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La banalità del male

 

 

 

La banalità del male

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giuseppe Longo (*)

Quando Adolf Eichmann fu condotto di fronte ai giudici di Gerusalemme, gli occhi del mondo intero erano puntati su quell'aula di tribunale. II dramma e la sconcertante avventura del rapimento; le aspre controversie giuridiche e i problemi di diritto internazionale che si aprirono dopo l'arresto di Eichmann; la solennità del processo; i problemi politici che esso coinvolgeva; la figura enigmatica del protagonista: tutto ciò era destinato a colpire profondamente l'immaginazione e a suscitare enorme interesse. Il dramma del processo si svolgeva lentamente. Lo smarrimento e l'incertezza succedevano alla primitiva eccitazione dell'opinione pubblica. Perché Eichmann veniva sottoposto a giudizio? Sotto quale legge? Quali erano i precedenti? Qual era la storia e la figura di quest'uomo la cui sola morte avrebbe ora dovuto compensare la morte di migliaia e migliaia di uomini? Questo smarrimento e queste domande erano rivelatrici di una situazione reale: si stava svolgendo un evento unico, di importanza singolare.

Hannah Arendt ha sottoposto ad un'analisi serrata e stringente il processo, le azioni dell'imputato, le sue motivazioni, il comportamento dei nazisti e delle loro innumerevoli vittime. Al di là di ogni retorica, l'autrice è andata dritta al cuore dei problemi. E per far questo aveva le carte in regola: la sua conoscenza della Germania e del popolo tedesco le consente di penetrare al di sotto della superficie degli eventi, fino alle forze sotterranee che furono all'origine dei delitti e delle stragi orrende. La sua competenza in filosofia e in scienze politiche, i suoi precedenti studi sul processo di Norimberga, le rendono possibile condurre un discorso che si risolve in una vera e propria analisi della condizione umana nel nostro tempo. Ne vien fuori una vera "cronaca sulla banalità del male." Per quanto orrendo e mostruoso ciò possa apparire, l'addetto allo sterminio di milioni di uomini, non agiva, ma lavorava. O meglio: riteneva non di agire, ma di lavorare e riteneva anche che il suo lavoro, concepito come lavoro aziendale, normale amministrazione, routine burocratica, fosse, proprio in quanto "lavoro," moralmente neutrale: qualcosa che andava fatto e fatto da buoni burocrati o da impiegati modello, nel migliore e nel piú rapido dei modi possibili. La figura di Eichmann appare cosí stranamente non quella di un demonio, ma quella di un burocrate, di un uomo banale. Una discussione sui fini, sugli scopi ultimi delle azioni umane sembra in tal modo del tutto estranea a questi mostruosi prodotti umani del nostro tempo. Qui si tocca veramente il punto estremo della degradazione dell'uomo e si apre la necessità di un discorso che coinvolge alcuni fra i problemi filosofici e morali piú drammatici e piú urgenti del nostro tempo. Il libro è importante, e destinato a discussioni e interrogativi inquietanti, anche da un altro punto di vista: come poté accadere che lo sterminio si realizzasse senza che, salvo in particolari circostanze e con l'eccezione di gloriosi e indimenticabili episodi, venisse opposta alla deportazione una effettiva resistenza? Come mai gli episodi di straordinario valore della Resistenza ebraica si presentano come episodi isolati e perché, di fronte a una sorte irrevocabile, intere collettività non preferirono giocare il tutto per il tutto?

 

Titolo dell'opera originale Eichmann in Jerusalem “A Report on the Banality of Evil “(Copyright 1963 by Hannah Arendt. All rights reserved. Prima edizione italiana, riveduta e corretta dall'Autrice) Traduzione di Piero Bernardin

 

(*) Giuseppe Longo, matematico italiano, ora direttore di ricerca emerito presso il CNRS (Centre National de la Recherche Scientifique) e il Centre Interdisciplinaire Cavaillès dell'École Normale Supérieure (ENS) di Parigi. È stato professore ordinario di Informatica all'Università di Pisa. I suoi interessi di ricerca spaziano dalla logica matematica e informatica all'epistemologia della matematica e della biologia.