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L'avanzata dei governi illiberali che minaccia la scienza

 

L'avanzata dei governi illiberali che minaccia la scienza

 
di Gilberto Corbellini Pubblicato il 25/08/2025
 

La ricerca accademica, nata nei secoli come baluardo di libertà e pluralismo, oggi è sempre più ostaggio di governi che vogliono controllarne temi, metodi e linguaggi. Negli Stati Uniti l’amministrazione Trump ha imposto tagli, censure e compromessi ideologici, mentre in Europa altri paesi, tra cui in nostro, percorrono strade simili. In Italia la politicizzazione della ricerca, il clientelismo nelle nomine e l'amicalismo segnalano una deriva preoccupante

 

 

Il mondo accademico occidentale si trova di fronte a un bivio. È abbastanza evidente, alla luce delle discussioni interne e delle risposte che negli Stati Uniti le università, le accademie, gli enti di ricerca, le agenzie regolatorie eccetera stanno dando agli ordini, ai ricatti, alle ritorsioni e alle censure da parte dell’amministrazione Trump. Quello che sta accadendo nel più vasto e potente sistema della ricerca e dell’insegnamento al mondo sollecita riflessioni. Al di là delle reazioni di pancia. Non per la novità delle idee che ispirano le azioni, ma per le dimensioni e le forme. Dinamiche politiche illiberali a carico della ricerca scientifica e degli insegnamenti hanno riguardato e riguardano anche democrazie di paesi europei (Ungheria, Polonia e Italia si sono aggiunte alla Turchia). Ma non con tale sistematicità e pervasività.

Negli anni a venire il numero di paesi democratici che diventeranno illiberali (o, come anche si dice, forme di “autoritarismo competitivo” o di “erosione democratica”) sarà in aumento ed è ragionevole provare a immaginare quali strategie o tattiche adattative adotteranno le comunità accademiche. Una possibilità è la resistenza a senso unico, mentre un’altra può essere la ricerca di qualche forma di compromesso.

La scienza accademica si fonda, anzi ha fondato, con i contenuti dei primi statuti delle accademie scientifiche (Lincei 1603-1605, e Royal Society 1660), i principi della democrazia moderna: libertà di espressione, tolleranza e rifiuto di ogni condizionamento ideologico (in quei documenti si parlava anche di eguaglianza morale tra gli uomini, onestà, rispetto, ecc.). Ciò accadeva quando le società erano spazzate da pestilenze e guerre di religione, da miseria economica e morale, da persecuzioni di liberi pensatori e dalla circolazione di un Index Librorum Prohibitorum. Anche i bambini sanno che i principi fondativi e pragmatici delle democrazie moderne (liberali) sono usati dalle fazioni politiche illiberali per cancellarli (paradosso della democrazia) e instaurare un controllo sulla libertà individuale. Che significherebbe non solo la morte della libertà politica, ma anche della scienza come l’abbiamo finora conosciuta.

Le accademie, università, ecc. non pensano, nel senso che non hanno un cervello per imparare dall’esperienza storica, così come gli individui reali che danno loro vita non possono imparare dalle esperienze che non hanno provato e usano la storia del pensiero e delle pratiche sociali della scienza come meri argomenti retorici.

Stiamo vedendo un po’ ovunque leader e partiti illiberali al governo o in procinto di andarci, che attuano e giustificano interventi volti a togliere finanziamenti, ricattare e censurare attività di insegnamento e culturali nel nome di un’igiene ideologica mirata strumentalmente a specifici elementi culturali (negli USA: inclusione, equità, diversità, accessibilità, black history o schiavismo, gender, ecc.). Tali azioni sono sostenute da istanze 

sociali, cioè da una parte rumorosa della popolazione, insofferenti anche verso le indicazioni della scienza (vaccini, cambiamenti climatici, cibi transgenici, emergenze psichiatriche, ecc.), cioè verso un’autorevolezza che scaturisce da conoscenze e interventi scientifico-tecnologici che sono sempre più distanti dalle capacità di comprensione, cioè dalle intuizioni delle persone comuni. La polarizzazione politica, che c’è sempre stata nella storia ma non è più calmierata dall’attecchimento culturale di ideologie forti, non vede problemi o apprezza che questi leader e partiti diano l’assalto agli unici veri baluardi contro le derive illiberali: università, accademie, enti di ricerca, sistemi scolastici, stampa, ecc. Il modo più ovvio di minacciare delle comunità è affamarle e ricattarle: togliere i finanziamenti e imporre condizioni politicamente intrusive, per ripristinare l’ossigeno (non a tutti) necessario per continuare a fare ricerca o a sviluppare regole per controllare il funzionamento delle diverse macchine di produzione e validazione dei risultati. Quali ricerche fare, come e che regole adottare per effettuare i controlli non sono più decise in modi indipendenti dalla politica, come accade nel mondo liberale e quale condizione necessaria per una conoscenza oggettiva e sicura, ma rientrano nelle prerogative dei governi. Del resto, il paternalismo autoritario nelle sue forme è un’indole umana innata. 

Bene. Cosa si pensa di fare in ambito accademico per tamponare una marea montante? Qualcuno invoca la resistenza e si dimette a fronte di richieste che vanno contro l’etica della ricerca. Stare rigidi e non cedere ai ricatti, alle ritorsioni, alle intimidazioni e alle richieste di accettare il “pluralismo” nella scienza. La conseguenza sarebbe uno scontro con poteri legittimamente eletti e non è difficile immaginare una disfatta che produrrà o il fallimento economico - e quindi la chiusura di alcuni enti - o un ridimensionamento della qualità della ricerca. Un “dilemma faustiano”, lo ha definito la presidente della National Academy of Science Marcia McNutt.

In realtà, tra i milioni di scienziati la maggioranza sarebbe onorata di servire i potenti di turno e sostituire i riottosi, scavalcando le procedure competitive basate solo sulle competenze. Così si avrebbe sempre meno creatività o innovatività e tutti a traccheggiare nella bonaccia della mediocrità scientifica (in parte anche pseudo-tale, nel nome del pluralismo). 

L’altra strada, che sembra quella che sta prendendo piede negli USA, prevede di negoziare con i leader illiberali delle istituzioni politiche in carica per il governo della ricerca, dell’istruzione e della cultura. Nella speranza di un risveglio alla salute mentale dell’amministrazione Trump o di arrivare vivi e vegeti alle prossime elezioni. Verso questa soluzione stanno andando le principali università ed enti di ricerca e controllo negli USA. Si tratta di salvare il salvabile, pagando il pizzo e sacrificando quello che in realtà non arreca particolare danno alla qualità della ricerca e all’insegnamento ed è stato introdotto per sensibilità verso valori politici di eguaglianza (che comunque è un principio integrante di una democrazia liberale). Si chiudono i corsi universitari, di ispirazione woke, su diversità, equità, inclusione, black history o schiavismo, si correggono conformemente gli exhibit nei musei introducendone di nuovi in spirito MAGA, si chiudono o convertono laboratori a seconda dei gusti dei segretari dei dipartimenti, ecc. (continua)