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Fiori dal Sol Levante: la scoperta della flora giapponese

 

 Foresta montana di conifere a Hokkaido

Dal Monte Fuji alle Ryukyu: viaggio tra i paesaggi vegetali del Giappone

 

Silvia Fogliato


Quale immagine vi viene in mente pensando al Giappone? Forse i ciliegi in fiore che tingono di rosa i parchi di Tokyo e Kyoto, i boschi di bambù che ondeggiano al vento, le cime innevate del Monte Fuji che in lontananza assume il colore del glicine da cui prende il nome, i bonsai, i pini potati a nuvola o i giardini di sabbia zen. Eppure, il Giappone è molto di più: un mosaico di isole e biomi, dalle foreste alpine ai litorali subtropicali, dove la natura mostra tutta la sua straordinaria varietà.

 


 

Un mosaico di biomi > Erbe medicinali >



Un mosaico di biomi: dalle foreste di conifere del nord alle coste subtropicali del sud 

Il Giappone è un arcipelago di oltre 6000 isole, che da nord a sud si estende per 3000 km, con una conseguente grande varietà climatica. Alla lunghezza delle coste, calcolata in 33.000 km, si contrappone la forte presenza di aree montane, che occupano circa il 75% del territorio, creando un collage di microclimi e biomi. Senza dimenticare che, dal punto di vista ecologico e ambientale, l’arcipelago si trova all’incrocio tra tre ecozone, o macroregioni faunistiche e floristiche: Paleoartica, Indomalese e Oceanina. Ne risulta una flora complessa, con una notevole percentuale di endemismi: quasi il 40% delle circa 5600 piante vascolari.

Le quattro isole principali (Honshu, Hokkaido, Kyushu e Shikoku) sono considerate parte del reame Paleoartico, anche se presentano notevoli variazioni al loro interno, dal clima continentale freddo di Hokkaido, l’isola più settentrionale, a quello subtropicale umido di Shikoku, la più meridionale.
Le isole dell’arco insulare, le Ryukyu a sudovest e le Ogasawara (o Bonin) a sud est, appartengono rispettivamente al reame Indomalese e Oceanino.
In base al clima e alla vegetazione, vengono distinte quattro ecoregioni principali: alpina, delle foreste subalpine, delle foreste di caducifoglie, delle foreste sempreverdi. Le ecoregioni alpina e subalpina sono presenti a Honshu tra 1600 e 2500 metri di altitudine, e a Hokkaido ad altitudini un poco inferiori. Al di sopra della linea degli alberi, il clima è tipicamente nivale, con precipitazioni nevose e spesso forti venti. Ad Hokkaido troviamo due biomi principali. Le montagne dell’area centrale ospitano foreste montane di conifere, con specie dominanti Picea jezoensis, Abies sachalinensis, Picea glehnii e Pinus thunbergii; nell’angolo nordorientale esse si estendono fino al mare, mentre le colline e le pianure a sud e sudovest, con clima continentale umido, freddo d’inverno e caldo d’estate, ospitano foreste di caducifoglie, dominate da Quercus mongolica e varie specie di tigli e frassini; il sottobosco è principalmente costituito da bambù del genere Sasa.
La penisola di Oshima a sudovest funge da transizione con l’isola di Honshu e con l’area delle foreste temperate di conifere, che occupano le montagne più elevate di quest’ultima. Ad affiancare Picea jezoensis, troviamo Tsuga diversifolia, Abies veitchii, Abies mariesii e, nel sottobosco, diverse specie di Rhododendron, felci e ancora Sasa. Al di sotto inizia la regione delle foreste temperate sempreverdi del Pacifico (in giapponese Taiheiyo), la più estesa del Giappone. Occupa infatti 138.000 km², tra Honshu (tra 700 e 1600 metri di altitudine) e il versante pacifico di Shikoku e Kyushu nonché alcune isole minori dello stretto di Corea; il clima è subtropicale umido, grazie all’effetto mitigante della corrente del Giappone. Lungo la costa crescono Lauraceae, mentre all’interno predominano le foreste di querce; si tratta però di foreste miste, con una grande varietà di specie: alcune infatti sono tipiche delle aree temperate, altre sono di origine tropicale. Lungo i pendii orientali di Honshu e in piccole zone montane di Shikoku e Kyushu, con estati fresche e inverni relativamente miti, troviamo ancora le foreste montane decidue del Pacifico, con una notevole varietà di piante, tra cui domina Fagus crenata. Lungo la costa interna (mare del Giappone, in giapponese Nihonkai) il clima è tipicamente continentale-umido, con estati calde e inverni miti. Tra Honshu e Shikoku, troviamo altre due ecoregioni minori: sui versanti montani, quella delle foreste montane del mare del Giappone, nelle aree costiere quella delle foreste decidue del mare del Giappone.

