
Il paradiso perduto
e l’illusione del restauro: biodiversità, immaginario e responsabilità
Riccardo Guarino
Riccardo Guarino riflette su come l'intelligenza artificiale rispecchi le percezioni culturali umane, utilizzando immagini generate dall'intelligenza artificiale di "ambiente, biodiversità
ed ecosistemi" per esplorare la nostra visione distorta della natura. Pur essendo ricche di varietà, tali immagini esagerano la vita animale e omettono gli esseri umani, rivelando
una separazione simbolica tra natura e tecnosfera. Guarino paragona questo contrasto ai dipinti di Bosch, dove il paradiso è organico e fluido, ma l'inferno è geometrico e urbano
– una metafora della nostra alienazione dal mondo naturale. L'ansia moderna, sostiene, deriva dal vivere in sistemi artificiali che promettono comfort ma erodono l'autonomia individuale. La nostra idealizzazione della biodiversità richiama un
"paradiso perduto", non la natura selvaggia di Dante o Leopardi, ma gli armoniosi paesaggi rurali dell'Europa preindustriale. Eppure, la ricerca per la
conservazione della biodiversità nasconde spesso contraddizioni: per preservare alcune aree, ne sfruttiamo eccessivamente altre.
Il ripristino ambientale è diventato una missione globale, che coinvolge ingegneri, economisti e responsabili politici, ma le competenze tecniche sono
sempre più messe da parte.
Nonostante slogan altisonanti come "piantare tre miliardi di alberi", la scienza e l'educazione ecologica sono sottofinanziate. Guarino avverte che
senza una vera conoscenza ecologica e un monitoraggio a lungo termine, il ripristino rischia di diventare superficiale, una "parodia" della vera
conservazione. Una vera transizione ecologica, conclude, richiede non solo azione, ma anche comprensione.
L’intelligenza artificiale (IA) basa le sue sorprendenti capacità sulla sintesi statistica di grandi quantità di dati (testi, immagini, codici, ecc.) prodotti da esseri umani. Questo materiale riflette idee, opinioni, valori e visioni del mondo ricorrenti nel contesto culturale contemporaneo. Quindi, si può dire che l’IA rispecchi le tendenze, il linguaggio e le percezioni dominanti nella società che l’ha “nutrita”, sia pure in una versione moderata, “civilizzata” e guidata daprincipi di sicurezza e responsabilità (Banh & Strobel, 2023).
Poiché dal 2022, con la modifica degli articoli 9 e 41 della Costituzione Italiana, la nostra Repubblica riconosce esplicitamente la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi come valori fondamentali, ho pensato di celebrare questo importante cambiamento culturale e giuridico chiedendo all’IA di rappresentare visivamente il concetto di “ambiente, biodiversità ed ecosistemi”, immaginandolo come un dipinto da appendere nel salone di casa.
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È nata così la Figura 1, un’immagine ricca di spunti stimolanti. Per qualcuno il risultato potrà sembrare affascinante, evocativo, in linea con un immaginario collettivo di sentire comune, ma un occhio esperto, come quello di un ecologo, si accorge subito che qualcosa non torna. L’immagine è indubbiamente eterogenea, variegata, ricca di forme e simboli che evocano l’idea di una diversità biologica in divenire. Ma se ci si aspetta una rappresentazione anche solo vagamente realistica della natura, ci si accorge presto che si tratta più di una fiaba illustrata che di un ritratto del reale.
È, infatti, una narrazione distorta, soprattutto se guardata dal punto di vista del bilancio della biomassa terrestre. Infatti, circa l’85% della materia vivente sul nostro pianeta è costituita da piante: i produttori primari, che attraverso la fotosintesi generano nutrimento per tutti gli organismi eterotrofi e rilasciano ossigeno nell’atmosfera (Nisha et al. 2023). Eppure, l’immagine è dominata da elementi del mondo animale, segno di un chiaro sbilanciamento percettivo.
A questo punto, già infastidito dalla sproporzione anzidetta, ho notato un’assenza ancor più significativa: l’essere umano. Nessuna traccia della nostra specie, né del tecnosistema che oggi condiziona profondamente ogni ecosistema. Così ho chiesto all’IA di rimediare. Il risultato? Una nuova immagine che potremmo intitolare: “Ambiente, biodiversità, ecosistemi, uomo e tecnosistema”
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Figura 2 – “Ambiente, biodiversità, ecosistemi, uomo e tecnosistema”. ChatGPT Image Generation, 2025.
