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Recensioni 2018

 

RECENSIONI PRECEDENTI

 

 


 

Roberto Defez Scoperte # Neurobiologia del tempo # Tra Lucca e Pisa, tra Cento palazzi e un orto

 

 

 



Roberto Defez Scoperte

Roberto Defez Scoperte – Come la ricerca scientifica può aiutare a cambiare l’Italia Le Scienze, Codice edizioni, 2018, Torino pp 170

 

Nella “Premessa” si capisce subito l’impostazione del l testo. Alcuni dati sulla fuga degli italiani all’estero ormai sono “5 milioni tanti quanti gli immigrati in Italia” e subito dopo un serie di considerazioniche si svilupperanno nel corso dei quattro capitoli in cui è diviso il libro: 1- Un’opera strutturale; 2- Innovazione e improvvisazione; 3. Minotauro; 4- Da trasportati a conducenti.

Perché scappano? “Scappano perché la nostra è una società che trucca le carte, che trucca i bandi, che non isola e punisce chi mente o froda, e che tutela solo chi fa parte di un clan o una corporazione. Il merito non conta, contano le conoscenze, la conservazione dei privilegi e il posto fisso, anche se chi lo ha non lavora, conta la cultura locale, antica, nostalgica, accartocciata su se stessa, che diffida delle idee nuove e teme di competere.”

L’Autore, biologo dal 1980 con il massimo dei voti all’Università di Napoli con una tesi sperimentale, ha cominciato a lavorare all’estero nel campo microbiologico per poi entrare al CNR vincendo un concorso per primo ricercatore. Ha pubblicato molto su riviste internazionali libri e articoli anche sulle biotecnologie.

Defez affronta in questo testo, agile e di facile lettura, l’annoso problema della ricerca in Italia in particolare quella scientifica che continua ad essere considerata sempre più un peso economico anziché una risorsa formidabile – e ormai indispensabile - per consentire al nostro Paese di mantenere un posto di rilievo nell’economia europea e mondiale. “Questa vorrebbe essere un’analisi che aiuti a leggere ciò che già si vede al di là dei lustrini della pubblicità e degli illusionismi. Prima che sia davvero troppo tardi.”

Attualmente l’Italia investe circa l’1,1 % del Pil molto lontano dal 3% individuato dall’Europa a Lisbona nel 2000 per diventare la società della conoscenza e distantissimo da Gran Bretagna, Francia, Germania e tutto il resto Cina compresa. Quello che spaventa di più oltre alla cosidetta “fuga dei cervelli” è il progressivo sgretolarsi del tessuto organizzativo che consente di utilizzare al meglio le risorse presenti che, di fatto, espellono cervelli che non potranno mai rientrare in modo produttivo.

Si vede questo anche dai troppo frequenti episodi di non ricerca che viene posta sullo stesso piano, dalla stampa, dai social network e da una pessima televisione, alle poche eccellenze presenti e i casi Di Bella Vanoni etc, hanno messo in crisi e in ridicolo i decisori politici italiani. L’avversione generalizzata nei confronti della scienza sperimentale e della cultura scientifica non viene arginata neppure da una presenza importante e generosa di scienziati ed uomini di cultura che rimangono sempre nell’ombra nella diffusione di massa dell’informazione. Le Università, nonostante le riforme, non riesce a sfornaare un numero di laureati in grado di supportare la cosidetta rivoluzione industriale 4.0, ma se si va a vedere più in profondità il numero di laureati nell’ambito scientifico è inferiore ad un regime di mera sopravvivenza economica. L’attuale classe politica, fatta eccezione per i senatori a vita, mostra un livello di preparazione scientifica, o perlomeno di sola consapevolezza che la scienza è il motore della conoscenza e dell’economia, assai basso che promette di essere ancora più inadeguato nel rinnovo delle Camere che assicurerà il peggioramento netto della situazione.

Nell’ultimo capitolo, dopo un esame dettagliato delle cose che non vanno, l’Autore avanza delle proposte - semplici e sperimentate con successo in molti Paesi importanti – che superano la burocrazia, snelliscono le procedure e assicurano il rigore, l’originalità e la significatività delle ricerche condotte in Italia massimizzando le scarse risorse messe a disposizione dai vari Governi e Regioni e dai fondi europei.

Un libro che fa pensare e soffrire perché aiuta a comprendere che le cause delle occasioni che abbiamo perduto - come lo sviluppo delle energie rinnovabili, la chimica moderna, lo sviluppo del calcolo automatico - a causa di una burocrazia cieca e una classe politica in massima parte mentalmente estranea alla scienza, stanno ancora peggiorando.

 

 


 

neurobiologia del tempo

Arnaldo Benini Neurobiologia del tempo Raffaello Cortina editore 2017

 

È un testo sintetico (un centinaio di pag.) e abbastanza comprensibile anche per chi, come me, non è specialista della materia.

