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Bufale d’Autore

Bufale d’Autore

 

di Giambattista Bello

 

 

bufale in rete

La parola bufala non indica solo la femmina del bufalo ma anche, secondo il Vocabolario Treccani, “svista, errore madornale; panzana”; in particolare nel gergo giornalistico: “affermazione falsa, inverosimile”. Il termine bufala nel titolo della rubrica fa riferimento proprio a quest’ultima accezione. Per i più curiosi, aggiungiamo che l’etimologia del significato figurato di bufala è piuttosto incerta. Ci sentiamo, tuttavia, di sposare la tesi avanzata dal Dreikatzen Multisprachiges Etymologish Wörtenbuch che attesta l’uso, un tempo diffuso tra i mandriani nordamericani, di definire buffalo (= bisonte) una persona che ostenta vigoria fisica e coraggio, ma che in realtà ne è del tutto priva; quindi una persona fasulla, al pari del grosso ma innocuo bisonte. La pronuncia italiana del termine ha modificato in a la o finale di buffalo, che, comunque, originariamente ha suono intermedio tra la o e la a.

 

 


 Le bufale marine del traduttore errante Ξ La bufala di fondo del giornalista ignorante Ξ Il celacanto indonesiano Ξ Totano gigantesco spiaggiato in California Ξ La bufala del giornalista chimerico

 


 

Totano gigantesco spiaggiato in California

 

La foto-notizia, apparsa il 14 gennaio di quest’anno in un sito-web statunitense ha fatto il giro del mondo virtuale grazie a internet: “Second Giant Sea Creature Washes Ashore Along Santa Monica Coastline - Alarms Sound Over Radioactive Gigantism”, con l’occhiello a ribadire il concetto del gigantismo causato dalla radioattività, “Giant Squid Discovered On California Coast And Scientists Suspect Radioactive Gigantism” [“Un secondo organismo marino gigantesco si spiaggia lungo la costa di Santa Monica - Segnali d’allarme di gigantismo radioattivo”; “Totano gigante scoperto sulle coste della California e gli scienziati sospettano gigantismo radioattivo”].

La notizia si trova alla pagina www.lightlybraisedturnip.com/giant-squid-in-california, oppure digitando Giant Squid Found in California – Lightly Braised Turnip.

 

 

 

calamato imbufalato  
Giant Squid Scoperto Sul Litorale della California e scienziati sospettano gigantismo radioattivo  

 

 

La bestia, riconoscibile come cefalopode, è veramente gigantesca: le ventose sono più grandi di palloni da calcio, il diametro dell’occhio supera l’altezza di un bimbo! Non si riesce ad apprezzarne la lunghezza complessiva in quanto i tentacoli sono ripiegati su se stessi, ma l’autore del pezzo parla di 160 piedi, che vuol dire 49 metri, all’incirca il triplo dei massimi totani giganti (meglio conosciuti da noi come “calamari giganti”) sinora conosciuti. C’è da restare veramente impressionati e, ancor più, sgomenti allorquando si pensi che una tale anomalia della natura sarebbe stata causata, a detta degli scienziati, dal disastro dell’impianto nucleare Dai-ichi di Fukushima in Giappone (2011), dall’altro lato dell’Oceano Pacifico. In ultima analisi, ancora una volta, causa di tale mostruosità sarebbe l’Uomo. Come ben sappiamo la radioattività provoca mutazioni genetiche incontrollate che, in questo caso, sarebbero all’origine del “gigantismo radioattivo” di alcuni esseri viventi. Come dice il titolo dell’articolo, infatti, il totano della foto sarebbe già il secondo organismo marino gigante a spiaggiare sulle rive californiane.

 

La notizia ha così colpito gli internetnauti che qualcuno si è pure presa la briga di tradurla in altre lingue, affinché non ne venissero privati coloro che non conoscono l’inglese. Naturalmente, anche in francese, l’idioma in cui m’è recentemente capitato di rileggere la storia, la notizia è accompagnata dalla stupefacente fotografia della bestia circondata da curiosi e piantonata dalle forze dell’ordine (e sì, anche in California la gente è curiosa, tanto curiosa da sfidare il fetore emesso dal corpo del totano, fetore colossale come colossale è l’animale morto). Dicevo fotografia stupefacente, ma non al punto da ottundere del tutto i sensi dell’osservatore esperto di scienze e che, magari, ha anche la fortuna di far parte di una rete scientifica dedicata proprio ai cefalopodi. Già all’indomani della pubblicazione della notizia in questione, infatti, qualcuno la riferì al gruppo suscitando la generale ilarità.