Com’è noto, l’intera infrastruttura culturale, tecnica e sociale della nostra specie – la nostra stessa evoluzione culturale – si fonda sullo sfruttamento
delle risorse o?erte dagli ecosistemi. E questo secondo risultato generato dall’IA mi ha colpito molto più del primo.
C’è un dettaglio curioso: un quadrifoglio, inserito quasi per gioco, come a ricordarci che un po’ di fortuna non guasta mai. Ma ciò che più mi ha colpito, osservando l’immagine, è la rappresentazione dell’uomo: figure isolate, senza dialogo, quasi sospese. Subito ho pensato: “meno male, a qualcosa l’esistenzialismo è servito!” In fondo, questo isolamento racconta qualcosa del nostro tempo: viviamo una solitudine collettiva, segnata da un angustioso senso di distacco verso il mondo naturale, che cerchiamo in qualche modo di elaborare (Mijuskovic, 2021).
Un altro aspetto straordinario di quest’immagine è la contrapposizione spaziale: nel lato occupato dagli esseri umani e dal tecnosistema, compaiono geometrie euclidee: cubi, parallelepipedi, icosaedri. Sono il nostro linguaggio mentale: strutture chiare, nette, che ri?ettono il nostro modo di pensare, il bisogno di ordinare e schematizzare anche ciò che è complesso, per poterlo comprendere e comunicare. Il lato occupato dagli ecosistemi, invece, si esprime con spirali e geometrie frattali, che richiamano l’organicità dei sistemi naturali, l’estetica fluida e in divenire della natura.
A quel punto mi sono chiesto: perché l’IA ha immaginato questa contrapposizione così sorprendentemente efficace?
Così, ho cercato riferimenti nell’arte e ne ho trovato uno che, rivisto con occhi contemporanei, è straordinariamente attuale. In Figura 3 abbiamo due celebri dipinti di Hieronymus Bosch, tratti dal Trittico del Carro di Fieno (Museo del Prado, Madrid), che raffigurano il paradiso terrestre e l’inferno.
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Figura 3 – Allegoria del carro di fieno, del presente e del futuro, 1490 (olio su tela), Bosch, Hieronymus (c. 1450-1516) / Prado, Madrid, Spagna / Foto © Photo Josse / Bridgeman Images.
Nella tavola del paradiso, gli elementi che spiccano maggiormente sono alberi, prati, rocce, acque; lo spazio è delineato dalle geometrie frattali del mondo naturale e persino la caduta degli angeli ribelli è raffigurata come una pleiade variopinta di animali fantastici, che invadono il cielo. Nella tavola dell’inferno, invece, lo spazio è delineato da geometrie euclidee; un edificio in costruzione occupa il centro della scena e l’intera allegoria si svolge in ambiente palesemente urbano, con muri, pavimenti, case, fondaci... sullo sfondo, un unico albero, rinsecchito e divorato dal fuoco!
La contrapposizione dell’atmosfera ariosa e sublime dell’Eden all’angustia della prigione infernale è incredibilmente efficace. L’albero divorato dalle fiamme, che spicca tra le linee rigide del resto della scena proprio per la sua geometria frattale, è un dettaglio sorprendente, anche se non credo che Bosch intendesse suggerire un’interpretazione in chiave ecologica del suo dipinto. Ai suoi tempi, le città erano il luogo civile per antonomasia, costruite per proteggere l’uomo dall’esuberanza di una natura selvaggia e imprevedibile, che incuteva timore, proprio perché sfuggiva al controllo dell’uomo. Eppure, la rappresentazione di un luogo di tormento e dolore come totale assenza di natura ha un potere evocativo prepotentemente attuale. L’atmosfera claustrofobica dell’inferno di Bosch richiama fortemente il contesto nel quale trascorriamo la nostra quotidianità: vivere in città genera ansia e disagio esistenziale in quanti si sentono intrappolati in un sistema complesso, mutevole, che offre servizi ormai indispensabili, ma fruibili solo a condizione di una interdipendenza collettiva sempre più obbligata, in cui l’autonomia individuale sembra dissolversi.