Foresta mista sempreverde a Shikoku  

Le isole Ryukyu hanno clima subtropicale a nord e tropicale a sud; la vegetazione naturale delle aree interne e montane è la foresta sempreverde subtropicale, mentre quella delle aree costiere include specie del Pacifico tropicale, incluse diverse mangrovie.

Tra gli endemismi, Satakentia liukiuensis, la palma delle Ryukyu.
La caratteristica saliente dell’ecoregione delle Ogasawara è il fatto che la flora di ciascuna isola si è evoluta in modo diverso, tanto che qualcuno le chiama “Galapagos dell’Oriente”. Ospitano non meno di 500 specie, il 43% delle quali endemiche; il clima è subtropicale, ma con una notevole varietà di habitat, determinati dall’altitudine, dall’esposizione al vento, dal regime delle piogge e dalla natura del suolo. Su questa ricca biodiversità ha inciso profondamente lo sviluppo economico accelerato dell’ultimo secolo, soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale, portando al degrado profondo o alla distruzione di molti habitat preziosi. Non mancano certamente aree protette, parchi naturali e nazionali e progetti di salvaguardia e recupero, anche se, proprio come da noi, è costante conflitto tra le esigenze dello sviluppo economico e quelle della conservazione dell’ambiente.

Palmeto di Satakentia liukiuensis presso Okinawa (Ryukyu)  

 

Un incontro di culture all’insegna delle piante e della natura

Eppure, l’amore per la natura in generale, e per le piante e i fiori in particolare, è una componente centrale della cultura nipponica. Alle piante sono associati complessi simbolismi, e l’arco delle stagioni è ritmato dalle fioriture. La primavera è il momento dall’hanami (“osservazione dei fiori”), quando milioni di giapponesi si spostano nelle località più rinomate per ammirare la fioritura dei ciliegi sakura (Prunus serrulata), simbolo al tempo stesso di bellezza, fragilità e rinascita. La star dell’autunno è invece l’acero, con le sue foglie che si fanno rosse prima di cadere; è il momijigari (“caccia alle foglie rosse”) o kanpukai (“andare insieme a vedere le foglie”).
L’arte dei giardini, a sua volta legata all’amore per i paesaggi naturali, inizia almeno nel VI secolo, e porta con sé due conseguenze importanti per la botanica: da una parte, l’arrivo dalla Cina non solo di mode e stilemi, ma anche di numerose piante; i primi botanici europei ad entrare in contatto con la flora giapponese spesso le crederanno autoctone e battezzeranno piante di origine cinese con l’epiteto japonicus. Molte piante che li affascineranno, poi, non crescono in queste forme in natura, ma sono selezioni o ibridi orticoli, creati dalla pazienza, dalla passione e dell’abilità dei giardinieri giapponesi. Così, l’incontro tra la flora giapponese e i botanici occidentali è anche la storia di un incontro di culture.

L’interesse per piante e fiori è infatti costante nella cultura nipponica; prima ancora che la botanica si affermasse come disciplina, esso si è tradotto in poesia, pittura, arti decorative e giardini. Da questo terreno culturale sono nati anche i primi tentativi di descrizione e catalogazione: dal Honzo Wamyo del X secolo, che registra i nomi giapponesi di erbe e rimedi, al Kinshumakura di Ito Ihei (1692), un trattato sulle azalee, fino agli erbari illustrati del periodo Edo (1603-1868). Queste opere, a metà strada tra arte, erboristeria e scienza, hanno preparato il terreno all’arrivo della botanica moderna.