 

Poiché, ne sono convinto, queste mie parole potranno risultare poco persuasive per i creduloni scettici (credenti alle notizie catastrofiche ma scettici riguardo alla mia smentita), rimando gli stessi a una pagina di YouTube, nella quale potranno osservare la foto originale del totano, realmente spiaggiato sulle coste cantabriche (Spagna atlantica). La pagina, intitolata “Giant Squid on Spanish Beach - YouTube”, fu pubblicata l’8 ottobre 2013 (quindi, tre mesi prima della notizia relativa al presunto spiaggiamento californiano) e si trova al seguente indirizzo: www.youtube.com/watch?v=hZ-G4PC_Trs. Proprio il primo dei fotogrammi messi in sequenza nella pagina web raffigura lo stesso animale morto che sarebbe spiaggiato in California. La presenza di alcune persone vicine a esso, però, rende giustizia delle reali dimensioni del cefalopode, che pur essendo lungo 9 metri, rientra nella norma della sua specie, Architeuthis dux.

  

lo stesso da un'altra angolatura ... era anche in Sagna

Ma, mi domando, c’era bisogno di una smentita, per così dire, ufficiale? Se i lettori della notizia originariamente apparsa in internet avessero posto un pizzichino di attenzione nel leggere l’intera pagina, sarebbero stati messi in guardia dal nome stesso del giornale, in bel carattere gotico, “The Lightly Braised Turnip”, che volto in italiano più o meno significa “La rapa poco stufata”. Tra le altre notizie del giorno, la maggior parte delle quali di interesse statunitense, ce n’era un’altra notevole per noi italiani (data la vicinanza con lo Stato della Chiesa): “Il Papa in pensione imbarazza il Vaticano per la frequentazione di club gay”. Ovviamente, anche questo comunicato, accompagnato da tanto di foto, è fasullo. I buontemponi redattori del giornale sono veri artisti della bufala e, in quanto tali, meritano tutto il nostro apprezzamento divertito per i loro simpatici scherzi giornalistici.

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

La bufala di fondo del giornalista ignorante

 

Giambattista Bello

 

Dopo una bufala-scherzo e una bufala-frode, eccovi una bufala figlia dell’ignoranza.

Non sono in grado di stabilire con precisione la data di nascita di questa bufala né, parimenti, la sua paternità. Sono abbastanza sicuro che essa spuntò in ambito televisivo e nello stesso ambito fu ripresa e ribadita fino a divenire patrimonio comune di gran parte dei giornalisti, anche di quelli della carta stampata, nonché della gente comune e, ahimè, anche di molti addetti ai lavori, tra cui alcuni biologi marini, soprattutto giovani. Insomma, nel 2005 la bufala era già ben consolidata. In quell’anno, infatti, indignato per la faccenduola, provai a coinvolgere la Società Italiana di Biologia Marina (S.I.B.M.) scrivendo per il Notiziario della società l’articoletto Abbiamo toccato il fondale. Nel pezzo, che qui riproduciamo, evidenziavo con qualche pennellata d’ironia l’erroneo utilizzo del termine fondale al posto di fondo.

 

fondo-fondale

Abbiamo toccato il ... fondale?

 
È andato sempre più affermandosi, negli ultimi anni, un uso improprio della parola “fondale”, a significare “fondo del mare”. Nei dizionari, vecchi e nuovi, della nostra lingua possiamo leggere le definizioni di “fondale”, come termine marinaresco:

• Palazzi - Novissimo Dizionario della lingua italiana; 2a  ed., 1939: "la misura della massima profondità dell'acqua del mare, di un fiume e simili"·

• Il Grande Dizionario Garzanti della lingua italiana; ed. 1993: "profondità delle acque del mare, di un fiume, di un lago in un dato punto: basso, alto fondale".

Riporto, per un raffronto, anche le definizioni di “fondo” fornite dagli stessi dizionari:

• Palazzi: "la superficie solida, di terra, che sta sotto la massa liquida:fondo di sabbia, di rocce";

• Garzanti: "la superficie solida su cui posa la massa liquida: fondo sabbioso, roccioso".