L’obiettivo che si propone l’Autore - prof. Emerito di neurobiologia all’università di Zurigo - è contestare l’affermazione di alcuni fisici, specie studiosi di gravità quantistica, secondo cui “il tempo non esiste”. Si riferisce in particolare a qualche espressione, forse troppo divulgativa, di C. Rovelli, oltre che a quella, che è poco più di una battuta, anche abbastanza disperata, di Einstein contro l’illusione “testardamente ostinata” della realtà oggettiva del tempo. Di cui dovremmo infine liberarci.

Mi pare che si tratti di un doppio equivoco. La fisica quantistica non dice che il tempo non esiste, bensì (se ho ben capito la complicata faccenda…) che le equazioni con cui si descrive il probabile stato di una particella subatomica fino all’impatto con uno strumento di osservazione ne possono fare a meno, che è cosa abbastanza diversa. È la stessa argomentazione di Benini - preziosa per le informazioni che ci dà sullo stato della ricerca neurobiologica - non conclude che tempo sia qualcosa come un oggetto che sta da qualche parte là fuori e che possiamo misurare con precisione (salvo per la misura convenzionale che ci danno gli orologi, anche i più sofisticati, con tutti i limiti di oggetti costruiti da noi). In questo modo misuriamo solo il cosiddetto GT, il tempo generale, che ci serve a non perdere il treno e a non telefonare nottetempo in Australia solo perché da noi è ora di pranzo. Quello di cui si interessa la neurobiologia è il PT, il tempo come è percepito dal cervello. Esso mantiene tutta la flessibilità dovuta al fatto che, dentro cervelli che sono tutti un po’ diversi uno dall’altro, la misura del tempo e la sua velocità funzionano in modo strettamente connesso con i centri del linguaggio, della memoria, dello spazio e della numerabilità (vedi le ricerche di Vallortigara). Questo secondo gruppo di funzioni corrisponde ad aree più precisamente definite del sistema neurocerebrale. Il nostro sentimento del tempo ha anche, certamente, basi organiche che coinvolgono aree corticali di entrambi dli emisferi, i gangli basali e gli emisferi del cervelletto: ne sono prova i forti cambiamenti nella percezione della durata e nella valutazione della distanza nel passato verificati in pazienti con malattie o danni di varia natura in queste zone. Ma anche nelle persone sane il senso del tempo è influenzato da fattori emotivi (ansia, paura, stato di attesa…) e perfino semplicemente dal fatto che, in situazione sperimentale, sappiamo oppure noi che a un nostro gesto - tipo premere un tasto - seguirà un effetto sonoro o luminoso, a una data distanza temporale.

Inoltre - soggettivamente meno rilevante, ma si tratta comunque di una delle poche certezze sperimentali, rilevata grazie alla RM funzionale - l’apparente simultaneità, in uscita e in entrata, tra la ricezione di uno stimolo periferico e la risposta nervosa o muscolare, come pure la la decisione di compiere un movimento e il movimento stesso, è, per l’appunto sempre solo apparente. È il risultato di un’operazione di compressione del tempo (circa ½ secondo) di cui non ci rendiamo conto, ma sulla cui funzionalità evolutiva non possiamo avere dubbi.

Su questo argomento - una delle poche certezze della neurobiologia sul rapporto tempo/cervello - Benini riassume le ricerche e i risultati ottenuti da Benjamin Libet dagli anni ’60 del ’900, successivamente confermati e precisati da strumenti ancora più raffinati di osservazione dell’attività cerebrale.

Nel libro si affrontano i vari lati del problema, tra cui il tempo durante il sonno, nel rapporto di causalità, nel ricordare il passato, nelle diverse età della vita. Tuttavia “la complessità dei meccanismi nervosi del senso del tempo è tale che ancora oggi molti dilemmi fondamentali rimangono oscuri”, conclude l’Autore (p 92). E d’altra parte già nel 1933 Max Planck ammoniva che “ la scienza non può risolvere gli ultimi misteri della natura perché noi, che la studiamo, siamo parte del mistero che vogliamo risolvere” (cit p 17)

La difficoltà è tanto più evidente quando l’oggetto della ricerca, come in questo caso, è una percezione, o un sistema di misura, o forse una produzione interna agli esseri viventi. Già, perché un capitolo molto interessante ci spiega come il senso del tempo, associato anche qui spesso a categorie spaziali e numeriche, sia stato evidenziato anche in animali provvisti di un sistema nervoso molto primitivo, come le formiche o alcuni piccoli uccelli. In queste concordanze di funzionamento tra il cervello umano e queste strutture nervose molto più elementari è abbastanza evidente il nesso tra la categoria tempo e la prospettiva evoluzionistica. Da questo punto di vista, accanto alla funzionalità di alcuni modi della percezione temporale per l’adattamento di individui e specie, emerge anche una funzionalità conoscitiva: i tempi dell’evoluzione sono un parametro obbligato nella conoscenza della natura, anche se possiamo trascurarli calcolando la posizione di una particella subatomica.

Un’osservazione utile mi sembra quella che la fisica, da Galilei in poi, ha costruito i propri straordinari sviluppi al prezzo di isolare i propri oggetti di studio in ambiti sempre più circoscritti, osservabili o misurabili esclusivamente in condizioni sperimentali. Cioè, in un certo senso, non “in natura”.