 

Picnic sotto i ciliegi durante l’hanami  

Bibliografia e sitografia

Brazil, M. (2922), Japan: The Natural History of an Asian Archipelago, Princeton University Press, Princeton.
Database of Japanese Flora, https://herbaria.plants.ox.ac.uk/bol/florajapan.
Davis, F. H. (2020), Miti e leggende del Giappone. Fiori, giardini e alberi, trad. italiana di D. Platzer
Ferrero, Lindau, Torino.
Havens, T. R. H. (2020), Land of Plants in Motion: Japanese Botany and the World, University of
Hawaii Press, Honolulu.
Knight, C. (2010), Natural Environments, Wildlife, and Conservation in Japan, «The Asia-Pacific
Journal», 8, 4, pp. 1-19.
Miyawaki, A, (1984), A vegetation-ecological view of the Japanese archipelago, «Bulletin of the
Institute of Environmental Science and Technology», 11, pp. 85–101.
Nature in Japan, https://natureinjapan.wordpress.com/
Walker, B. L. (2023), The Pacific Context of Japan’s Environmental History, in D. L. Howell, a cura di,
The New Cambridge History of Japan, Cambridge University Press, Cambridge, pp. 296-341.

 


 Fiori dal Sol Levante: la scoperta della flora giapponese

  

2. Erbe medicinali, giardini e primi incontri

 

Silvia Fogliato

  

Prima che gli europei vi approdassero, il Giappone coltivava da tempo un profondo legame con il mondo vegetale: dalle antiche farmacopee nate nei monasteri ai primi trattati di giardinaggio, dalle erbe officinali alle azalee ornamentali. Quando, nel Seicento, gli olandesi ottennero accesso all’isola di Dejima, trovarono un paese in cui la passione per le piante era già parte integrante della cultura — e da quell’incontro cominciò una nuova stagione di scambi e di scoperte. 

 

 1. Eutrema japonicum, la pianta dalle

cui radici si ricava il piccantissimo wasabi.

Influssi cinesi e apporti originali

 

Se fin da tempi antichissimi l’amore dei giapponesi per fiori e piante trova espressione nella letteratura e nelle arti, un interesse più sistematico emerge dai primi erbari e dalle antiche farmacopee. Fin dal periodo Heian (794–1185) i monaci medici e gli studiosi di corte si dedicarono allo studio delle piante officinali, adattando al contesto locale la farmacologia cinese. Il più antico testo di questo filone a noi pervenuto è l’Honzo Wamyo (“Nomi giapponesi delle erbe”), completato nel 918 dal medico di corte Fukane no Sukehito. L’opera si basa su numerosi testi della farmacopea cinese, in particolare sul Xinxiu bencao (“Nuovo erbario riveduto”), compilato in epoca Tang (VII secolo). Si tratta di un glossario in due volumi che riporta i nomi giapponesi di diverse centinaia di piante medicinali citate nei testi cinesi, indicando per ciascuna se fosse prodotta o meno in Giappone. Vi si trova, tra l’altro, la prima menzione del wasabi (Eutrema japonicum), di uso sia terapeutico sia alimentare.

 

Dopo l’Honzo Wamyo, per diversi secoli la conoscenza delle piante rimase strettamente legata alla pratica medica e monastica. I testi cinesi di farmacopea continuarono a essere studiati, copiati e commentati, ma senza dare luogo a nuove opere di ampio respiro. Tra il XV e il XVI secolo, con la diffusione delle scuole di medicina e l’introduzione della stampa, vennero raccolti in forma più sistematica ricettari e repertori di ingredienti locali assenti nelle fonti cinesi. Questo processo di adattamento preparò la nascita, in epoca Edo, di una vera e propria disciplina erboristica, l’honzogaku (“studio delle erbe”).

 

Dalla Cina non arrivarono solo erbari e farmacopee, ma anche piante – medicinali e utilitarie, come il tè (Camellia sinensis), o ornamentali come la peonia arborea (Paeonia suffruticosa) o la sofora (Styphnolobium japonicum) -, tecniche come il bonsai e modelli di giardini, spesso progettati in modo da ricreare famosi scenari del continente. Anche in questo caso, però, lo stimolo cinese venne reinterpretato in chiave nipponica, producendo risultati originali.

 

 2. Un giardino del periodo Heian secondo i

principi del trattato Sakuteiki.

Risale all’XI secolo il Sakuteiki (“Discorsi segreti sui giardini”), considerato in assoluto il più antico testo sulla progettazione dei giardini. L’opera enumera cinque stili principali e definisce alcuni principi ancora oggi caratteristici dello stile giapponese, come l’uso simbolico delle pietre e dell’acqua, la ricerca dell’armonia con la natura e la riproduzione in miniatura del paesaggio.