Come si vede, i due termini in questione, il cui significato è rimasto invariato nei decenni, indicano concetti del tutto diversi e, pertanto, non sono intercambiabili. Al solito, l'avvio all'uso distorto del vocabolo “fondale” è stato dato dalla televisione o, meglio, da qualche giornalista che ha preso ad occuparsi di cose marine senza la dotazione del relativo bagaglio culturale. Mi pare di immaginare il ragionamento di qualcuno di questi signori: «Marinai, pescatori e gente del volgo dicono "fondo fangoso"? E noi giornalisti dimostriamo la nostra superiorità linguistica dicendo invece "fondale fangoso", che è tanto più chic!»Evidentemente, le espressioni errate "fondale fangoso", "il relitto è adagiato sul fondale", ecc. saranno parse più eleganti delle corrispondenti espressioni corrette "fondo fangoso", "il relitto è adagiato sul fondo", ecc., tanto da prendere sempre più piede ed essere persino adottate da specialisti del mare, incluso, ahimè, qualche raro biologo marino.È pur vero che le lingue vive, proprio in quanto tali, si evolvono. Di certo, però, non è desiderabile che l'evoluzione avvenga per impoverimento, semplificazione o, come nel nostro caso, distorsione del significato dei vocaboli. È auspicabile che tutti gli italiani di cultura media ed alta, specialmente coloro che col mare hanno a che fare per ragioni professionali usino correttamente le parole “fondo” e “fondale”. Ritengo, in particolare, che i consoci della SIBM possano e debbano svolgere un ruolo di guida,nei confronti della società "laica", all'utilizzo  corretto dell'italiano specialmente nel nostro settore.
In alternativa, se il  ripristino dell'uso corretto di  tali  vocaboli non è possibile, propongo di  estendere con coraggio ed all'insegna della assoluta coerenza, l’uso di “fondale” come  nei  seguenti  esempi:

“Il comportamento  di  Giangirolamo è diventato  inqualificabile: ha proprio toccato il fondale
“Per completare la  nostra  ricerca  ci  occorrono altri fondali  economici” 

“Giovannino  è  un  gran  sporcaccione; tocca  sempre  il  fondale schiena alle ragazze''.

 

Giambattista Bello

 

Può essere istruttivo aggiungere, a corollario di quell’articolo, alcune reazioni allo stesso. Un giovane collega della S.I.B.M., da me interrogato per il suo uso improprio di fondale, si giustificò: “Mah, dicono tutti così, anche in televisione.” (Ahi, televisione cattiva maestra!)

Un altro giovane collega rincarò “Fondale è più elegante di fondo” e io, di rimando, “Avete mai letto il Nouveau manuel de bionomie benthique di Pérès e Picard*? Lì parlano esplicitamente di fondi, sabbiosi, fangosi, misti ecc.”

Primo giovane collega “???”

Secondo giovane collega, dotato di una maggiore preparazione (o arroganza?), “Quello è scritto in francese; fond può tradursi a piacimento fondo o fondale”. D’accordo, vuol dire che riscriveremo tutti i dizionari francese-italiano. E, intanto mi chiedo, che fine fanno i numerosi articoli scientifici scritti dai biologi marini italiani negli anni ’60 e ’70 che usavano fondo anziché fondale? Possiamo dismetterli tutti  con l’accusa, ovviamente fasulla, di essere scritti in modo poco elegante?

Un paio di anni fa, fui intervistato telefonicamente da un giornalista del più importante quotidiano pugliese in merito allo spiaggiamento di uno squalo elefante sulla costa di Mola di Bari. Il giorno appresso, mentre leggevo l’articolo, scoprii la citazione a me attribuita “… una rete da posta sistemata dai pescatori sul fondale”. Mi caddero le braccia. Lo giuro: nell’intervista telefonica, gli avevo detto fondo!!! Secondo voi, può trattarsi di una vendetta dei giornalisti riuniti o, piuttosto, della realizzazione della legge del contrappasso?

 

Appendice

 

Ecco qualche altra amenità frutto dell’ignoranza marina di giornalisti televisivi.

            Il grande pesce pelagico oggi comunemente chiamato manta aveva un nome ufficiale italiano: diavolo di mare; mentre manta è in realtà il suo nome ispano-americano, dal significato di coperta, mantello. Dalle mie parti, Bari e dintorni, questo splendido pesce rispondeva al nome di badessa a due teste (italianizzato per voi). Pur costretto a saltare dall’inferno al convento, vale a dire dal diavolo alla badessa, preferisco di gran lunga i nomi nostrani piuttosto che quello spagnolo. Chi dobbiamo ringraziare per questo cambio a perdere? Alcuni documentaristi dei primordi della televisione – non c’era ancora quella a colori – di cui purtroppo non ricordo il nome. Ricordo bene, però, che filmarono la “mirabile impresa” di infilzare coi loro fucili subacquei un enorme ma innocuo esemplare, che definirono manta perché probabilmente ignoravano il suo nome italiano. A conti fatti, non solo uccisori per diletto di una povera bestia indifesa, ma anche assassini per ignoranza della propria lingua.