Un altro lato interessante della questione mi pare la possibile connessione tra il senso del tempo e la fondamentale storicità di noi come di tutti gli organismi viventi. La nostra esistenza sta in una vicenda, è qualcosa che implica un continuo cambiamento. Questa caratteristica è strutturale per ogni singola cellula di qualunque organismo (ma, a quel che pare, anche il cosmo sta in una vicenda...)

Che avesse visto giusto il buon vecchio Aristotele, che definiva il tempo “misura del cambiamento”?

 

Francesca Civile


 

cento palazzi e un orto

 Tra Lucca e Pisa, tra Cento palazzi e un orto

 

 Sandro Bartolini

 

pp. 224, f.to 13,5×21, 2018 ISBN 978-88-6550-613-4 € 14,00


Prosegue il “racconto del lavoro” intrapreso dieci anni or sono - e tre romanzi fa - dallo scrittore toscano Sandro Bartolini: nella giovinezza (Villaggio Mare Blu, 2007) animatore in un villaggio turistico sulla costa tirrenica a sud di Livorno; poi impiegato in una grande azienda della chimica tra Firenze e il mare (Nacqui settimino, 2009); oggi, al suo terzo romanzo, amministratore di condomìni a Lucca e dintorni per conto di una Struttura, dietro la quale non è difficile cogliere i tratti delle più importante e articolata organizzazione sindacale presente nel Paese. Un po’ travet e un po’ sindacalista, Marcello è l’io narrante protagonista dalla prima all’ultima pagina di Cento palazzi e un orto: di qualche anno sopra i quaranta, in buona forma fisica e morale, il Nostro si butta con ardore giovanile nella nuova avventura professionale. Le sue qualità? Serio e metodico, prudente e abile nel mediare, mostra di essere sempre capace di cogliere i tratti della comune umanità che lo legano ai suoi amministrati: toscani di antica data e nuovi italiani di recente immigrazione, vedove e pensionati, giovani coppie e individui dèracinés, spaesati e sradicati. Crescono così le realtà condominiali - i cento palazzi del titolo - governate da Marcello e dal suo piccolo staff insieme ai problemi e alle responsabilità di quel manipolo di coraggiosi, per altro non immune da contraddizioni interne, diversità di punti di vista e piccole gelosie professionali. Meno male che Marcello, una volta esauriti i propri doveri quotidiani, può tornarsene in una sua privatissima dimensione. Non a Lucca, però, ma a Pisa, nel suo appartamento da single ben posizionato nel centro storico della Città della Torre, dove dagli anni universitari mantiene e incrementa una significativa trama di relazioni parentali, amicali, di vicinato che danno calore e colore alla sua esistenza solitaria. Smessi i panni del dinamico governatore di condomìni, qui Marcello torna a essere un ex giovanotto restio a diventare adulto, dedito alle partite a carte con quattro amici al bar e a relazioni amorose effimere e di scarsa soddisfazione. Una nicchia, la sua, comoda e calda, parva sed Marcello apta: un mediocre paradiso piccolo borghese destinato a subire più di un’incrinatura: prima professionale, quando la Struttura gli preferirà altre figure relegandolo a una posizione lavorativa marginale; poi sentimentale allorché per la prima volta una ragazzetta lucchese, giovane d’anni ma ricca di un istintivo buon senso, metterà in discussione i suoi delicati equilibri emotivi.

E sarà un orto urbano, o meglio la cura di un pezzetto di terra alla periferia di Pisa, ad accelerare la maturazione umana del nostro eroe senza particolari qualità. Già, un orto, con la sua dura lezione di vita: perché “la terra è bassa” e “l’orto vuole l’uomo morto”, l’homo urbanus almeno. Riaffiorano così nel nostro protagonista le mai dimenticate origini contadino-maremmane e quel ritaglio di verde nella piana del Valdarno tra le colline e il mare, gli offre l’occasione di ritrovare un’antica relazione con la natura, i suoi cicli stagionali, le sue risorse nascoste. E per Marcello è un riconoscersi. A essere coltivate, attraverso la faticosa pratica manuale, non sono solo le verdure ma i rapporti umani, mentre il lavoro insieme agli altri valorizza, precisa e approfondisce il senso di appartenenza a una comunità e a un territorio. È un’immersione piena in una realtà dura, concreta, materiale... Umile e semplice che aiuta il protagonista a crescere e lo rende più capace di resistere e reagire alle prove a cui il difficile mestiere di vivere lo sottopone. E Marcello ne uscirà, se non migliore, almeno più sereno e più lucido nel fare i conti con se stesso, i propri limiti e le proprie zone d’ombra.

Romanzo di formazione fiducioso nella possibilità che natura e cultura, tradizione e modernità possano comunque trovare i modi di una difficile convivenza, Cento palazzi e un orto getta uno sguardo ottimistico sulla nostra complicata contemporaneità. Tutta toscana l’ottica dell’Autore e così pure la misura; leggero il testo, non privo, però, quando occorre, di riflessioni e contenuti più impegnativi, ben tramati, senza parere, tra le pagine. Un’altra delle numerose belle qualità narrative del libro.

 

Luciano Luciani