Nel corso del periodo Edo (1603–1868) queste concezioni si saldarono a un gusto crescente per la coltivazione e la selezione di piante ornamentali, dando vita a un collezionismo botanico che valorizzava la bellezza delle specie autoctone. Ne è espressione emblematica il Kinshumakura (“Guanciale di broccato”), pubblicato nel 1692 dal giardiniere e vivaista Ito Ihei. Interamente dedicata alle azalee e riccamente illustrata, l’opera distingue per la prima volta le azalee Satsuki dalle azalee Tsutsuji, descrivendo 168 varietà del primo gruppo e 175 del secondo.

 

Dejima e i primi sguardi europei

 

Quando gli Europei arrivarono in Giappone, si trovarono di fronte a un mondo vegetale già conosciuto, osservato e coltivato con cura: un universo di piante modellato da secoli di esperienza e cultura autoctona. Il primo contatto fu del tutto casuale: nel 1543, tre mercanti portoghesi, imbarcati su una giunca cinese spinta fuori rotta da una tempesta, sbarcarono sull’isola di Tanegashima.

 

Da allora iniziarono scambi regolari: i portoghesi introdussero nuove tecnologie, come le armi da fuoco, e il cattolicesimo, con l’arrivo del missionario gesuita Francesco Saverio nel 1549. All’inizio i giapponesi guardarono con curiosità i “barbari del sud”, ma presto le conversioni crescenti e l’espansionismo spagnolo dalle Filippine generarono sospetti e ostilità. Dopo la rivolta di Shimabara (1637-1638), missionari e portoghesi, considerati istigatori dell’insurrezione, furono espulsi e il cristianesimo represso con ferocia.

 

 3. Planimetria della stazione commerciale

della VOC nell’isola di Dejima a Nagasaki.

Nel 1641 lo shogun Tokugawa Iemitsu varò la politica del sakoku – il “paese incatenato” – che regolava in modo rigidissimo i rapporti commerciali con l’estero. Alle navi europee venne vietato l’accesso al Giappone, con una sola eccezione: gli olandesi della Compagnia delle Indie orientali (VOC). Al contrario di portoghesi e spagnoli, essi non erano interessati al proselitismo religioso, ma unicamente al commercio e durante la rivolta si erano schierati a fianco dello shogun. Anche per loro, però, il commercio era rigidamente controllato: a partire dal 1641 vennero confinati nella minuscola isola artificiale di Dejima, nella baia di Nagasaki, dove c’erano abitazioni per una ventina di persone, magazzini e banchine per l’attracco delle navi.

 

Così, per oltre due secoli (1641-1859), Dejima fu l’unica finestra dell’Occidente sul Giappone, e viceversa. Anche le prime informazioni sulla flora giapponese giunsero in Europa da questo canale, grazie soprattutto ai medici al servizio della VOC. Il primo di loro, anche se arrivò a Dejima non come medico ma come opperkoopman (“mercante capo”), fu Andreas Cleyer (1634-1698).

 

Il personaggio è indubbiamente pittoresco. Nato in una Germania ancora segnata dalla Guerra dei Trent’anni, giunse intorno al 1662 a Batavia, sede principale della VOC nelle Indie Orientali, come mercenario. Si diceva medico, ma non risulta immatricolato in alcuna università tedesca: probabilmente aveva seguito studi irregolari, tuttavia conosceva il latino e aveva competenze reali in anatomia e piante medicinali, tanto da essere assunto come assistente all’ospedale della VOC di Batavia.

 

Da quel momento la sua carriera fu rapida. Dapprima assegnato alla farmacia, nel 1667, alla morte del titolare, ne assunse la direzione, e l’anno successivo ottenne anche la gestione della farmacia cittadina. In seguito aprì un proprio negozio e si assicurò il monopolio dei prodotti farmaceutici: invece di farli arrivare dall’Europa – il lunghissimo viaggio ne comprometteva l’efficacia – li produceva localmente in campi coltivati da una cinquantina di schiavi. Dal 1676 ne affidò la direzione a un connazionale giunto anch’egli come mercenario, Georg Meister (1653-1713).