Questa sensazione di impotenza di fronte alla complessità collettiva è una delle caratteristiche più profonde del nostro tempo. L’angoscia del peccato originale, che provocò la cacciata dall’Eden, viene in un certo senso rivissuta, dall’uomo moderno, quando confronta contesti percepiti come “naturali” al sistema urbano e tecnologico nel quale compie le sue attività quotidiane. La consapevolezza della protervia con cui abbiamo trasformato il paesaggio primordiale in paesaggio culturale, creando infrastrutture e servizi dei quali non si riesce più a fare a meno, fanno vagheggiare, a chiunque si senta intrappolato nel proprio ruolo sociale, un’età edenica in cui, non esistendo inquinamento, leggi di mercato e bisogni indotti, gli uomini erano più liberi e meglio integrati nel mondo naturale. Dunque, una percezione ideale del mondo naturale, che esiste nella nostra mente in quanto contrapposta al contesto sociale ed umano nel quale operiamo.
Anche il paradiso terrestre di Bosch è una rappresentazione idealizzata del mondo naturale: si tratta, infatti, di una natura addomesticata, fatta di siepi, prati, corsi d’acqua, fontane. È un ecosistema rurale, produttivo, armonioso, con risorse abbondanti e facilmente accessibili. Il paesaggio paradisiaco di Bosch è lo stesso celebrato dai vedutisti, dai viaggiatori del Grand Tour, dai macchiaioli: un paesaggio rassicurante, plasmato dall’uomo, che oggi vediamo interessato in larga misura da dinamiche di abbandono. Ma anche quell’abbandono, paradossalmente, ci appare bello, perché restituisce alla natura una forma di libertà che spesso ci soffermiamo ad ammirare durante le nostre passeggiate.
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Figura 4 – Veduta di Ragusa Ibla. Negli oliveti terrazzati, attualmente abbandonati, che circondavano la città si è reinsediata una natura autopoietica, che rende questo paesaggio in incessante divenire, coerente con l’evoluzione degli ecosistemi. Le fioriture in primo piano, sono parte di una successione biologica che tenderà verso il bosco di lecci, roverelle e olivi già visibile sotto l’abitato.
L’importanza sempre crescente che viene attribuita alla necessità di salvaguardare la biodiversità, nell’immaginario collettivo fa riferimento a un paradiso perduto, del quale si cerca di salvare il salvabile.
Ma a quale paradiso, più o meno consciamente, ci si riferisce?
Pensando alla selva dantesca, “tanto amara che poco è più morte”, o alla natura leopardiana, spietata e indifferente ai patimenti umani, appare poco verosimile che si vagheggi un ambiente primordiale, del quale, peraltro, esistono ben poche tracce nel nostro immaginario collettivo. Ben più concreti sono i riferimenti a un mondo tradizionale, a una diversità culturale i cui usi e costumi sono stati progressivamente cancellati dalla globalizzazione post-industriale di comunicazioni, commerci e tecnologie. Noi oggi indichiamo quel modello di sviluppo come “sostenibile”, ovvero rispettoso dei processi dinamici naturali in grado di assicurare l’omeostasi ecosistemica e la perpetuazione della “biodiversità”. Il grande fabbisogno energetico necessario al mantenimento del sistema socioculturale post-industriale, a cui è corrisposto un imponente incremento demografico della popolazione umana, ha progressivamente incrinato la sostenibilità del nostro modello di sviluppo, inducendo le nazioni più avanzate a investire parte delle risorse per cercare di migliorare la propria “performance ambientale”, ovvero la sostenibilità delle proprie azioni. Ciò viene fatto da un lato cercando di ottimizzare i processi produttivi, dall’altro istituendo riserve naturali, aree protette e centri specializzati per la conservazione in situ ed ex situ degli organismi viventi a noi più cari (Guarino et al., 2011).