E le spiagge che degradano, dolcemente o repentinamente secondo i casi, dove le mettiamo? Digradano, si dice digradano con la i! Così si degrada solo la lingua italiana…

Non va nemmeno sottovalutato il lavoro dei traduttori dei tanti documentari naturalistici, perlopiù originariamente in inglese, trasmessi dalle televisioni italiane (RAI compresa) in programmi dalla pretesa di scientificità, pretesa rafforzata dalla presenza nei titoli di coda di validi consulenti scientifici. Vi riporto due soli esempi. Primo, la verdesca o squalo verdesca viene spesso e volentieri chiamato squalo blu, ovvia e maldestra traduzione della denominazione inglese blue shark. Secondo, udito pochi giorni fa, il 17 gennaio scorso per l’esattezza, lo squalo volpe è diventato squalo trebbiatore, anche in questo caso pedissequa traduzione dall’inglese thresher shark. Per favore, qualcuno può informarmi su come funziona la consulenza scientifica per le diverse reti televisive, RAI compresa?

 

*Fondamentale testo di ecologia marina del 1964; ora è scaricabile gratuitamente da internet.

 



 

Il celacanto indonesiano

 

di Giambattista Bello 

 

Qual è, secondo voi, la miglior maniera per avviare una rubrica dedicata alle bufale – vale a dire notizie false e inverosimili – o, meglio, al loro smascheramento? A mio parere, non ci sono dubbi: con una bufala-scherzo che, lo ammetto con compiacimento, è andata a segno. L’articolo sul Totano gigantesco spiaggiato in California era preceduto da un paragrafo introduttivo in cui spiegavo il significato del termine bufala, del quale fornivo l’etimologia traendola da un importante dizionario germanico, Dreikatzen Multisprachiges Etymologish Wörtenbuch che, tradotto in italiano, significa Vocabolario Etimologico Multilingue Tregatti (riferimento gioviale alla nostra magnifica Enciclopedia Treccani). La derivazione di bufala da me riportata è, in realtà, essa stessa una bufala! Come pure è una bufala l’esistenza di quel dotto vocabolario. Perdonatemi lo scherzo bufalesco, nella cui trappola sono caduti persino i redattori del sito Naturalmente Web, e consentitemi di affermare che la mia bufala è, in aggiunta a quella del totano gigante, un’ulteriore dimostrazione di quanto sia facile costruire bufale efficaci. Quella del totano gigantesco, costruita dai buontemponi americani con maggior dispendio d’energie rispetto alla mia, è comunque – lo ammetto – più bella della mia.

Oltre alle bufale scherzose, ci sono quelle costruite ad arte con finalità opportunistiche, per conseguire vantaggi di vario genere. Sono, pertanto, bufale per così dire traditrici, le quali, una volta scoperte, fanno piuttosto indignare che ridere; possono, tuttalpiù, suscitare un sorriso di soddisfazione allorquando il malevolo autore viene smascherato e idealmente bastonato. In altre parole, si tratta, di notizie fraudolente.

 

Tutti i lettori di questo sito web sanno qualcosa della storia del celacanto, il pesce a quattro zampe scoperto, nel 1938, da Marjorie Courtenay-Latimer, curatrice di un piccolo museo di storia naturale di East London, cittadina della Repubblica Sudafricana affacciata sull’Oceano Indiano (la sua ubicazione, alla foce del fiume Buffalo, è meravigliosamente adeguata a queste storie di bufale). Chi riesce a trovare il bel libro di Keith Thomson La storia del celacanto (Bompiani, 1993) potrà leggervi l’affascinante vicenda del “fossile vivente” – definizione del suo stesso descrittore, il Prof. J.L.B. Smith, cui la Courtenay-Latimer l’aveva affidato per l’identificazione – a partire dalla scoperta al mercato ittico e dal trasporto del rarissimo esemplare grondante una sostanza oleosa a bordo di un taxi guidato da un reticente autista… Beh, il resto andatevelo a leggere per conto vostro, se riuscite a scovare quel libro, altrimenti dovrete accontentarvi di vari articoli sparsi qua e là, anche in internet. L’importanza del ritrovamento del “vecchio a quattro zampe” (altra definizione di Smith, stavolta a fini divulgativi) risiede nella posizione evolutiva dei Celacanti, alla base dei vertebrati terrestri tetrapodi. Si capisce, pertanto, l’eccitamento scientifico per la scoperta di una specie ancora vivente appartenente a un gruppo ritenuto estinto da 70 milioni di anni. Per completare il quadro d’apertura dell’episodio bufalesco che mi accingo a raccontare, riferisco il nome della specie in questione, Latimeria chalumnae, dalla scopritrice Latimer e da Chalumna, il fiume nei pressi della cui foce era stato pescato; e riferisco pure del suo colore: bluastro, dettaglio non indifferente per la nostra storia. Storia che potremmo romanticamente chiamare La moglie dell’ittiologo; titolo, lo riconosco, un po’ forzato, ma comunque d’effetto.