 

Divenuto uno dei membri più ricchi della Compagnia, nel 1680 Cleyer entrò nel Consiglio di giustizia e nello stesso periodo incominciò a farsi conoscere in Europa come naturalista. Nel 1678 fu ammesso all’Academia naturae curiosorum (la futura Accademia leopoldina di Berlino) e da quel momento instaurò contatti con vari accademici tedeschi e con i direttori dell'Orto botanico di Amsterdam, ai quali inviò campioni di piante.

 

Nel 1682 fu nominato opperkoopman di Dejima, benché non fosse olandese e in teoria solo questi ultimi vi fossero ammessi. Era un posto ambito e redditizio — gli scambi “privati” erano tacitamente tollerati — ma Cleyer contava anche di approfittarne per studiare la flora giapponese, tanto che volle con sé Meister. Resse Dejima per due mandati, nel 1682–83 e nel 1685–86, finché venne espulso con l’accusa di non controllare il contrabbando. I giapponesi coinvolti furono giustiziati, e al suo ritorno a Giava Cleyer era abbastanza ricco da acquistare la più bella casa di Batavia: segno che forse non era del tutto estraneo ai traffici proibiti.

 

 4. Un foglio di miniature di piante

giapponesi, dal manoscritto illustrato

di Andreas Cleyer.  

didascalia immagine

Durante il soggiorno in Giappone acquistò o fece eseguire un magnifico manoscritto illustrato con centinaia di piante e uccelli, oggi uno dei tesori della Biblioteca di Stato di Berlino. Mise inoltre a frutto i mesi trascorsi a Dejima — compresi due viaggi a Edo per rendere omaggio allo shogun — raccogliendo materiali e informazioni che avrebbero alimentato la sua reputazione di naturalista e di esperto di cose giapponesi.

 

L’espulsione pose fine alla sua carriera nella Compagnia, ma gli permise di dedicarsi alla ricerca e alla scrittura. Già nel 1682 aveva pubblicato lo Specimen medicinae sinicae, primo testo illustrato di medicina cinese apparso in Europa, basato su traduzioni gesuitiche. A partire dal 1683 contribuì alle Miscellanea curiosa dell’Accademia di Berlino con una serie di Observationes su temi diversi; tra queste spiccano le descrizioni di una cinquantina di piante giapponesi, tra cui la camelia (Camellia japonica) e il glicine (Wisteria japonica). Le sue osservazioni, spesso basate su campioni secchi o su informazioni degli interpreti piuttosto che su piante vive, sono spesso imprecise e si concentrano sulle proprietà officinali.

 

Cleyer non tornò mai in Europa e morì a Giava nel 1698. Il suo assistente Georg Meister, invece, rientrò in Germania nel 1686. Divenuto giardiniere capo dell’elettore di Sassonia a Dresda, nel 1692 pubblicò il curioso Der Orientalische-Indianische Kunst- und Lust-Gärtner (“Il giardiniere d’arte e di piacere delle Indie orientali”), il primo libro europeo dedicato esplicitamente ai giardini dell’Estremo Oriente. Nel decimo capitolo, Japponische Baumschule (“Vivaio giapponese”), descrive l’arte del bonsai e un’ottantina di piante giapponesi.

 

Le sue descrizioni sono ancor più approssimative di quelle di Cleyer: a parte qualche breve escursione, Meister infatti non lasciò mai Dejima e si basò interamente sui racconti degli interpreti. Ciononostante, Cleyer e Meister restano i primi testimoni occidentali della flora giapponese. All’intraprendente farmacista spetta inoltre un altro merito: fu lui a incoraggiare Engelbert Kaempfer ad accettare l’incarico di medico a Dejima, dove avrebbe ripreso lo studio della flora del Giappone con ben altra competenza e profondità.

 

Bibliografia

 

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Di Felice, P. (2012), L'universo nel recinto. I fondamenti dell'arte dei giardini e dell'estetica tradizionale giapponese. Con la traduzione di Sakuteiki (Annotazioni sulla composizione dei giardini), Olschki Editore, Firenze.

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Marcon, F. (2022), The Knowledge of Nature and the Nature of Knowledge in Early Modern Japan, University of Chicago Press, Chicago.

Meister, G. (1692), Der orientalisch-Indianische Kunst- and Lust-Gärtner […], In Verlegung des Autoris, Dresden.

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