in risposta a sollecitazioni ambientali che hanno plasmato anche il suo microbiota. Oggi, in quanto consumatori di alimenti prelevati dalle scansie di supermercati, stiamo drasticamente semplificando e standardizzando questa straordinaria componente eterologa della salute umana. Studi recenti, pubblicati su riviste scientifiche autorevoli, dimostrano che il microbiota umano sta cambiando rapidamente, con implicazioni ancora in gran parte inesplorate (Adler et al., 2013; Davenport et al., 2017).
La risposta del mercato globale alla crescente consapevolezza di sindromi dismetaboliche causate da una dieta basata sul consumo di cibo industriale, è stata lo sviluppo di integratori alimentari e nutraceutici, creando un settore che vale attualmente 440 miliardi di dollari, concentrati nei paesi ricchi. Tuttavia, questa soluzione si limita a tamponare i danni causati da un sistema alimentare insostenibile ma non permette di affrontare le cause profonde del problema. Un vero cambiamento richiederebbe la revisione dei sistemi di produzione e approvvigionamento alimentare, promuovendo il ripopolamento delle aree rurali e la valorizzazione delle produzioni locali, che garantiscono un suolo sano e una maggiore qualità nutrizionale del cibo (Giacopelli et al., 2014).
Purtroppo, questo tipo di cambiamento richiede tempi molto più lunghi rispetto alla velocità con cui evolve il mercato globale. Questo processo di rinnovamento non dev’essere frutto di nostalgie passatiste (anche perché l’aspettativa di vita dell’uomo non è mai stata superiore a quella attuale), bensì della rivisitazione, con tutti gli strumenti della tecnologia contemporanea, delle priorità e delle strategie che regolano il nostro rapporto con l’ambiente, la produzione alimentare e la salute. Questo significa adottare un approccio sistemico e multidisciplinare, che integri l’agroecologia, la biotecnologia sostenibile e la medicina preventiva, per garantire un benessere non solo individuale, ma anche collettivo e ambientale. Non si tratta di rifiutare il progresso ma di ridefinire il concetto di sviluppo, acquisendo consapevolezza di quei principi evolutivi e adattativi che hanno
plasmato la nostra fisiologia e il nostro microbiota. Ciò corrisponde alconcetto, già richiamato, di One Health.
Il sistema di valori della moderna civiltà globalizzata è destinato a entrare in crisi, e questo potrebbe portare a conflitti sociali significativi.
Di fronte a questo rischio, è auspicabile che una parte consistente dell’umanità inizi a promuovere una società stabile, basata su un’idea di benessere materiale e alimentare che non dipenda eccessivamente dallo sfruttamento delle risorse naturali e del lavoro altrui. Questa società dovrebbe essere meglio integrata con l’ambiente, in modo da creare un mondo in cui tutti, dai microrganismi all’uomo, possano vivere con serenità e fiducia nel futuro.
In definitiva, la sfida consiste nell’adottare una visione più ampia e biocentrica, che riconosca l’interdipendenza tra tutti gli esseri viventi.
A questa nuova consapevolezza si rifà il concetto di “benessere equo e sostenibile”, formulato nel 2010 per valutare i progressi delle società umane non soltanto dal punto di vista economico, ma anche da quello sociale e ambientale, integrando i tradizionali indicatori economici con misure che valutano la qualità dell’ambiente e della vita delle persone.
Solo attraverso un cambiamento culturale profondo sarà possibile costruire una società sostenibile, in cui il benessere umano sia in armonia con l’ambiente e con quello di ogni altro essere vivente oltre a minare la resilienza degli ecosistemi, rende il settore agricolo sempre più vulnerabile agli shock climatici e alla crisi delle risorse.
Eppure, accanto a questa realtà esisterebbe una terza via nel rapporto tra agricoltura ed ecosistemi, ancora poco esplorata: una relazione di cura. I sistemi agricoli, se gestiti in modo sostenibile, possono offrire servizi ecosistemici essenziali, sempre più rilevanti per la produzione di cibo sano, la gestione delle risorse idriche e il ripristino della biodiversità, contribuendo anche alla mitigazione delle avversità naturali (Ponti et al., 2016). Tuttavia, ciò è possibile solo ristabilendo un equilibrio tra natura e pratiche agricole. Certo, non è possibile tornare indietro nel tempo, né sarebbe realistico immaginare di smantellare un sistema ormai profondamente radicato e strettamente connesso alle pressanti esigenze legate alla crescita demografica globale.
Tuttavia, è possibile impiegare le conoscenze e le tecnologie attuali per riprogettare le modalità di produzione e consumo, promuovendo pratiche agricole rigenerative che migliorino la salute del suolo, riducano l’uso di input chimici e favoriscano la resilienza degli ecosistemi (Sherwood e Uphoff, 2000; Sher et al., 2024). Questo richiede un cambio di paradigma che valorizzi l’agroecologia, il recupero delle varietà tradizionali, la rilocalizzazione dei mercati e l’innovazione tecnologica per interventi sempre più precisi e mirati nelle azioni di contenimento dei fitopatogeni, in un’ottica di coesistenza tra produttività e rispetto dell’ambiente. Solo così l’agricoltura potrà tornare ad essere non solo una fonte di sostentamento, ma anche un mezzo per riequilibrare il rapporto tra l’uomo e la natura, rispondendo in modo concreto alle sfide climatiche e alimentari del futuro (Lee et al., 2019). Raccogliere queste sfide è imposto da un’urgenza pragmatica: l’insostenibilità dell’attuale modello agroalimentare, che rappresenta una minaccia non soltanto per l’ambiente, ma anche per la sicurezza alimentare dell’umanità.