 

Il celacanto indonesiano con Arnaz Metha Erdmann a circa 15 m di profondità. Foto di Mark V. Erdmann

Arnaz, questo è il suo nome, passeggiando insieme al marito per il mercato ittico di Manado (paese all’estremo nord di Celebes), notò un pesce davvero strano; non per nulla si è mogli di ittiologi. Sollecitò, pertanto, l’attenzione del marito Mark: Aaah! Qui c’è un celacanto!!! Il riconoscimento, al di là di ogni dubbio, fu possibile perché Mark Erdmann era un graduate student di biologia marina. I due, non potendo acquisire il pesce, si contentarono di fotografarlo. Era il 18 settembre del 1997, come si può leggere nella sovrascrittura di una delle foto scattate. Possiamo ben immaginare la notevole sorpresa e il grande entusiasmo dell’ittiologo: tutti sapevano che il celacanto era confinato in un areale limitato alle coste orientali dell’Africa. Che ci faceva questo qui al margine dell’Oceano Pacifico, a 10.000 km di distanza? Mark, studente presso l’Università della California a Berkeley, grazie alle foto, riuscì ad avere fondi per la ricerca del celacanto indonesiano. Si rese innanzitutto conto che il rarissimo (per lui) pesce era in realtà noto ai pescatori locali, i quali gli avevano persino attribuito un nome, raja laut (re del mare), e noi sappiamo che se un organismo vivente viene battezzato dal popolo significa che deve essere sufficientemente noto, ovvero non può essere d’estrema rarità. Alcuni mesi dopo, uno dei pescatori allertati consegnò al gruppo di ricerca di Erdmann il tanto agognato celacanto, che, per il sommo della gioia, era ancora vivo. Messo in una vasca d’acquario, il pesce fu abbondantemente fotografato e filmato; una volta deceduto, fu sottoposto ai rilievi di rito, tra cui il prelievo di campioni di tessuti per analisi genetiche, prima d’essere ceduto alle autorità indonesiane. Nel giro di poche settimane, apparve sulla prestigiosa rivista Nature (vol. 395, n. 335 del 1998) un breve articolo intitolato Indonesian “king of the sea” discovered a firma di M.V. Erdmann, R.L. Caldwell e M.K. Moosa. Attenzione a questo particolare: l’articolo conteneva una foto del celacanto vivo in acquario (Fig. 1). La notizia fece molto scalpore nel mondo scientifico: per decenni si era creduto che Latimeria chalumnae fosse piuttosto rara e confinata in un ristretto areale della zona occidentale dell’Oceano Indiano, mentre ora saltavano fuori le prove scientifiche dell’esistenza di un’altra popolazione di  celacanti totalmente disgiunta da quella africana. E con ciò, si conclude la prima parte della vicenda del celacanto indonesiano, e noi lasciamo Mark Erdmann e colleghi, paghi di questo primo successo, a proseguire nello studio di quel pesce.

 

La seconda parte inizia con un altro articolo inviato nel 2000, sempre a Nature, dai ricercatori francesi B. Séret, L. Pouyaud, e G. Serre. In esso veniva raccontato di un altro esemplare di celacanto indonesiano, pescato nella Baia di Pangandaran (Giava) nel 1995, cioè due anni prima di quello degli americani. L’esemplare giavanese, purtroppo, era andato perduto perché lo scopritore Georges Serre, consulente per un istituto di ricerca francese, l’aveva affidato a un pescatore affinché lo consegnasse al Servizio Ittico Indonesiano. Il pescatore, però, lo aveva portato a un museo, dal quale – udite, udite – era stato rubato per finire in una non meglio identificata e inaccessibile collezione privata. Fortunatamente, però – e meno male: la vicenda non poteva dipanarsi totalmente all’insegna della malasorte – c’era una fotografia, allegata all’articolo per Nature, a testimonianza del ritrovamento di questo precedente celacanto (Fig. 2).

