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Poco o punto sport nella giovanissima Italia

 

pallone col bracciale

Poco o punto sport nella giovanissima Italia

 

Luciano Luciani

 

Solo pochi anni dopo la proclamazione dell’Unità d’Italia (17 III 1861), allarmate relazioni degli ufficiali medici delle Commissioni di leva posero in una luce diversa la famosa affermazione attribuita a Massimo d’Azeglio: “Fatta l’Italia, bisogna fare gli Italiani”.

Il Bel Paese andava ricostruito, ma non solo dal punto di vista morale, spirituale, culturale: andavano rifatti i suoi figli, gli Italiani, a detta dei medici militari in gran parte bassi, rachitici, malaticci, in cattiva salute. Una situazione preoccupante per la neonata nazione che ambiva a crescere economicamente e socialmente e a giocare un ruolo importante sugli scenari mediterranei, europei, coloniali.

Come contribuire a migliorare il fisico degli abitanti dello Stivale? Medici, militari, pedagogisti, intellettuali sensibili ai temi del posistivismo iniziarono a riflettere in maniera sistematica sull'importanza del corpo inteso sia individualmente, sia collettivamente.

La risposta fu che nella penisola, ormai più o meno unita, era necessario migliorare l’igiene, diffondere e praticare le moderne cure mediche e anche praticare massivamente lo sport. Questa idea era ben chiara a Quintino Sella, lungimirante ministro liberale della Destra storica. Passato alla storia solo come ideatore della famigerata tassa sul macinato (1869), il Sella fu, invece, uomo colto, aperto alle novità provenienti dalla Francia e dall’Inghilterra, attento ai problemi della scienza, della tecnica, della salute sociale. Non è un caso, infatti, se nel 1863 lo ritroviamo tra i fondatori del Club Alpino Italiano e se molti rifugi sulle Alpi portano ancora adesso il suo nome.

La pratica della montagna, intesa come attività fisica salutare e volta a migliorare il benessere del corpo e dello spirito, sarà ripresa anche dalla letteratura di fine Ottocento: ne tratteranno Achille Giovanni Cagna, letterato scapigliato, con Alpinisti ciabattoni ed Edmondo De Amicis, autore del celeberrimo Cuore, 1886, con Nel regno del Cervino. Nuovi bozzetti e racconti (1905).

Altra attività agonistica degna di nota in questi anni è il tiro a segno. La costituzione del Tiro a segno nazionale, organizzato in varie sezioni sul territorio, fu voluta da Giuseppe Garibaldi per permettere a tutti i cittadini italiani di addestrarsi all’uso delle armi da fuoco e concepire così la nazione italiana come un unico esercito in armi. La legge istitutiva del tiro a segno nazionale risale all'estate 1882, qualche settimana dopo la scomparsa dell’Eroe dei due Mondi.

 

In questi decenni lo sport è scarsamente diffuso in Italia. Ancora popolare il gioco del pallone col bracciale o pallone elastico, praticato dal Piemonte al Veneto, dalla Liguria alle Marche. Un’attività sportiva agonistica che, però, alla fine dell'Ottocento ha già iniziato a declinare: tanto è vero che numerosi sferisteri, gli stadi in cui si praticava quella attività agonistica, si trasformavano in poligoni di tiro. E pensare che solo pochi decenni prima Giacomo Leopardi aveva dedicato al campione Carlo Didimi di Treia una canzone intitolata A un vincitore nel pallone,1821. Versi in cui il poeta di Recanati ammira il “garzon bennato” per l’audacia nel gioco, la gioia di esistere e l’entusiasmo agonistico che gli procurano le vittorie e il favore del pubblico. In un mondo in cui la vita non riserva che delusioni e inganni e in cui anche le glorie patrie tacciono, beato chi quella vita mediocre può disprezzarla e affrontare con noncuranza le passioni proprie del gioco. Felice, dunque, quel giovane atleta che non perde mai di vista lo scopo del successo, puntando solo alla realizzazione della fama personale, ignaro del vuoto di senso dell'esistenza.

 

Il pallone elastico colpì anche l’immaginazione di Edmondo De Amicis, che alla fine del secolo gli dedicò Gli Azzurri e i Rossi, un libro di racconti pubblicato nel 1897 che parla di quello sport e dei suoi indubbi effetti positivi per la salute morale e fisica della gioventù.

L’Autore, pur consapevole della inesorabile decadenza a cui il gioco del pallone col bracciale sembra ormai definitivamente avviato, non può fare a meno di ammirare nelle sue pagine lo spettacolo di bellezza e armonia offerto dai giocatori in azione. Naturalistiche le descrizioni di De Amicis su un mondo fatto di atleti dilettanti che per sopravvivere devono comunque esercitare un altro mestiere: ombrellaio, scritturale, o anche l’oste o il noleggiatore di cavalli... E il lettore si appassiona al racconto di storie di partite trattate come battaglie epiche, leggendarie, narrate sempre con un’ironia sottile e un leggero disincanto.

Ma le pagine migliori dello scrittore italiano che più di altri seppe interpretare il codice della morale laica del suo tempo, le troviamo nella esposizione quasi figurativa delle tribune dello sferisterio, piene di spettatori rumorosi di ogni ceto sociale: impiegati e artisti, studenti e bottegai, uniti nella passione comune per il gioco. Dimentichi di affanni e preoccupazioni quotidiane, attenti alla partita che annulla ogni disparità e disuguaglianza, essi vivono insieme il batticuore agitato della gara. In questi racconti sembra si realizzi l’ideale deamicisiano di una società interclassista, basato sulla pacifica convivenza degli uomini solidali fra loro, una precaria utopia che può esistere, però, solo tra le mura di uno sferisterio. Rimangono impresse anche le figure di alcuni campioni del tempo, ultimi rappresentanti di modelli di umanità eroici e cavallereschi che incarnano lo spirito di avventura di un tempo mitico che presto soccomberà di fronte agli ingranaggi inesorabili della civiltà industriale: ed ecco apparire, allora, il pratese Giulio Mazzoni, l’“Anteo del Bisenzio” e altri come il baffuto astigiano Domenico Bossotto e Gennaro Banchini, ai quali l’Autore dedica il libro.

Alla fine, insieme alla rievocazione di scene di partite, scritte con eleganza e spirito divertito e partecipe, si coglie un sentimento di malinconia verso un’epoca sportiva legata alla gioventù: una stagione destinata a svanire presto, lasciando anche qualche rimpianto in chi, come l’Autore, ha ormai il “ventre tondo” e l’“occipite spennacchiato”.