Disporre di risorse da investire nel green deal e nell’istituzione di centri per la conservazione della biodiversità, comporta o una riduzione dei profitti, o un incremento del tasso produttivo per far fronte alle nuove spese. Poiché l’uomo è poco propenso a rinunciare, anche solo in parte, allo stato di benessere acquisito, ci troviamo di fronte alla palese contraddizione che per salvaguardare la biodiversità su porzioni assai limitate del pianeta, sfruttiamo con maggior intensità le aree rimanenti. Ciò alimenta un feedback perverso, che accentua la cesura esistente, anche in termini di input energetico, tra sistemi “naturali” e sistemi “produttivi”, incrementando nell’immaginario collettivo la distanza che separa la quotidianità “inquinata” da una natura “integra” e ideale, legata a una percezione arcadica di ciò che è “tradizionale” in quanto ascende all’epoca preindustriale. La biodiversità, in epoca attuale, viene percepita dai più come uno scrigno ideale, contenente i resti di un “vanishing traditional landscape”, ove uomo e natura convivevano in modo armonioso.
La salvaguardia della biodiversità diventa così un alibi morale per alcuni, una professione per altri, mentre per la maggior parte si risolve nell’acquisto di prodotti, servizi ed esperienze che spesso appaiono “naturali” solo perché sapientemente confezionati e presentati.
La biodiversità, intesa come varietà dei viventi, affascinava anche l’uomo preindustriale, che ne trasse ispirazione non solo per espressioni artistiche, ma anche per allargare la propria sfera cognitiva, cercando di ordinare in articolati schemi mentali gli elementi di cui era composta detta diversità. Una delle prime esigenze di questa classi?cazione, fu quella di rendere univocamente riconoscibili gli oggetti del mondo reale, annotandone, o rappresentandone graficamente, le caratteristiche salienti (Rouhan & Gaudeul, 2014). Nel fare questo, l’uomo occidentale, si pose nella condizione privilegiata di spettatore della natura, astraendosi progressivamente da un sistema, quello naturale, di cui, in realtà, egli è parte integrante. Emblema di questo progressivo estraniamento è la contrapposizione, nel linguaggio greco e latino, dell’uomo “incivile” all’uomo “civile”, inurbato, quindi isolato dalla natura selvatica e foresta che circondava le prime urbanizzazioni.
Nello sforzo di imporre la propria supremazia, l’uomo civile ha imparato a considerare il mondo come un mero serbatoio di risorse da sfruttare per costruire le proprie infrastrutture. Questa visione del mondo è durata fino a quando la grande crisi energetica del 1972 non ha reso evidenti, agli occhi dei più, i limiti oggettivi all’espansione tecnologica e demogra?ca della specie umana (Meadows et al. 1972). La recente popolarità acquisita dal tema “biodiversità”, e le azioni di salvaguardia intraprese, sono la risposta collettiva a questa nuova consapevolezza.
Negli ultimi decenni, la tutela della biodiversità e il restauro degli ecosistemi hanno smesso di essere appannaggio di ecologi e naturalisti. Al contrario, sono diventati obiettivi centrali e condivisi a livello globale, coinvolgendo un numero sempre più ampio di discipline e professioni: ingegneri, agronomi, architetti del paesaggio, urbanisti, giuristi, economisti, amministratori pubblici, decisori politici…
A spingere in questa direzione è stata una crescente consapevolezza: la crisi ambientale è anche una crisi sociale, economica e sanitaria, e non può più essere affrontata con strumenti settoriali o soluzioni tecniche isolate. Il declino della biodiversità, la frammentazione degli habitat, il degrado del suolo e il cambiamento climatico sono problemi interconnessi che richiedono risposte sistemiche e coordinate (Guarino, in stampa).
In questo contesto si inseriscono strumenti e strategie fondamentali come il green deal europeo, che pone la transizione ecologica al centro del modello di sviluppo, integrando sostenibilità ambientale, innovazione e coesione sociale; Rete Natura 2000, la più vasta rete di aree protette al mondo, che mira a garantire la sopravvivenza a lungo termine delle specie e degli habitat più minacciati in Europa, anche in territori fortemente antropizzati; la Nature Restoration Law, che fissa obiettivi vincolanti per il ripristino degli ecosistemi degradati e riafferma il principio secondo cui la natura non è solo da proteggere, ma anche da rigenerare.
Queste politiche non si limitano a conservare ciò che resta della natura in Europa, ma cercano di ricostruire relazioni equilibrate tra uomo e ambiente, promuovendo soluzioni basate sulla natura (nature-based solutions), infrastrutture verdi, e nuove forme di governance ecologica (Catalano et al., 2021).