 

Celacanto da Nature

Ma quelli di Nature, così adusi ad analiz-zare, valutare, soppe-sare, criticare gli articoli loro inviati, subodorarono, proprio nella foto, qualcosa di losco: il pesce della foto dei francesi so-migliava troppo a quello fotografato dagli americani, a parte la differenza di giacere su un bancone di mercato insieme ad altri pesci anziché nuotare in un acquario. Gli editori di Nature, attenti a non pubblicare sulla loro rivista notizie inattendi-bili che ne lederebbero credibilità e autorevo-lezza, mostrarono la foto sospetta a Roy Caldwell, uno degli autori dell’articolo del 1998*. La risposta di Roy fu “Sono sicuro al 100% che l’immagine sia un falso”. In effetti, potete vedere da voi stessi che la silhouette del pesce sul banco è identica a quella del pesce natante, a parte la rifilatura di qualche pinna; soprattutto la maculatura della pelle, unica e identificativa per ciascun individuo, è la stessa. Risulta evidente, di conseguenza, che la foto dei francesi è il risultato di un fotomontaggio. Georges Serre insisté nel reclamare l’autenticità della fotografia, aggiungendo di averla ricevuta dalla vedova di un amico, partita per l’estero – è straordinario come tutta la storia (o, forse, dovremmo dire storiella) raccontata da Serre sia caratterizzata da complicazioni e dall’irrintracciabilità dei protagonisti. Di contro, Bernard Séret, ittiologo presso il Museo Nazionale di Storia Naturale di Parigi, dichiarò “Tutto questo è molto imbarazzante”. Secondo me, Séret, che conosco quale scienziato rigoroso e persona seria, era strato messo in mezzo al gioco, come si dice dalle mie parti, vale a dire era stato vittima di un raggiro.

 

La vicenda fraudolenta da me riferita è ripresa in parte da un breve articolo del 13 luglio 2000 di Heather McCabe, Paris e Janet Wright, reporters di Nature. Da quell’articolo è pure presa l’immagine contenente la foto autentica (in alto a sinistra) e di quella fasulla del celacanto sul banco di vendita.

A corollario di questo squallido episodio, è opportuno menzionare la beffa amara di cui Mark Erdmann e colleghi erano già in precedenza rimasti vittime. Il primo esemplare certo di celacanto indonesiano, da loro consegnato alle autorità del Paese, fu poco dopo esaminato da Pouyaud dell’Institut de recherche pour le développement (IRD-Orstom) (lo stesso che in seguito avrebbe partecipato con Séret e Serre all’articolo-bufala di cui ho narrato sopra) e da colleghi dell’Indonesian Institute of Sciences. Costoro stabilirono, col sostegno di analisi genetiche, che si trattava di una specie diversa dal celacanto africano, distinguibile anche a prima vista grazie al colore di fondo della livrea: bluastro in quello, bruno-grigio nell’indonesiano. La descrizione della nuova specie, Latimeria menadoensis, apparve nell’aprile 1999** all’insaputa dei colleghi americani, anzi battendoli sul tempo. È vero che la pubblicazione della descrizione di una nuova specie rappresenta un conseguimento di prestigio per ogni ricercatore, tuttavia ciò non deve avvenire a scapito di altri colleghi che già da prima stavano studiando la stessa specie. Tenendo presente che, nel mondo della ricerca, tale comportamento è considerato degno di biasimo, immaginate cosa possa aver significato per i ricercatori americani la pubblicazione della descrizione di Latimeria menadoensis effettuata proprio sull’esemplare da loro alacremente ricercato, con investimento di energie, tempo e denaro, acquisito e infine consegnato alle autorità scientifiche indonesiane.

 

__________________

 

*La normale procedura per la pubblicazione degli articoli scientifici prevede la loro lettura critica da parte di referees, cioè arbitri, o reviewers, revisori esperti del settore, che ne decretano l’accettabilità o meno.

**L. Pouyaud, S. Wirjoatmodjo, I. Rachmatika, A. Tjakrawidjaja, R. Hadiaty e W. Hadie, 1999 - Une nouvelle espèce de cœlacanthe. Preuves génétiques et morphologiques. Comptes Rendus de l’Academie des Sciences; sér. III, Sciences de la Vie, 322: 261–267.