Dall’equilibrio all’eccesso nei consumi
La condizione di equilibrio ecologico a cui tendono gli ecosistemi naturali ha ispirato, per secoli, anche la percezione del benessere umano (Guarino e Pignatti, 2010). Nell’antichità, il benessere era concepito come uno stato di armonia e pienezza raggiungibile attraverso il soddisfacimento durevole dei bisogni essenziali, sia fisici che
spirituali. Gli antichi greci parlavano di “atarassia”, una condizione di appagamento e tranquillità d’animo, mentre i romani celebravano l’“otium”, un concetto che si riferisce al riposo e alla contemplazione, lontano dalle pressioni della vita pubblica e del lavoro (Myers, 2005). Questi ideali di benessere non si basavano tanto sul possesso di beni materiali o sulla soddisfazione di bisogni indotti; quanto, piuttosto, sulla realizzazione di una vita equilibrata, in sintonia coi ritmi della natura.
Bellezza e armonia della natura sono legate indissolubilmente all’efficienza. Da esse hanno tratto ispirazione, per secoli, il pensiero speculativo e molte espressioni artistiche dell’uomo. Tuttavia, con l’avvento della civiltà moderna, all’idea di un benessere radicato nell’equilibrio e nell’armonia si è sostituita quella di un benessere incrementale e bulimico, in cui l’accumulo di ricchezza e la crescita economica sono divenuti gli obiettivi principali. Questo cambio di paradigma ha avuto profonde conseguenze non solo per l’ambiente, ma anche per la capacità dell’uomo di riflettere in modo critico e speculativo sulla propria esistenza. La complessità del pensiero analitico si è ridotta, vincolata a una logica binaria di costi e benefici, in cui la performance economica solitamente prevale su considerazioni etiche o ecologiche (Guarino et al., 2011).
Questo modello socioeconomico, basato sul consumo incessante di risorse, è una delle principali cause di instabilità politica e sociale (Le Billon et al., 2009). Gli squilibri tra paesi ricchi e poveri, così come tra individui con diversi livelli di reddito all’interno degli stessi paesi, sono accentuati da un sistema che privilegia logiche mercatiste e di espansione dei profitti (Rees, 2002). L’eccessivo sfruttamento delle risorse naturali, l’inquinamento e l’immissione nell’ambiente di sostanze chimiche artificiali stanno compromettendo la capacità della natura di rigenerarsi e mantenere il suo equilibrio (Ogunkunle et al., 2019).
Pur rappresentando una parte irrilevante della biomassa globale, l’umanità sfrutta quasi la metà delle risorse del pianeta (Srivastav A. e S., 2015). L’attività umana genera un flusso energetico che supera quello prodotto dalla fotosintesi di tutte le piante del mondo (Smil, 2011). Questo squilibrio è il risultato del primato tecnologico e dello sviluppo socioeconomico che ha caratterizzato gli ultimi due secoli. Tuttavia, questo successo ha avuto un costo elevato: creando una condizione di alienazione per gran parte della popolazione mondiale e spingendo l’intera biosfera verso un punto critico. La società dei consumi ha allontanato l’uomo dalla natura, promuovendo un modello di vita inurbato, basato sul consumo incessante e sulla soddisfazione immediata di desideri spesso indotti attraverso raffinate modalità di persuasione. Ciò ha portato a una crescente insoddisfazione e a un senso di vuoto esistenziale, che molti cercano di colmare attraverso l’acquisto compulsivo (Dittmar, 2005; Presskorn-Thygesen, 2014).
Di fronte a questa situazione, è fondamentale riformulare il concetto di benessere e cercare di recuperare un approccio alla vita piùequilibrato e sostenibile. Gli ecosistemi ci insegnano che la sopravvivenza e il benessere di tutti gli esseri viventi dipendono dall’equilibrio e dalla cooperazione. Solo attraverso un rapporto più equilibrato e consapevole con la natura sarà possibile garantire un futuro sostenibile per le generazioni a venire. Le risorse devono essere utilizzate in modo responsabile e l’economia circolare deve prevalere su quella lineare, promuovendo un sistema in cui i materiali vengano riutilizzati, rigenerati e reintegrati nei cicli produttivi anziché trasformarsi in rifiuti. Ciò consentirebbe di ridurre l’impatto ambientale, ottimizzare l’uso delle risorse e favorire una crescita sostenibile, contribuendo a costruire un futuro più equo e resiliente.
È necessario un cambiamento culturale profondo, in cui il valore delle cose non sia misurato esclusivamente in termini economici, ma anche in base al loro impatto sulla qualità della vita e sulla salute del pianeta. Recuperare un rapporto più autentico e consapevole con la natura significa riscoprire la sobrietà dei consumi, l’autosufficienza e la condivisione, privilegiando stili di vita meno frenetici e più consapevoli.
Solo attraverso questa trasformazione sarà possibile costruire una società in cui il benessere non sia assimilato al possesso di beni materiali, ma all’equilibrio tra esigenze umane e tutela dell’ambiente.
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