In questo scenario, il restauro ambientale non è più un compito per specialisti isolati, ma una missione collettiva, in cui ogni disciplina è chiamata a fare la propria parte per ricucire il rapporto tra società e natura. Una sfida che riguarda il nostro benessere presente e il futuro delle prossime generazioni.
Tuttavia, non mancano contraddizioni evidenti. Se da un lato i progetti di riforestazione urbana e tutela della biodiversità sembrano promettere una svolta epocale, la retorica del restauro ambientale si ammanta di slogan ad effetto – come “piantare 3 miliardi di alberi entro il 2030” – che rischiano di ridurre la complessità ambientale a operazioni di facciata (Guarino et al., 2024).
Mentre si moltiplicano i proclami, le competenze tecnico-scientifiche davvero necessarie a guidare il restauro ambientale vengono trascurate. I corsi di laurea in scienze naturali, ecologia, biologia ambientale sono in crisi da anni, con un calo costante di iscrizioni, finanziamenti e prospettive occupazionali.
Le ricerche biosistematiche e fioristiche faticano ad accedere a fondi strutturali, mentre si investe sempre meno nella ricerca di base, nella formazione e nell’impiego di professionisti in grado di monitorare gli ecosistemi nel tempo, riconoscerne gli elementi costituitivi e, se necessario, progettare interventi di restauro realmente efficaci. Il paradosso è evidente: si proclama la centralità della natura, ma si ignorano coloro che la studiano. Le competenze specialistiche di fioristi, faunisti, ecologi vegetali, vengono spesso escluse dai processi decisionali.
In assenza di solide basi scientifiche, senza un serio investimento nel monitoraggio ecologico di lungo periodo, il rischio è quello di compiere azioni inutili o persino dannose, guidati più dal desiderio di visibilità che dalla conoscenza degli ecosistemi. Un po’ come accadde alla celebre signora spagnola che, con le migliori intenzioni, tentò di restaurare l’Ecce Homo di Elías García Martínez, nel Santuario della Misericordia di Borja: finì per danneggiare irreparabilmente l’opera, trasformando il restauro in parodia. La transizione ecologica richiede visione, ma anche rigore. Non basta “piantare alberi”: serve coltivare conoscenza.
Bibliografia
Banh, L., & Strobel, G. (2023). Generative artificial intelligence. Electronic Markets, 33(1), 63.
Catalano, C., Meslec, M., Boileau, J., Guarino, R., Aurich, I., Baumann, N., ... & Moulherat, S. (2021). Smart sustainable cities of the new millennium: towards design for nature. Circular Economy and Sustainability, 1(3), 1053-1086.
Guarino, R. (in stampa). Bioindicatori, protezione della natura e restauro ambientale: alcune riflessioni. In: Meli, M., Guarino, R. (eds.). La tutela della biodiversità nel regolamento sul ripristino della natura (81-96). Pacini Giuridica, Pisa.
Guarino, R., Bazan, G., & Marino, P. (2011). La sindrome delle aree protette. In: Pignatti, S. (ed.): Aree Protette e Ricerca Scienti?ca (143-158). ETS, Pisa.
Guarino, R., Catalano, C., & Pasta, S. (2024). Beyond Urban Forests: ?e Multiple
Functions and the Overlooked Role of Semi-Natural Ecosystems in Mediterranean Cities. Diversity, 16(8), 447.
Meadows, D.H., Meadows, D.L., Randers, J., & Behrens III, W. W. (1972). The limits to growth. Potomac Associates, Falls Church.
Mijuskovic, B.L. (2021). Metaphysical dualism, subjective idealism, and existential loneliness: Matter and mind. Routledge, London.
Nisha, P., John, N., Rubeena, K.A., & Tangavel, M. (2023). Biomass from terrestrial environments. In: Tomas, S., Hosur, M., Pasquini, D., Jose Chirayil, C. (eds.), Handbook of Biomass (1-27). Springer Nature, Singapore.
Rouhan, G., & Gaudeul, M. (2014). Plant taxonomy: a historical perspective, current challenges, and perspectives. In: Besse, P. (ed.) Molecular plant taxonomy: Methods and protocols (1-37). Humana Press, Totowa.