 

Ringraziamenti

Ringrazio il Dott. Mark V. Erdmann per la gentile concessione dell'uso della sua foto e la Dr. Francesca Cesari, Chief Biological Sciences Editor di Nature, per la disponibilità nel fornirmi informazioni relativi ad articoli pubblicati da quel periodico.


 

 

Le bufale marine del traduttore errante

 

pesce monacoAccennavo, in un precedente articolo bufalino (Bufale d’Autore: La bufala di fondo del giornalista ignorante in Naturalmente), all’improprietà dei termini squalo azzurro e, peggio ancora, squalo blu, che da un po’ di anni ci vengono ammanniti attraverso lo schermo casalingo, anche da trasmissioni che dovrebbero essere del più alto livello divulgativo sul fronte naturalistico. Il fatto è che nella nostra lingua non esiste lo squalo azzurro! Ci potrebbe essere uno squalo colorato di quella tinta sulle pareti della cameretta di un bimbo o ci potrebbe stare come personaggio di un cartone animato, tra un pesce palla rosso e un’aragosta gialla, ma non nei dizionari d’italiano. E, infatti, lo squalo definito con questi nomi, letteralmente e pessimamente volti in italiano dall’inglese blue shark in tanti documentari di produzione straniera, ha un proprio nome nella nostra lingua: verdesca. Posso aggiungere, ad abundantia, anche un nome dialettale diffuso nel nostro meridione, verdone, corrispondente in sostanza a quello ufficiale nazionale. Il binome scientifico, in latino, è Prionace glauca. A prescindere da quella sorta di daltonismo linguistico che ha fatto rilevare colori leggermente diversi (verde scuro, glauco, azzurro) nelle diverse nomenclature, è evidentissimo che la traduzione impropria, dall’inglese all’italiano, è frutto dell’ignoranza zoologica dei traduttori e degli eventuali revisori scientifici. (...)

 

 


 

Tremoctopus violaceus femmina  

La bufala del giornalista chimerico

 

Giambattista Bello

 

«Metà polpo, metà seppia», così il titolo un articolo del quotidiano La Repubblica edizione Bari dell’11 gennaio scorso[1]. Mi sono chiesto: “la metà destra polpo e la metà sinistra seppia, o viceversa?”. Ma poi, riflettendoci su, mi sono detto: “forse la metà anteriore polpo e quella posteriore seppia, o viceversa; sì è più logico”.

In realtà, il titolo intero dell’articolo è «Metà seppia, metà polpo: in Puglia avvistato il rarissimo ‘Tremoctopus’: “Noi biologi lo cercavamo da quarant'anni per poterlo studiare”». Nel leggere ‘Tremoctopus’, fu evidente per me, biologo marino esperto di cefalopodi, che il titolo racchiudeva una bufala colossale, giacché questo cefalopode è un polpo (ordine Octobrachia, a otto braccia) e niente ha a che fare con le seppie (ordine Decabrachia, a dieci braccia).

Accanto la foto della femmina di Tremoctopus violaceus con le braccia dorsali retratte, raccolta nel Golfo di Napoli. Disegno di C. Merculiano, da G. Jatta, 1896. I Cefalopodi viventi nel Golfo di NapoliFauna und Flora des Golfes von Neapel, 23.

 

Nel giorno dell’uscita di questo articolo e nei due o tre giorni successivi, ricevetti da amici e colleghi (questi ultimi tutti indignati), una ventina di allerte, tra telefonate, e-mail e messaggi WA, riguardo all’articolo in questione. In effetti, quell’articolo, a cominciare dal titolo, aveva fatto soprassalire anche me per la sua inconsistenza scientifica. Mi tocca fare un grande sforzo per evitare qui, a voi e a me stesso, le consuete invettive contro l’ignoranza in materia di scienze di troppi giornalisti, gli stessi che magari ti possono recitare a memoria un intero canto della Divina Commedia o la prima pagina de I promessi sposi.

Analizziamo in dettaglio le “amenità” all’interno dell’articolo.

1a amenità: la rarità. Tremoctopus violaceus non è così raro come riferito, ma piuttosto “raramente catturato”, in quanto, essendo un polpo pelagico, vive nella colonna d’acqua lontano dalla costa e, quindi, non è facilmente accessibile alle reti dei pescatori. Quando un polpo pelagico, come il polpo palmato (questo il nome ufficiale italiano di Tremoctopus violaceus) o come l’argonauta, entra in un porto, similmente a quanto è capitato all’individuo filmato nel video che accompagna l’articolo, per esso può essere la fine perché non riesce né a uscirne né a immergersi a grande profondità, date la piccola apertura e la scarsa profondità dei porti. Parlando di Puglia, dove l’esemplare dell’articolo fu catturato, io stesso ho potuto osservare nell’Adriatico pugliese un paio di esemplari (uno dei quali era stato divorato da un pescespada), mentre un amico-collega gallipolino ne ha osservati o catturati una decina. Per non parlare di altri distretti marini italiani, come i mari siciliani, dove diversi colleghi e amici ne hanno avvistati numerosi altri.

2a, 3a e 4a amenità, tutte in un solo rigo: “Il Tremoctopus violaceus è un cefalopode, a metà tra la seppia e il polpo e tra i 5 e 10 centimetri di dimensione”. A prescindere dal fatto che i nomi scientifici di animali e piante non devono essere, per convenzione, preceduti dall’articolo (“Il Tremoctopus…) (2a amenità) e dall’altro fatto già discusso sopra “a metà tra la seppia e il polpo” (3a amenità), la femmina del polpo palmato può arrivare a superare il metro di lunghezza, ben oltre la dimensione “tra i 5 e 10 centimetri” (4a amenità).

5a amenità: “Questa specie era stata già segnalata dagli anni ’80”. Qui l’articolista riferisce le parole del Dott. Pierluigi Carbonara, biologo marino che conosco e stimo, il quale non può aver affermato ciò, in quanto il polpo palmato fu descritto, come sappiamo e come Carbonara sa, nel lontano 1830 da Stefano Delle Chiaje, e da allora segnalato ripetutamente nel Mediterraneo, come pure al di là delle Colonne d’Ercole.

Tra le tante “amenità”, che però più che far ridere fanno indignare, l’articolo contiene un pensiero positivo: l’apporto dei cittadini comuni alla scienza, con la segnalazione di ritrovamenti insoliti ai ricercatori di professione; è ciò che oggi viene chiamato citizen science. È proprio questa la parte più efficace dell’articolo, ovvero il filmato che accompagna l’articolo ed è disponibile online, dove si sentono i commenti spontanei degli astanti. E, poiché l’articolista non l’ha fatto, tocca a me spiegare quanto si vede nel filmato e soddisfare così la curiosità degli osservatori nel porto di Torre Canne (Fasano, BR) e altrove; per inciso, da quella stessa zona proveniva il primo polpo palmato da me osservato, una trentina di anni fa. Nel video si vede dapprima il polpo palmato, così denominato per via della grande membrana portata dalle braccia dorsali, con queste braccia retratte; quindi la ‘cosa’ curiosa, cioè un frammento di braccio dorsale con la relativa membrana apertasi come un fazzolettino, che si era autotomizzato volontariamente per distrarre i nemici (un po’ come succede per la coda delle lucertole; evidentemente l’animale si era sentito minacciato); infine il polpo con una parte della membrana interbrachiale espansa[2]. Complimenti all’autore del video!

Un aspetto particolarmente sgradevole di questa faccenda è che, per un qualche mistero mediatico, la notizia del cefalopode “metà polpo e metà seppia” è stata ripresa e ulteriormente diffusa, con tutti i suoi abbagli scientifici, da decine di altri siti web: un successo per l’articolo, una sconfitta per la scienza!

 

P.S. Una spiegazione del titolo di questa bufala. Nella mitologia greca, la chimera era un mostro formato da parti di animali diversi, come potrebbe essere, se esistesse, un cefalopode metà polpo e metà seppia.

Giambattista Bello

           



[1] G. Rutigliano. Metà seppia, metà polpo: in Puglia avvistato il rarissimo ‘Tremoctopus’: “Noi biologi lo cercavamo da quarant'anni per poterlo studiare”, la Repubblica / Bari: https://bari.repubblica.it/cronaca/2022/01/11/news/meta_seppia_meta_polpo_in_pugli_avvistato_il_tremoctopus_-333415233/, 11.1.2022.

[2] Molte informazioni sul polpo palmato, incluse quelle sulle funzioni della membrana interbrachiale e sul maschio nano, sono riferite nell’articolo “Ritratto di famiglia: Tremoctopodidae”, che potete leggere nel n. 1/2022 di Naturalmente Scienza.